Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 15610 del 03/12/2014


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Penale Sent. Sez. 5 Num. 15610 Anno 2015
Presidente: OLDI PAOLO
Relatore: MICHELI PAOLO

SENTENZA

sul ricorso proposto nell’interesse di
Croce Mario, nato a Roma il 27/06/1958

avverso la sentenza emessa il 10/05/2013 dalla Corte di appello di Roma

visti gli atti, la sentenza impugnata e il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Dott. Paolo Micheli;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Dott.
Pasquale Fimiani, che ha concluso chiedendo dichiararsi l’inammissibilità del
ricorso;
udito per il ricorrente l’Avv. Andrea Gatto, il quale ha concluso chiedendo
l’accoglimento del ricorso e l’annullamento della sentenza impugnata

RITENUTO IN FATTO

1. Il 10/05/2013, la Corte di appello di Roma riformava parzialmente la
sentenza di condanna emessa in data 01/06/2010 dal Tribunale di Velletri,

Data Udienza: 03/12/2014

sezione distaccata di Anzio, nei confronti di Mario Croce, ritenuto responsabile di
delitti ex artt. 485, 477, 482 e 495 cod. pen., nonché di un ulteriore addebito ex
artt. 48 e 479 cod. pen. [capo C)]; la Corte territoriale dichiarava la prescrizione
di tutti i reati, tranne che dell’ultimo (riguardante l’induzione di un ufficiale di
anagrafe ad attestare il falso sull’identità della persona presentatasi dinanzi al
suddetto e che aveva ivi sottoscritto, presentando una patente di guida
contraffatta, apparentemente intestata a tale Carlo Calabrese, una falsa
quietanza di tardivo pagamento).

fosse ascrivibile soltanto una ipotesi di falso materiale rilevante ai sensi dell’art.
482 cod. pen., sottolineando la deposizione dell’ufficiale di anagrafe Clementina
Marcucci: costei aveva «chiaramente riferito la sottoscrizione apposta sulla
quietanza alla persona, spacciatasi per Calabrese Carlo, che le aveva esibito una
patente recante una foto corrispondente a quella dell’esibitore, e che aveva
apposto in sua presenza la sottoscrizione oggetto dell’autenticazione rivelatasi
falsa». Non era pertanto possibile ipotizzare che l’atto iniziale fosse valido e
corrispondente ai dati delle persone presentatesi dinanzi al pubblico ufficiale, con
successiva contraffazione di quel documento.

2. Propone ricorso il difensore dell’imputato, deducendo:
mancanza di motivazione della sentenza impugnata in ordine alla ritenuta
inattendibilità di una dichiarazione con fessoria espressa in un memoriale
difensivo datato 28/05/2012 (riproduttiva di una confessione precedente,
già resa dinanzi ai Carabinieri di Nettuno nel 2004)
La difesa segnala che l’imputato aveva ab initio sostenuto di avere
formato personalmente l’atto notorio di cui al capo C), da ritenere
pertanto oggetto di un falso materiale commesso da privato, e che non vi
era mai stata alcuna induzione in errore di pubblici ufficiali: a tal fine
aveva fra l’altro sollecitato un accertamento peritale, il cui contenuto
sarebbe stato però frainteso dai giudici di merito. La Corte territoriale,
infatti, risulta avere escluso la necessità di dare corso ad una perizia
grafica, sul presupposto della pacifica falsità (ammessa anche dal Croce)
della patente intestata al Calabrese, utilizzata per il rilascio dell’atto
notorio, quando invece l’originalità da verificare a mezzo di indagine
tecnica – nella prospettazione difensiva – riguardava non già detto
documento, bensì l’atto notorio ex se
erronea applicazione degli artt. 476, 48 e 479 cod. pen.
In linea con la tesi esposta al punto precedente, la difesa evidenzia che
tutte le risultanze processuali avrebbero dovuto deporre per la

La Corte di appello escludeva, a quest’ultimo proposito, che all’imputato

sussistenza di un falso materiale, piuttosto che ideologico: tanto più che
già un esame de visu dell’atto recante la sottoscrizione dell’ufficiale di
anagrafe fa comprendere trattarsi di una copia scannerizzata, quanto
all’autentica ivi apposta, a fronte di una scrittura in originale dei dati
relativi al sedicente Carlo Calabrese. Sul piano logico, viene segnalato
che «la spiegazione dei fatti resa nell’immediatezza dal Croce non
potrebbe giustificarsi in altro modo, non potendo egli sin da allora
preordinare, con la sua confessione, una strategia difensiva che lo

per un reato diverso».

CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Il ricorso deve ritenersi inammissibile, giacché le censure mosse
nell’interesse dell’imputato riproducono ragioni già discusse e ritenute infondate
dal giudice del gravame; per costante giurisprudenza di questa Corte il difetto di
specificità del motivo – rilevante ai sensi dell’art. 581, lett. c), cod. proc. pen. va apprezzato non solo in termini di indeterminatezza, ma anche «per la
mancanza di correlazione tra le ragioni argomentate dalla decisione impugnata e
quelle poste a fondamento dell’impugnazione, dal momento che quest’ultima non
può ignorare le esplicitazioni del giudice censurato, senza cadere nel vizio di
aspecificità che conduce, a norma dell’art. 591, comma 1, lett. c), cod. proc.
pen., all’inammissibilità dell’impugnazione» (Cass., Sez. II, n. 29108 del
15/07/2011, Cannavacciuolo).
In vero, come ricordato in precedenza, la Marcucci sostenne che l’autentica
da lei apposta si riferì esattamente ad una quietanza di pagamento, non già ad
un altro atto, di cui poi sarebbe stata riprodotta una copia alterata: la medesima
Marcucci aveva financo precisato che la quietanza in argomento era stata
sottoscritta da un uomo che si trovava in compagnia del Croce, persona a lei già
nota. La difesa, attraverso l’iterazione della tesi del falso materiale piuttosto
che del falso ideologico per induzione come contestato in rubrica, non fa che
ribadire quanto già superato dall’evidenza delle asserzioni del principale
testimone dell’accusa.
L’ufficiale di anagrafe, che aveva presentato personalmente querela, dichiarò
infatti in dibattimento «che il giorno 12/12/2003, mentre si trovava al lavoro
presso l’ufficio anagrafe, era stata avvicinata da un consigliere comunale che le
chiedeva spiegazioni circa un’autentica di firma fatta al signor Calabrese Carlo.
Aveva quindi visionato l’atto su cui era apposta la sua firma, e si era ricordata

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avrebbe portato ugualmente al riconoscimento di colpevolezza, seppur

chiaramente che si era recato presso l’ufficio il signor Croce Mario, che ben
conosceva, in compagnia di un’altra persona, la quale mostrava una patente di
guida e, controllata la corrispondenza della fotografia con la persona che aveva
davanti, aveva proceduto all’autentica di firma. Avendo appreso
successivamente che il signor Calabrese Carlo non aveva mai apposto la firma in
questione sulla liberatoria, aveva presentato la querela in atti» (v. la sentenza di
primo grado, a pag. 2).

pagamento delle spese del procedimento, nonché – ravvisandosi profili di colpa
nella determinazione della causa di inammissibilità, in quanto riconducibile alla
volontà del ricorrente (v. Corte Cost., sent. n. 186 del 13. /06/2000) – al
pagamento in favore della Cassa delle Ammende della somma di € 1.000,00,
così equitativarnente stabilita in ragione dei motivi dedotti.

P. Q. M.

Dichiara inammissibile il ricorso, e condanna il ricorrente al pagamento delle
spese processuali e della somma di € 1.000,00 in favore della Cassa delle
Ammende.

Così deciso il 03/12/2014.

2. Ai sensi dell’art. 616 cod. proc. pen., segue la condanna del Croce al

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