Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 15715 del 20/03/2015


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Penale Sent. Sez. 4 Num. 15715 Anno 2015
Presidente: ZECCA GAETANINO
Relatore: PICCIALLI PATRIZIA

Data Udienza: 20/03/2015

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
GIGLIO VINCENTE GIUSEPPE N. IL 21/11/1973
avverso la sentenza n. 2635/2013 CORTE APPELLO di PALERMO,
del 19/09/2014
visti gli atti, la sentenza e il ricorso
udita in PUBBLICA UDIENZA del 20/03/2015 la relazione fatta dal
Consigliere Dott. PATRIZIA PICCIALLI
Udito il Procuratore Geperale in persona del Dott.
che ha concluso per
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Udito, per la parte civile, l’Avv
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Ritenuto in fatto

GIGLIO Vincenzo

Giuseppe ricorre avverso la sentenza di cui in epigrafe, che

confermando quella di primo grado, lo ha riconosciuto colpevole del reato di cui
all’articolo 95 del d. P.R. n. 115 del 2002, condannandolo alla pena di anni uno e mesi
due di reclusione ed euro 600,00 di multa.

il reddito complessivo percepito dal nucleo familiare era di euro 5460,13 mentre in realtà
era pari ad euro 16.282,00, così ottenendo, attraverso la falsa attestazione, l’ammissione
al beneficio richiesto.
La Corte territoriale affermava, altresì, che lo stato di detenzione non esclude il rapporto
di convivenza, con il conseguente obbligo per il detenuto che presenta istanza di
ammissione di indicare i redditi dei propri familiari.

Con il ricorso, con il primo motivo, si criticano le conclusioni assunte, concordemente dai
giudici di merito, sostenendosi l’errore in cui sarebbe incorso l’imputato nel computo del
reddito, anche in ragione del fatto che il Giglio non poteva considerarsi convivente con i
familiari, né per l’anno d’imposta indicato nell’istanza, né al momento della sua
sottoscrizione, in quanto detenuto in carcere per cinque anni.
Con il primo motivo si duole dell’entità della pena e del diniego delle circostanze
attenuanti ex art. 62 bis c.p.

Considerato in diritto

Il ricorso è infondato.

Il reato di cui all’articolo 95 del dpr n. 115 del 2002, che punisce le falsità o le omissioni
nelle dichiarazioni e nelle comunicazioni per l’attestazione delle condizioni di reddito in
vista dall’ammissione al patrocinio a spese dello Stato, è integrato dalle dichiarazioni con
cui l’istante affermi, contrariamente al vero, di avere un reddito inferiore a quello fissato
dalla legge come soglia di ammissibilità, ovvero neghi o nasconda mutamenti significativi
del reddito dell’anno precedente, tali cioè da determinare il superamento di detta soglia.

La ricostruzione operata in sede di merito ha consentito di apprezzare la difformità
rispetto al vero di quanto dichiarato.

La tesi difensiva sotto questo profilo propone una non consentita diversa e opinabile
ricostruzione di quello che sarebbe stato l’atteggiamento psicologico dell’imputato, che
2

La condanna veniva basata sul rilievo che l’imputato aveva dichiarato per l’anno 2005 che

non può ricevere accoglimento in questa sede, anche per l’assorbente ragione che
l’ipotizzato dubbio dell’imputato a tacer d’altro avrebbe dovuto essere veicolato in sede di
dichiarazione.

Mentre risulta – dalla ricostruzione operata in sede di merito-

una dichiarazione –

evidentemente consapevole- che è risultata falsa, in termini tali da integrare il proprium

Non vi è spazio per evocare il tema dell’errore, ove si consideri che deve essere
considerato errore sulla legge penale, come tale inescusabile, sia quello che cade sulla
struttura del reato, sia quello che incide su norme, nozioni e termini propri di altre
branche del diritto, introdotte nella norma penale ad integrazione della fattispecie
criminosa, dovendosi intendere per «legge diversa dalla legge penale>> ai sensi
dell’articolo 47 c.p. quella destinata in origine a regolare rapporti giuridici di carattere non
penale e non esplicitamente incorporata in una norma penale, o da questa non richiamata
anche implicitamente (Sezione IV, 7 ottobre 2010, PG in proc. Barba, proprio in una
fattispecie relativa al reato di interesse, laddove la Corte ha ritenuto che l’articolo 76 del
dpr n. 115 del 2002, che disciplina la materia del patrocinio a spese dello Stato ed è
espressamente richiamato dalla norma incriminatrice di cui all’art. 95 stesso decreto, non
costituisca legge extrapenale).

Non merita accoglimento la tesi difensiva secondo la quale lo stato di detenzione
escluderebbe il rapporto di convivenza.
Secondo la giurisprudenza consolidata di questa Corte, correttamente richiamata dai
giudici di merito, in tema di ammissione al patrocinio a spese dello Stato, il rapporto di
convivenza familiare, essendo caratterizzato da continuativi rapporti di affetto, da
costante comunanza di interessi, da comuni responsabilità e dunque da un legame stabile
e duraturo, prescinde dalla coabitazione fisica, e non può ritenersi escluso dallo stato di

del reato.

detenzione, pur protratto nel tempo, di uno dei componenti del nucleo familiare, il quale,
pertanto, anche in tale ipotesi, non può omettere di indicare nell’istanza di ammissione, il
reddito dei familiari conviventi ( v. in tal senso Sezione IV, 13 gennaio 2006, n. 14442,
Conte ed altro, rv. 233597).

Infondato è anche il motivo afferente il trattamento sanzionatorio.

Basta ricordare che la doglianza è relativa all’esercizio di un potere attribuito al giudice di
merito [ quello relativo alla dosimetria della pena ed alla concessione/ diniego delle
attenuanti generiche], che questi ha esercitato in modo giuridicamente corretto, [in linea
con il disposto degli articoli 132 e 133 c.p.] e con adeguata motivazione, valorizzando,

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sotto il primo profilo, la situazione soggettiva ed oggettiva relativa all’imputato ed
applicando la pena detentiva nel minimo ( pari ad un anno) e sotto il secondo profilo,
anche la sussistenza di gravi precedenti penali.

Vale allora ricordare che la concessione o no delle circostanze attenuanti generiche
risponde ad una facoltà discrezionale del giudice, il cui esercizio, positivo o negativo che
sia, deve essere motivato nei soli limiti atti a far emergere in misura sufficiente il

effettiva del reato ed alla personalità del reo. Tali attenuanti non vanno intese,
comunque, come oggetto di una “benevola concessione” da parte del giudice, né
l’applicazione di esse costituisce un diritto in assenza di elementi negativi, ma la loro
concessione deve avvenire come riconoscimento dell’esistenza di elementi di segno
positivo, suscettibili di positivo apprezzamento (Sezione VI, 28 ottobre 2010, Straface).

Al rigetto del ricorso consegue ex art. 616 c.p.p. la condanna del

ricorrente al

pagamento delle spese processuali.
PQM
Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
Così deciso in data 20 marzo 2015

Il Consigliere estensore

Il Presidente

pensiero del decidente circa l’adeguamento della pena in concreto inflitta alla gravità

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