Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 15680 del 02/12/2014


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Penale Sent. Sez. 4 Num. 15680 Anno 2015
Presidente: BRUSCO CARLO GIUSEPPE
Relatore: DOVERE SALVATORE

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
PREMOLI STEFANO N. IL 09/06/1986
avverso la sentenza n. 2947/2010 CORTE APPELLO di MILANO, del
15/05/2014
visti gli atti, la sentenza e il ricorso
udita in PUBBLICA UDIENZA del 02/12/2014 la relazione fatta dal
Consigliere Dott. SALVATORE DOVERE
Udito il Procuratore Generale in persona del Dott.
che ha concluso per ed(i~2.£0.-bpo
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CA.U0-el”.41-445::

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Udito, per la prfe civile, l’Avv
Uditi difei7pf Avv.

Data Udienza: 02/12/2014

RITENUTO IN FATI-0
1. Con la sentenza indicata in epigrafe la Corte di Appello di Milano ha
parzialmente riformato quella emessa dal Tribunale di Milano nei confronti di
Premoli Stefano, giudicato responsabile del reato di omicidio colposo in danno di
Rodriguez Linan Marco Antonio e del reato di guida in stato di ebbrezza alcolica e
condannato alla pena di mesi quattro di reclusione per il primo reato e alla pena
di 800,00 euro di ammenda per il secondo, con la sospensione condizionale della
pena e la non menzione della condanna nel certificato del casellario giudiziale.

contravvenzione ascritta al Premoli [art. 186, co. 2 lett. a) Cod. str., nella
versione recata dal d.l. n. 92/2008] siccome estinta per prescrizione ed ha
quindi rideterminato la pena inflitta all’imputato in mesi quattro di reclusione,
che ha sostituito con euro 4.560,00 di multa, revocando infine le statuizioni civili
e confermando nel resto la pronuncia gravata.

2. Secondo l’accertamento condotto nei gradi di merito, il 4.2.2007, intorno
alle ore 4,00, il Premoli era alla guida di un’autovettura Volkswwagen Golf e
percorreva la via Mecenate di Milano quando, giunto in prossimità del sottopasso
Mecenate Vittorini, all’inizio del tratto curvilineo a sinistra, collideva frontalmente
con il ciclomotore Piaggio Liberty condotto da Rodriguez Linan Marco Antonio che
procedeva in direzione opposta ma nella medesima corsia del Premoli e quindi
contromano.
A causa dell’impatto il Rodriguez decedeva sul colpo; l’autopsia faceva
emergere lo stato di ubriachezza della vittima, avente un tasso etilico pari a 1,55
g/I; anche l’imputato veniva sottoposto agli accertamenti diretti a verificare un
eventuale stato di ebbrezza: emergeva un tasso etilico pari a 0,62 g/I alla prima
prova e a 0,57 g/I alla seconda.
Ad avviso della Corte di Appello il sinistro si era verificato perché il Premoli
aveva mantenuto una velocità superiore a quella consentita e più in generale
una condotta di guida non attenta e prudente; infatti se così non fosse stato egli
avrebbe, se non evitato la collisione, almeno impedito che questa producesse
l’esito letale.

3. Avverso tale decisione ricorre per cassazione l’imputato a mezzo del
difensore di fiducia, avv. Alessio Lanzi.
3.1. Con un primo motivo deduce violazione di legge in relazione all’art. 40
cod. pen. e contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione.
Rileva il ricorrente che l’affermazione della Corte di Appello in tema di nesso
causale (segnatamente, la valenza impeditiva del comportamento doveroso)

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La Corte di Appello, infatti, ha dichiarato non doversi procedere in ordine alla

assume un presupposto errato e non fornito di riscontro probatorio, ovvero che il
Premoli procedesse ad eccessiva velocità e comunque con condotta di guida non
appropriata. Tale errata assunzione è causata dalla adesione alle conclusioni del
c.t. del p.m.; adesione non adeguatamente motivata, specie in relazione alle
ragioni per le quali non si è ritenuto di valutare la ricostruzione alternativa
proposta dalla difesa. In particolare non si è considerata l’imprevedibilità della
condotta della vittima e si è giunti ad affermare il nesso causale pur senza
oggettiva certezza in merito alla dinamica dei fatti, come evidenziato dalla stessa

possibilità – non esclusa dalla Corte territoriale – che egli procedesse
zigzagando, il brevissimo tempo ritenuto utile ad evitare l’impatto fanno sorgere
il dubbio che anche viaggiando a cinquanta chilometri orari l’impatto si sarebbe
comunque verificato.
3.2. Con un secondo motivo si lamenta vizio motivazionale per aver la
Corte di Appello omesso di valutare quanto rilevato dalla difesa a riguardo della
distanza tra il punto d’urto e quello di arresto dell’autovettura; distanza che per
la difesa è più breve di quella indicata dal c.t. del p.m. e che quindi segnala che
l’imputato procedeva ad una velocità inferiore a quella indicata da tale esperto
In conclusione, la sentenza non ha soddisfatto l’onere motivazionale.
3.3. Con un terzo motivo si lamenta la violazione dell’art. 45 cod. pen. e
vizio motivazionale.
La Corte di Appello ha aderito ad una nozione estremamente restrittiva di
caso fortuito, così negando l’imprevedibilità della condotta della vittima, che
aveva reso inevitabile l’evento.
3.4. Con un quarto motivo si deduce violazione dell’art. 597 cod. proc. pen.
e di altre norme processuali non specificate.
Il ricorrente aveva chiesto la sostituzione della pena detentiva con la
corrispondente pena pecuniaria ma anche di non beneficiare della sospensione
condizionale della pena; la Corte di Appello non si è espressa sul punto.
CONSIDERATO IN DIRITTO
4. Il ricorso è infondato, nei termini di seguito precisati.
4.1. Le censure mosse dall’odierno ricorrente non sono altro che la
riproposizione dei motivi di appello; compiutamente ricordati dalla Corte di
Appello nella prima parte della sentenza oggi in esame, essi sono stati discussi
uno ad uno dal Collegio distrettuale.
Elenca la Corte di Appello che l’appellante aveva dubitato della possibilità di
affermare l’evitabilità del sinistro qualora il ciclomotore avesse proceduto
zigzagando; che anche mantenendo la velocità prevista nel tratto stradale il
mancato uso del casco da parte del Rodriguez non avrebbe evitato l’esito

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sentenza impugnata. Il fatto che il Rodriguez viaggiasse senza casco, la

mortale della collisione; che vi era stato un erroneo calcolo della velocità del
Premoli; che la luce gialla vista dal passeggero dell’auto non poteva essere
quella del ciclomotore che per legge deve essere bianca; che non può in
definitiva affermarsi che la condotta doverosa avrebbe evitato la morte.
A tanto la Corte distrettuale ha replicato evidenziando una ad una le ragioni
per le quali il calcolo per determinare la velocità del veicolo non era errato, non
fosse condivisibile quanto sostenuto dal c.t. dell’imputato e come, proprio in
tema di determinazione della distanza tra punto d’urto e punto di arresto della

come aveva rilevato già il Tribunale; affermando che l’eventuale andamento a
zig zag del ciclomotore non avrebbe avuto incidenza perché l’imputato aveva
dichiarato di non aver visto il ciclomotore; ribadendo che la luce gialla non
poteva che essere del ciclomotore, non essendovi traccia di altri veicoli sul teatro
del fatto in occasione del suo accadere.
Nonostante ciò, l’esponente non svolge una critica agli argomenti utilizzati
dal giudice di secondo grado per motivare la condivisione del giudizio del
Tribunale ma si limita a reiterare quei rilievi che aveva già sottoposto al giudice
del gravame, solo esprimendo un diverso avviso, che si vuole maggiormente
verosimile.
Tuttavia, com’è noto, compito di questa Corte è quello di verificare se il
ricorrente sia riuscito a dimostrare, in questa sede di legittimità, l’incompiutezza
strutturale della motivazione della Corte di merito; incompiutezza che derivi dalla
presenza di argomenti viziati da evidenti errori di applicazione delle regole della
logica, o fondati su dati contrastanti con il senso della realtà degli appartenenti
alla collettività, o connotati da vistose e insormontabili incongruenze tra loro
ovvero dal non aver il decidente tenuto presente fatti decisivi, di rilievo
dirompente dell’equilibrio della decisione impugnata, oppure dall’aver assunto
dati inconciliabili con “atti del processo”, specificamente indicati dal ricorrente e
che siano dotati autonomamente di forza esplicativa o dimostrativa tale che la
loro rappresentazione disarticoli l’intero ragionamento svolto, determinando al
suo interno radicali incompatibilità cosi da vanificare o da rendere
manifestamente incongrua la motivazione (Cass. Sez. 2, n. 13994 del
23/03/2006, P.M. in proc. Napoli, Rv. 233460; Cass. Sez. 1, n. 20370 del
20/04/2006, Simonetti ed altri, Rv. 233778; Cass. Sez. 2, n. 19584 del
05/05/2006, Capri ed altri, Rv. 233775; Cass. Sez. 6, n. 38698 del 26/09/2006,
imp. Moschetti ed altri, Rv. 234989). Nessuna di tali evenienze è rinvenibile nel
caso che occupa.
La ricostruzione del sinistro dalla quale occorre prendere le mosse, quindi, è
quella definita dai giudici di merito: il Premoli, ad una velocità quasi doppia a

vettura, la difesa fosse incorsa in errore nell’esame della planimetria in atti,

quella consentita e ulteriormente superiore rispetto a quella che le condizioni di
luogo e personali avrebbero richiesto, impattò il ciclomotore che gli si parò
innanzi mentre proveniva dal lato destro dell’autovettura, diretto verso la corsia
opposta.
4.2. Su tale base va ora approcciato il principale tema posto dai primi tre
motivi di ricorso, ovvero la predicabilità della evitabilità dell’evento ad opera
della condotta doverosa.
Il ricorrente contesta la soluzione rinvenuta dai giudici asserendo che – non

tempo del ritardo nel sopraggiungere sul posto dell’autovettura che sarebbe
valso ad evitare l’impatto – non è possibile affermare che qualora il Prennoli
avesse proceduto alla velocità imposta, il ciclomotore avrebbe terminato il
proprio percorso interferente e liberato la corsia di marcia dell’autovettura prima
dell’arrivo di questa e così si sarebbe evitato l’impatto.
Senonchè il rilievo non coglie il segno. Per quanto esiguo quello scarto
temporale – che rimanda all’alternativa tra condotta di marcia `salvifica’ e
condotta di marcia ‘omicida’ – esso é stato accertato dai giudici di merito e
quindi ne va fatta considerazione nell’ambito del giudizio controfattuale. Per
contro, l’ipotesi dell’andamento a zig zag del ciclomotorista, della quale pure la
Corte di Appello si é fatta carico, non ha ragione di rilevare nel presente giudizio.
Occorre infatti rimarcare che non é ammissibile definire il quadro fattuale dal
quale muovere per la verifica della valenza impeditiva del comportamento
alternativo lecito sulla scorta di variabili meramente congetturali.
In altra occasione questa Corte ha puntualizzato che l’operazione
intellettuale che va sotto il nome di giudizio contro-fattuale richiede che venga
preliminarmente descritto ciò che è accaduto; solo dopo aver accertato ‘che cosa
è successo’ (si propone al riguardo la definizione di ‘giudizio esplicativo’) è
possibile chiedersi cosa sarebbe stato se fosse intervenuta la condotta doverosa
(‘giudizio predittivo’). Si tratta di una puntualizzazione tutt’altro che neutrale sul
piano delle implicazioni. Basti pensare che se del giudizio predittivo si ammette
la validità anche in presenza di esiti non coincidenti con la certezza processuale
Coltre ogni ragionevole dubbio’), sicchè può dirsi che la condotta doverosa
avrebbe avuto effetto impeditivo anche se tanto può affermarsi solo ‘con elevata
probabilità logica’, per il giudizio esplicativo la certezza processuale (nei sensi
sopra indicati) deve essere raggiunta.
Si tratta di piani correlati ma distinti; ed i deficit di conoscenza che incidono
sul giudizio esplicativo non possono essere colmati da una particolare evidenza
dell’attitudine salvifica del comportamento doveroso mancato, perché in realtà
senza una preliminare incontroversa delineazione del quadro fattuale

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essendo stato accertato se il Rodriguez zigzagava o meno ed essendo esiguo il

quell’attitudine si può predicare solo in termini astratti (Sez. 4, n. 23339 del
31/01/2013 – dep. 30/05/2013, Giusti, Rv. 256941).
La vicenda in esame permette di operare un’ulteriore puntualizzazione.
L’accertamento al quale può ragionevolmente aspirare il giudizio penale non é
quello di verificare se ogni ipotizzabile circostanza si sia concretizzata nel caso in
esame ma quella di indagare la ragionevole predicabilità dell’esistenza di una
circostanza la cui presenza sia indiziata da elementi concreti, per poi
comprenderne l’incidenza sul segmento fenomenico racchiuso e valorizzato dalla

del ‘ragionevole alla luce delle acquisizioni processuali’; e non sulla base di
ipotesi plausibili in astratto ma non ancorate alla concreta vicenda da specifici
elementi.
Nel caso che occupa la Corte di Appello non ha affermato che in forza degli
elementi di giudizio acquisiti non poteva escludersi l’ipotesi dell’andamento a zig
zag del ciclomotore; piuttosto ha affermato il contrario, asserendo testualmente:
“non é dato sapere se il ciclomotorista … avesse o meno ‘zigzagato 1”. Quella
agitata dalla difesa é quindi un’ipotesi al più astrattamente verosimile, ma in
concreto priva di tracce di inverannento (non é sufficiente al riguardo lo stato di
ubriachezza del ciclomotorista, specie se si considera il breve tratto percorso dal
lato destro della corsia al punto di impatto con il veicolo); e che come tale non
può avere incidenza nella ricostruzione dei fatti.
E’ bene ribadire che “l’alternativa ricostruzione dei fatti” – che il ricorrente
crede di poter rinvenire nel caso che occupa, anche fraintendendo le affermazioni
della Corte di Appello -, la quale impone l’individuazione degli elementi di
conferma di quella ipotesi che il giudice intende far propria, non può che
identificarsi in quella ricostruzione che appare essa pure legittimata da una
ragionevole elaborazione dei dati processuali; non può invece trattarsi di ipotesi
meramente astratte.
4.3. Giova rammentare che la sentenza di primo grado – alla quale quella in
esame si è più volte adesivamente richiamata – ha chiaramente indicato le
ragioni che, evidenziate dall’esperto ausiliario del p.m., conducevano ad
affermare che tenuto conto della velocità del ciclomotore (calcolata in 28 km/h)
e dell’ampiezza del tratto da percorrere per giungere nella corsia di pertinenza,
una velocità inferiore avrebbe permesso al Rodriguez di raggiungere indenne la
propria corsia. I rilievi al riguardo formulati dall’appellante attenevano alla
correttezza di tali calcoli; la Corte di Appello ha replicato con specifica e non
manifestamente illogica motivazione; il ricorso si limita a formulare censure
generiche.

contestazione. Il ‘che cosa è successo’ va accertato secondo la consueta logica

4.4. Manifestamente infondato e generico è il motivo relativo alla ritenuta
insussistenza del caso fortuito. Va rammentato che il caso fortuito consiste in
quell’avvenimento imprevisto e imprevedibile che si inserisce d’improvviso
nell’azione del soggetto e non può in alcun modo, nemmeno a titolo di colpa,
farsi risalire all’attività psichica dell’agente (Sez. 4, Sentenza n. 6982 del
19/12/2012, D’Amico, Rv. 254479). Come è stato precisato in altra occasione, il
caso fortuito si verifica quando sussiste il nesso di causalità materiale tra la
condotta e l’evento, ma fa difetto la colpa, in quanto l’agente non ha causato

riconducibile all’attività psichica del soggetto. Ne consegue che, qualora una pur
minima colpa possa essere attribuita all’agente, in relazione all’evento dannoso
realizzatosi, automaticamente viene meno l’applicabilità della disposizione di cui
all’art. 45 c.p. (Sez. 4, Sentenza n. 19373 del 15/03/2007, Mollicone e altro, Rv.
236613). Per quanto sopra esposto, resta confermato il giudizio di
rimproverabilità espresso nei confronti dell’imputato.
4.5. Inammissibile è infine il quarto motivo.
Con l’atto di appello si era chiesta la sostituzione della pena detentiva con la
pena pecuniaria corrispondente “onde consentire al Premoli di effettuare il
pagamento senza dover beneficiare della sospensione condizionale della pena”.
La Corte di Appello ha accolto la richiesta sostituendo la pena detentiva con la
corrispondente pecuniaria, ma non ha revocato la sospensione condizionale della
pena.
Orbene, nella giurisprudenza di questa Corte si era consolidato un
orientamento secondo il quale il condannato alla pena dell’ammenda,
condizionalmente sospesa senza sua esplicita richiesta, ha il diritto di ottenere,
in sede d’impugnazione, la revoca del beneficio, qualora da questo possa
derivargli, invece di un vantaggio, la lesione di un diritto o di un interesse, con
l’unico limite che deve trattarsi di un interesse avente rilievo giuridico ed
effettivo, non meramente ipotetico (Sez. 1, n. 13000 del 18/02/2009 – dep.
25/03/2009, Staltari, Rv. 243135). In particolare, si è ritenuto sussistere
l’interesse dell’imputato ad impugnare la sentenza di condanna per reato
contravvenzionale, oblabile ai sensi dell’art. 162 cod. pen., con cui sia stata
concessa d’ufficio la sospensione condizionale, in quanto la concessione di tale
beneficio ne comporta l’iscrizione nel casellario giudiziale, ai sensi dell’art. 3,
comma, primo, lett. a), d.P.R. 14 novembre 2002, n. 313 e ciò in quanto
l’iscrizione si risolve per l’imputato in un pregiudizio più grave del vantaggio
costituito dall’esenzione, peraltro condizionata, dal pagamento dell’ammenda
(Sez. 3, n. 27039 del 22/04/2010 – dep. 13/07/2010, Gentile e altri, Rv.
248054; Sez. 3, n.24356 del 13/04/2012 – dep. 19/06/2012, Saltarelli e altro,

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l’evento per sua negligenza o imprudenza; questo, quindi, non è, in alcun modo,

Rv. 253058; Sez. 3, n. 47234 del 15/11/2012 – dep. 06/12/2012, Biagioni, Rv.
253994).
Più di recente, tuttavia, si è evidenziato l’intervento operato dalla sentenza
della Corte costituzionale n. 287 del 2010, che ha eliminato la preclusione
rappresentata dalla concessione dei benefici di cui agli artt. 163 e 175 cod. pen.
Infatti, la Corte costituzionale ha ritenuto che “l’esclusione di coloro che abbiano
fruito dei benefici di cui agli artt. 163 e 175 cod. pen. dalla possibilità di ottenere
la cancellazione dal casellario giudiziale delle iscrizioni relative a condanne alla

corso dei quali il condannato non abbia compiuto altri reati, deve ritenersi
costituzionalmente illegittima. Tale preclusione produce un trattamento
irragionevolmente differenziato fra condannati per i medesimi reati, sulla base di
una cautela che, alla luce dell’evoluzione legislativa, è divenuta eccessiva e
sproporzionata, non tale quindi da bilanciare lo svantaggio della perennità
dell’iscrizione, non prevista invece per condannati in ipotesi giudicati in modo più
severo dal giudice”.
Per effetto di tale pronuncia l’art. 5, comma secondo, lett. d), del d.P.R. n.
313 del 2002 prevede ora l’eliminazione delle iscrizioni relative a tutti i
provvedimenti giudiziari di condanna per contravvenzioni per le quali è stata
inflitta la pena dell’ammenda, trascorsi dieci anni dal giorno in cui la pena è stata
eseguita ovvero si è in altro modo estinta, senza più compiere alcun distinguo.
Se ne è ricavato che è inammissibile, per difetto dell’interesse ad impugnare, il
ricorso per cassazione proposto avverso la sentenza di condanna a pena
dell’ammenda condizionalmente sospesa “ex officio” e relativa a contravvenzione
oblabile ex art. 162-bis cod. pen., nella parte in cui si decide della concessione di
ufficio della sospensione condizionale della pena (Sez. 3, n. 21753 del
25/02/2014 – dep. 28/05/2014, D’Amico, Rv. 259722).
Questo Collegio ritiene di aderire all’orientamento da ultimo formulato,
considerato che il venir meno del pregiudizio costituito dalla iscrizione nel
casellario giudiziale della condanna a pena condizionalmente sospesa travolge
quell’unica ipotesi nella quale la giurisprudenza di legittimità aveva ravvisato
sussistere un possibile interesse concreto all’impugnazione.
In ogni caso, non si rinviene la carenza motivazionale indicata
dall’esponente. Infatti, con l’atto di appello ci si era limitati a chiedere di non
beneficiare della sospensione condizionale della pena in caso di sostituzione della
pena detentiva; sospensione la cui concessione da parte del primo giudice non
era stata in alcun modo investita da censure.

pena dell’ammenda, decorsi dieci anni dall’estinzione della pena medesima, nel

5. In conclusione il ricorso va rigettato ed il ricorrente condannato al
pagamento delle spese processuali.
P.Q.M.
rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio del 2/12/2014.

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