Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 15612 del 03/12/2014


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Penale Sent. Sez. 5 Num. 15612 Anno 2015
Presidente: OLDI PAOLO
Relatore: MICCOLI GRAZIA

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
GIROTTI ALESSIO N. IL 24/06/1977
avverso la sentenza n. 78/2011 CORTE APPELLO di CAMPOBASSO,
del 13/02/2014
visti gli atti, la sentenza e il ricorso
udita in PUBBLICA UDIENZA del 03/12/2014 la relazione fatta dal
Consigliere Dott. GRAZIA MICCOLI
Udito il Procuratore Generale in persona del Dott.
che ha concluso per

Udito, per la parte civile, l’Avv
Udit i difensor Avv.

Data Udienza: 03/12/2014

Il Procuratore Generale della Corte di Cassazione, dott. Pasquale FIMIANI, ha
concluso chiedendo la declaratoria di inammissibilità del ricorso.
Per il ricorrente, l’avv. Elisabetta BASUITO, in sostituzione del difensore di fiducia
avv. Pierpaolo ANDREONI, ha concluso chiedendo l’accoglimento del ricorso.

RITENUTO IN FATTO
1. Con sentenza del 13 febbraio 2014 la Corte d’appello di Campobasso, in

distaccata di Termoli, concedeva il beneficio della non menzione a Alessio
GIROTTI, condannato per il reato di furto aggravato.
2. Con atto sottoscritto dal suo difensore, ha proposto ricorso in Cassazione il
GIROTTI, deducendo vizio di motivazione e travisamento della prova.
Il ricorrente ha censurato la sentenza impugnata nella parte in cui ha ritenuto di
confermare la responsabilità per il fatto ascrittogli sebbene non vi fossero prove
sufficienti a suo carico.

CONSIDERATO IN DIRITTO
Il ricorso è manifestamente infondato e, di conseguenza, ne va dichiarata
l’inammissibilità.

1. Va premesso che il motivo dedotto in questa sede in effetti reitera quello già
proposto in appello avverso la sentenza di primo grado; e l’esame della sentenza
d’appello consente di ritenere che su di esso sia stata fornita adeguata, congrua
e logica risposta in motivazione.
Va ricordato a tal proposito che la funzione tipica dell’impugnazione è quella della
critica argomentata avverso il provvedimento cui si riferisce, che si realizza con
la presentazione di motivi che, a pena di inammissibilità (artt. 581 e 591 cod.
proc. pen.), debbono indicare specificamente le ragioni di diritto e gli elementi di
fatto che sorreggono ogni richiesta.
Il motivo di ricorso in cassazione, poi, è caratterizzato da una duplice specificità.
Deve essere senz’altro conforme all’art. 581, lett. c, cod. proc. pen. ovvero
contenere l’indicazione delle ragioni di diritto e degli elementi di fatto che
sorreggono ogni richiesta presentata al giudice dell’impugnazione; ma quando
censura le ragioni che sorreggono la decisione deve, altresì, enucleare in modo
specifico il vizio denunciato, in modo che sia chiaramente sussumibile fra i tre
soli vizi previsti dall’art. 606, comma 1, lett. e), cod. proc. pen., deducendo poi,
altrettanto specificamente, le ragioni della sua decisività rispetto al percorso
logico seguito dal giudice del merito per giungere alla deliberazione impugnata,

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parziale riforma di quella di primo grado emessa dal Tribunale di Larino, sezione

sì da condurre a decisione differente (Sez. 6, n. 8700 del 21/01/2013 – dep.
21/02/2013, Leonardo e altri, Rv. 254584).
Risulta pertanto di chiara evidenza che se il motivo di ricorso si limita – come nel
caso in esame- a riprodurre il motivo d’appello, viene meno in radice l’unica
funzione per la quale è previsto ed ammesso, posto che con siffatta mera
riproduzione il provvedimento impugnato, invece di essere destinatario di

25559 del 15 giugno 2012, Pierantoni; Sez. 6 n. 22445 del 8 maggio 2009, p.m.
in proc. Candita, rv 244181; Sez. 5 n. 11933 del 27 gennaio 2005, Giagnorio, rv.
231708; si vedano anche le più recenti Sez. 3, n. 44882 del 18/07/2014 – dep.
28/10/2014, Cariolo e altri, Rv. 260608; Sez. 6, n. 34521 del 27/06/2013 – dep.
08/08/2013, Ninivaggi, Rv. 256133).

2. Va ulteriormente precisato che a questa Corte non possono essere sottoposti
giudizi di merito, non consentiti neppure alla luce del nuovo testo dell’art. 606,
lettera e), cod. proc. pen.; la modifica normativa di cui alla legge 20 febbraio
2006 n. 46 lascia inalterata la natura del controllo demandato alla Corte di
cassazione, che può essere solo di legittimità e non può estendersi ad una
valutazione di merito. Il nuovo vizio introdotto è quello che attiene alla
motivazione, la cui mancanza, illogicità o contraddittorietà può essere desunta
non solo dal testo del provvedimento impugnato, ma anche da altri atti del
processo specificamente indicati; è perciò possibile ora valutare il cosiddetto
travisamento della prova, che si realizza allorché si introduce nella motivazione
un’informazione rilevante che non esiste nel processo oppure quando si omette
la valutazione di una prova decisiva ai fini della pronunzia. Attraverso
l’indicazione specifica di atti contenenti la prova travisata od omessa, si consente
nel giudizio di cassazione di verificare la correttezza della motivazione. Più
approfonditamente, si è affermato che la specificità dell’art. 606, lett. e), cod.
proc. pen., dettato in tema di ricorso per Cassazione al fine di definirne
l’ammissibilità per ragioni connesse alla motivazione, esclude che tale norma
possa essere dilatata per effetto delle regole processuali concernenti la
motivazione, attraverso l’utilizzazione del vizio di violazione di legge di cui al
citato articolo, lett. c). E ciò, sia perché la deducibilità per Cassazione è
ammessa solo per la violazione di norme processuali stabilita a pena di nullità,
inutilizzabilità, inammissibilità o decadenza, sia perché la puntuale indicazione di
cui al punto e) ricollega ai limiti in questo indicati ogni vizio motivazionale;
sicché il concetto di mancanza di motivazione non può essere utilizzato sino a
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specifica critica argomentata, è di fatto del tutto ignorato (tra le tante, Sez. 5 n.

ricomprendere ogni omissione od errore che concernano l’analisi di determinati,
specifici elementi probatori (Sez. 3, n. 44901 del 17/10/2012, F., Rv. 253567).
Tanto premesso, occorre rilevare che il motivo proposto dal ricorrente si limita a
censurare proprio la sussistenza di prove a suo carico ed in particolare la
valutazione delle risultanze della prova testimoniale.
Quanto dedotto però risulta non avere alcuna effettiva considerazione degli

Quindi, l’assenza di un collegamento concreto con la motivazione della sentenza
impedisce di ritenere rispettati i requisiti di forma e di contenuto minimo voluti
per il ricorso di legittimità, che deve rivolgersi al provvedimento e non può
invocare una mera rilettura dei fatti.
Giova, a tal proposito, precisare che in sede di legittimità non è consentita una
diversa lettura ed interpretazione delle risultanze processuali finalizzata alla
ricostruzione dei fatti. Né la Corte di cassazione può trarre valutazioni autonome
dalle prove o dalle fonti di prova, neppure se riprodotte nel provvedimento
impugnato. Solo l’argomentazione critica che si fonda sugli elementi di prova e
sulle fonti indiziarie contenuta nel provvedimento impugnato può essere
sottoposto al controllo del giudice di legittimità, al quale spetta di verificarne la
rispondenza alle regole della logica, oltre che del diritto, e all’esigenza della
completezza espositiva (Sez. 6, n. 40609/2008, Rv. 241214, Ciavarella).
Peraltro, l’esame del provvedimento impugnato consente di apprezzare come la
motivazione sia congrua ed improntata a criteri di logicità e coerenza, anche
nella valutazione dell’attendibilità dei testi esaminati.
Né va trascurato nel caso in esame che la sentenza impugnata ha confermato, in
punto di responsabilità, quella di primo grado, sicché vanno ribaditi i principi
secondo i quali, in tema di ricorso per cassazione, quando ci si trova dinanzi a
una “doppia pronuncia conforme” e cioè a una doppia pronuncia (in primo e in
secondo grado) di eguale segno (vuoi di condanna, vuoi di assoluzione),
l’eventuale vizio di travisamento può essere rilevato in sede di legittimità solo
nel caso in cui il ricorrente rappresenti (con specifica deduzione) che l’argomento
probatorio asseritamente travisato è stato per la prima volta introdotto come
oggetto di valutazione nella motivazione del provvedimento di secondo grado
(Sez. 4, n. 4060 del 12/12/2013 – dep. 29/01/2014, Capuzzi e altro, Rv.
258438).
3. Pertanto il ricorso deve essere dichiarato inammissibile; alla declaratoria di
inammissibilità segue, per legge, la condanna del ricorrente al pagamento delle

elementi evidenziati e degli argomenti spesi nella sentenza impugnata.

spese processuali e di euro 1000 in favore della Cassa delle Ammende.
P.Q.M.
La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento
delle spese processuali e della somma di euro 1000 in favore della Cassa delle
Ammende.
Così deciso in Roma, il 3 dicembre 2014
Il Presidente

Il consigliere estensore

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