Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 15739 del 28/02/2018


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Penale Sent. Sez. 6 Num. 15739 Anno 2018
Presidente: PETRUZZELLIS ANNA
Relatore: CAPOZZI ANGELO

SENTENZA
sui ricorsi proposti da:
DAJA ALFRED nato il 30/05/1965 a DURAZZO (ALBANIA)
KATRO ALFRED nato il 21/02/1966 a DURAZZO (ALBANIA)
PAJO KUJTIM nato il 25/05/1968 a DURAZZO (ALBANIA)
QEHAJAJ FAJZAL nato il 14/01/1966 a DURAZZO (ALBANIA)
KATRO ALBANA nato il 05/09/1972 a DURAZZO (ALBANIA)
VAQO ARTUR nato il 09/04/1974 a ORIKUM VLORE (ALBANIA)

avverso la sentenza del 08/11/2016 della CORTE APPELLO di BARI
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal Consigliere ANGELO CAPOZZI
Udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore SANTE SPINACI
che ha concluso per l’annullamento con rinvio limitatamente al trattamento
sanzionatorio per KATRO ALBANA e QEHAJAJ FAJZAL e per il rigetto di tutti gli
altri ricorsi.
Uditi i difensori:
L’avv. DI TERLIZZI Domenico, in difesa di DAJA Alfred, che ha insistito per
l’annullamento con rinvio della sentenza impugnata.
L’avv. ANECCHINO Annamaria, in difesa di KATRO Albana per la quale si è
associata alla richiesta del PG ed ha insistito per l’accoglimento dei motivi di
ricorso e quale sost. proc. dell’avv. PALMA Mauro in difesa di KATRO Alfred si è
riportato ai motivi di ricorso.
L’avv. FIORE Mariano, in difesa di QEHAJAJ Fajzal, che associandosi alla richiesta
del PG ha insistito per l’accoglimento dei motivi di ricorso ed ha chiesto
l’annullamento con rinvio della sentenza impugnata.

Data Udienza: 28/02/2018

L’avv. CLAUDIO Adele Maria, in difesa di VAQO Artur, che riportandosi ai motivi
di ricorso e ai motivi aggiunti, ha chiesto l’annullamento con rinvio per nullità
del decreto di latitanza.
L’avv. ARICO’ Giovanni, in difesa di DAJA Alfred, che ha insistito per
l’accoglimento dei motivi di ricorso e ha chiesto l’annullamento con rinvio della
sentenza impugnata.
L’avv. LERARIO Nicola, in difesa di PAJO KUJTIM, che ha insistito per

l’accoglimento del ricorso.

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RITENUTO IN FATTO

1. Con la sentenza in epigrafe la Corte di appello di Bari – a seguito
di gravame, tra gli altri, degli imputati Alfred DAJA, Albana KATRO,
Alfred KATRO, Kujtim PAJO, Fajzal QEHAJA3 e Artur VAQO avverso la
sentenza emessa in data 10.10.2006 dal locale Tribunale – in riforma

– Ha dichiarato non doversi procedere nei confronti di Alfred DAJA
in ordine al reato di cui al capo 69) perché estinto per intervenuta
prescrizione, rideterminando la pena inflitta in ordine alle residue
imputazioni ascrittegli [capo 1), escluse le aggravanti di cui all’art. 74
comma 1 e 3 d.P.R. n. 309/90; capo 6), in esso assorbito il reato di cui
al capo A),B) in quest’ultimo assorbito quello di cui al capo 31); capo
54), in esso assorbito quello di cui al capo 56); capo 58)];
– Ha dichiarato non doversi procedere nei confronti di Kujtim PAIO
in ordine ai reati di cui ai capi 7) e 69) perché estinti per intervenuta
prescrizione, rideterminando la pena inflitta per le residue imputazioni
ascrittegli [capo 1), escluse le aggravanti di cui all’art. 74 comma 1 e 3
d.P.R. n. 309/90; capo 6), in esso assorbito il capo A); capi B) e D);
capo 3), già contestato nel capo C); capi 19) e 22), escluse per
quest’ultimo le aggravanti contestate; 27), in quest’ultimo assorbito il
reato sub capo 32); capo 54), assorbito il capo 56); capo 58)];
– In relazione a Albana KATRO, riconosciuta la continuazione tra i
reati oggetto del presente giudizio con quelli di cui alla sentenza
definitiva emessa dalla Corte di appello di Bari il 24.2.2005, ha
rideterminato la pena inflitta all’imputata confermandone la
responsabilità in relazione ai reati di cui ai capi 17), 21) e 22), escluse
le circostanze aggravanti contestate;
– In relazione a Alfred KATRO, riconosciuta la continuazione tra i
reati di cui al presente giudizio [capo 1), escluse le aggravanti di cui
all’art. 74 comma 1 e 3 d.P.R. n. 309/90; 17) esclusa l’aggravante; capi
19) e 21), esclusa l’aggravante; capo 22), escluse le aggravanti; capi
23) e 27) in quest’ultimo assorbiti i capi 31) e 32), e capo 40)] e quelli
di cui alla sentenza definitiva emessa dalla Corte di appello di Bari il
24.2.2005, concesse le attenuanti generiche prevalenti alla contestata
aggravante, ha rideterminato la pena inflitta;
1

della decisione e con riferimento ai predetti imputati:

- In relazione a Fajzal QEHAJAJ, riconosciute le attenuanti
generiche prevalenti sull’aggravante contestata ha rideterminato la pena
inflitta in relazione ai reati di cui al capo 1), escluse le aggravanti di cui
all’art. 74 comma 1 e 3 d.P.R. n. 309/90; 5), F),27) e 54) in questo
assorbito quello di cui al capo 56).
2. Il processo, come si apprende dai Giudici di merito, ha ad oggetto
l’esistenza e l’operatività di una associazione finalizzata al compimento

prevalentemente tra l’Albania, da dove le sostanze provenivano, diretta
dal Artur VAQO, di stanza in Albania, e l’Italia con l’individuazione dei
correlativi fatti di importazione di detto stupefacente.
3. Avverso la sentenza hanno proposto ricorso per cassazione i
predetti imputati.
4. Nell’interesse di Alfred DAJA, con atto dei difensori, si deduce:
4.1. Violazione degli artt. 111 Cost. e 178 lett. c) cod. proc..i?en. e
vizio della motivazione in relazione al diritto di intervento e
partecipazione al processo dell’imputato. Come rappresentato in appello,
alla comunicazione difensiva all’udienza dibattimentale del 29.10.2002
avente ad oggetto l’impedimento a comparire dell’imputato perché
attinto da un provvedimento di espulsione, risulta errata la risposta data
dal Tribunale con ordinanza del 29.10.2002 che rigettava l’istanza di
rinvio della udienza in quanto l’imputato avrebbe dovuto richiedere alle
autorità competenti l’autorizzazione a rientrare nel territorio italiano per
motivi di giustizia. L’illegittimità del provvedimento di espulsione – in
quanto il DAJA era imputato per un reato associativo che non
legittimava l’intervento della autorità di Polizia – avrebbe dovuto
comportare la richiesta di revoca del provvedimento da parte dello
stesso Tribunale per rimuovere l’ostacolo alla celebrazione del giudizio o
il differimento dell’udienza per consentire la partecipazione
dell’imputato. Sulla censura la Corte non ha risposto alcunchè.
4.2. Violazione di legge (artt. 521 e 522 comma 2 cod. proc. pen.) e
vizio della motivazione in relazione alla dedotta doglianza secondo la
quale, in relazione alla ipotesi associativa di cui al capo 1), la sentenza
di primo grado aveva ritenuto un fatto-reato diverso da quello
contestato. A fronte di una contestazione

nnisgi ‘di luglio

1998Atutto il 28/12/1998, il primo giudice ha illegittimamente esteso la
sua operatività ad epoca precedente, valorizzando le dichiarazioni di
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di delitti concernenti il traffico internazionale di stupefacenti

Plaku Arian – arrestato nel giugno 1998 – e Tonzini Pietro – che ha
riferito di un viaggio in Perù collocabile nel novembre 2007. La Corte di
appello non ha risposto alcunché rispetto a questo motivo di appello.
4.3. Inosservanza degli artt. 8,9 e 24 cod. proc. pen. in relazione
alla ritenuta competenza territoriale della A.G. di Bari. Dovendosi
adottare il criterio del primo luogo di manifestazione di concreta
operatività del programma criminoso, andava escluso qualsiasi

ZONNO estraneo al sodalizio di cui al capo 1) e non può farsi
riferimento al capo 8) in quanto si tratta di un episodio a sé stante
rispetto al quale non è neanche contestata l’aggravante del nesso
teleologico rispetto al reato associativo. Erroneamente la Corte
territoriale ha negato l’utilizzabilità del contenuto della nota difensiva
depositata il 22.8.2016, trattandosi di argomenti tesi a valorizzare
elementi già in possesso dei precedenti Giudici che avevano affrontato la
questione. Cosicchè l’ipotesi accusatoria alla quale doveva farsi
riferimento era quella di cui al capo 5) in cui è prevista l’importazione
dall’Albania di un ingente quantitativo di sostanza stupefacente giunto
nel porto di Ancona il 28.11.1998, così stabilendosi la competenza della
A.G. di Ancona.
4.4. Inosservanza dell’art. 192 cod. proc. pen. e vizio della
motivazione in relazione alla affermazione di responsabilità in ordine ai
reati di cui agli artt. 73 e 74 d.P.R. n. 309/90. Risultano travisate le
dichiarazioni di Palku Arjan all’udienza dibattimentale del 3.12.2002 a
carico del DAJA, trattandosi di vicende pregresse rispetto al periodo in
contestazione ed il relativo motivo di appello non ha trovato alcuna
considerazione da parte della Corte territoriale. Analogo trattamento ha
avuto la doglianza difensiva avente ad oggetto le dichiarazioni del
TONZINI non solo in relazione al viaggio in Peru’ al di fuori del periodo
temporale in contestazione ma anche alla ricognizione fotografica del
ricorrente.
Ancora, quanto alla identificazione del ricorrente quale interlocutore
nelle conversazioni captate, in relazione al motivo di appello che
riguardava le informazioni rese dal teste Dicolangelo e che denunciava
come il Tribunale avesse travisato la prova, nulla dice la Corte di
appello.
4.5. Inosservanza dell’art. 192 cod. proc. pen.

e vizio della

motivazione in relazione alla valutazione del contenuto delle
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riferimento al capo 9) della imputazione in quanto ascritto a Emanuele

r
intercettazioni telefoniche ed alla identificazione degli interlocutori nelle
conversazioni. Alla dedotta non correttezza della diretta traduzione delle
captazioni nella lingua italiana senza procedere alla loro trascrizione
nella lingua albanese utilizzata ed alla conseguente inattendibilità della
attività peritale di traduzione svolta dalla Nastienka, la Corte di merito
ha opposto una laconica risposta riguardante le ipotesi di inutilizzabilità
ex artt. 268 e 271 c.p.p. e richiamando la sovrapponibilità del contenuto
delle trascrizioni con gli ulteriori elementi di prova acquisiti.

l’attendibilità dei risultati della perizia fonico comparativa resa da
Mastronardi, sul rilievo secondo il quale il metodo adottato dal perito
non solo non risulta noto alla comunità scientifica ma fa riferimento ad
un insufficiente numero di fonemi presenti nella nostra lingua non
tenendo conto di altri due fonemi invece presenti in quella albanese. La
richiesta rinnovazione dibattimentale al riguardo non è stata considerata
dalla Corte di appello.
4.6. Violazione dell’art. 73 d.P.R. n. 309/90 in relazione al
trattamento sanzionatorio e degli artt. 129 e529 cod. proc. pen. in
relazione alla omessa declaratoria di prescrizione dei reati di cui ai capi
27),54) e 58). Come indicato nella memoria difensiva del 22.8.2016,
l’incertezza del dato relativo alla qualità e quantità di sostanza oggetto
delle contestazioni doveva, per il favor rei, orientare per l’ipotesi meno
grave con conseguente prescrizione dei reati. Anche per questi aspetti la
Corte non ha fornito alcuna risposta.
4.7. Nullità della sentenza per omessa motivazione in ordine alla
responsabilità del ricorrente riaffermata sulla base di un non esauriente
rinvio alla decisione di primo grado, essendo state proposte censure
nuove e fondate su quanto deciso in primo grado.
4.8. Inosservanza degli artt. 132 e 133 cod. pen. e vizio della
motivazione in ordine al trattamento sanzionatorio ed al giudizio di
prevalenza delle attenuanti generiche, non essendo stata data alcuna
motivazione al riguardo.
5. Nell’interesse di Albana KATRO, con atto del difensore, si deduce:
5.1. Violazione di legge e vizio della motivazione in relazione alla
determinazione della pena ed alla individuazione del reato più grave ai
fini della continuazione.

4

Altra doglianza difensiva immotivatamente disattesa riguarda

E’ omessa qualsiasi

indicazione in ordine ai criteri di

commisurazione e senza indicare l’incremento per la ritenuta
continuazione. In particolare non sono stati rispettati i criteri di
legittimità nello stabilire l’aumento per la continuazione tra i reati
oggetto del presente processo e quelli oggetto della sentenza definitiva
emessa dalla Corte di appello di Bari il 24.2.2005.
Ancora, sono state erroneamente ritenute sussistenti aggravanti già

attenuanti generiche.
5.2. Violazione dell’art. 73 comma 5 d.P.R. n. 309/90 e vizio di
omessa motivazione sul relativo motivo di appello non coinvolto nella
rinuncia ai motivi attinenti la responsabilità dell’imputato.
5.3. Con motivi nuovi si deduce vizio cumulativo della motivazione
in relazione agli artt. 81, comma 2, cod. pen. e 187 disp. att. cod. proc.
pen.. La Corte di merito, nell’indicare la pena inflitta con la sentenza
definitiva emessa dalla Corte di appello di Bari, ha fatto riferimento a
quella di anni quattro e mesi sei di reclusione, in realtà inflitta dalla
prima sentenza ricomprendente il reato di cui all’art. 74 d.P.R. n. 309/90
dal quale la KATRO è stata assolta in appello, per cui – per assurdo – la
Corte avrebbe dovuto ritenere quest’ultima violazione quale più grave e
su questa applicare la continuazione con i reati oggetto del presente
procedimento. Inoltre, richiamando il diverso trattamento applicato al
coimputato Alfred KATRO, si assume l’adozione da parte della Corte di
difformi valutazioni pur in presenza di presupposti omogenei; mentre,
richiamando il trattamento sanzionatorio applicato al coimputato Fajzal
QEHAJAJ, si deduce l’irragionevole applicazione della medesima pena a
carico della ricorrente pur in presenza di reati diversi e più gravi a carico
del predetto coimputato.
6. Nell’interesse di Alfred KATRO, con atto dello stesso imputato e
del difensore, si deduce:
6.1. Mancanza della motivazione in relazione al motivo di appello
riguardante la aggravante di cui all’art. 74 comma 4 d.P.R. n. 309/90
della quale è stata ritenuta la sussistenza.
6.2. Mancanza della motivazione in ordine alla determinazione
dell’aumento della pena in ragione della riconosciuta continuazione tra i
reati oggetto del presente processo e quelli di cui alla sentenza definitiva

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escluse in primo grado, con illogico giudizio di comparazione con le

della Corte di appello di Bari del 24.2.2005, non essendo stati indicati i
criteri soggettivi ed oggettivi considerati.
7. Nell’interesse di Kujtirn PAJO, con atto del difensore, si deduce:
7.1. Violazione di legge in relazione al dedotto difetto di
giurisdizione, respinto apoditticamente sulla base della formulazione del
capo di imputazione.
7.2. Inosservanza dell’art. 24 cod. proc. pen. e vizio della

omettendo di considerare le argomentazioni proposte nella memoria
difensiva erroneamente qualificate come nuove dalla Corte.
7.3. Difetto di motivazione in relazione alla esistenza della
associazione ex art. 74 d.P.R. n. 309/90 e della partecipazione ad essa
del ricorrente, nonché sulla sussistenza dei reati ex art. 73 d.P.R. n.
309/90 di cui ai capi ascritti, essendo stato omesso l’esame dei
pertinenti motivi di appello attraverso un rinvio per relationem alla
prima decisione. Segnatamente, la esistenza della associazione resta
fondata solo su una discutibile interpretazione delle generiche
captazioni, il cui notevole numero mette in discussione la stessa
stipulazione di un originario accordo tra gli imputati, che non avrebbe
avuto bisogno di un così rilevante numero di contatti per stabilire la
realizzazione delle varie operazioni.
7.4. Violazione di legge e vizio della motivazione in ordine alla
utilizzabilità delle intercettazioni telefoniche sulla base della sola
traduzione simultanea dall’albanese in lingua italiana, senza la
trascrizione in lingua madre. L’attendibilità della traduzione è stata
illogicamente confermata in relazione alle ulteriori emergenze
probatorie.
7.5. Difetto di motivazione in relazione al mancato riconoscimento
della continuazione con l’episodio del 28.12.1998, richiesta disattesa
senza alcuna motivazione.
7.6. Difetto di motivazione con riferimento al trattamento
sanzionatorio, rimasto del tutto immotivato rispetto alla eccezione
difensiva che aveva fatto leva sulla eccessività afflittiva della pena e
della sola equivalenza delle attenuanti generiche rispetto alle
aggravanti.

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motivazione in relazione alla dedotta incompetenza territoriale, rigettata

8. Nell’interesse di Fajzal QEHAJAJ, con atto del difensore, si deduce
con unico motivo vizio di omessa motivazione in ordine alla
rideterminazione della pena inflitta, indicata solo complessivamente,
senza alcun riferimento alla pena determinata in relazione a ciascun
reato ed all’incremento per la ritenuta continuazione.
9. Nell’interesse di Artur VAQO, con atto del difensore, si deduce
violazione degli artt. 179,185,295 co. 1 e 2 e 296 cod. proc. pen. con

in data 19.3.2001 nei confronti dell’imputato in sede di esecuzione della
ordinanza cautelare e sulla base del verbale di vane ricerche redatto
dalla D.I.A. di Bari in data 15.3.2001, essendo le ricerche insufficienti
rispetto alla emergenza della residenza dell’imputato in Durazzo, non
essendovi stata alcuna attività di ricerca – neanche tramite l’attivazione
delle procedure di cooperazione internazionale – nel predetto territorio
esteso, non potendosi dire sufficiente l’assunto secondo il quale
l’imputato medesimo non avesse stabilita alcuna dimora in Italia né vi
fosse notizia di luoghi ove potesse essere rintracciato. Con memoria
difensiva e motivi aggiunti nell’interesse del predetto ricorrente, a
sostegno del proposto motivo, si ribadisce la omissione di qualsiasi
attività di ricerca

all’estero – anche tramite i canali internazionali

previsti – nonostante fosse nota la residenza albanese del VAQO nella
città di Durazzo, evidenziandosi la erronea correlazione della latitanza
con la circostanza che il predetto non aveva stabilito alcuna dimora in
Italia.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il ricorso di Alfred DAJA è infondato.
1.1. Il primo motivo è infondato.
1.1.1.Va premesso che in tema di ricorso per cassazione, se nel
giudizio di appello sia stata eccepita la violazione di una norma
processuale, il ricorrente non può impugnare per difetto di motivazione
la sentenza del giudice di secondo grado che abbia implicitamente
disatteso la sua eccezione, ma è tenuto a riproporre tale eccezione,
denunciando direttamente con il ricorso la violazione della norma
processuale vanamente invocata in primo grado (Sez. 5, n. 5087 del
15/03/1999, Mazzucca M., Rv. 213194).
7

riferimento al decreto di latitanza emesso dal G.I.P. del Tribunale di Bari

1.1.2. Non costituisce legittimo impedimento dell’imputato straniero
l’avvenuta espulsione del medesimo dal territorio dello Stato, atteso che
l’art.17 D.Lgs. 25 luglio 1998 n.286 gli conferisce la facoltà di rientrare
temporaneamente in Italia per l’esercizio del diritto di difesa (Sez. 5, n.
18708 del 27/02/2013, T., Rv. 256247).

1.1.3. Pertanto, da un lato, è inammissibile il dedotto vizio di
motivazione; dall’altro, correttamente la Corte di merito ha

1.2. Il secondo motivo è inammissibile.
1.2.1. Si tratta, invero, di questione non proposta in appello, e,
comunque, manifestamente infondata investendo la diversa questione
della valutazione del compendio probatorio.
1.3. Il terzo motivo è infondato.
1.3.1. In tema di reati associativi, la competenza per territorio si
determina in relazione al luogo in cui ha sede la base ove si svolgono
programmazione, ideazione e direzione delle attività criminose facenti
capo al sodalizio; in particolare, assumendo rilievo non tanto il luogo in
cui si è radicato il “pactum sceleris”, quanto quello in cui si è
effettivamente manifestata e realizzata l’operatività della struttura (Sez.
4, n. 48837 del 22/09/2015, Banev e altri, Rv. 265281; Sez. 6, n.
49995 del 15/09/2017, D’Amato e altro, Rv. 271585).
1.3.2. Si è correttamente collocata nell’alveo di legittimità la
sentenza impugnata che ha individuato nei reati di cui ai capi 8) e 9),
commessi in Bari, le prime manifestazioni della operatività in Italia della
associazione criminosa.
1.3.3. Il motivo difensivo – quanto al capo 9) – non considera la
risposta data dalla Corte che ha osservato a riguardo che era irrilevante
che lo ZONNO non fosse associato risultando sufficiente che fosse uno
dei contraenti, il PA30, ad agire per conto del sodalizio per il
perseguimento dei fini dello stesso. Quanto al capo 8), il ricorso del pari
omette di considerare l’analoga considerazione circa la qualificante
partecipazione al fatto del PAJO. Risulta corretta – infine – la
considerazione espressa dai Giudici di merito secondo la quale non
potevano essere valorizzate le deduzioni difensive proposte attraverso la
indicazione di elementi acquisiti in dibattimento, in questa sede
genericamente contestata dalla difesa.
8

implicitamente disatteso il motivo proposto dalla difesa.

1.4. Il quarto motivo è genericamente proposto, peraltro anche
attraverso questioni involgenti una rivalutazione probatoria non
consentite in sede di legittimità. Invero, in relazione al merito delle
responsabilità, la sentenza – per questo come per altri coimputati rinvia senz’altro alla prima decisione sul rilievo che i motivi di appello a
riguardo risultavano meramente ripropositivi delle questioni già
correttamente risolte in diritto ed in fatto dal primo Giudice.

1.5.1. La questione sulla diretta trascrizione in italiano delle
conversazioni in albanese non è stata proposta in primo grado,
nell’ambito del quale si è solo contestato il metodo identificativo della
perizia Mastronardi (v. pg. 21 e ss. della prima sentenza).
Ebbene, salva la valutazione dalla Corte in ordine alla utilizzabilità delle
intercettazioni, la questione riguarda il contenuto di una perizia
dibattimentale nell’ambito della quale risulta essere stato sviluppato il
contraddittorio, cosicché generico è il motivo che fa leva sulla violazione
dei criteri probatori.
1.5.2. In relazione alla questione sul riconoscimento fonico la
risposta della Corte involge una valutazione del merito solo
genericamente censurata dalla difesa.
1.5.3. Del pari generica è la censura in ordine alla chiesta
rinnovazione istruttoria in relazione al giudizio implicito dei giudici di
merito sulla sufficienza del compendio già acquisito.
1.5.4. Il sesto motivo è inammissibile, non risultando la
proposizione della questione in appello; in ogni caso, la formulazione dei
capi 27),54) e 58) fa riferimento ad eroina e generica è la deduzione
circa l’incertezza sulla natura della droga oggetto delle accuse in
questione.
1.6. Il settimo motivo è generico non essendo indicate né le
doglianze che fanno leva sulla prima decisione né il loro rilievo.
1.6.1. L’ottavo motivo è genericamente proposto rispetto al rinvio
operato dai Giudici di appello alla prima sentenza in ordine alle ragioni di
dosimetria della pena.
2. Il ricorso di Albana KATRO è inammissibile.
2.1. Il primo motivo è manifestamente infondato.
9

1.5. Il quinto motivo è infondato.

2.1.1. Quanto alla individuazione dei reati più gravi – al di là della
espressione utilizzata dalla Corte di merito – il giudizio di maggiore
gravità dei reati per i quali si è proceduto è stato comunque espresso.
2.1.2. Risulta, inoltre, indicato l’incremento per la continuazione per
i reati di cui alla sentenza definitiva, non sussistendo – in assenza di
denunciata sperequazione valutativa – obbligo di specifica motivazione
per ogni singolo aumento, essendo sufficiente indicare le ragioni a

30/04/2015, Del Gaudio, Rv. 264551).
2.1.3. Nessuna incidenza risulta avere la generica indicazione operata con riferimento ad una pluralità di appellanti – alla prevalenza
delle attenuanti generiche rispetto alle aggravanti.
2.2. Il secondo motivo è inammissibile in relazione alla rinuncia ai
motivi di appello sulla responsabilità da parte dell’imputata in quanto la
rinuncia parziale ai motivi d’ appello determina il passaggio in giudicato
della sentenza gravata limitatamente ai capi oggetto di rinuncia, di
talché è inammissibile il ricorso per cassazione con il quale si
propongono censure attinenti ai motivi d’appello rinunciati e non
possono essere rilevate d’ufficio le questioni relative ai medesimi motivi
(Sez. 4, n. 9857 del 12/02/2015, Barra ed altri, Rv. 262448); ancora,
in tema di qualificazione del reato e con riferimento alla rinuncia ai
motivi di appello, è stato affermato che è inammissibile il ricorso per
cassazione relativo a questioni, anche rilevabili d’ufficio, alle quali
l’interessato abbia rinunciato in funzione dell’accordo sulla pena in
appello, in quanto il potere dispositivo riconosciuto alla parte dall’art.
599, comma 4 cod. proc. pen. non solo limita la cognizione del giudice di
secondo grado, ma ha effetti preclusivi sull’intero svolgimento
processuale, ivi compreso il giudizio di legittimità, analogamente a
quanto avviene nella rinuncia all’impugnazione (Sez. 4, n. 53565 del
27/09/2017, Ferro, Rv. 271258).
3. Il ricorso di Alfred KATRO è inammissibile.
3.1. Il primo motivo è inammissibile, per le ragioni in diritto appena
sopra espresse, avendo il ricorrente rinunciato ai motivi di appello sulla
responsabilità.
3.2. Il secondo motivo è manifestamente infondato per le ragioni in
diritto già espresse sub 2.1.2, quando non genericamente proposto.
4. Il ricorso di Kujtirn PAJO è infondato.
10

sostegno della quantificazione della pena-base (Sez. 5, n. 29847 del

4.1. Il primo motivo è infondato risultando la corretta applicazione
del criterio affermato dal primo Giudice con riferimento all’art. 6 comma
2 cod. pen. (v. pg. 17 della prima sentenza) dandosi rilevanza al luogo
ove si è realizzata in tutto o in parte l’operatività della struttura
organizzativa, avallata dai Giudici di merito sulla base della stessa
formulazione della contestazione associativa, rispetto alla doglianza
mossa in appello (che affasciava entrambe le questioni della competenza
territoriale e della giurisdizione – v. pg. 17 e sgg. dell’atto di appello)

la rilevanza ai fini dedotti della autonomia dell’ipotesi associativa rispetto
ai reati-fine senza contestare la corrispondenza di quanto accertato
rispetto a quanto contestato.
Cosicchè la decisione sul punto, valorizzando l’operatività della
associazione anche in Italia, si pone nell’alveo di legittimità in quanto come è stato affermato per analoga fattispecie – in tema di reati
associativi, per determinare la sussistenza della giurisdizione italiana
occorre verificare in quale luogo è divenuta concretamente operativa la
struttura dell’ associazione, potendosi attribuire importanza anche al
luogo in cui sono stati realizzati i singoli delitti commessi in attuazione
del programma criminoso, quando essi stessi rivelino, per il numero e la
consistenza, il luogo di operatività della predetta struttura (Sez. 6, n.
10088 del 19/01/2011, Albanese e altri, Rv. 249636).
4.2. Il secondo motivo è infondato per le ragioni già espresse sulle
medesime questioni mosse dal ricorrente DAJA.
4.2. Il terzo motivo è generico per ragioni coincidenti con quelle già
dette per il DAJA in ordine al quarto motivo da questi proposto.
4.3. Il quarto motivo è infondato anche in questo caso per le ragioni
esposte in ordine all’analogo motivo proposto nell’interesse del DAJA.
4.4. Il quinto motivo è infondato.
L’istanza in appello (secondo atto) di applicazione della
continuazione in relazione alla “sentenza definitiva relativa alla vicenda
di detenzione e spaccio di cui all’arresto in flagranza del 28.12.1998” è
del tutto priva di ragioni in ordine alla prospettata continuazione. Di qui
il legittimo silenzio della Corte di merito sul punto.
4.5. Il sesto motivo è infondato rispetto al rinvio alle ragioni della
prima decisione ed alla genericità del motivo di appello.

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che, riconoscendo la commissione di alcuni reati-fine in Italia, assumeva

5. Il ricorso di Fajzal QEHAIAJ è inammissibile perché, quando non
manifestamente infondato per le ragioni già espresse sub 2.1.2., del
tutto genericamente proposto.
6. Il ricorso di Artur VAQO è inammissibile.
6.1. Invero, la relativa questione è proposta per la prima volta in
sede di legittimità ed in analoga fattispecie è stato già condivisibilmente
affermato che l’eventuale erronea dichiarazione di latitanza non

una nullità a regime intermedio da dedurre prima della pronuncia della
sentenza di primo grado (Sez. 6, n. 10957 del 24/02/2015, Benmimoun
Hicham, Rv. 262634; v. anche Sez. 6, n. 53599 del 10/12/2014,
Hrustic e altri, Rv. 261872), cosicché il ricorrente – assistito, peraltro,
sin dal primo grado da difensore di fiducia – è decaduto dalla
proposizione della eccezione avverso il decreto di latitanza emesso nella
fase delle indagini preliminari.
6.2. In ogni caso, deve essere ricordato che ai fini della
dichiarazione di latitanza, tenuto conto delle differenze che non rendono
compatibili tale condizione con quella della irreperibilità, le ricerche
effettuate dalla polizia giudiziaria ai sensi dell’art. 295 cod. proc. pen. pur dovendo essere tali da risultare esaustive al duplice scopo di
consentire al giudice di valutare l’impossibilità di procedere alla
esecuzione della misura per il mancato rintraccio dell’imputato e la
volontaria sottrazione di quest’ultimo alla esecuzione della misura
emessa nei suoi confronti – non devono necessariamente comprendere
quelle nei luoghi specificati dal codice di rito ai fini della dichiarazione di
irreperibilità e, di conseguenza, neanche le ricerche all’estero quando
ricorrano le condizioni previste dall’art. 169, comma quarto, dello stesso
codice (Sez. U, n. 18822 del 27/03/2014, Avram, Rv. 258792), cosicché
il Giudice delle indagini preliminari che ebbe a dichiarare la latitanza
dell’attuale ricorrente non aveva alcun obbligo di far estendere le
ricerche all’estero.
7. In conclusione devono essere rigettati í ricorsi proposti da Daja
Alfred e Pajo Kujtin con condanna degli stessi al pagamento delle spese
processuali. Devono essere dichiarati inammissibili i ricorsi proposti da
Katro Albana, Katro Alfred, Quehajaj Fajzal, Vago Artur con condanna
degli stessi al pagamento delle spese processuali nonché, per ciascuno,
al versamento della somma che si stime equo determinare in euro 2.000
in favore della cassa delle ammende.
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determina una nullità assoluta per omessa citazione dell’imputato, bensì

P.Q.M.

Rigetta i ricorsi proposti da Daja Alfred e Pajo Kujtin, che condanna

proposti da Katro Albana, Katro Alfred, Quehajaj Fajzal, Vago Artur che
condanna al pagamento delle spese processuali oltre che al versamento
della somma di euro 2.000 ciascuno in favore della cassa delle
ammende.
Così deciso il 28.2.2018.

al pagamento delle spese processuali. Dichiara inammissibili i ricorsi

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