Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 15738 del 18/01/2018


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Penale Sent. Sez. 6 Num. 15738 Anno 2018
Presidente: PETRUZZELLIS ANNA
Relatore: CALVANESE ERSILIA

Data Udienza: 18/01/2018

SENTENZA

sui ricorsi proposti da
1. Cacciatore Giuseppe, nato a Agrigento il 08/04/1969
2. Cacciatore Mario, nato a Torino il 15/06/1979
3. Cacciatore Vincenzo, nato a Agrigento il 18/04/1964
4. Camarda Giorgio, nato a Altofonte il 01/10/1978
5. Ierardo Marco, nato a Torino il 03/12/1983
6. Lekaj Briken, nato in Albania il 18/02/1985
7. Mangone Giacomo, nato a Cariati il 08/12/1981
8. Moscatiello Davide, nato a Torino il 11/09/1977
9. Pernoci Emiliano, nato a Durazzo (Albania) il 29/01/1976
10. Puntorno Alessandro, nato a Agrigento il 04/07/1969
11. Puntorno Andrea, nato a Agrigento il 31/10/1977
12. Ziccardi Cristian, nato a Torino il 28/02/1980

avverso la sentenza del 22/11/2016 della Corte di appello di Torino

visti gli atti, il provvedimento denunziato e i ricorsi;
udita la relazione svolta dal consigliere Ersilia Calvanese;
udite le richieste del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore
generale Antonio Balsamo, che ha concluso chiedendo la declaratoria di

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inammissibilità per Giuseppe Cacciatore, Mario Cacciatore e Vincenzo Cacciatore,
e di rigetto per i restanti ricorrenti;
uditi i difensori, l’avv. Gaetano AntonioSCalise per Pernoci, che ha concluso
insistendo per l’accoglimento del ricorso; l’avv. Roberto D’Agostino per Camarda,
anche in sostituzione del codifensore avv. Francesco Bono, nonché in
sostituzione dell’avv. Ronca, per Giuseppe Cacciatore, Mario Cacciatore e
Vincenzo Cacciatore, che ha concluso per l’accoglimento dei ricorsi.

1. Con sentenza del 22 novembre 2016, la Corte di appello di Torino
riformava parzialmente la sentenza emessa dal Giudice dell’udienza preliminare
del Tribunale di Torino che, all’esito di giudizio abbreviato, aveva condannato gli
imputati indicati in epigrafe per i reati loro rispettivamente ascritti.
In particolare, la Corte torinese assolveva Andrea Puntorno e Giorgio
Camarda limitatamente al reato di cui al capo B), per non aver commesso il fatto
(e, per l’effetto, rideterminando la pena), mentre confermava, nei confronti di
costoro e degli altri imputati sopra indicati, le restanti statuizioni della sentenza
di primo grado.
Gli imputati erano stati dichiarati colpevoli di una serie di reati di cui all’art.
73 d.P.R. n. 309 del 1990, relativi ad un’attività di spaccio di stupefacenti che
vedeva impegnato Andrea Puntorno nel rifornire nell’area torinese altri soggetti
(tra i quali Marco Ierardo e Cristian Ziccardi), nell’operare anche in Sicilia con
l’aiuto del fratello Alessandro, di Emiliano Pernoci, Briken Lekaj e Giacomo
Mangone, vendendo consistenti quantitativi di marijuana a Giorgio Camarda e ai
fratelli Giuseppe, Vincenzo e Mario Cacciatore, nonché a sua volta rifornendosi in
Albania di grossi quantitativi di stupefacente grazie ai fratelli Pernoci.
In questo contesto Davide Moscatiello era stato ritenuto responsabile, in
concorso con Andrea Puntorno, anche di illecita detenzione e porto in luogo
pubblico di armi comuni da sparo.
Le fonti probatorie erano costituite in via pressoché esclusiva da captazioni
telefoniche ed ambientali.

2. Avverso la suddetta sentenza hanno proposto ricorso i suddetti imputati,
articolando i motivi di seguito enunciati nei limiti di cui all’art. 173, disp. att. cod.
proc. pen.

3. Giuseppe Cacciatore, Mario Cacciatore e Vincenzo Cacciatore, con atti
separati, declinando analoghe censure, chiedono l’annullamento della sentenza

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RITENUTO IN FATTO

per “assoluta e provata insussistenza” dei fatti oggetto di reato, traendo le
accuse da intercettazioni intercorse con persone conosciute dai ricorrenti solo
perché concittadini e comunque legate ai fratelli e con le quali non sono stati
intrattenuti rapporti di alcun tipo e tantomeno illeciti.
Chiedono pertanto una verifica sulla logicità della motivazione e comunque
una rivisitazione della pena in considerazione delle mutazioni interpretative e
normative del d.P.R. n. 309 del 1990.
Chiedono infine che il processo sia annullato perché competente era il

contestati.

4. Giorgio Camarda deduce la violazione di legge e vizio di motivazione in
relazione agli artt. 192 e 533 cod. proc. pen.
La penale responsabilità del ricorrente sarebbe basata soltanto su
intercettazioni dal contenuto equivoco e travisate e comunque prive di riscontri.
La Corte territoriale non avrebbe considerato l’esistenza tra il ricorrente e i
soggetti intercettati di leciti rapporti commerciali per la vendita di auto di lusso,
connessi all’attività svolta dal primo di titolare di un autosalone, valorizzando
invece il solo bigliettino sequestrato a Alessandro Puntorno al momento del suo
arresto.
La difesa aveva infatti dimostrato che il ricorrente aveva venduto alcune
vetture al Pernoci, ai fratelli Puntorno e al Mangone e il relativo corrispettivo era
stato in parte corrisposto per il tramite di Alessandro Puntorno con vari mezzi di
pagamento allegati.
La cifra di 180.000 euro non risulterebbe sproporzionata agli acquisti di auto
di lusso e la circostanza degli acquisti sarebbe stata confermata anche da
Alessandro Puntorno in sede di interrogatorio e dalle stesse captazioni (nelle
quali si fa cenno a 27.000 euro che Alessandro Puntorno doveva al ricorrente).
Inoltre, se fosse stato effettivamente il ricorrete debitore per l’acquisto della
droga, non avrebbe preteso il pagamento da quest’ultimo e viepiù non avrebbe
ceduto in permuta la sua autovettura.
A ciò deve aggiungersi che, in garanzia del pagamento del restante debito
da parte del Puntorno, il ricorrente aveva trattenuto il libretto di circolazione
(come dimostrano le modalità di trasferimento con salto di continuità nelle
trascrizioni).
La Corte di appello avrebbe invece utilizzato conversazioni intercettate per
inferirne che la persona oggetto delle stesse fosse il ricorrente, ancorché non vi
fosse alcun indizio che si trattasse di quest’ultimo.

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Tribunale di Agrigento in ragione dei luoghi dove erano stati commessi i fatti loro

5. Marco Ierardo denuncia:
– vizio di motivazione in ordine alla penale responsabilità per la detenzione
illecita di 5 chili di marjuana, trattandosi di droga mai sequestrata e di condotta
– quella di custodia contestata – mai realizzata dal ricorrente;
– violazione di legge in ordine alla mancata qualificazione giuridica del fatto
nel reato di cui all’art. 73, comma 5, d.P.R. n. 309 del 1990, dovendosi ritenere
la condotta ascrivibile al ricorrente – detenzione di poche ore – di minima entità,
al di là del mero dato ponderale;

F-2), non essendo stati trovati in sede di perquisizione tracce per ritenere lo
stupefacente destinato ad uso illecito e tenuto conto della distanza temporale dal
reato di cui al capo F);

vizio di motivazione e violazione di legge in ordine al diniego delle

circostanze attenuanti generiche di cui all’art.

62-bis cod. pen. e della pena

condizionalmente sospesa, giustificato per le prime in modo generalizzato con la
posizione di altri coimputati e per la seconda con mera formula di stile.

6. Briken Lekaj deduce:
– vizio di motivazione e violazione di legge in relazione all’art. 267 cod. proc.
pen., stante l’inutilizzabilità delle intercettazioni, dovuta all’omessa motivazione
dei decreti di proroga (era stata utilizzata una motivazione per relationem ad
alcune note di p.g. senza neppure indicarne gli estremi e quindi non
soddisfacendo, contrariamente a quanto sostenuto dalla Corte di appello, quei
requisiti minimi richiesti);
– vizio di motivazione in ordine alla ritenuta responsabilità penale, in quanto
per il reato di cui al capo A) la motivazione dimostrerebbe l’assoluta fragilità
dell’impianto accusatorio in ordine al trasporto di una sostanza neppure
identificata in via ipotetica, così come per il reato di cui al capo B) nella quale si
è in presenza di circostanze del fatto incerte (persone, luogo, quantità), mentre
per il reato di cui al capo D) si è fondata la responsabilità su un commento di un
soggetto privo di riscontri.

7. Giacomo Mangone lamenta:
– vizio di motivazione e violazione di legge in relazione all’art. 267 cod. proc.
pen., stante l’inutilizzabilità delle intercettazioni, dovuta all’omessa motivazione
dei decreti di proroga (era stata utilizzata una motivazione per relationem ad
alcune note di p.g. senza neppure indicarne gli estremi e quindi non
soddisfacendo, contrariamente a quanto sostenuto dalla Corte di appello, quei
requisiti minimi richiesti);

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– vizio di motivazione per la mancata assoluzione per il reato di cui al capo

- vizio di motivazione in ordine alla ritenuta responsabilità penale, in quanto
per il reato di cui al capo A) la motivazione dimostrerebbe l’assoluta fragilità
dell’impianto accusatorio in ordine al trasporto di una sostanza neppure
identificata in via ipotetica, così come per il reato di cui al capo B) nella quale si
è in presenza di circostanze del fatto incerte (persone, luogo, quantità).

8. Davide Moscatiello deduce:
– vizio di motivazione in ordine alla dosimetria della pena, non avendo la

applicare il minimo edittale, non riconoscendo altresì la prevalenza delle
circostanze attenuanti generiche di cui all’art. 62-bis cod. pen.

9. Emiliano Pernoci deduce:
– vizio di motivazione e violazione di legge in relazione agli artt. 267, 125,
185, 271 cod. proc. pen., per mancanza ed inadeguatezza della motivazione dei
decreti di proroga delle intercettazioni, in quanto la Corte di appello
laconicamente avrebbe rigettato la relativa eccezione ed i suddetti decreti
risultano motivati con formula di stile, utilizzando una tecnica redazionale che
non dimostrava che il giudice avesse dato contezza delle ragioni di persistenza
dell’esigenza captativa;

vizio di motivazione e violazione di legge in relazione agli artt. 192 cod.

proc. pen., 73 d.P.R. n. 309 del 1990 e ai capi A), B) e D), in quanto tutto
l’impianto accusatorio si baserebbe sulla cosiddetta “droga parlata” sguarnita di
riscontri; inoltre quanto al capo A) non sarebbe stato spiegato perché, pur
individuato dalla p.g. il furgone contenente la droga, lo stesso non sia stato
controllato, perché non siano state vagliate sia le ipotesi alternative, sia la
impossibilità della concessionaria di compensare proventi illeciti e leciti, sia la
indicazione di un’auto di Vercelli; quanto al capo B), pur essendo indicato un
deposito presso il Carnarda, questo non sia stato controllato; quanto al capo D)
vi sarebbe soltanto una ricostruzione apodittica;
– vizio di motivazione e violazione di legge in relazione agli artt. 546 cod.
proc. pen., 80, comma 2, d.P.R. n. 309 del 1990 in relazione al capo D) di
imputazione, per aver ritenuto la sussistenza dell’aggravante solo sulla base di
captazioni, mentre, in virtù dei principi elaborati dalla giurisprudenza di
legittimità, era necessario verificare il principio attivo della sostanza
stupefacente; in ogni caso, la Corte di appello non avrebbe motivato in modo
rigoroso il superamento del mancato rinvenimento della droga, fondandosi sulle
mere dichiarazioni di un coimputato captate e prive di riscontri, che avrebbero
ad oggetto solo sua una millanteria, come si evince dalla personalità del soggetto

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Corte di appello compiutamente valutato le argomentazioni difensive per

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che le ha rese e dal contesto della conversazione, o comunque la cui lettura
risulta illogica (come la conversazione intervenuta tra il ricorrente e Andrea
Puntorno relativa ad una programmazione di un’attività futura);

vizio di motivazione e violazione di legge in ordine al diniego delle

circostanze attenuanti generiche di cui all’art. 62-bis cod. pen., giustificato con
una motivazione generica, che si concentra sul solo comportamento processuale,
omettendo di valutare gli altri elementi rilevanti ai fini del loro riconoscimento;
– vizio di motivazione e violazione di legge in relazione agli artt. 178, 125 e

difensiva relativa alla eccessività della pena.
Con memoria aggiunta depositata il 28 dicembre 2017, il difensore ha
illustrato i primi tre motivi di ricorso.

10. Alessandro Puntorno denuncia:
– carenza di una valida motivazione, in quanto non sarebbe stata raggiunta
la prova per i reati a lui ascritti, trattandosi di soli indizi; nonché eccessività della
pena e dell’aumento a titolo di continuazione per il capo c) della rubrica.

11. Andrea Puntorno deduce:
– vizio di motivazione e violazione di legge in relazione agli artt. 267, 125,
185, 271 cod. proc. pen., per mancanza ed inadeguatezza della motivazione dei
decreti di proroga delle intercettazioni, in quanto la Corte di appello
laconicamente avrebbe rigettato la relativa eccezione e i suddetti decreti
risultano motivati con formula di stile utilizzando una tecnica redazionale che non
dimostra che il giudice abbia dato contezza delle ragioni di persistenza
dell’esigenza captativa;

vizio di motivazione e violazione di legge in relazione agli artt. 192 cod.

proc. pen., 73 d.P.R. n. 309 del 1990 e ai capi A), C) e D), in quanto tutto
l’impianto accusatorio si baserebbe sulla cosiddetta “droga parlata” sguarnita di
riscontri, inoltre quanto al capo A) non viene spiegato perché, pur individuato
dalla p.g. il furgone contenente la droga, lo stesso non sia stato controllato,
perché non siano state vagliate sia le ipotesi alternative, sia la impossibilità della
concessionaria di compensare proventi illeciti e leciti, sia la indicazione di un’auto
di Vercelli; quanto al capo D) vi sarebbe soltanto una ricostruzione apodittica.

12. Cristian Ziccardi denuncia:
– vizio di motivazione, non avendo la Corte di appello tenuto conto dei
motivi di appello sulla quantificazione della pena, non essendo stata considerata

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597 cod. proc. pen., non avendo motivato la Corte di appello sulla critica

la personalità del ricorrente, la sua attuale condizione di vita e tutte le
circostanze della vicenda processuale.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Tutti i ricorsi proposti non possono essere accolti per le ragioni di seguito
indicate.

sono inammissibili in quanto propongono motivi generici e non consentiti.
Le critiche versate nei ricorsi, oltre ad essere formulate in termini
assolutamente generici e aspecifici rispetto all’impianto motivazionale (tutt’altro
che carente) della sentenza impugnata, contengono anche notazioni di merito,
notoriamente precluse in questa sede.
E’ sufficiente ribadire che è inammissibile il ricorso per cassazione i cui
motivi non contengano la precisa prospettazione delle ragioni in fatto o in diritto
da sottoporre a verifica (tra le tante, Sez. 3, n. 16851 del 02/03/2010, Cecco,
Rv. 246980); e che sono precluse al giudice di legittimità sia la rilettura degli
elementi di fatto posti a fondamento della decisione impugnata sia l’autonoma
adozione di nuovi e diversi parametri di ricostruzione e valutazione dei fatti,
indicati dal ricorrente come maggiormente plausibili o dotati di una migliore
capacità esplicativa rispetto a quelli adottati dal giudice del merito

(ex multis,

Sez. 6, n. 47204 del 07/10/2015, Musso, Rv. 265482).
Quanto all’eccezione di incompetenza, la stessa risulta avanzata solo in
questa sede e quindi non proponibile

(ex multis,

Sez. U, n. 27996 del

29/03/2012, Forcelli, Rv. 252612).

3. Il ricorso di Giorgio Camarda non ha fondamento, lambendo in alcuni
punti l’inammissibilità, e deve essere rigettato.
Va rilevato che il ricorrente non si confronta con la motivazione della
sentenza impugnata che ha illustrato, in modo dettagliato, coerente e
persuasivo, gli esiti delle intercettazioni, poste a fondamento del giudizio di
responsabilità dell’imputato per il capo A) della rubrica (nella specie di concorso
nel trasporto di sostanza stupefacente per un controvalore di 180.000 euro).
Le captazioni a far data dal 13 luglio 2011 dimostravano invero dapprima la
frenetica attività di preparazione da parte degli coimputati dell’operazione di
trasporto, utilizzando un furgone “scortato” a distanza dai coimputati nel tragitto
a bordo delle loro autovetture.

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2. I ricorsi di Giuseppe Cacciatore, Mario Cacciatore e Vincenzo Cacciatore

Gli elementi raccolti avevano consentito di rilevare che si trattasse di
trasporto di qualcosa di illecito, di non modeste dimensioni e di valore
significativo: in tal senso deponevano sia le cautele usate dai conversanti di non
indicare mai l’oggetto del trasporto né il destinatario del carico e di utilizzare un
numero telefonico solo per tale scopo, sia le modalità del trasporto, utilizzando
un furgone, anziché un’autovettura, di certo più veloce, e dell’organizzazione,
che aveva impegnato persone e mezzi con spese di viaggio – aereo e via terra e di soggiorno in albergo.

appello anche le cautele utilizzate dagli imputati sia nell’evitare di viaggiare
insieme al furgone che trasportava i “mobili smontati”, mantenendosi a debita
distanza, e di intrattenere contatti diretti con il trasportatore (servendosi a tal
fine di un’altra autovettura che comunicava la posizione al Pernoci e al Puntorno
che a loro volta la comunicavano al Camarda), sia nel prenotare per l’autista del
furgone, identificato in Angelo Pagano, una stanza in un albergo diverso da
quello nel quale avevano pernottato gli altri correi.
Le captazioni avevano poi registrato in tempo reale lo snodarsi
dell’operazione con l’arrivo del “carico” a destinazione e il diretto coinvolgimento
del Camarda.
Quest’ultimo, dapprima era stato avvisato 15 luglio 2011 lungo il tragitto da
Alessandro Puntorno (che era a bordo dell’autovettura con Emiliano Pernoci) del
suo arrivo in Calabria e nella conversazione avevano fatto chiaro riferimento al
carico in arrivo (Puntorno aveva chiesto al Camarda di vedersi tra tre ore in
albergo perché doveva lasciare il “furgone” con “i mobili”, ma di non avere “le
chiavi” per accedere al “magazzino” dove “ci sono i mobili smontati”). Dopo due
ore, Emiliano Permoci aveva poi provveduto ad avvisare Camarda dell’arrivo del
“cugino con il furgone”, mezzo che li precedeva in quanto loro stavano in quel
momento sbarcando dalla nave; Camarda si era quindi reso disponibile ad
attendere il furgone all’uscita del paese, precisando di aver prenotato l’albergo
per la “persona che sta arrivando”; Pernoci quindi aveva fornito al Camarda i
dettagli del furgone in arrivo per consentirne il riconoscimento.
A completamento del quadro probatorio, le indagini avevano consentito,
grazie ad un servizio di osservazione di p.g., disposto sulla base delle
informazioni fornite dai conversanti, di monitorare la effettiva presenza del
furgone descritto dal Pernoci (era rilevata altresì la presenza di tre persone, che
alla vista dei carabinieri si erano allontanate a bordo di una autovettura, ulteriore
rispetto a quella su cui viaggiavano Pernoci e il Puntorno, risultata noleggiata in
Piemonte come il suddetto furgone). Inoltre, sulla base delle registrazioni, era
emerso che Camarda si era effettivamente incontrato con l’autista del furgone,

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Significative per la lettura dell’intera operazione erano per la Corte di

ma che quest’ultimo stava “scappando” (sarà proprio Camarda a informare
Pernoci della presenza dei carabinieri, rendendosi disponibile a “spostare da
qualche altra parte” le persone incontrate); e che di lì a breve, il Pagano aveva
comunicato al Pernoci di essere molto scosso per l’accaduto, venendo invitato da
questi a non parlare per telefono di “queste cose” e di allontanarsi dall’auto.
Il

modus operandi

del Camarda e del Pernoci, che nel corso delle

conversazioni avevano dimostrato di essere estremamente calmi, a fronte della
rilevata presenza dei carabinieri e dell’agitazione del Pagano (che temeva di

la tesi della loro buona fede, quanto piuttosto della loro capacità criminale e della
consapevolezza dell’estrema difficoltà di ricollegare, grazie alle cautele adottate,
l’illecito carico alle loro persone. A tal fine la Corte distrettuale richiamava un
episodio verificatosi nel 2014, giudizialmente già accertato, allorquando Camarda
aveva inviato al Pernoci 4 chili di cocaina, nascondendola all’interno di una
autovettura fatta guidare da un correo, scortata a sua volta da altra autovettura:
anche in tal caso sia il Camarda che il Pernoci avevano dimostrato assoluta
calma, nonostante la gravità del fatto ed il valore dello stupefacente sequestrato.
Quanto poi al valore del trasporto e al rapporto di dare-avere tra gli imputati
per l’operazione effettuata, la Corte di appello riteneva rilevanti le captazioni
registrate successivamente alla fase del trasporto sopra indicata. Alessandro
Puntorno aveva discusso in modo animato (tanto da abbandonare
dichiaratamente le cautele adottate per le comunicazioni telefoniche) con il
fratello Andrea di soldi che deve avere in ordine ad un affare di 180.000 euro; lo
stesso Andrea in seguito aveva fatto riferimento a centomila euro che gli
dovevano dare, parlando di Emiliano Pernoci, e aveva comunicato che Lekaj si
era andato a prendere un auto a titolo di pagamento di soldi che dovevano dare
(“devono pagare ancora i centottanta”); Alessandro Puntorno aveva cercato di
rassicurare il fratello che “quello ogni giorno gli porta soldi”, invitandolo ad
evitare di parlare per telefono di queste faccende.
Secondo la Corte di appello, l’identificazione del Camarda nel soggetto
debitore doveva in modo inequivoco ricavarsi dai riferimenti fatti dai fratelli
Puntorno sia alla circostanza che costui aveva “le macchine e la concessionaria”
sia al “recupero” che andava fatto presso gli “amici” di Palermo dove avrebbero
preso le “macchine” a scalare dal debito (“mi vai a prendere le macchine quante
ne hanno, due tre quattro”, “prendiamo la macchina più grossa che hanno”),
ancorché comunque mancassero ancora qualche “centomila”.
La conferma della spedizione per il recupero del debito in cambio di
autovetture era poi venuta anche da altra conversazione del Lekaj, che aveva

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essere stato lasciato da solo), secondo la Corte di appello dimostrava non certo

spiegato a Alessandro Puntorno di essersi preso una auto del valore di 35.000
euro, da scalare dall’importo di 180.000 euro e di averla venduta subito.
Che si trattasse di un debito derivante da un affare illecito era vieppiù
confermato dalle costanti cautele adottate dai conversanti nel dialogare
telefonicamente.
A fronte di questa trama argomentativa, puntualmente fondata su dati
obiettivi ricavati dal materiale probatorio e priva di manifesti salti logici o
contraddizioni, il ricorrente da un lato avanza critiche generiche sulla logicità

ripropone la tesi difensiva, già esaminata e disattesa dai giudici del merito,
dell’affare lecito esistente tra gli imputati in ordine alla vendita di autovetture.
Come si evince dalla motivazione della sentenza impugnata, come sopra
sintetizzata, la conclusione tratta dalla Corte di appello in ordine alle critiche
difensive trova plausibile fondamento nel complessivo compendio intercettativo
(in tal senso è illuminante la sequenza che vede il Camarda impegnato
attivamente nella spedizione del furgone e nel suo arrivo in Sicilia), che
dimostrava come la tesi alternativa non potesse trovare alcuno appiglio (neppure
logico) nel materiale probatorio raccolto.
Le critiche versate nel ricorso finiscono pertanto per sollecitare la Corte di
legittimità ad una rinnovata valutazione di merito, notoriamente preclusa in
questa sede.
Quanto alla censura relativa all’utilizzazione di intercettazioni prive di
riscontri, va ribadito che il contenuto di intercettazioni telefoniche captate fra
terzi, dalle quali emergano elementi di accusa nei confronti dell’indagato, può
costituire fonte diretta di prova della sua colpevolezza, senza necessità di
riscontro ai sensi dell’art. 192, comma 3, cod. proc. pen., fatto salvo l’obbligo del
giudice di valutare il significato delle conversazioni intercettate secondo criteri di
linearità logica (tra tante, Sez. 5, n. 48286 del 12/07/2016, Cigliola, Rv.
268414) e che gli indizi raccolti nel corso delle intercettazioni telefoniche
possono costituire fonte diretta di prova della colpevolezza dell’imputato e non
devono necessariamente trovare riscontro in altri elementi esterni, qualora
siano: a) gravi, cioè consistenti e resistenti alle obiezioni e quindi attendibili e
convincenti; b) precisi e non equivoci, cioè non generici e non suscettibili di
diversa interpretazione altrettanto verosimile; c) concordanti, cioè non
contrastanti tra loro e, più ancora, con altri dati o elementi certi (ex multis, Sez.
6, n. 3882 del 04/11/2011, dep. 2012, Annunziata, Rv. 251527).
Pertanto, ben poteva il solo compendio intercettativo costituire la fonte
primaria e assorbente della penale della responsabilità del ricorrente, una volta
dimostrata, come nella specie, la loro univoca e precisa convergenza nella

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della ricostruzione tratta dalla Corte di appello dai dialoghi captati, dall’altro

ricostruzione della vicenda accolta dai giudici di merito, resistente alla tesi
alternativa illustrata dalla difesa.

4. Il ricorso di Marco Ierardo è inammissibile.
4.1. Il primo motivo, con cui si denuncia il vizio di motivazione in ordine alla
penale responsabilità per il capo F) della rubrica, è infatti generico e aspecifico.
Va rilevato che nell’appello il ricorrente non aveva contestato il fatto (aveva
sostenuto di essere stato incaricato dal coimputato di confezionare dei sacchetti

avesse rilevanza giuridica.
Su tale questione correttamente risponde la Corte di appello, avendo
constatato che il ricorrente, se pur per breve tempo, aveva detenuto (e quindi
custodito) la marijuana, provvedendo al suo trasporto e confezionamento
(risultando irrilevante se l’operazione di confezionamento fosse stata fatta in
modo maldestro).
4.2. Alla luce di quanto ora illustrato risultano manifestamente infondate le
critiche in ordine mancata qualificazione giuridica del fatto nel reato di cui all’art.
73, comma 5, d.P.R. n. 309 del 1990, posto che il dato ponderale, oggetto di
ammissione da parte del ricorrente e non contestato neppure in questa sede,
risultava prima facie incompatibile con l’ipotesi lieve.
Va ribadito sul punto che, qualora il dato ponderale sia, in sé, incompatibile
(come nella specie, trattandosi di 5 chili di marijuana) con le previsioni relative
alle ipotesi “base” dell’art. 73 d.P.R. n. 309 del 1990, il giudice non deve in
motivazione specificare altri elementi a giustificazione della mancata
derubricazione nella fattispecie “lieve” (per tutte, tra molte, Sez. 6, n. 45694 del
28/09/2016, Zuccaro, Rv. 268293).
4.3. Parimenti aspecifica rispetto alla trama argomentativa della sentenza
impugnata è la censura relativa alla mancata assoluzione per il reato di cui al
capo F-2) della rubrica.
La Corte di appello ha infatti valorizzato, a dimostrazione della destinazione
illecita dello stupefacente sequestrato al ricorrente, sia gli appunti sequestrati al
medesimo, tipici di una contabilità di spaccio, che la quantità della sostanza
rinvenuta, il cui impegno economico per l’acquisto non aveva trovato alcuna
giustificazione nelle entrate del ricorrente.
4.4. Egual sorte va assegnato all’ultimo motivo relativo al diniego delle
circostanze attenuanti generiche di cui all’art.

62-bis cod. pen. e della pena

condizionalmente sospesa.
Ancora una volta infatti il ricorrente non si correla alla motivazione dellg
sentenza impugnata e alla critiche versate nell’appello.

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di marijuana sottovuoto), ma aveva sostenuto che la condotta realizzata non

Quanto alle circostanze attenuanti generiche, la Corte di appello ha preso in
debita considerazione le doglianze difensive, rilevando che le ammissione fatte
dal ricorrente erano “necessitate” dall’evidenza dei fatti accertati e quindi non
espressione di resipiscenza dell’imputato (cfr., tra tante, Sez. 1, n. 35703 del
05/04/2017, Lucaioli, Rv. 271454) e che comunque era da ritenersi ostativo un
precedente specifico riportato da quest’ultimo nell’ottobre 2008 (e quindi non
certo risalente rispetto alla prima delle contestazioni mosse al predetto datata
alla fine del 2011).

traccia nei motivi di appello, di guisa che non può in questa sede dolersene sia
come vizio di motivazione che di violazione di legge (ex multis, Sez. 2, n. 15930
del 19/02/2016, Moundi, Rv. 266563).

5. Il ricorso di Briken Lekaj deve essere rigettato, lambendo in alcuni punti
l’inammissibilità.
5.1. Il primo motivo, con cui il ricorrente denuncia vizio di motivazione e
violazione di legge in relazione all’art. 267 cod. proc. pen., per l’inutilizzabilità
delle intercettazioni sul rilievo che la motivazione per relationem dei decreti di
proroga non avrebbe soddisfatto i requisiti minimi richiesti dalla giurisprudenza
di legittimità, è generico.
La Corte di appello invero ha dato precisa contezza della specificità della
motivazione dei decreti di proroga, mentre il ricorrente non ha supportato la sua
doglianza con la dimostrazione della fondatezza del suo assunto.
Va ribadito che, qualora in sede di legittimità venga eccepita l’inutilizzabilità
dei risultati di intercettazioni di comunicazioni, è onere della parte, a pena di
inammissibilità del motivo per genericità, indicare specificamente l’atto che si
ritiene affetto dal vizio denunciato e la rilevanza degli elementi probatori
desumibili dalle conversazioni, posto che l’omissione di tali indicazioni incide sulla
valutazione della concretezza dell’interesse ad impugnare (tra tante, Sez. 6, n.
13213 del 15/03/2016, Giorgini, Rv. 266774).
Si è anche precisato, quanto all’onere ora richiamato, che il ricorrente deve
curare che l’atto che si ritiene affetto dal vizio sia comunque effettivamente
acquisito al fascicolo trasmesso al giudice di legittimità, anche provvedendo a
produrlo in copia nel giudizio per cassazione (ex multis, Sez. 2, n. 24925 del
11/04/2013, Cavaliere, Rv. 256540).
5.2. Non hanno fondamento le censure mosse alla motivazione della
sentenza impugnata in ordine alla ritenuta responsabilità penale.

12

Relativamente al diniego della pena condizionalmente sospesa, non vi è

Relativamente al capo A) della rubrica, si rinvia, in ordine alle critiche del
ricorrente in relazione all’oggetto del trasporto, a quanto già esposto per il
coimputato Camarda.
Non resta che ribadire invero che la conclusione tratta dai giudici di merito
sull’oggetto dell’operazione di trasporto, che aveva visto attivamente impegnato
anche il ricorrente, riposa su una serie di plurimi, gravi, univoci e convergenti
indizi tratti dal materiale intercettativo, che aveva resistito anche le alternative
ricostruzioni difensive.

stupefacente di una sostanza non è necessario ricorrere ad una perizia
tossicologica, essendo del tutto sufficienti altri mezzi di prova (in tema di
intercettazioni telefoniche, Sez. 5, n. 5130 del 04/11/2010, dep. 2011, Moltoni,
Rv. 249703).
Quanto al capo B) della rubrica (trasporto di marijuana dall’Albania in
Sicilia), la Corte di appello ha motivato anche in tal caso facendo ricorso agli esiti
delle captazioni, in cui i conversanti, tutti identificati, tra i quali lo stesso Lekaj,
avevano spiegato i dettagli dell’operazione, che aveva visto anche in tal caso
impegnato lo stesso ricorrente come trasportatore del “furgone”, a causa
dell’arresto di un autista.
La stessa Corte territoriale ha chiarito come sia pervenuta ad identificare la
natura del materiale trasportato e il suo quantitativo approssimativo: sono
sempre i conversanti a fare chiari riferimenti alla tipologia e qualità della
sostanza (“pochi semi” “buona si”, “quella nuova non è ancora uscita”) e il
quantitativo non doveva ritenersi di certo esiguo, vista le modalità di trasporto e
di spostamento della stessa con un furgone (i conversanti suggeriscono di
utilizzare un furgone della ditta Bartolini).
Relativamente al capo D) della rubrica (importazione di 1.200 kg. di
marijuana dall’Albania sino al porto di Bari), la censura è del tutto generica
rispetto alla complessiva trama argomentativa della sentenza impugnata che
ricostruisce tutti i passaggi dell’operazione, desunti dagli esiti convergenti di
plurime captazioni e di indagini di p.g., in ordine alle quali il ricorrente non
avanza alcuna specifica critica, limitandosi a sostenere che il tutto sia frutto di un
“mero commento” dei conversanti privo di riscontri.
Quanto alla necessità di riscontri alle captazioni, si rinvia ai principi di diritto
sopra illustrati.

6. Il ricorso di Giacomo Mangone, che contiene i medesimi motivi di
annullamento avanzati e ora esaminati di Briken Lekaj, deve essere rigettato,
per le ragioni già indicate.

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Anche in tal caso va rammentato che, per stabilire l’effettiva natura

6.1. In ordine al primo motivo, relativo al vizio di motivazione e violazione di
legge in relazione all’art. 267 cod. proc. pen., per l’inutilizzabilità delle
intercettazioni, valgono infatti le stesse considerazioni in ordine alla genericità
della censura.
6.2. Non hanno parimenti fondamento le censure mosse alla motivazione
della sentenza impugnata in ordine alla ritenuta responsabilità penale.
Relativamente al capo A) della rubrica, si rinvia a quanto già esposto per i
coimputati Camarda e Lekaj in ordine alla questione sollevata dal ricorrente in

Anche per il capo B), le critiche replicano le stesse censure avanzate dal
ricorrente Leka, che devono essere rigettate per le medesime ragioni sopra
espresse alle quali quindi si fa rinvio.
Va aggiunto, quanto alla posizione di Mangone, (che, sulla base delle
captazioni, si era occupato dello smercio dello stupefacente importato dal Lekaj),
che la identificazione dell’oggetto delle trattative che lo avevano visto impegnato
viene coerentemente desunta dai Giudici di merito dalle indicazioni, in molti casi
anche molto esplicite, fatte dai conversanti: era stato invero il Lekaj a parlare
apertamente del “fumo” che “arriva a Palermo”, proprio prima di recarsi a
Palermo per incontrare il ricorrente ed Emiliano Pernoci, dove quest’ultimo si era
premurato di controllarne la qualità (“però, va bene”).

7. Il ricorso di Davide Moscatiello è inammissibile per genericità delle
censure.
Il ricorrente invero lamenta la omessa considerazione delle argomentazioni
difensive versate nei motivi di appello senza tuttavia indicarne il contenuto.
Va ribadito che è inammissibile il ricorso per cassazione i cui motivi si
limitino a lamentare l’omessa valutazione, da parte del giudice dell’appello, delle
censure articolate con il relativo atto di gravame, rinviando genericamente ad
esse, senza indicarne il contenuto, al fine di consentire l’autonoma individuazione
delle questioni che si assumono irrisolte e sulle quali si sollecita il sindacato di
legittimità, dovendo l’atto di ricorso contenere la precisa prospettazione delle
ragioni di diritto e degli elementi di fatto da sottoporre a verifica (tra le tante,
Sez. 3, n. 35964 del 04/11/2014, dep. 2015, B., Rv. 264879).
A queste assorbenti ragioni, va aggiunta vieppiù la considerazione che la
Corte di appello ha motivato adeguatamente sul punto attinto dal ricorso,
indicando le ragioni ostative sia al riconoscimento della massima estensione della
diminuzione per il riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche di cui
all’art. 62-bis cod. pen. sia alla concessione del minimo edittale della pena.

14

ordine all’esatta identificazione della natura della sostanza trasportata.

8. Il ricorso Emiliano Pernoci non può essere accolto per l’infondatezza dei
relativi motivi, che lambiscono in alcuni punti l’inammissibilità.
8.1. Il primo motivo, relativo alla medesima questione sollevata anche dai
ricorrenti Lekaj e Manone in ordine alla motivazione dei decreti di proroga delle
intercettazioni, è affetto dalla stessa genericità riscontrata in ordine ai ricorsi di
questi ultimi. Si rinvia pertanto a quanto già rilevato a tal riguardo.
8.2. Non ha fondamento la censura con cui si denuncia vizio di motivazione
e violazione di legge in relazione alla ritenuta responsabilità per i capi A), B) e D)

Quanto alla questione della cosiddetta “droga parlata” sguarnita di riscontri,
si rinvia ai principi di diritto già in precedenza illustrati in tema di utilizzazione
degli esiti del materiale intercettativo.
Relativamente alla ricostruzione delle vicende delittuose di cui ai capi A) e B)
della rubrica, è stata parimenti già esaminata, con riferimento al ricorso di
Camarda e Lekaj, la tenuta logica della trama argomentativa accolta dai giudici
di merito, alla quale non resta quindi che fare rinvio. In tale sede è stata vagliata
la motivazione anche con riferimento alla valutazione della tesi alternativa
richiamata dalla difesa a giustificazione dei rapporti di dare-avere emergenti
dalle captazioni.
Le restanti critiche (l’omesso controllo del furgone e di un deposito, come
anche il mancato spunto investigativo su un auto di Vercelli) introducono aspetti
assorbiti e comunque irrilevanti rispetto alle argomentazioni dei giudici di merito.
Le critiche per il capo D) della rubrica risultano formulate in modo del tutto
generico rispetto al tessuto motivazionale della sentenza impugnata — bollato dal
ricorrente in modo assertivo come apodittico — attraverso il quale la Corte di
appello ha serratamente esposto i passaggi più salienti delle captazioni che
davano contezza dello snodarsi della vicenda, ricostruita (anche in ordine
all’oggetto delle condotte) senza salti logici e aporie.
8.3. Non può essere accolta la censura versata nel terzo motivo relativa alla
ritenuta aggravante per il capo D) di imputazione.
Va ribadito che la circostanza aggravante della detenzione di ingente
quantità di cui all’art. 80, comma 2, d.P.R. n. 309 del 1990 può essere
configurata anche in mancanza del sequestro della sostanza, purché vi siano
elementi di prova certi che consentano di pervenire per via indiretta alla
individuazione del dato ponderale (tra le tante, Sez. 3, n. 35042 del 01/03/2016,
Gjetja, Rv. 267873; conf. Sez. 1, n. 1520 del 09/11/2017, dep. 2018, Castriotta,
non mass.; Sez. 6, n. 49277 del 09/10/2017, Nauta, non mass.).
Nel caso in esame, la Corte di appello ha valorizzato i dati univoci e
convergenti risultanti dai dialoghi intercettati: in particolare era stato Andrea

15

della rubrica.

Puntorno ad indicare chiaramente indicato il quantitativo della sostanza, oggetto
della imputazione (questi, mentre stava discorrendo con la moglie di marijuana
che intendeva immettere sul mercato, aveva fatto riferimento al carico sottratto
ai soggetti di etnia albanese di 1.200 chilogrammi, ribadendo tale circostanza in
altra conversazione captata nella quale ne aveva indicato vieppiù il controvalore
economico, pari ad un milione e duecentomila euro, venendo redarguito dalla
moglie presente dal fare riferimenti espliciti) ed erano stati sempre i conversanti
a rivelare che il trasporto della sostanza in esame, oggetto di rapina, era
avvenuto a mezzo di un furgone (la cui targa era stata inviata proprio al Pernoci

dal fratello Ilir e che era risultato effettivamente sbarcato a Bari proveniente da
Durazzo, ufficialmente privo di carico).
Stante il quantitativo indicato, confermato dal controvalore economico
indicato e dalle modalità di trasporto, la Corte di appello ha ritenuto in ogni caso
superata la soglia richiesta per la configurazione della circostanza aggravante di
cui all’art. 80, comma 2, d.P.R. n. 309 del 1990 (Sez. U, n. 36258 del
24/05/2012, Biondi, Rv. 253150).
Il dato ponderale infatti era tale da rendere auto-evidente l’offensività della
condotta ai fini della sussistenza della citata aggravante.
8.4. Gli ultimi due motivi, relativi al trattamento sanzionatorio, sono
manifestamente infondati.
Invero, quanto alle circostanze attenuanti generiche di cui all’art. 62-bis
cod. pen., il ricorrente nell’appello ne aveva invocato il riconoscimento facendo
leva sulla sua incensuratezza e sulla risalenza nel tempo delle condotte.
La Corte di appello al riguardo ha puntualmente spiegato i motivi del rigetto,
valorizzando legittimamente circostanze, tra quelle indicate nell’art. 133 cod.
pen., ovvero la mancata resipiscenza dell’imputato e la ostinata condotta tenuta
dall’imputato, che, nonostante i numerosi intoppi incontrati, aveva continuato a
delinquere, venendo condannato in altro giudizio per l’acquisto di cocaina nel
2014.
Secondo un principio di diritto più volte affermato, dal quale non vi è motivo
alcuno per discostarsi, nel motivare il diniego della concessione delle attenuanti
generiche non è necessario che il giudice prenda in considerazione tutti gli
elementi favorevoli o sfavorevoli dedotti dalle parti o rilevabili dagli atti, ma è
sufficiente che egli faccia riferimento a quelli ritenuti decisivi o comunque
rilevanti, rimanendo tutti gli altri disattesi o superati da tale valutazione (Sez. 3,
n. 28535 del 19/03/2014, Lule, Rv. 259899).
Quanto alla dosimetria della eccessività della pena, è sufficiente richiamare
la estrema genericità del relativo motivo di appello (Sez. U, n. 8825 del
27/10/2016, dep. 2017, Galtelli, Rv. 268822), dovendosi in ogni caso constatare

(/
16

che la Corte di appello anche in tal caso ha offerto una adeguata e non
censurabile motivazione (facendo leva, nella specie, sulla capacità criminale
dimostrata dal ricorrente per i contatti con la criminalità albanese e siciliana, per
la movimentazione di ingenti quantitativi di stupefacenti con un flusso continuo).

9. Il ricorso Alessandro Puntorno è inammissibile.
Le critiche versate nel ricorso sono infatti formulate in termini
assolutamente generici e aspecifici rispetto all’impianto motivazionale (tutt’altro

E’ infatti inammissibile il ricorso per cassazione i cui motivi non contengano
la precisa prospettazione delle ragioni in fatto o in diritto da sottoporre a verifica
(tra le tante, Sez. 3, n. 16851 del 02/03/2010, Cecco, Rv. 246980).

10. Il ricorso di Andrea Puntorno va rigettato, lambendo anche in alcuni
punti l’inammissibilità.
10.1. Invero, il primo motivo, che articola analoghe censure in ordine alla
motivazione dei decreti di proroga delle intercettazioni, prospettate dal ricorrente
Pernoci, presenta le stesse carenze illustrative e quindi va ritenuto generico per
le ragioni già esposte in precedenza, alle quali si rinvia.
10.2. Il secondo motivo declina anch’esso le medesime censure del secondo
motivo proposto dal Pernoci e pertanto non può essere accolto per le
considerazioni già esposte, alle quali, onde evitate inutili ripetizioni, si fa rinvio.

11. Il ricorso di Cristian Ziccardi è inammissibile.
Il ricorrente invero non si correla alla motivazione della sentenza impugnata,
che ha indicato le ragioni ostative ad una diminuzione della pena (lo stretto
rapporto di collaborazione tenuto dal ricorrente con Andrea Puntorno e i
quantitativi elevati di stupefacente trattati, sempre ed ampiamente, oltre il
chilogrammo), così disattendo le sue richieste in ordine al trattamento
sanzionatorio.
Va ribadito che deve ritenersi adempiuto l’obbligo di motivazione del giudice
di merito sulla determinazione in concreto della misura della pena, allorché siano
indicati nella sentenza gli elementi ritenuti rilevanti o determinanti nell’ambito
della complessiva dichiarata applicazione di tutti i criteri di cui all’art. 133 cod.
pen. (ex multis, Sez. 1, n. 3155 del 25/09/2013, dep. 2014, Waychey, Rv.
258410), rimanendo tutti gli altri — dedotti dalle parti o rilevabili d’ufficio disattesi o superati da tale valutazione (Sez. 3, n. 28535 del 19/03/2014, Lule,
Rv. 259899).

17

che carente) della sentenza impugnata.

12. Sulla base di quanto premesso deve concludersi quindi che i ricorsi di
Giuseppe Cacciatore, Mario Cacciatore, Vincenzo Cacciatore, Marco Ierardo,
Davide Moscatiello, Alessandro Puntorno e Cristian Ziccardi sono da dichiarare
inammissibili, con la condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese
processuali e, ciascuno, al versamento alla cassa delle ammende di una somma
che, in ragione delle questioni dedotte, si stima equo quantificare nella misura di
euro 2.000; e che i ricorsi di Giorgio Camarda, Briken Lekaj, Giacomo Mangone,
Emiliano Pernoci e Andrea Puntorno devono essere invece rigettati, con le

P.Q.M.

Dichiara inammissibili i ricorsi di Giuseppe Cacciatore, Mario Cacciatore,
Vincenzo Cacciatore, Marco Ierardo, Davide Moscatiello, Alessandro Puntorno e
Cristian Ziccardi, che condanna al pagamento delle spese processuali e,
ciascuno, al versamento della somma di euro 2.000 in favore della cassa delle
ammende.
Rigetta i ricorsi di Giorgio Camarda, Briken Lekaj, Giacomo Mangone,
Emiliano Pernoci, Andrea Puntorno, che condanna al pagamento delle spese
processuali.
Così deciso il 18/01/2018.

conseguenze di legge.

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