Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 15751 del 20/02/2015


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Penale Sent. Sez. 4 Num. 15751 Anno 2015
Presidente: BRUSCO CARLO GIUSEPPE
Relatore: PICCIALLI PATRIZIA

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
TERRACCIANO GIACOMO N. IL 03/06/1952
avverso l’ordinanza n. 94/2002 CORTE APPELLO di ROMA, del
10/12/2013
sentita la celazione fatta dal Consigliere Dott. PATRIZIA ICCIALLI;
lette/se te le conclusioni del PG Dott.
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Uditi difensor Avv.;

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Data Udienza: 20/02/2015

Ritenuto in fatto

TERRACCIANO Giacomo, a mezzo del difensore, ricorre avverso l’ordinanza di cui in
epigrafe che ha rigettato la sua richiesta di riparazione per ingiusta detenzione subita
nell’ambito di un procedimento connesso al sequestro Soffiantini in cui, contestatogli il
reato di favoreggiamento, era stato poi assolto .

ostativa al riconoscimento dell’indennizzo, in quanto postasi in rapporto di causa-effetto
con l’adozione del provvedimento cautelare, nella connivenza passiva tenuta dal
Terracciano rispetto al progetto criminoso di un coimputato, la conoscenza del quale non
poteva essere posta in discussione essendo stati entrambi detenuti nel carcere di Prato.
In particolare il Terracciano era accusato di avere ottenuto per conto di Farina Giovanni,
ossia uno dei componenti della banda che pose in essere il sequestro a scopo di
estorsione dell’imprenditore Soffiantini Giuseppe, alcune fotografie estrapolate da una
videoripresa fornita da tale Barrali Salvatore ad un fotografo, utilizzate per confezionare
falsi documenti di identità in favore del detto Farina.

Con un unico motivo prospetta la carenza di motivazione del diniego e la violazione
dell’art. 314 c.p.p., sostenendo che il giudice della riparazione aveva posto a fondamento
del concetto di connivenza la codetenzione con il Farina nell’ambito della casa
circondariale di Prato, valorizzando delle dichiarazioni rese dal Barrali circa l’incarico
ricevuto dal Terracciano per acquisire le fotografie del Farina, ritenute poco credibili dai
giudici di merito, che avevano assolto l’istante.

Sotto altro profilo si lamenta la violazione dell’art. 314 c.p.p.sul rilievo che la Corte
distrettuale aveva individuato un ulteriore profilo di colpa grave nel silenzio serbato dal
Terracciano in sede di interrogatorio senza spiegare in che modo tale silenzio avesse
inciso causalmente sul protrarsi della sua detenzione.

Considerato in diritto

Il ricorso è fondato, a fronte di una decisione carente sotto il profilo della motivazione.

La Corte di merito ha ravvisato la colpa grave del Terracciano, ostativa al riconoscimento
dell’equo indennizzo, nella sua conoscenza con il Farina- per essere stati detenuti insieme a
Prato- e per il fatto che tale Barrali- il quale aveva procurato al primo, latitante, le foto per

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Il giudice della riparazione ha individuato ex art. 314, comma 1, c.p.p. la colpa grave

falsi documenti- aveva dichiarato di aver ricevuto mandato per tale attività illecita dal
Terraccia no.

Tali elementi di fatto sonono stati ritenuti dal giudice della riparazione indicativi di una
condotta di connivenza dell’istante con il predetto Farina, non escluso dalla sentenza di
assoluzione, fondata sulla sussistenza del dubbio in merito ad un’eventuale iniziativa
autonoma del Barrali nel procurarsi le fotografie del Farina rispetto alla versione sostenuta
dal primo di aver ricevuto mandato in tal senso dal Terracciano, ritenuta poco credibile dai

Tale affermazione non è condivisibile.

Come già evidenziato da questa Corte ( v. da ultimo Sez. IV 17 novembre 2011,
Cantarella, rv. 252725 e la giurisprudenza in essa richiamata) alla connivenza è stata
riconosciuta valenza quale condotta ostativa al riconoscimento della riparazione in tre casi:
a) nell’ipotesi in cui l’atteggiamento di connivenza sia indice del venir meno di elementari
doveri di solidarietà sociale per impedire il verificarsi di gravi danni alle persone o alle
cose;
b) nel caso in cui si concreti non già in un mero comportamento passivo dell’agente
riguardo alla consumazione di un reato, ma nel tollerare che tale reato sia consumato,
sempreché l’agente sia in grado di impedire la consumazione o la prosecuzione
dell’attività criminosa in ragione della sua posizione di garanzia;
c) nell’ipotesi in cui la connivenza passiva risulti aver oggettivamente rafforzato la volontà
criminosa dell’agente, sebbene il connivente non intenda perseguire questo effetto; in tal
caso è necessaria la prova positiva che il connivente fosse a conoscenza dell’attività
criminosa dell’agente medesimo.

In sostanza, un atteggiamento di connivenza può, in astratto, integrare la colpa grave
purché, nella situazione in concreto accertata, ci si trovi in presenza di determinati
presupposti, sopra indicati. Infatti, se è vero che la mera presenza passiva non è idonea
ai sensi dell’art. 110 c.p. ad integrare il concorso nel reato, a meno che non valga a
rafforzare il proposito dell’agente di commetterlo, analogamente deve dirsi per il giudizio
di riparazione, laddove la condotta connivente idonea ad inibire la riparazione, per essere
qualificata gravemente colposa, deve essere ancorata alla preventiva conoscenza delle
attività criminose che si stanno per compiere in presenza del connivente.

Nel caso oggetto di giudizio, invece, non si evince in alcun modo, dalla motivazione del
provvedimento gravato, né una condotta colposa riconducibile direttamente al

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giudici di merito.

Terracciano né che lo stesso fosse a conoscenza dell’attività illecita posta in essere dal
Farina e dal Barrali, ne’ che tale attività sia stata dallo stesso ignorata per colpa.

Sul punto va anzi sottolineato che la sentenza di assoluzione valorizza proprio il contrasto
esistente tra le dichiarazioni rese dal Barrali e tale Fiscella che non aveva consentito di
verificare il reale svolgimento dei fatti.

Se è vero che la valutazione del giudice di merito sull’esistenza delle caratteristiche che

di legittimità ove sia stato dato congruo conto, in modo non illogico, delle ragioni poste a
fondamento della descritta efficacia della condotta passiva, è anche vero che nel caso
specifico ciò non è avvenuto essendosi i giudici di merito limitati ad affermare la mera
corrispondenza tra un’asserita connivenza e la colpa grave.

Anche il secondo profilo di censura è fondato, laddove il giudice della riparazione
valorizza, ai fini dell’individuazione della colpa grave in relazione al mantenimento della
misura cautelare, il silenzio serbato dal Terracciano durante l’interrogatorio di garanzia.

Sul punto, è nota la giurisprudenza consolidata di questa Corte secondo la quale, pur nel
rispetto del diritto di difesa e delle opzioni attuative dello stesso, vi è comunque un
onere di rappresentazione ed allegazione da parte dell’indagato, al fine di porre l’organo
inquirente nelle condizioni di valutare quelle prospettazioni ed allegazioni, di comporle
nell’unitario quadro investigativo e indiziario, e di rilevare, eventualmente, l’errore in cui
si è incorsi nell’instaurazione dello stato detentivo.
In una tale prospettiva, poiché a quel momento solo l’indagato è in grado di
rappresentare utili e giustificativi elementi di valutazione, nell’ipotesi in cui questi ultimi
siano in grado di fornire una logica spiegazione, al fine di eliminare il valore indiziante di
elementi acquisiti nel corso delle indagini, non il silenzio o la reticenza, in quanto tali,
rilevano ma il mancato esercizio di una facoltà difensiva, quanto meno sul piano
dell’allegazione di fatti favorevoli, che se non può essere da solo posto a fondamento
dell’esistenza della colpa grave, vale però a far ritenere l’esistenza di un comportamento
omissivo causalmente efficiente nel permanere della misura cautelare, del quale può
tenersi conto nella valutazione globale della condotta, in presenza di altri elementi di
colpa (v., tra le altre, Sezione IV, 17 novembre 2011, Berdicchia, rv. 251928).
Nel caso di specie il giudice della riparazione non ha applicato correttamente i principi
sopra indicati, laddove ha evidenziato il profilo di colpa grave dell’istante sul mero
silenzio dallo stesso mantenuto in sede di interrogatorio di garanzia, senza spiegare in

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deve assumere la connivenza, per la rilevanza ai fini della riparazione, si sottrae al vaglio

che modo- in relazione a quelli che erano gli elementi a carico del ricorrente- tale
condotta aveva inciso causalmente sul protrarsi della sua detenzione.
Consegue alle considerazioni svolte l’annullamento con rinvio dell’ordinanza impugnata.
P.Q.M.
Annulla l’ordinanza impugnata con rinvio, per nuovo esame, alla Corte di Appello di
Roma.

Il Consigliere estensore

Il Presidente

Così deciso in data 20 febbraio 2015

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