Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 15684 del 16/01/2015


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Penale Sent. Sez. 4 Num. 15684 Anno 2015
Presidente: BRUSCO CARLO GIUSEPPE
Relatore: D’ISA CLAUDIO

SENTENZA
Sul ricorso proposto da:
UBALDI MASSIMO

n. il 18.12.1965

avverso la sentenza n. 3/2013

del Tribunale di Ascoli Piceno

dell’11.03.2013.
Visti gli atti, la sentenza ed il ricorso
Udita all’udienza pubblica del 16 gennaio 2015 la relazione fatta dal
Consigliere dott. CLAUDIO D’ISA
Udito il Procuratore Generale nella persona del dott. Fulvio Baldi che
ha concluso per l’annullamento senza rinvio della sentenza impugnata
per prescrizione del reato.
L’avv. Dante Scardecchia, difensore della park civile Liliana Bellini,
chiede dichiararsi l’inammissibilità del ricorso o, in subordine, il rigetto,
presenta conclusioni scritte e nota spese.

Data Udienza: 16/01/2015

L’avv. Meri Cossignani, difensore del ricorrente, si riporta ai motivi del ricorso
e ne chiede l’accoglimento.

RITENUTO IN FATTO

UBALDI Massimo ricorre per cassazione avverso la sentenza,
indicata in epigrafe, del Tribunale di Ascoli Piceno, che, in grado di

9.01.2012 di condanna nei suoi confronti in ordine al delitto di cui all’art.
590 cod. pen., in accoglimento dell’appello del responsabile civile, che è
stato estromesso dal processo, e della costituita parte civile, ha
condannato l’imputato al risarcimento dei danni in favore di quest’ultima,
ed ha rigettato l’appello dell’UBALDI.
Il fatto addebitato all’imputato è ben descritto nel capo
d’imputazione: per avere, quale rappresentante legale della società
“Ubaldi Costruzioni s.p.a”, in occasione dei lavori concernenti la
realizzazione di un’opera stradale al servizio di lotti edificatori, affidati
alla sua impresa a titolo di subappalto, omettendo di curare che la
recinzione dell’area del cantiere, realizzata con reti di plastica, fissata a
paletti di ferro nella sola parte superiore, non costituisse pericolo per le
persone, concorso a cagionare (unitamente ai Direttore dei Lavori), per
colpa, lesioni gravi a Bellini Liliana che, transitando con una bicicletta
sulla pubblica strada, veniva fatta cadere a terra dalla rete di plastica
sollevatasi per un colpo di vento ed impigliatasi nel manubrio del mezzo.
Con il primo motivo si denunciano violazione di legge e vizio
di motivazione. Si rappresenta che la sentenza impugnata ha omesso di
valutare criticamente le risultanze peritali e, soprattutto, non ha tenuto
in debita considerazione le circostanze riferite dal perito, Ciani, all’esito
del suo esame dibattimentale. Con i motivi di appello si era evidenziato
come il giudice di primo grado si fosse adeguato alle risultanze peritali
senza alcun rilievo critico richiamando semplicemente la dinamica del
sinistro, con omissione della valutazione delle ulteriori circostanze

appello, in parziale riforma della sentenza del Giudice di pace locale del

riferite dal perito (in sede di esame dibattimentale)il quale, su specifica
domanda del difensore, aveva affermato che lo spazio tra la rete di
protezione in posizione di quiete ed il lato sinistro del manubrio della bici
era di circa 90 cm.. Tale dato non è stato valutato dal Tribunale; esso
assume una valenza autonoma e specifica, atteso che la richiamata
distanza non è assolutamente conciliabile con una condotta di guida

transitata al di fuori della carreggiata. Si argomenta che qualora la Bellini
avesse tenuto una condotta di guida prudente, transitando, come
d’obbligo, all’interno della carreggiata stradale delimitata dalla striscia
bianca, la rete plastificata, pur ondeggiando a causa delle raffiche di
vento, non avrebbe mai potuto raggiungere il freno sinistro del
manubrio, in quanto lo stesso si sarebbe trovato ad una distanza ben
superiore ai 90 cm indicata dal perito.
Con il secondo motivo si denuncia violazione di legge f nella
specie degli artt. 40 e 41 cod. pen. j non essendo stata valutata la causa
sopravvenuta (condotta della persona offesa) che, pur ricollegandosi
causalmente all’azione o all’omissione dell’agente, si presenta con
carattere assolutamente anomalo. In ogni caso sussiste, quantomeno,
indubbia incertezza della ricostruzione cinematica del sinistro che
avrebbe dovuto condurre il Tribunale all’assoluzione dell’imputato ai
sensi del 2° comma dell’art. 530 c.p.p..
Con il terzo motivo si denunciano, con riferimento alla
titolarità della posizione di garanzia in capo all’imputato, altra violazione
di legge e vizio di motivazione per non essere state valutate le doglianze
poste a base dell’appello, dotate del requisito della decisività, inerenti
alla mancata valorizzazione della struttura organizzativa della Impresa
Ubaldi s.p.a.. L’affermazione del Tribunale 4Itilla inesistenza di una delega
di funzioni scritta, attraverso la quale poter ritenere trasferite le
responsabilità dell’imputato ad altra persona, dotata della necessaria
competenza e capacità, è illogica e contraddittoria, con riferimento alla

prudente, considerato che, in siffatta ipotesi, la persona offesa sarebbe

particolare e complessa organizzazione della Società Ubaldi Costruzioni
s.p.a.. Si era rappresentato che all’epoca del fatto, la società aveva in
corso oltre 30 cantieri edili. Il Tribunale non ha tenuto in nessun conto la
dichiarazione testimoniale del teste Barnabei Lino che ha dichiarato che
per quei lavori aveva assunto la qualifica Direttore tecnico, nomina che
avrebbe dovuto determinare la esclusione di ogni responsabilità a carico

nell’ambito di una società di rilevanti dimensioni, il soggetto che occupa
una posizione che lo pone al vertice di un vasto settore organizzativo non
può essere ritenuto responsabile in ordine ad una violazione di evidente
natura episodica che non può che far capo alla persona incaricata delle
specifiche mansioni o, comunque, per culpa in vigilando, a chi in quella
locale articolazione della complessa struttura societaria sia preposto alla
relativa direzione e vigilanza dell’unità aziendale.
Con il quarto motivo si denunciano violazione di legge e
vizio di motivazione per non essere state valutate le doglianze poste a
base dell’appello, dotate del requisito della decisività, con riferimento alla
titolarità/custodia del cantiere.
In merito alla titolarità/gestione del cantiere il Tribunale, pur
dando atto che la Impresa Ubaldi Costruzioni aveva eseguito, solo in
precedenza, alcuni lavori in loco, è pervenuto alla affermazione della
penale responsabilità del ricorrente sul presupposto che “non risulta, in
alcun modo, che la custodia dello stesso fosse passata al Piceno
CONSIND, pur in presenza della deposizione testimoniale del Barnabei
Lino, comprovante esattamente il contrario. Costui ha riferito che i lavori
affidati alla Ubaldi Costruzioni S.p.a. ebbero termine nel settembre 2005,
epoca nella quale fu anche materialmente apposta la rete de qua’; dopo
tale data il cantiere fu di fatto messo nella materiale disponibilità del
CONSIND, il quale doveva procedere alla asfaltatura della strada ed alla
apposizione della segnaletica stradale, completate le quali la Ubaldi

del ricorrente. Si richiama la giurisprudenza di legittimità secondo cui,

Costruzioni S.p.a., nel settembre 2006, ebbe a provvedere alla posa in
opera dei guard-rail.
Con il quinto motivo la violazione di legge ed il vizio di
motivazione riguardano la mancata valutazione delle doglianze poste a
base dei motivi di appello con riguardo al concorso di colpa della persona
offesa.

dichiararsi l’inammissibilità del ricorso.

CONSIDERATO IN DIRITTO

In accoglimento della richiesta del Procuratore Generale va
dichiarata l’estinzione del reato ascritto per essere perenti i relativi
termini prescrizionali.
E’ principio acquisito che la presenza di una declaratoria di
innprocedibiltà per intervenuta prescrizione del reato preclude alla Corte
di Cassazione un riesame dei fatti finalizzato ad un eventuale
annullamento della decisione per vizi attinenti alla sua motivazione, a
meno che risulti l’evidenza di una causa di non punibilità così come
previsto dal 2° comma dell’art. 129 c.p.p..
Esclusa

per il caso sottoposto all’esame della Corte

l’applicazione della norma ora richiamata, comunque, stante la
costituzione di parte civile, va analizzata la fondatezza dei motivi posti a
base del ricorso.
I motivi addotti, alcuni dei quali inammissibili, in quanto non
sono consentiti in sede di legittimità, perché concernono differenti
valutazioni di risultanze processuali ed allegazioni in fatto, sono
comunque infondati sicché il ricorso, ai fini civili, deve essere rigettato.
Rispetto ai motivi posti a base del gravame di merito (si era
fatto riferimento per evidenziare la condotta di guida imprudente della
persona offesa alla velocità con cui procedeva, e si è, anche,
abbandonata la tesi del caso fortuito determinato dalla improvvisa folata

Con note tempestivamente depositate la parte civile chiede

di vento) è stata censurata la sentenza del Tribunale per non aver tenuto
in conto la distanza di 90 centimetri che la Bellini avrebbe mantenuto tra
la sede stradale e la rete di recinzione, comprovante, per il ricorrente, la
circostanza che essa sarebbe transitata al di fuori della carreggiata, e,
quindi, con tale condotta imprudente, accostandosi alla recinzione,
avrebbe determinato, in via esclusiva, il verificarsi dell’evento: se avesse

non sarebbe stata attinta dalla rete spinta dal vento.
La censura, a parte il rilievo che concerne una valutazione di
merito, attinente al fatto, e come tale sottratta al giudizio di legittimità a
fronte di una motivazione del tutto congrua nell’analisi degli elementi
probatori, si appalesa anche infondata sotto il profilo di violazione di
legge, non rinvenendosi alcuna norma regolamentare, imposta dal
Codice della Strada (V. art. 182 del Codice ed art. 377 del Regolamento),
che imponri ciclisti, in assenza di marciapiedi (come nel caso di specie)
di non oltrepassare la linea delimitante la carreggiata, purché
percorribile. Anzi, è dato di comune esperienza che i ciclisti, proprio per
prevenire investimenti da parte di automobilisti che provengono da
tergo, sono soliti procedere quanto più possibile sulla destra, come, per
altro, prescrive il secondo comma dell’art. 143 del C.d.S. “i veicoli
sprovvisti di motore e gli animali devono essere tenuti il più vicino
possibile al margine destro della carreggiata”.
Ciò posto, di conseguenza, discende dall’infodatezza del primo
motivo anche quella del secondo e del quinto.
Quanto alle censure di cui al terzo motivo, si obietta che,
essendo quella di cui l’imputato è legale rappresentante, una società di
vaste dimensioni dotata di una complessa struttura organizzativa e che,
all’epoca del fatto la società aveva in corso oltre trenta cantieri, non si
poteva esigere che nella qualità di amministratore della società si
occupasse di incombenze demandate alla cura di preposti.

proceduto sulla carreggiata all’interno della linea bianca che la delimita,

Orbene, rilevato che il Tribunale, riportandosi anche alle
argomentazioni del Giudice di pace, ha tenuto conto della deduzione
difensiva, si rammenta che, nella materia infortunistica, perché possa
prodursi l’effetto del trasferimento dell’obbligo di prevenzione dal titolare
della posizione di garanzia ad altri soggetti inseriti nell’apparato
organizzativo dell’impresa (siano essi responsabili di settore o

dell’imprenditore o del datore di lavoro che deve trovare consacrazione in
un formale atto di investitura in modo che risulti certo l’affidamento
dell’incarico a persona ben individuata, che lo abbia volontariamente
accettato nella consapevolezza dell’obbligo di cui viene a gravarsi; quello
cioè di osservare e fare rispettare la normativa di sicurezza. Se,
dunque, è possibile che l’imprenditore possa delegare ad altri gli obblighi
attinenti alla tutela delle condizioni di sicurezza del lavoro su di lui
incombenti per legge, in quanto principale destinatario della normativa
antinfortunistica, qualora sia impossibilitato ad esercitare di persona i
poteri-doveri connessi alla sua qualità per la complessità ed ampiezza
dell’impresa per la pluralità di settori produttivi di cui si compone o per
altre ragioni, tuttavia il cennato obbligo di garanzia può ritenersi
validamente trasferito purchè vi sia stata una specifica delega, e ciò per
l’ovvia esigenza di evitare indebite esenzioni, da un lato, e, d’altro
compiacenti sostituzioni di responsabilità. Sul presupposto che
l’individuazione dei destinatari dell’obbligo di prevenzione deve avvenire
in relazione all’organizzazione dell’impresa e alla ripartizione delle
incombenze, siccome attuata in concreto tra i vari soggetti chiamati a
collaborare con l’imprenditore e ad assicurare in sua vece l’onere di
tutela delle condizioni di lavoro, non può quest’ultimo essere esentato da
colpa per qualsiasi evenienza infortunistica conseguente all’inosservanza
dell’obbligo di garanzia suo proprio, quando non vi sia stato un
trasferimento di competenza in materia antinfortunistica attraverso un

capireparto) è necessaria una delega di funzioni da parte

atto di delega e ciò in attuazione del principio della divisione dei compiti
e delle connesse diversificate responsabilità personali.
L’adesione alla tesi di una possibilità di una delega ampliata di
funzioni, costituisce palese violazione della ratio dell’intero D.P.R. n. 547/1955,
il quale, con l’espressione “competenze” ha inteso riferirsi alle posizioni
occupate dai vari soggetti nell’ambito dell’impresa in base all’effettuata e
completa ripartizione di incarichi tra: i datori di lavoro (sui quali precipuamente

accorgimenti antinfortunistici), dirigenti, cui spettano poteri di coordinamento e
di organizzazione in uno specifico settore operativo o in tutte le branche
dell’attività aziendale, e preposti, cui competono poteri di controllo e di
vigilanza, in modo da consentire l’individuazione delle rispettive responsabilità,
qualora dovessero insorgere. Donde la necessità di una delega certa e specifica
da parte dell’imprenditore, che valga a sollevarlo dall’obbligo di prevenzione,
altrimenti su di lui gravante.
Nel caso di specie, come evidenziato dai giudici del merito, nessuna
delega scritta è stata prodotta in atti, né, essa può essere sostituita, come si
propone in ricorso, dalla testimonianza del Barnabei Lino.

Concerne altresì una questione di mero fatto la censura posta
a base del quarto motivo del ricorso, avendo il Tribunale, sulla base di
acquisizioni probatorie, evidenziato che il cantiere era nella disponibilità
della ditta UBALDI, non risultando che la custodia dello stesso fosse
passata al PICENO CONSIND.
Vanno, pertanto, confermate le statuizioni civili con la
conseguente condanna del ricorrente alla rifusione delle spese in favore
della costituita parte civile che si liquidano come da dispositivo.
P.Q.M.
Annulla senza rinvio la sentenza impugnata per essere il reato
estinto per prescrizione.
Conferma le statuizioni civili e condanna il ricorrente alla
rifusione delle spese in favore della parte civile che liquida in complessivi
euro 2.500,00, oltre accessori come per legge.

grava l’onere dell’apprestamento e dell’attuazione di tutti i necessari

Così deciso in Roma alla pubblica udienza del 16 gennaio 2015.

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