Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 15715 del 02/03/2018


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Penale Sent. Sez. 5 Num. 15715 Anno 2018
Presidente: SABEONE GERARDO
Relatore: CAPUTO ANGELO

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
GIUFFRE’ MANUEL nato il 06/12/1996 a CASALMAGGIORE

avverso la sentenza del 27/09/2016 della CORTE APPELLO di BOLOGNA
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal Consigliere ANGELO CAPUTO

Uditi in pubblica udienza il Sostituto Procuratore generale della Repubblica
presso questa Corte di cassazione dott.ssa P. Lori, che ha concluso per
l’inammissibilità del ricorso e, per il ricorrente, l’avv. V. Davoli, in sostituzione
dell’avv. A. Mastroianni, che ha concluso per l’accoglimento del ricorso.

Data Udienza: 02/03/2018

RITENUTO IN FATTO

1. Con sentenza deliberata il 12/02/2016, il Tribunale di Parma, per quanto
è qui di interesse, dichiarava, all’esito del giudizio abbreviato, Manuel Giuffrè
responsabile del reato di concorso in furto in abitazione pluriaggravato (capo A)
e del reato di cui all’art. 4 I. n. 110 del 1975 (capo B), condannandolo alla pena
di giustizia condizionalmente sospesa. Investita dei gravami dell’imputato e del
pubblico ministero, la Corte di appello di Bologna, con sentenza deliberata il

a norma degli artt. 624, 625, primo comma, nn. 2 e 5, cod. pen., in esso
assorbita la contravvenzione sub B), ha rideterminato in melius la pena irrogata,
revocandone, tuttavia, la sospensione condizionale.

2. Avverso l’indicata sentenza della Corte di appello di Bologna ha proposto
personalmente ricorso per cassazione Manuel Giuffrè, articolando due motivi di
seguito enunciati nei limiti di cui all’art. 173, comma 1, disp. att. cod. proc. pen.
Il primo motivo denuncia inosservanza della legge penale: dopo che l’auto
del ricorrente era stata pedinata, la polizia giudiziaria ha continuato a sorvegliare
l’azione dall’esterno, posizionandosi all’altezza dell’unica uscita del palazzo, dalla
quale i correi uscirono per infilarsi nell’auto a bordo della quale furono fermati,
sicché erroneamente il fatto non è stato riqualificato in termini di tentativo.
Il secondo motivo denuncia inosservanza dell’art. 62, primo comma, n. 4)
cod. pen.: erroneamente non è stata riconosciuta la circostanza attenuante del
danno di speciale tenuità, posto che la porta di ingresso del locale non è stata
manomessa e, quanto all’aspetto quantitativo, il pregiudizio è stato lievissimo,
anche alla luce delle condizioni economiche del soggetto passivo.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il ricorso è inammissibile.

2. Il primo motivo è inammissibile.
Il discrimen tra fattispecie consumata e fattispecie tentata nel reato di furto
è stato individuato dalle Sezioni unite di questa Corte nel conseguimento, anche
momentaneo, o meno, in capo all’agente, dell’autonoma ed effettiva disponibilità
della refurtiva, non ancora uscita dalla sfera di vigilanza e di controllo del
soggetto passivo: infatti, premesso che il mancato perfezionamento del possesso
della refurtiva in capo all’agente esclude che il reato possa dirsi consumato, detto
impossessamento postula «il conseguimento della signoria del bene sottratto,
intesa come piena, autonoma ed effettiva disponibilità della refurtiva da parte

2

27/09/2016, sempre per quanto è qui di interesse, ha riqualificato il fatto sub A)

dell’agente», mentre deve essere escluso dalla «concomitante vigilanza, attuale
e immanente, della persona offesa e dall’intervento esercitato in continenti a
difesa della detenzione del bene materialmente appreso, ma ancora non uscito
dalla sfera del controllo del soggetto passivo», ipotesi, questa, nella quale «la
incompiutezza dell’impossessamento osta alla consumazione del reato e
circoscrive la condotta delittuosa nell’ambito del tentativo» (Sez. U, n. 52117 del
17/07/2014, Prevete, Rv. 261186).
I giudici di merito hanno fatto buon governo del principio di diritto

effettiva disponibilità della refurtiva: essi, infatti, si erano impossessati della
refurtiva, allontanandosi dal luogo del furto, ed erano stati fermati, ad alcuni
chilometri di distanza, da una pattuglia della polizia giudiziaria messa in allarme
dagli operanti che, sul luogo del delitto, avevano visto delle persone entrare
dell’edificio, senza conoscerne le intenzioni e senza poter intervenire prima
dell’arrivo di rinforzi (non potendo escludere, in quel frangente, che i tre fossero
armati). A fronte della motivata risposta offerta dalla Corte distrettuale alla
censura proposta con il gravame, il ricorrente ripropone la tesi volta a qualificare
il fatto quale tentativo, omettendo, tuttavia, di confrontarsi criticamente con i
dati probatori rilevati dalle conformi sentenze di merito in ordine all’intervallo di
tempo che separò l’allontanamento dall’edificio e l’intervento della pattuglia della
polizia giudiziaria, dati che rendono ragione, per un verso, della piena ed
effettiva disponibilità della refurtiva conseguita dagli agenti con l’allontanamento
dal luogo del fatto e, per altro verso, della evidente fuoriuscita della refurtiva
stessa dalla sfera di controllo della persona offesa (e delle forze di polizia): sotto
questo profilo, il ricorso risulta del tutto carente della necessaria correlazione tra
le argomentazioni riportate dalla decisione impugnata e quelle poste a
fondamento dell’impugnazione (Sez. 4, n. 18826 del 09/02/2012, Pezzo, Rv.
253849).

3. Anche il secondo motivo è inammissibile.
La Corte distrettuale ha escluso la configurabilità della circostanza
attenuante invocata rilevando che il danno complessivo causato alla persona
offesa è maggiore di 3 mila euro, a nulla rilevando che la somma di denaro in
contanti non sia stata rinvenuta addosso agli imputati, posto che, tenuto conto
delle modalità dell’arresto, essi hanno avuto la possibilità di liberarsi delle
banconote e di occultarle. Anche sul punto, il ricorso omette di confrontarsi con
le argomentazioni riportate dalla decisione impugnata, sicché il motivo è
inammissibile.

3

richiamato, avendo rilevato che gli imputati avevano conseguito l’autonoma ed


4. Alla declaratoria d’inammissibilità del ricorso consegue la condanna del
ricorrente al pagamento delle spese processuali e al versamento alla Cassa delle
ammende della somma, che si stima equa, di Euro 2.000,00.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle
spese del procedimento e della somma di euro 2.000,00 a favore della Cassa

Così deciso il 02/03/2018.

U onsigliere estensore
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ut”

Il Presidente

1

Depositato in Canc na
Roma, lì

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delle ammende.

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