Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 15718 del 06/05/2014


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Penale Sent. Sez. 4 Num. 15718 Anno 2015
Presidente: BRUSCO CARLO GIUSEPPE
Relatore: VITELLI CASELLA LUCA

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
PANSINI PATRIZIA N. IL 28/01/1971
VALERIO FERDINANDO N. IL 21/09/1989
avverso l’ordinanza n. 127/2008 CORTE APPELLO di BARI, del
22/11/2012
sentita la relazione fatta dal Consigliere Dott. LUCA VITELLI
CASELLA;
lette/9~ le conclusioni del PG Dott.
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c, D ueg’Cc. y.e

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Uditi difensor Avv.;

Data Udienza: 06/05/2014

Ricorrenti PANSINI Patrizia – VALERIO Rosa – VALERIO Ferdinando.

Ritenuto in fatto

PANSINI Patrizia, VALERIO Rosa e VALERIO Ferdinando, quali eredi
proponenti la domanda di riparazione per l’ingiusta detenzione subita dal
congiunto VALERIO Biagio ( deceduto il 28 gennaio 2008 ) I ricorrono per

emessa in data 22 novembre 2012 dalla Corte d’appello di Bari con la quale, in
accoglimento della domanda di riparazione della ingiusta detenzione subita dal
congiunto, in carcere ed agli arresti dorniciliari,dal 20 gennaio 2006 fino al 24
aprile 2007, veniva agli istanti liquidata la somma complessiva di euro
45.000,00, con la compensazione integrale fra le parti, delle spese di giudizio,
premesso che con sentenza 4 ottobre 2007, divenuta irrevocabile l’11 marzo
2008, Valerio Biagio fu definitivamente assolto dal GIP del Tribunale di Bari, per
non aver commesso il fatto, dai delitti a lui ascritti, di cui agli artt. 416-bis cod.
pen.,74 d.P.R. n. 309/1990, 628 e 650 cod. pen.
Lamentano i ricorrenti, articolando due distinte censure, vizi di inosservanza ed
erronea applicazione degli artt. 314,315 e 644 cod. proc. pen. nonché vizi di
carenza di motivazione in ordine alla determinazione del quantum.
Con il primo motivo si censurano le statuizioni della Corte d’appello che ha
ritenuto di procedere alla liquidazione del

quantum

sulla base della

legittimazione degli istanti jure proprio e non jure hereditatis,

erroneamente

applicando il precetto dettato dall’art. 644, comma 3 0 cod. proc.pen. che
stabilisce che il diritto riconosciuto agli aventi causa dal defunto, titolare del
diritto alla riparazione per l’ingiusta detenzione, è commisurato a quello della
persona defunta ed ingiustamente detenuta, non potendo liquidarsi una somma
maggiore di quella che sarebbe alla predetta spettata.
Con il secondo motivo, si dolgono i ricorrenti della carenza di motivazione
laddove la Corte distrettuale ha inteso far luogo alla liquidazione definitiva
dell’indennizzo in ragione della metà di quello che sarebbe spettato al de cuius
,omettendo quindi di tener conto dell’ingentissimo danno subito dagli istanti a
causa della mancata percezione di reddito per effetto della ingiusta detenzione
patita dal defunto Valerio Biagio.
Il Procuratore Generale presso questa Corte, con requisitoria scritta in atti, ha
concluso per il rigetto del ricorso.

cassazione, a mezzo del difensore e procuratore speciale, avverso l’ordinanza

In senso conforme ha altresì rassegnato le proprie conclusioni scritte il Ministero
resistente dell’Economia e delle Finanze, come rappresentato e difeso ex lege
dall’Avvocatura generale dello Stato.

Considerato in diritto

Il ricorso è infondato e deve quindi esser respinto con ogni conseguente effetto a
carico dei ricorrenti, ex art. 616 cod. proc. pen.

esaustivamente statuito da questa stessa Sezione con la sentenza n.76 del 2012
rv. 254377,ai fini del corretto inquadramento in diritto, della domanda avanzata
dai prossimi congiunti del defunto titolare del diritto alla riparazione per l’ingiusta
detenzione subita:

“conclusivamente, avendo la riparazione per l’ingiusta

detenzione natura di indennizzo conseguente all’atto lecito dannoso e pur
attribuendo, pertanto, l’art. 644 cod. proc. pen., agli eredi un diritto “iure
proprio” (come da Cass. pen. Sez. Un. del 14 dicembre 1994), esso è comunque
commisurato a quello della persona defunta, con la conseguenza che i prossimi
congiunti possono far valere in giudizio il danno subito dal defunto (Cass. pen.
Sez. 4^, n. 20916 del 19.4.2005 Rv. 231655; Sez. 4^, n. 19322 del 16.2.2005,
Rv. 231552).”
Ne consegue che la Corte d’appello ha del tutto legittimamente proceduto in
conformità del ricordato insegnannento,partendo dal calcolo dell’ammontare
dell’indennità per l’ingiusta detenzione patita dal de cuius

secondo il ben noto

parametro aritmetico giornaliero, a tale scopo individuato dalla giurisprudenza,
distinguendo i diversi periodi in rapporto alla detenzione subita in carcere da
quella scontata agli arresti domiciliari (gg. 306 x 235 + gg. 153 x 117 = euro
89.811 ). L’ importo complessivo così quantificato rappresenta quindi la somma
massima agli istanti liquidabile, come ribadito dalle S.U. con la sentenza n. 28
del 1994 rv. 200511.
Infondata è altresì la SECONDA censura.
Ferma la corretta procedura di liquidazione seguita,la Corte distrettuale ha poi
esaustivamente argomentato la determinazione di riconoscere agli istanti una
somma, equitativamente quantificata in complessivi euro 45.000,00 ( pari a circa
la metà del suddetto importo massimo spettante al

de cuius ) . La Corte

d’appello ha sottolineato che, pur non avendo provato gli istanti, agendo jure
proprio, ” i contraccolpi subiti ” ( Sez. 4 n. 22502 del 2007 ) quali prossimi
congiunti di colui che patì la ingiusta detenzione e quindi ” non le conseguenze
pregiudizievoli in danno del defunto, ma gli effetti scaturiti dalla illegittima
restrizione del congiunto sulla propria sfera giuridico-patrimoniale “,
determinazione del

quantum

la suddetta

trovava tuttavia titolo e giustificazione in

2

In relazione al PRIMO motivo di ricorso, condivide il Collegio quanto già

elementi presuntivi idonei a supportare l’assunto della propagazione degli effetti
pregiudizievoli della ingiusta detenzione sui farnigliari. A tale riguardo ha fatto
riferimento la Corte d’appello alla gravità delle accuse, alla giovane età di
Ferdinando e di Rosa Valerio all’epoca della detenzione del padre ed alla
propalazione della notizia dell’arresto quantomeno negli stessi ambienti famigliari
e sociali dagli istanti frequentati.
Le spese di questo giudizio devono dichiararsi integralmente compensate tra le
parti concorrendo giustificati motivi, in difetto anche di specifica richiesta di

della domanda dinanzi alla Corte d’appello.

PQM

Rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali.
Compensa le spese tra le parti.
Così deciso in Roma, lì 6 maggio 2014.

condanna alla rifusione del Ministero resistente, non oppostosi all’accoglimento

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