Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 15753 del 28/03/2018


Clicca qui per richiedere la rimozione dei dati personali dalla sentenza

Penale Sent. Sez. 6 Num. 15753 Anno 2018
Presidente: PETRUZZELLIS ANNA
Relatore: D’ARCANGELO FABRIZIO

SENTENZA

sul ricorso proposto da
Pisano Giuseppe, nato a Polistena il 01/04/1973

avverso la ordinanza del 27/11/2017 del Tribunale di Reggio Calabria

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Fabrizio D’Arcangelo;
udite le richieste del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore
generale Gianluigi Pratola, che ha concluso chiedendo la declaratoria di
inammissibilità del ricorso;

RITENUTO IN FATTO

1. Con l’ordinanza impugnata il Tribunale di Reggio Calabria ha rigettato la
domanda di riesame ed ha confermato l’ordinanza applicativa della custodia
cautelare in carcere emessa dal Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale
di Reggio Calabria in data 26 ottobre 2017 nei confronti di Giuseppe Pisano,

Data Udienza: 28/03/2018

gravemente indiziato dei delitti di partecipazione ad associazione di tipo mafioso
(capo a) e di estorsione aggravata (capo d).

2. Secondo l’ipotesi accusatoria, il Pisano sarebbe stato partecipe della
cosca dei Piromalli, egemone in Gioia Tauro, ed, in qualità di socio unico della
D.g.p. di Pisano Giuseppe, che svolgeva lavori di riparazione del
Termovalorizzatore di Gioia Tauro, avrebbe svolto il ruolo di longa manus di
Gioacchino Piromalli, avvalendosi del metodo mafioso nel controllo dell’impianto
di smaltimento dei rifiuti di Gioia Tauro; in particolare l’indagato avrebbe attuato

le direttive impartite dal predetto Piromalli, decidendo delle maestranze da
assumere e delle imprese fornitrici esterne da accreditare, riscuotendo in tale
qualità e consegnando direttamente a Gioacchino Piromalli le tangenti (la c.d.
“tassa per l’ambiente”) pagate dalle società che si erano avvicendate nella
gestione del Termovalorizzatore.
In tale contesto, inoltre, Giuseppe Pisano, in concorso con Rocco La Valle,
Giuseppe Comisso, Gioacchino Piromalli, Giuseppe Luppino e Domenico Pisano,
avvalendosi della forza di intimidazione derivante dall’appartenenza di alcuni dei
concorrenti a cosche di ‘ndrangheta, avrebbe, in plurime occasioni, richiesto ed
ottenuto, mediante l’utilizzo di violenza e di minaccia, il pagamento della c.d.
tassa per l’ambiente, passando alla vie di fatto in caso di ritardato o inesatta
corresponsione della tangente, in Siderno e Gioia Tauro, dall’anno 2004 sino al
2013.

3. L’avv. Vincenzo Belvedere e l’avv. Anselmo Scappatura, difensore del
Pisano, ricorrono avverso tale ordinanza e ne chiedono l’annullamento,
deducendo due motivi e, segnatamente:

la violazione di legge ed il vizio di motivazione in relazione alla ritenuta

sussistenza della gravità indiziaria con riferimento ai delitti di cui ai capi a) e d)
della rubrica;

la violazione di legge ed il vizio di motivazione in ordine alla ritenuta

sussistenza delle esigenze cautelari di cui all’art. 274, comma 1, lett. a) e c),
cod. proc. pen., anche in relazione all’avvenuto superamento della presunzione
relativa di adeguatezza posta dall’art. 275, comma 3, cod. proc. pen. per il
delitto di cui all’art. 416-bis cod. pen.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il ricorso deve essere accolto nei limiti che di seguito si precisano.

2

.)>

2. Con il primo, articolato, motivo il ricorrente censura la violazione di
legge ed il vizio di motivazione in relazione alla ritenuta sussistenza della gravità
indiziaria con riferimento ai delitti di cui ai capi a) e d) della imputazione
cautelare.
La ordinanza impugnata era, infatti, manifestamente illogica in quanto
sorretta, nei suoi punti essenziali, da argomentazioni erronee, che, peraltro,
attribuivano promiscuamente ai tre fratelli Pisano le condotte criminose
contestate. Erronea era, peraltro, l’affermazione di un lontano legame di

I tre collaboratori di giustizia Salvatore Aiello, Antonio Russo e Pietro
Mesiani Mazzacuva, inoltre, non conoscevano, né avevano riconosciuto in
fotografia Giuseppe Pisano ed avevano riferito agli inquirenti circostanze apprese

de relato, confondendo ruoli, età ed identità dei tre fratelli Pisano, chiamati in
reità indiscriminatamente.
I dichiaranti, inoltre, non erano riusciti a riferire di frequentazioni del
ricorrente con Gioacchino Piromani, del quale Giuseppe Pisano, secondo l’ipotesi
di accusa, sarebbe stata la longa manus e di cui avrebbe attuato le direttive; né
erano stati documentati dagli inquirenti incontri, pubblici o privati, o captate
conversazioni che avvalorassero contatti tra il Pisano ed il Piromalli.
Tali dichiarazioni accusatorie erano,

inoltre, generiche,

prive di

connotazioni individualizzanti e fondate su voci correnti nel pubblico.
Il dipendente di Termomeccanica Romolo Orlandini, inoltre, parte lesa del
delitto di estorsione contestato al capo d), non aveva riferito di alcuna condotta
sospetta da parte di Giuseppe Pisano.
Il chiaro tenore delle intercettazioni telefoniche, inoltre, era indicativo della
estraneità del Pisano a sodalizi criminosi, in quanto se il ricorrente fosse stato,
come ipotizzato dall’accusa, la

longa manus

di colui che controllava il

termovalorizzatore, sarebbe riuscito ad ottenere il pagamento del corrispettivo
per i lavori eseguiti.
Coco Ilenia, Ispettore della Polizia di Stato e fidanzata del ricorrente, da
ultimo, aveva effettuato due accessi alla banca dati SDI per controllare il
nominativo di Eugenio Garuscio non già per mettere questo in cattiva luce nei
confronti del compagno Giuseppe Pisano o per prevenire le mosse degli
investigatori, ma solo per verificare che fosse lontano da ambienti criminali ed,
in tale occasione, aveva commentato che era come il ricorrente, una persona
“proprio pulita”.

3

parentela tra il Pisano e Gioacchino Piromalli.

3. Tale motivo di ricorso deve, tuttavia, essere dichiarato inammissibile in
quanto proposto per motivi diversi da quelli consentiti dall’art. 616 cod. proc.
pen.
Le censure articolate si risolvono, infatti, in una confutazione degli elementi
probatori posti a fondamento della ordinanza impugnata, mediante la
formulazione di ipotesi ricostruttive alternative, unitamente alla sollecitazione
alla Corte di legittimità a porre in essere una disamina diretta degli atti
copiosamente allegati al ricorso.

fatto posti a fondamento della decisione impugnata e l’autonoma adozione di
nuovi e diversi parametri di ricostruzione e valutazione dei fatti, indicati dal
ricorrente come maggiormente plausibili o dotati di una migliore capacità
esplicativa rispetto a quelli adottati dal giudice del merito (ex multis: Sez. 6, n.
47204, del 7/10/2015, Musso, Rv. 265482).
La ordinanza coercitiva, in punto di gravità indiziaria, non è, peraltro,
fondata esclusivamente sul prospettato vincolo di parentela, bensì sulle
dichiarazioni concordi di plurimi pentiti (Salvatore Aiello, Antonio Russo e Pietro
Mesiani Mazzacuva), sulle dichiarazioni della parte lesa Romolo Orlandini e su
intercettazioni telefoniche che attestano le continue ingerenze del Pisano nella
gestione del Termovalorizzatore, ad onta del proprio ruolo formale di mero
esecutore di lavori di manutenzione.
L’apprezzamento sinergico di tali risultanze probatorie, si sottrae, pertanto,
alle censure del ricorrente in quanto non rivela né contraddittorietà, né
manifeste illogicità ed esigerebbe, per essere scalfito, una rilettura alternativa
del compendio probatorio sotteso a ciascun episodio, che, tuttavia, esula
dall’ambito cognitorio proprio del sindacato di legittimità.

4. Con il secondo motivo il ricorrente censura la violazione di legge ed il
vizio di motivazione in ordine alle ritenuta sussistenza delle esigenze cautelari di
cui all’art. 274, comma 1, lett. a) e c), cod. proc. pen. anche per il positivo
superamento della presunzione relativa di adeguatezza di cui all’art. 275, comma
3, cod. proc. pen.
La motivazione in ordine al pericolo di inquinamento probatorio era, infatti,
meramente ipotetica, in quanto fondata su una mera possibilità, priva dei
caratteri della concretezza e della attualità.
In data 11 marzo 2013 il Pisano era, peraltro, fortuitamente venuto a
conoscenza delle indagini che lo riguardavano, avendo ricevuto un fax inviato per
errore alla sua azienda, dal quale emergeva la pendenza di investigazioni a suo

4

Sono, tuttavia, precluse al giudice di legittimità la rilettura degli elementi di

carico, e pur tuttavia non aveva posto in essere alcun tentativo di inquinamento
delle indagini, né lo stesso era risultato dalle intercettazioni telefoniche disposte.
La sussistenza del pericolo di recidiva, motivato sulla scelta di vita
criminale operata dal Pisano, ritenuta dal Tribunale del riesame difficilmente
reversibile, obliterava, tuttavia, l’allontanamento dai luoghi di origine posto in
essere dal ricorrente ed il trasferimento in Toscana dal 2013, in seguito
all’attentato subito nel dicembre del medesimo anno, quando erano stati esplosi
plurimi colpi di kalashnikov al suo indirizzo, ed il lungo tempo decorso dai fatti

L’allontanamento dai luoghi di provenienza, in tale contesto, era
univocamente dimostrativo della chiara volontà di recidere i rapporti con il
contesto ambientale di origine e nessun tentativo di infiltrazione in nuovi territori
poteva, al contempo, essere sospettato.
Nessuna contestazione era, peraltro, stata elevata nei confronti del Pisano
per le condotte poste in essere nel periodo successivo a indicato nella
imputazione cautelare, pur a fronte di accurate e capillari indagini e ad un
monitoraggio delle proprie utenze telefoniche durato ininterrottamente per
quattro anni.

5. Il motivo si rivela fondato e, pertanto, deve essere accolto.
La motivazione della ordinanza impugnata relativa alle esigenze cautelari si
rivela, invero, apodittica quanto al pericolo di inquinamento probatorio.
Il Tribunale del riesame di Reggio Calabria nella ordinanza impugnata ha,
infatti, rilevato come Giuseppe Pisano “potrebbe decidere di far leva sulla forza di
intimidazione promanante da tutti gli affiliati incidendo sulla acquisizione e
genuinità della prova”, attestandosi, tuttavia, sulla prospettazione di una mera
possibilità, priva, per quanto espresso in motivazione, dei caratteri della
concretezza e della attualità, in quanto irrelata da specifiche e concrete
risultanze probatorie.
Secondo una consolidata interpretazione della giurisprudenza di legittimità,
dalla quale non vi è ragione per discostarsi, tuttavia, il pericolo per l’acquisizione
o la genuinità della prova, richiesto dall’art. 274, lett. a), cod. proc. pen., deve
essere concreto e va identificato in tutte quelle situazioni dalle quali sia possibile
desumere, secondo la regola dell’id quod plerumque accidit, che l’indagato possa
realmente turbare il processo formativo della prova, ostacolandone la ricerca o
inquinando le relative fonti (Sez. 6, n. 1460 del 19/04/1995, Papa, Rv. 202984).
Per evitare che il requisito richiesto del “concreto pericolo” perda, infatti, il
suo significato e si trasformi in semplice clausola di stile, è, pertanto, necessario,
che il giudice indichi, con riferimento all’indagato, le specifiche circostanze di

5

(contestati come commessi sino ai primi mesi del 2013).

fatto dalle quali esso è desunto e fornisca sul punto adeguata e logica
motivazione (Sez. 6, n. 1460 del 19/04/1995, Papa, Rv. 202984; Sez. I, n. 4153
del 13/10/1993, Iannaccone, Rv. 196913, che ulteriormente specifica come la
concretezza del pericolo implica non solo il richiamo ad una situazione effettiva,
e non semplicemente astratta, ma anche il doveroso riferimento ad una
situazione controllabile sulla base degli atti del procedimento).

6. Nella motivazione della ordinanza impugnata in punto di pericolo di

dell’ampio lasso di tempo decorso dalla commissione del fatto e
dell’allontanamento dell’indagato dal contesto ambientale nel quale è maturata la
condotta criminosa in ordine alla concretezza ed alla attualità delle esigenze
cautelari.
Il Tribunale del riesame ha, infatti, ritenuto entrambi tali elementi
subvalenti, essendosi limitato a rilevare, in adesione ad alcune pronunce della
giurisprudenza di legittimità (Sez. 2,. n. 26904 del 21/04/2017, Politi, Rv.
270626) come per le associazioni mafiose storiche o, comunque, caratterizzate
da particolare stabilità sia necessario dimostrare il recesso del sodale dalla
consorteria criminosa per superare la previsione di cui all’art. 275, comma 3,
cod. proc. pen., laddove per i sodalizi non riconducibili alla categorie delle
“mafie storiche”, per le quali possa rilevare anche la distanza temporale tra la
applicazione della misura ed i fatti contestati, nonché elementi che dimostrino la
instabilità o temporaneità del vincolo.
Ritiene il Collegio che, tuttavia, la interpretazione del Tribunale del riesame
crei una distinzione nel regime presuntivo delineato dall’art. 275, comma 3, cod.
proc. pen. ignota al testo normativo e surroghi la prova di un fatto di rilievo
individuale (il recesso del singolo associato) con una valutazione relativa alla
stabilità della associazione, peraltro inferita presuntivamente dalla sola risalenza
nel tempo del sodalizio criminale.
La ordinanza impugnata, inoltre, non considera di valutare l’evenienza,
dedotta dal ricorrente e riconosciuta ammissibile da plurime sentenze della
giurisprudenza di legittimità, di un irreversibile allontanamento dell’indagato dal
gruppo criminale anche in mancanza di rescissione dell’associazione

6. In tema di custodia cautelare in carcere applicata, ai sensi dell’art. 275,
comma

1-bis, cod. proc. pen., nei confronti dell’indagato per il delitto di

associazione di tipo mafioso, per il quale l’art. 275, comma terzo, cod. proc. pen.
pone, infatti, una presunzione relativa di sussistenza delle esigenze cautelari,
qualora intercorra un considerevole lasso di tempo tra l’emissione della misura e

6

recidiva, inoltre, risulta sostanzialmente pretermessa la verifica della incidenza

i fatti contestati in via provvisoria all’indagato, il giudice ha pur sempre l’obbligo
di motivare puntualmente, su impulso di parte o d’ufficio, in ordine alla rilevanza
del tempo trascorso, da valutare in relazione alla connotazione della consorteria
ed al ruolo rivestito dall’indagato, sull’esistenza e sull’attualità delle esigenze
cautelari, anche nel caso in cui non risulti una dissociazione espressa dal
sodalizio (Sez. 6, n. 25517 del 11/05/2017, Fazio, Rv. 270342, in una fattispecie
relativa a contestazione dell’associazione “in forma chiusa”, risalente a circa
sette anni prima).

legge 16 aprile 2015, n. 47 e di una esegesi costituzionalmente orientata della
stessa presunzione, segnatamente ove si tratti di un rilevante arco temporale
non segnato da condotte dell’indagato sintomatiche di perdurante pericolosità,
può, infatti, rientrare tra gli “elementi dai quali risulti che non sussistono
esigenze cautelari”, cui si riferisce lo stesso art. 275, comma 3, cod. proc. pen.
(ex plurimis: Sez. 6, n. 29807 del 04/05/2017, Nocerino, Rv. 270738).

7. Parimenti il Tribunale del riesame di Reggio Calabria ha pretermesso la
disamina della rilevanza, in ordine alla permanenza o meno delle predette
esigenze cautelari, dell’allontanamento del ricorrente dal proprio contesto
ambientale di origine, deliberata, peraltro, per effetto di un grave attentato alla
vita subito dal Pisano, certamente maturato in un contesto di criminalità
organizzata.
In tema di custodia cautelare in carcere applicata nei confronti
dell’indagato del delitto di associazione di tipo mafioso, la presunzione di
pericolosità sociale, di carattere relativo, di cui al combinato disposto degli artt.
275, comma terzo, cod. proc. pen. e 416-bis, cod. pen., può, infatti, essere
superata anche quando dagli elementi a disposizione del giudice emerga una
situazione che, pur in mancanza di una rescissione del vincolo associativo,
dimostri – in modo obiettivo e concreto – l’effettivo e irreversibile allontanamento
dell’indagato dal gruppo criminale e la conseguente mancanza delle esigenze
cautelari (Sez. 6, n. 23012 del 20/04/2016, Notarianni, Rv. 267159, in
applicazione del principio, la S.C. ha ritenuto immune da censure la decisione di
merito che aveva desunto il definitivo allontanamento dal sodalizio, e la
conseguente insussistenza di esigenze cautelari, dall’attività di narcotraffico
svolta dall’indagato in autonomia dalla cosca, dalla assenza di prove di suoi
contatti con associati diversi dal soggetto posto in posizione apicale, nonché
dall’avvio di una collaborazione con la giustizia da parte di quest’ultimo e di altri
aderenti al sodalizio).

7

Il tempo trascorso dai fatti contestati, alla luce della riforma di cui alla

La presunzione di sussistenza delle esigenze cautelari, del resto, può
stimarsi superata allorquando siano acquisiti elementi tali da dimostrare in
concreto un consistente ed effettivo allontanamento del soggetto rispetto
all’associazione (Sez. 5, n. 47401 del 14/09/2017, Iannazzo, Rv. 271855; Sez.
2, n. 19283, Cocciolo, Rv. 270062; Sez. 6, n. 32412 del 27/06/2013, Cosentino,
Rv. 255751; Sez. 6, n. 9748 del 29/01/2014, Ragosta, Rv. 258809), come nel
caso del soggetto che dimostri di essersi allontanato da anni dal territorio
sottoposto all’egemonia del gruppo criminale (sia d’origine, sia delle sue

ancora, al soggetto che abbia avviato un percorso di collaborazione serio e così
rilevante da farsi “terra bruciata” attorno, di tal che un suo rientro
nell’organizzazione si appalesi irrealizzabile.
8. Alla stregua di tali rilievi il ricorso deve essere accolto limitatamente alle
esigenze cautelari e deve essere disposto il rinvio per nuovo esame al Tribunale
di Reggio Calabria – Sezione del Riesame- perché proceda a colmare, nella piena
autonomia dei relativi apprezzamenti di merito, le indicate lacune della
motivazione della ordinanza impugnata.

P.Q.M.

Annulla la ordinanza impugnata, limitatamente alle esigenze cautelari, e
rinvia per nuovo giudizio sul punto ad altra sezione del Tribunale di Reggio
Calabria – Sezione del Riesame-. Manda alla cancelleria per gli adempimenti di
cui all’art. 94, comma 1-ter, disp. att. cod. proc. pen.
Così deciso il 28/06/2017.

propaggini al nord o all’estero) e di avere ormai radicalmente “cambiato vita” o,

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA