Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 15835 del 24/10/2017


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Penale Sent. Sez. 1 Num. 15835 Anno 2018
Presidente: TARDIO ANGELA
Relatore: CAIRO ANTONIO

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
ABDIFITAH MOHAMED ISA nato il 18/02/1985 a MOGADISCIO ( SOMALIA)

avverso la sentenza del 22/03/2016 della CORTE APPELLO di NAPOLI
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal Consigliere ANTONIO CAIRO
Udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore MASSIMO GALLI

che ha conctuscrrier
Il P.G. conclude chiedendo il rigetto del ricorso.
Udito il difensore /

Data Udienza: 24/10/2017

RITENUTO IN FATTO
3/2016 la Corte d’appello di Napoli in parziale riforma della

1. Con sentenza in data

sentenza emessa dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Napoli il 16
ottobre 2015, appellata dall’imputato e dal P.G., rideterminava la pena nei confronti di
Mohanned Isa Abdifitah in quella di anni tre, mesi quattro di reclusione ed euro
diecimila di multa. Riteneva l’imputato colpevole del delitto di cui all’art. 12 d. Igs.

Ahmed NUr, minore d’età, nel territorio nazionale a fronte di un corrispettivo di 900
dollari (di cui

500 già corrisposti e il residuo da versare

al momento del

raggiungimento della destinazione).
Aveva in particolare l’imputato offerto alloggio al cittadino extracomunitario in Padova
nei pressi della stazione e lo aveva accompagnato da quella località a Venezia,
acquistando il biglietto per l’ulteriore destinazione di Vienna. Condotta,

medio

tempore, interrotta a Venezia per l’arresto il 16/5/2015.
2. Ricorre per cassazione Mohamed Isa Abdifitah e deduce le seguenti ragioni di
doglianza, che sono enunciate ai sensi dell’art. 173 disp. att. cod. proc. pen., nei limiti
strettamente necessari per la motivazione.
2.1. Con il primo motivo di ricorso lamenta la mancata traduzione in lingua nota
all’imputato della sentenza di primo grado e dell’atto di impugnazione del P.G.,oltre che
della sentenza di secondo grado nonché del decreto di citazione a giudizio innanzi la
Corte d’appello. L’imputato era un cittadino straniero somalo e non aveva conoscenza
della lingua italiana tanto che gli atti relativi alla stessa convalida si erano svolti con
l’assistenza di un interprete. Nella specie vi era stata una violazione dell’art. 143,
comma 2, cod. proc. pen.
2.2. Con il secondo motivo si lamenta la mancata motivazione sulle ragioni per le quali
era stato riformato

in peius

il trattamento sanzionatorio, in accoglimento

dell’impugnazione del P.G. 0, Nonostante l’impugnazione sull’impiego di mezzi
internazionali di trasporto (aggravante o titolo autonomo di reato), la Corte aveva
omesso ogni motivazione ed era giunta a rideterminare in peius il trattamento sulla
pena.
2.3. Con il terzo motivo si contesta l’omessa motivazione sulla richiesta di applicazione
dell’attenuante di cui all’art. 114 cod. pen.
2.4. Con il quanto motivo si duole il ricorrente dell’erronea applicazione dell’art 62 bis
cod. pen.; la motivazione risultava incongrua, palesemente illegittima e la negazione

286/1998 per aver compiuto atti diretti a procurare l’ingresso del cittadino somalo

v.

delle indicate attenuanti era avvenuta pur avendo in parte l’imputato ammesso la
condotta a suo carico.
OSSERVA IN DIRITTO
Il ricorso è infondato e va respinto.
1. Il primo motivo è inammissibile.
1.1. Lamenta il ricorrente, si è anticipato, la mancata traduzione in lingua nota

della sentenza di secondo grado nonché del decreto di citazione a giudizio innanzi la
Corte d’appello e dell’atto di impugnazione del Procuratore generale, avverso la
decisione di primo grado.
Nella specie, si assume la violazione dell’art. 143 comma 2, cod. proc. pen.
Contrariamente a quanto dedotto deve osservarsi che la sentenza di secondo grado
risulta essere stata tradotta e notificata il 21/6/2016 e, pertanto, non vi è in parte qua e
per l’atto processuale testé richiamato alcuna lesione dei diritti di difesa, né la dedotta
violazione dell’art. 143 cod. proc. pen.
Quanto alla omessa traduzione della decisione di primo grado deve ribadirsi
l’orientamento di questa Corte secondo cui, là dove sia stato esercitato il diritto di
impugnazione da parte del difensore, l’omessa traduzione delle sentenza non integra la
nullità di cui all’art. 178, comma 1, lett. c) cod. proc. pen., nei casi in cui non siano
stati allegati elementi concreti in ordine al pregiudizio specificamente patito per effetto
della mancata traduzione (Sez 3, n. 22261, 971/2016, deo. 9/5/2017, Zaroual e
altro, Rv. 269982; Sez. 6, n. 22814 del 10/5/2016, Pannatier, Rv. 267941). Nella
specie, pur a fronte della indicata impugnazione, si lamenta la dedotta nullità,
senza, tuttavia, indicare in che misura la traduzione della sentenza avrebbe permesso
l’esplicitarsi del diritto di difesa e di impugnazione in termini diversi da quelli posti in
essere e senza specificare, soprattutto, quale pregiudizio in concreto sia stato
effettivamente inferto alla sfera del ricorrente.
1.2. Anche la doglianza relativa alla mancata traduzione dell’atto di impugnazione del
Procuratore generale avverso la sentenza di primo grado è infondata.
Gli atti di cui è obbligatoria la traduzione sono tassativamente indicati dall’art. 143,
cod. proc. pen. L’elencazione non comprende l’eventuale atto di
,
impugnazione del Procuratore generale avverso la decisione di primo grado. D’altro

comma 2

canto, la ratio di impostazione siffatta sta nella considerazione ovvia che dall’esercizio
dell’impugnazione, nella specie, trae scaturigine il giudizio di secondo grado, con
delimitazione del suo oggetto, ambito nel quale sono pienamente assicurati la
partecipazione e il diritto di difesa dell’imputato anche attraverso la nomina
dell’interprete. Del resto, l’art. 143 comma 3, cod. proc. pen. riconosce al giudice la

all’imputato della sentenza di primo grado e dell’atto di impugnazione del P.G., oltre che

facoltà di disporre la traduzione di atti diversi da quelli indicati, là dove essi abbiano
funzione servente all’esercizio dei diritti di difesa. Ciò può avvenire anche su richiesta
della parte. Si intende come nella dinamica processuale l’esercizio di potestà informate
alla regola di collaborazione e di leale cooperazione determina -là dove il giudice (non
avendo obbligo) abbia inteso non disporre traduzioni integrative- un onere della parte
di richiedere la traduzione di atti ulteriori. In difetto non residuano margini per
contestare l’omessa traduzione dolendosene attraverso l’impugnazione e lamentando

1.3. Infine la questione ulteriore dedotta con il motivo di ricorso e relativa alla mancata
o
u1.231.
traduzion
ronti dell’imputato ris Ita effettuata per la prima volta con il ricorso
per cassazione e non è stata dedotta innanzi la Corte d’appello competente. Si tratta
di un tema pertanto precluso che non è suscettibile di essere proposto per la prima
volta in questa sede di legittimità. Questa Corte ha avuto modo di osservare ctre

(Sez. 6, n. 44421 del 22/10/2015, Annoha Kofi, Rv. 265026) che la nullità derivante
dall’omessa traduzione del decreto di citazione a giudizio per l’imputato alloglotta che
non comprenda l’italiano è di ordine generale a regime intermedio e deve, pertanto,
ritenersi sanata qualora non sia tempestivamente eccepita. (Nella fattispecie, la
mancata traduzione del decreto di citazione in appello era stata tardivamente dedotta
con il ricorso in cassazione, anziché nel giudizio di appello) (nello stesso senso già: Sez.
4, n. 14174 del 28/10/2005, Kajtazi, Rv. 233948). Pertanto,t inammissibile perché
tardiva la doglianza oggi mossa dal ricorrente, non proposta durante il giudizio di
appello.
2. Va respinta la doglianza sviluppata nel secondo motivo di ricorso. A parte la sua
intrinseca genericità, il ricorrente si duole della mancanza di motivazione sulla decisione
della Corte d’appello che, in accoglimento del ricorso del Procuratore generale, avrebbe
appunto riformato in peius la pena inflitta quantificandola in anni cinque. Tuttavia,
deve osservarsi che la pena inflitta è pari al minimo edittale, soglia al di sotto della
quale non sarebbe stato possibile scendere in ragione della contestazione ritenuta (che
comprendeva e riteneva esistente l’impiego del mezzo di trasporto internazionale).
Questa Corte ha avuto modo di chiarire (Sez. 2, n. 28852 del 08/05/2013, Taurasi e
altro, Rv. 256464) che nel caso in cui venga irrogata una pena prossima al minimo
edittale, l’obbligo di motivazione del giudice si attenua, talché è sufficiente il richiamo al
criterio di adeguatezza della pena, nel quale sono impliciti gli elementi di cui all’art. 133
cod. pen.. (in senso non diverso:

Sez. 4, n. 46412 del 05/11/2015, Rv. 265283;

Sez. 2, n. 36104 del 27/04/2017, Rv. 271243).
3. Vanno egualmente respinti il terzo e il quarto motivo di ricorso.
Contrariamente a quanto dedotto sulla erronea applicazione dell’art. 114 cod. pen., la
Corte d’appello ha offerto adeguata motivazione, immune dai vizi censurati. Ha
ritenuto che l’imputato non fosse estraneo all’attività di occultamento di clandestini in
4

nullità non previste dal sistema ed estranee alla regola di tassatività.

attesa dell’ulteriore destinazione e che cooperasse a tutta l’attività illecita finalizzata a
favorire l’ingresso degli stranieri nel territorio dello Stato. Alcun elemento permetteva di
attribuirgli un ruolo trascurabile e tale da ricondurre il suo contributo alla norma
anzidetta. Anche le parziali ammissioni non consentivano di riconoscere le circostanze
attenuanti generiche invocate, trattandosi di caute ammissioni finalizzate in maniera
strumentale a un più mite trattamento sanzionatorio. In questa logica, del resto, è
stata anche esclusa l’applicazione della circostanza attenuante della cd collaborazione.
Si tratta di valutazioni che attengono al puro merito sanzionatorio, che involgono

punto, piuttosto, si tende ad una diversa e alternativa quantificazione della pena
attraverso una valutazione distinta del nucleo di lesività del fatto che non compete al
giudice di legittimità a fronte di una motivazione che risulta immune dalle censure
mosse.
Il ricorso va respinto. Segue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese
processuali.
P.Q.M.
Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
Così deciso in Roma, il 24 ottobre 2017
Il consigliere estensore

Il Presidente

verifiche di fatto e che spettano al giudice territoriale. Con il motivo di ricorso, sul

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