Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 15836 del 24/10/2017


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Penale Sent. Sez. 1 Num. 15836 Anno 2018
Presidente: TARDIO ANGELA
Relatore: CAIRO ANTONIO

SENTENZA
sui ricorsi proposti da:
BIDOGNETTI FRANCESCO nato il 29/01/1951 a CASAL DI PRINCIPE
MISSO GIUSEPPE nato il 20/02/1969 a SAN CIPRIANO D’AVERSA

avverso la sentenza del 26/07/2016 della CORTE ASSISE APPELLO di NAPOLI
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal Consigliere ANTONIO CAIRO
Udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore MASSIMO GALLI
che t-ta—c-cm-cluso p-e r
conclude chiedendo il rigetto per entrambi i ricorsi.
Udito il difensore
L’avvocato DI RUSSO CIVITA del foro di ROMA in difesa di MISSO GIUSEPPE
conclude riportandosi ai motivi di ricorso.

14,

Data Udienza: 24/10/2017

RITENUTO IN FATTO
1. Con sentenza in data 26/7/2016 la Corte d’assise d’appello di Napoli in
parziale riforma della sentenza emessa dalla Corte d’assise di Santa Maria Capua
Vetere, escluse le circostanze aggravanti di cui all’art. 61 n. 1 e 4 cod. pen. ) con le
riconosciute circostanze attenuanti generiche, ritenute equivalenti alla contestata
premeditazione, e applicata l’attenuante di cui all’art. 8 D.L. 13 maggio 1991, n. 152,
conv. con mod. nella L. 12 luglio 1991, n. 203, rideterminava la pena nei confronti, tra

quindici di reclusione. Revocava le pene accessorie e confermava, nel resto, la
sentenza impugnata. Confermava la medesima Corte di secondo grado la condanna
alla pena dell’ergastolo inflitta a Bidognetti Francesco.
1.1. Il delitto si inscriveva nella logica dello scontro camorristico che aveva
caratterizzato nell’ambito geografico casertano le rivalità tra gruppi ivi operanti; il
Gagliardi Giuseppe era stato assassinato il 5/8/1992 in San Cipriano d’Aversa,
all’interno di un negozio di vernici. Le armi utilizzate erano state una pistola calibro 9
parabellum e un fucile da caccia calibro 12. Il delitto seguiva l’omicidio, in data
31/7/1992, del De Cicco Luigi, marito della sorella di Caterino Sebastiano. Esecutori
materiali dell’agguato mortale contro il Gagliardi stesso erano stati Vargas Pasquale
Giovanni e Bidognetti Domenico, (entrambi rei confessi); mandante del fatto era stato
Bidognetti Francesco e tra i concorrenti vi erano il Panaro e il Misso Giuseppe,
egualmente rei confessi e divenuti collaboratori di giustizia, dopo la decisione in primo
grado.
2. Ricorre per cassazione Bidognetti Francesco, a mezzo del difensore di fiducia e
deduce quanto segue.
Lamenta in primo luogo la violazione di legge e il vizio di motivazione in
relazione all’art. 192, comm ‘g 3 e 4,cod. proc. pen.
La conoscenza da parte dei due componenti il gruppo di fuoco derivava da
appartenenti al gruppo Schiavone (autonomo rispetto a quello del Bidognetti). Ciò
determinava che entrambi i dichiaranti, sulla posizione del ricorrente, assumevano il
ruolo di fonti de relato. Del resto, gli elementi a disposizione non permettevano di
dimostrare il contributo al fatto da parte del Bidognetti stesso. Il Panaro, ancora,
aveva attribuito la decisione di commettere il delitto a Schiavone Walter e aveva
affermato che se ne era discusso con i Bidognetti, senza offrire elementi validi che
potessero dare un supporto materiale, per verificare l’attendibilità di quanto detto. Si
era trattato, pertanto, di una mera deduzione operata sul conto del ricorrente.
Il Misso non aveva offerto alcuna indicazione sul ruolo di Bidognetti Francesco
nel delitto.

2

gli altri, di Misso Giuseppe, per l’omicidio di Giuseppe Gagliardi, in quella di anni

Le indicazioni che d’altro canto aveva ricevuto il Vargas, da parte del Bidognetti
Francesco, erano generiche (anche sull’individuazione della vittima) ed erano
oggettivamente incompatibili con il conferimento di un mandato.
Quanto a Bidognetti Domenico costui aveva confuso due distinti omicidi. La Corte
territoriale non aveva, tuttavia, adeguatamente argomentato sul punto e
sull’affidabilità del suo racconto.
Non era neppure individuabile il luogo dell’incontro con certezza e ciò non

medesimo Vargas sul delitto.
Alcun conforto si sarebbe potuto trarre dall’apporto del D’Alessandro Cipriano,
9mentito dalla prova sopravvenuta e dalle dichiarazioni del Panaro. In particolare, la

risoluzione dell’omicidio venne assunta da Walter Schiavone e portata a conoscenza di
Bidognetti Francesco da Panaro Nicola, secondo il D’Alessandro. Tuttavia, il Panaro
Nicola, oltrea non confermare questo dato, lo aveva smentito.
Questi elementi escludevano la riferibilità della decisione di consumare l’omicidio
del Gagliardi al Bidognetti Francesco. Emergeva al più il particolare che
l’organizzazione di un agguato ritorsivo era stata portata a conoscenza del medesimo
Bidognetti, ma ciò non autorizzava a ritenerne il concorso nel delitto, poiché, pur nella
qualità di capo del gruppo, non vi era prova che l’imputato avesse dato mandato o
cooperato all’organizzazione del fatto di omicidio.
3. Ricorre per cassazione Misso Giuseppe, a mezzo del suo difensore di fiducia, e
deduce quanto segue.
Lamenta il vizio di motivazione in relazione al riconoscimento dell’attenuante
della collaborazione di cui all’art. 8 D.L. 13 maggio 1991, n. 152, conv. con mod. nella
L. 12 luglio 1991, n. 203. L’indicata circostanza era stata riconosciuta nei confronti del
ricorrente, ma senza procedere all’applicazione della massima riduzione di pena,
nonostante il contributo rilevante delle informazioni rese dal Misso stesso. Nella
specie, si annota, il motivo d’appello aveva espressamente trattato il punto e la Corte
territoriale aveva ritenuto di risolvere le argomentazioni sviluppate procedendo alla
mera riduzione della pena, là dove erano state prospettate una serie di
argomentazioni che avrebbero imposto, oltre alla concessione della circostanza
attenuante,anche l’applicazione di essa nella sua massima estensione.
OSSERVA IN DIRITTO

I ricorsi sono manifestamente infondati e devono essere dichiarati inammissibili.
1. Il ricorso presentato nell’interesse di Bidognetti Francesco, pur a fronte di un

richiamo al vizio di motivazione e alla violazione dees„ artt. 192, comm6 3 e 4 ) cod.
proc. pen., tende ad ottenere una diversa valutazione del risultato della prova
dichiarativa, prova che risulta correttamente valutata dal giudice a quo.

avrebbe permesso un incrocio tra le dichiarazioni rese dal Bidognetti Domenico e dal

Invero, e contrariamente a quanto dedotto, il ricorrente propone in questa sede
argomenti e temi già sviluppati dal giudice di primo grado e sottoposti alla Corte
d’assise d’appello, sui quali consta una motivazione immune da censure.
La critica sviluppata sulle dichiarazioni rese dal Vargas Pasquale e l’assunta
genericità del contributo narrativo di costui sono aspetti sottoposti alla Corte
territoriale, sui quali la sentenza impugnata si sofferma, valorizzando proprio il
riferimento all’incontro tra il Bidognetti Francesco e i capi del clan. In questa logica si è

questione o ad altre riunioni che si svolgevano presso la masseria del medesimo
Bidognetti Francesco, giacché per le mansioni che gli erano assegnate non risultava né
titolato, né legittimato a prendere parte a quel tipo di riunioni. Piuttosto il
collaboratore, all’epoca incaricato di accompagnare il Bidognetti, fungeva da suo
autista e ha spiegato che, dopo una riunione (che coinvolse il Bidognetti Francesco),
costui conferì l’incarico di procedere all’omicidio, ricevendo, altresì, indicazione
d’azione unitamente al Bidognetti Domenico. In quella circostanza gli fu detto, in
particolare, che si sarebbe dovuto recare con quest’ultimo dallo Schiavone Walter per
ricevere indicazioni di dettaglio sulle modalità connmissive ed esecutive del delitto.
A ben vedere, allora, la critica di genericità che si propone in ricorso non è
fondata, né resiste seriamente a uno scrutinio intrinseco, trattandosi di una
dichiarazione precisa che indica esattamente quanto accadde e che trova supporto e
conferma in quello che ha avuto modo di raccontare anche l’altra fonte collaborativa,
appunto, il Bidognetti Domenico.
Non convince, pertanto, l’idea che nella circostanza non vi fu un mandato diretto
da parte del Bidognetti Francesco, né si può recuperare quell’indicazione a una
generica direttiva programmatica inidonea a fondare una responsabilità concorsuale a
titolo morale. Contrariamente,la Corte territoriale ha ritenuto, con una motivazione
immune da censure, sia l’attendibilità del Vargas sia l’esistenza di un incarico preciso
da parte del mandante sul delitto cl-a eseguire. Non a caso, dopo l’ordine ricevuto, il
Vargas stesso, ottemperando alla prescrizione, si recò dallo Schiavone Walter, per
ricevere le indicazioni di dettaglio operativo.
Quanto al tema della confusione e dell’errore del Bidognetti Domenico, la Corte
d’assise prima e quella d’appello poi hanno egualmente valutato la questione e
l’attendibilità della fonte. Si è ritenuto che nella specifica vicenda la fonte fosse incorsa
in una confusione, che, tuttavia, non risultava indice di inattendibilità, né elemento
idoneo a smentire il collaboratore stesso.
Costui, infatti, aveva confessato circa sessanta omicidi ed era naturale il tipo di
equivoco in cui era incorso a fronte di un bagaglio di storia delinquenziale di quella
portata. Contrariamente, chiarito alla fonte l’evento e il delitto di cui ci si stava
occupando, Bidognetti Domenico non aveva avuto difficoltà alcuna a inquadrarlo e a
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osservato come il Vargas non avesse mai detto di aver preso parte all’incontro in

raccontare quanto avvenuto. Ciò deponeva per l’attendibilità del dichiarante e per la
veridicità di quello che diceva,che, tra l’altro, si sovrapponeva al ricordo del Vargas e
coincideva anche con gli eventi concernenti la riunione operativa presso lo Schiavone
Walter, che il Bidognetti Francesco aveva già indicato come colui dal quale si
sarebbero dovuti recare i due soggetti.
Non sono decisivi, poi, i rilievi che tendono a mettere in evidenza assunti
contrasti tra le due fonti dichiarative. In questo senso hanno osservato i giudici di

del Bidognetti. Egli aveva affermato che lì accompagnava alle riunioni dei capi il
Bidognetti stesso, ma si legge che aveva al pari riferito di non aver partecipato alla
riunione in cui si decise il delitto in questione. Al ritorno ebbe conferma della decisione
poiché, come anticipato, fu incaricato dal medesimo Bidognetti Francesco
dell’esecuzione unitamente al Bidognetti Domenico. A bene vedere allora su questo
punto specifico il Vargas non risulta affatto de relato, ma riferisce un dato vissuto in
prima persona e racconta di un ordine, ad oggetto specifico, che proveniva
direttamente dal Bidognetti Francesco. Quanto alla località in cui avvenne l’incontro,
località indicata da Domenico Bidognetti solo geograficamente (sul Volturno), il
contrasto con quanto rammentato dal Vargas, ha annotato la Corte territoriale, non
sussiste. In realtà non v’è alcuna antinomia tra le due versioni narrative, poiché lo
stesso Vargas Pasquale non ha mai dichiarato che l’incontro avvenne alla Masseria.
In questa logica si intende la ragione per la quale la Corte territoriale ha ritenuto
convergenti i due dichiaranti che, tra l’altro, risultavano chiamanti in correità
essendosi accusati, nella qualità di esecutori materiali, del delitto in questione.
Entrambi avevano concordemente riferito della fase successiva e dell’incontro con
Schiavone Walter allorquando furono decisi i dettagli esecutivi, evento cui non
partecipò il Bidognetti Francesco, che era anche latitante e non avrebbe corso il rischio
di esporsi ulteriormente per prendere parte a una riunione / di definizione meramente
esecutiva, su un fatto che in sostanza aveva già assentito.
Del resto, l’organizzazione era stata delegata proprio a Walter Schiavone r Ehe
aveva individuato i due gruppi d’azione, da un lato, per l’omicidio del Gagliardi e,
dall’altro, per quello del De Cicco.
La Corte d’assise d’appello ha anche valorizzato le dichiarazioni del D’Alessandro
Cipriano a diretto riscontro di quanto riferito dagli altri dichiaranti, annotando come
costui avesse riferito sugli eventi allorquando nulla si conosceva e, soprattutto, in un
momento storico in cui non vi erano elementi a suo carico. Il D’Alessandro fu parte
della decisione deliberativa e della riunione unitamente ai capi (appunto Walter
Schiavone, Bidognetti Francesco ) Schiavone Francesco, detto Cicciariello),occasione in
cui si decise di uccidere i parenti dei Caterino e dei Maisto. Si trattò di una decisione
presa dai vertici storici in libertà e ha aggiunto che partecipò, tra l’altro,
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merito che il Vargas non indicò che nella specie l’incontro avvenne presso la masseria

all’interrogatorio del testimone dell’omicidio del

dentista.

Questo particolare,

confermato anche dal Misso, convalidava i racconti e offriva supporto anche alla
dichiarazione ulteriore che lo stesso D’Alessandro Cipriano aveva reso attribuendo
anche al Bidognetti Francesco la decisione di uccidere due innocenti, decisione cui
prese parte in qualità di capo all’epoca in libertà. La Corte d’assise d’appello ha
osservato, del resto, che, all’epoca e nel periodo storico in questione (1992), né il
Bidognetti Domenico né il Vargas Pasquale si sarebbero potuti accingere a commettere

e unico soggetto da cui entrambi avrebbero potuto ricevere ordini.
Non si tratta correttamente, dunque, di una decisione fondata sul ruolo
verticistico del Bidognetti Francesco nell’associazione, ma di un contributo specifico al
fatto che ha reso l’imputato mandante del delitto e, pertanto, concorrente morale
nell’omicidio in esame. Il delitto, infatti, fu commesso come risposta all’omicidio di
Schiavone Alfonso (il dentista) che era in definitiva innocente ed estraneo alle logiche
di scontro camorristico.
Né vale il richiamo alla smentita che la prova sopravvenuta (Panaro Nicola)
avrebbe offerto al D’Alessandro Cipriano. Sul punto il ricorso non risulta, infatti,
conforme al principio di autosufficienza.
Può ritenersi ormai consolidato, nella giurisprudenza di legittimità, il principio
della cosiddetta “autosufficienza del ricorso”, secondo il quale: “È inammissibile il
ricorso per cassazione che deduca il vizio di manifesta illogicità della motivazione e,
pur richiamando atti specificamente indicati, non contenga la loro integrale
trascrizione o allegazione, così da rendere lo stesso autosufficiente con riferimento alle
relative doglianze” (Sez. 2, n. 26725 del 01/03/2013, Natale, Rv. 256723).
E’ stato precisato che “la condizione della specifica indicazione degli , con riferimento ai quali, l’art. 606, comma 1, lett. e), cod. proc. pen.,
configura il vizio di motivazione denunciabile in sede di legittimità, può essere
soddisfatta nei modi più diversi (quali, ad esempio, l’integrale riproduzione dell’atto nel
testo del ricorso, l’allegazione in copia, l’individuazione precisa dell’atto nel fascicolo
processuale di merito), purché detti modi siano comunque tali da non costringere la
Corte di cassazione ad una lettura totale degli atti, dandosi luogo altrimenti a una
causa di inammissibilità del ricorso, in base al combinato disposto degli artt. 581,
comma primo, lett. c), e 591 cod. proc. pen.” (Sez. 3, n. 43322 del 02/07/2014, Sisti,
Rv. 260994).
Sono, contrariamente, inammissibili i motivi formulati secondo una tecnica
redazionale di trascrizione parziale o confusamente pelagica dei verbali delle prove
acquisite nel corso del dibattimento, e specialmente di quelle dichiarative, per
agganciare a brani selezionati, estrapolati dal complessivo contenuto dell’atto
processuale, le proposte censure motivazionali, traendone rafforzamento dall’indebita
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un delitto del genere senza ricevere l’ordine dal Bidognetti Francesco, -Storico vertice

frantumazione degli apporti probatori; e, specularmente, sono inammissibili anche i
motivi corredati dalla mera trascrizione o allegazione integrale di articolati verbali di
prove, lasciando al giudice il compito di ricercare in essi l’elemento o gli elementi che
si assumono travisati nella sentenza impugnata, senza argomentare, sulla base di una
presentazione ragionata della prova nei passaggi ritenuti rilevanti, il vizio denunciato.
La Corte territoriale ha, infatti, indicato che D’Alessandro Cipriano avrebbe
reso dichiarazioni che indicavano Francesco Bidognetti come soggetto che aveva preso

confutazione della prova valorizzata dalla Corte territoriale, di introdurre un dato di
smentita reso dal Panaro, affermando che costui non aveva confermato quanto detto
dal precedente collaboratore. Il D’Alessandro Cipriano, si afferma, aveva dichiarato
che Bidognetti Francesco era stato messo al corrente del delitto proprio dal Panaro
Nicola. Si tratta a ben vedere di un dato narrativo introdotto in questa sede attraverso
un non compiuto richiamo agli atti processuali e che tende ad ottenere dalla Corte di
legittimità una valutazione di merito sul confronto narrativo senza che la Corte stessa
possa accedere direttamente agli atti processuali, né prendere cognizione dei verbali
che, in definitiva, sono richiamati dal ricorrente. Per altro verso, a parte il profilo di
decisività e l’omessa indicazione dei termini in cui il dato sarebbe decisivo per una
soluzione diversa da quella cui giunge la Corte territoriale, si richiama un profilo di
smentita, da parte del Panaro, profilo che non risulta affatto, poiché sul punto non si
dispone di alcuna indicazione da parte della Corte territoriale, né della dichiarazione
integrale del Panaro stesso sul punto, che potrebbe permettere di verificare quanto
affermato a confutazione e, soprattutto, che legittimerebbe la contestualizzazione
storica degli eventi di cui ciascuna delle parti stava parlando. Non si intende, invero,
neppure dallo stralcio allegato se si faccia riferimento o no alla stessa occasione
storica della riunione iniziale o se il richiamo inerente “l’informazione” che avrebbe
dato il Panaro al Bidognetti Francesco sull’omicidio i che si sarebbe dovuto attuare, si
collochi in un segmento temporale diverso.
Il ricorso è, alla luce di quanto detto, inammissibile.
2. Egualmente inammissibile è la doglianza avanzata nell’interesse di Misso
Giuseppe.
Il ricorso si risolve in una critica alla incongruità della pena inflitta al Misso, pena
che non teneva conto dell’importanza del suo contributo processuale e dei parametri
previsti dall’art. 133 cod. pen., nel rispetto dei quali l’attenuante dell’art. 8 del d.l. n.
152 del 1991 andava applicata nella sua massima estensione.
Deve, in generale, rilevarsi che la graduazione della pena, anche in relazione alle
circostanze aggravanti e attenuanti, rientra nella discrezionalità del giudice di merito,
che la esercita, così come per fissare la pena base, in conformità dei principi enunciati
negli artt. 132 e 133 cod. pen. Ne consegue che è inammissibile ogni censura che, nel
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parte alla decisione di uccidere i parenti del Caterino e del Maisto. Si pretende, a

giudizio di legittimità, miri a una nuova valutazione della congruità della pena, salvo
che la sua determinazione non risulti arbitraria o illogica.
Sul punto, le Sezioni Unite hanno precisato che il giudizio sulle circostanze ai fini
dell’irrogazione della pena, implicando una valutazione discrezionale tipica del giudizio
di merito, sfugge al sindacato di legittimità qualora non sia espressione di palese
illogicità e sia sorretto da sufficiente motivazione, tale dovendo ritenersi anche quella
che si limiti a indicare la soluzione più idonea a realizzare l’adeguatezza della pena

Contaldo, n. 245929).
Tenuto conto di questo parametro ermeneutico, nel caso di specie, non può
ritenersi che la Corte territoriale sia incorsa in arbitrarietà o illogicità motivazionali, tali
da giustificare la rivalutazione del giudizio formulato nei confronti del Misso Giuseppe,
di cui si valutava congruamente il contributo processuale, soffermandosi
analiticamente sulle ragioni della sua collaborazione e sulle sue dichiarazioni. Non può,
quindi, ritenersi che, considerato il percorso argomentativo seguito, i giudici di merito
abbiano compiuto una valutazione illogica o arbitraria del narrato collaborativo del
Misso stesso.
Nel caso in esame, con un giudizio immune da censure, la Corte territoriale
riteneva di determinare la pena nei margini indicati, distinguendo la posizione del
medesimo Misso anche da quella degli altri collaboratori, alla luce della “tardività” della
sua scelta collaborativa, intervenuta dopo la condanna di primo grado. Congrua
risulta, pertanto, la scelta del giudice di merito di riconoscere al medesimo Misso
l’attenuante dell’art. 8 del d.l. n. 152 del 1991, ma di negarne l’applicazione nella sua
massima estensione. In particolare, soffermandosi su tale questione (anche al fl. 25
della sentenza impugnata) il giudice di appello riteneva di adeguare la sanzione finale
a una personalità che, pur recuperata dai contributi di conoscenza forniti dall’autorità
giudiziaria, non si sarebbe potuta tenere discosta, nella determinazione del
trattamento sanzionatorio, dalla gravità del delitto alla luce della sua scaturigine e
delle modalità commissive.
Tali considerazioni rendono evidente che i giudici di merito hanno compiuto un
giudizio congruo ed esente da discrasie motivazionali sulla posizione dichiarativa del
Misso stesso, concedendogli l’attenuante speciale invocata nei termini processuali che
si sono considerati.
Queste ragioni impongono di ritenere inammissibile il ricorso presentato
nell’interesse dell’imputato.

3. Alla luce di quanto premesso i ricorsi devono essere dichiarati inammissibili.
Segue la condanna di entrambi i ricorrenti al pagamento delle spese processuali e
della somma di euro duemila ciascuno alla cassa delle ammende.
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irrogata in concreto (cfr. Sez. un., n. 1073 del 25/02/2010, dep. 18/03/2010,

P.Q.M.
Dichiara inammissibili i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese
processuali e ciascuno della somma di euro duemila in favore della cassa delle
ammende.
Così deciso in Roma, il 24 ottobre 2017
Il Presidente

Il consigliere estensore

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