Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 15719 del 06/05/2014


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Penale Sent. Sez. 4 Num. 15719 Anno 2015
Presidente: BRUSCO CARLO GIUSEPPE
Relatore: VITELLI CASELLA LUCA

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
MATUOZZO GUIDO N. IL 12/10/1961
avverso l’ordinanza n. 211/2011 CORTE APPELLO di NAPOLI, del
18/09/2012
sentita la relazione fatta dal Consigliere Dott. LUCA VITELLI
CASELLA;
letteLsmatite le conclusioni del PG Dott. 1.,L,,J 5 /,’
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Data Udienza: 06/05/2014

Ricorrente MATUOZZO Guido

Ritenuto in fatto

Con ordinanza emessa il 18 settembre 2012, la Corte d’appello di Napoli
rigettava la domanda di riparazione per l’ingiusta detenzione subita da
MATUOZZO Guido

assolto definitivamente, per non aver commesso il fatto,

dal GIP del Tribunale di Napoli con sentenza confermata dalla stessa Corte

bis, 513-bis e 629 cod. pen. nonché 12 quinquies della legge n.356 del 1992 sul rilievo della sussistenza di comportamenti dell’istante connotati da colpa
grave, dotati di valenza quantomeno sinergica ai fini della privazione della
libertà personale in ragione della ritenuta contiguità dell’istante con camorristi
casalesi.
Propone il Matuozzo ricorso per cassazione deducendo un unico motivo di
annullamento per l’erronea applicazione dell’art. 314 cod.proc.pen. e per vizi
motivazionali, così sintetizzato
Sostiene il difensore che la Corte distrettuale avrebbe omesso di individuare gli
specifici comportamenti colposi o dolosi che, in relazione alla carica formale di
amministratore della società, avrebbero rivestito efficacia sinergica ai fini
dell’adozione della misura restrittiva della libertà personale. La Corte d’appello,
in sostanza, avrebbe errato nel ritenere il mero fatto di aver ricoperto detta
funzione, condotta idonea ad ingannare il Giudice della cautela posto che anche
l’amministratore di fatto fu oggetto di provvedimento restrittivo di guisa da
risultare apodittica e manifestamente illogica la motivazione del provvedimento
impugnato.
Il Procuratore Generale presso questa Corte, con requisitoria scritta in atti, ha
concluso per il rigetto del ricorso.
Il Ministero resistente dell’Economia e delle Finanze, con la memoria in atti, ha
sostanzialmente condiviso le medesime conclusioni.

Considerato in diritto

Il ricorso va giudicato manifestamente infondato.
La Corte distrettuale, ad onta delle obiezioni del ricorrente, ha proceduto in
corretta applicazione dell’ormai consolidato e prevalente insegnamento di questa
Corte che ha enucleato, in diverse pronunzie, i principi di diritto, applicabili nel
caso di specie, di seguito così sintetizzati.
Con la sentenza delle Sezioni Unite n. 43 del 1996 si è, in primis, statuito che
l’approccio valutativo, al quale il giudice dell’equa riparazione deve sottoporre il

1.

d’appello e divenuta irrevocabile il 30 luglio 2009, dai delitti di cui agli artt.416-

medesimo materiale acquisito in sede di cognizione, deve atteggiarsi in modo
del tutto differente rispetto a quello che deve seguire il giudice della cognizione al
fine di stabilire se determinate condotte costituiscano o meno reato. Il Giudice
della riparazione è invero tenuto a verificare – con valutazione ex ante –

se le

stesse abbiano rivestito un ruolo condizionante agli effetti della produzione
dell’evento dannoso ovverosia dell’emissione e dell’eventuale mantenimento del
provvedimento restrittivo della libertà personale. Con altra sentenza n. 34559 del
2002,Ie Sezioni Unite hanno altresì affermato che il giudice della riparazione

supposizioni, valutando tutti gli elementi probatori disponibili, con particolare
riferimento alla sussistenza di condotte che rivelino eclatante o macroscopica
negligenza od imprudenza al fine di stabilire ex ante

non se le stesse integrino

estremi di reato, ma solamente se siano state il presupposto che abbia
ingenerato, anche in presenza di errore dell’autorità procedente, la falsa
apparenza della sua configurabilità come illecito penale, dando luogo alla
detenzione con rapporto di causa ad effetto. Comportamento gravemente
colposo è stato altresì giudicato quello che si risolva nelle c.d. frequentazioni
ambigue ovverosia in quelle che si prestano ad essere oggettivamente
interpretate come indizi di complicità, quando non siano giustificate da rapporti
di parentela e siano poste in essere con la consapevolezza che trattasi di
soggetti coinvolti in traffici illeciti ( Sez. 4 n.4194 del 2001; Sez.3 n.363 del
2007 ). A suffragio del principio di ordine generale ed assorbente secondo il
quale resta escluso il riconoscimento del diritto alla riparazione ogniqualvolta il
soggetto istante abbia determinato ( od abbia contribuito a determinare ) con la
propria condotta, i presupposti del proprio arresto, la giurisprudenza di
legittimità ha ribadito che, sotto il profilo del dolo e della colpa grave, possono
rilevare il rifiuto dell’imputato di rispondere, in sede di interrogatorio di
garanzia, al pari della reticenza ovvero le dichiarazioni menzognere dallo stesso
rese (pur trattandosi di condotte costituenti esercizio del diritto di difesa) nel
caso in cui in tal modo, lo stesso abbia omesso di riferire circostanze ignote agli
inquirenti ed utili ad attribuire un diverso significato egli elementi acquisiti in
sede investigativa e posti alla base del provvedimento cautelare ( Sez. 4 n.4154
del 2007; Sez. 4 n.4159 del 2008; Sez. 4 n.40291 del 2008).
Osserva il Collegio come la Corte d’appello di Napoli, in coerenza con la
ricostruzione del fatto acquisita dalla motivazione della sentenza di assoluzione,
passata in giudicato, abbia puntualmente evidenziato che l’istante ebbe a
ricoprire formalmente il ruolo di amministratore ”

della società commerciale

utilizzata dai camorristi casalesi per imporre le proprie strategie illecite sul
territorio ” ,pur avendo egli in concreto svolto mansioni di autista dipendente
di detta società, senza aver compiuto alcun atto di amministrazione. Se tale

2

deve fondare le proprie statuizioni su fatti concreti e precisi e non su mere

circostanza non consentì, in applicazione del disposto dell’art. 40 cpv. cod. pen.
,di addivenire alla condanna del Matuozzo, cionondimeno con siffatta condotta,
ancorchè penalmente irrilevante, 4 egli contribuì a trarre in inganno il giudice
della cautela – come ineccepibilmente sottolineato dalla motivazione del
provvedimento impugnata – circa la consapevolezza anche dell’amministrazione
formale, dell’agire illecito della società, non versandosi nel caso di colui che
viene strumentalizzato da terzi ” che a sua insaputa, abusano del loro potere

amministrativo di fatto “. Né il Mattuozzo fornì alcuna spiegazione atta ad

In conclusione non v’è dubbio che la macroscopica leggerezza e la grave
negligenza con cui il Matuozzo agì nella convinzione di aver svolto la “funzione

di schermo dell’amministrato di fatto ”

ha connotato i comportamenti

dell’istante, legittimamente giudicati ostativi al riconoscimento del diritto alla
riparazione.
Alla declaratoria di inammissibilità segue, per legge, la condanna del ricorrente al
pagamento delle spese processuali nonché ( trattandosi di causa di
inammissibilità riconducibile alla volontà, e quindi a colpa, del ricorrente:cfr.
Corte Costituzionale sent. n. 186 del 7 – 13 giugno 2000 ) al versamento, a
favore della cassa delle ammende, di una somma che si ritiene equo e congruo
determinare in euro 1.000,00. In applicazione del principio della soccombenza il
ricorrente deve altresì esser condannato alla rifusione della spese di questo
giudizio,in favore del Ministero resistente, come liquidate in dispositivo.

PQM

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle
spese del procedimento e della somma di euro 1.000,00 a favore della cassa
delle ammende, oltre alla rifusione delle spese in favore del Ministero resistente
che liquida in euro 1000,00.
Così deciso in Roma,lì 6 maggio 2014.

inficiare il grave quadro indiziario raccolto, come rilevato dal Ministero resistente.

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