Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 15605 del 27/11/2014


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Penale Sent. Sez. 5 Num. 15605 Anno 2015
Presidente: DUBOLINO PIETRO
Relatore: DE BERARDINIS SILVANA

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
MELAI MASSIMO N. IL 28/07/1958
avverso la sentenza n. 16/2012 TRIBUNALE di PISA, del 07/03/2013
visti gli atti, la sentenza e il ricorso
udita in PUBBLICA UDIENZA del 27/11/2014 la relazione fatta dal
Consigliere Dott. SILVANA DE BERARDINIS
Udito il Procuratore Generale in i ersona del Dott.
che ha concluso per

1,J’e,(949

Udito, per la parte civile, l’Avv
Uditi difensor Avv.

Data Udienza: 27/11/2014

RITENUTO IN FATI-0

Con sentenza in data 7.3.13 il Giudice monocratico del Tribunale di Pisa confermava la
sentenza emessa dal Giudice di Pace di Cascina,in data 26.1.12 appellata da MELAI Massimo,
responsabile del reato di cui all’art.594 CP, condannato alla pena di euro 100,00 di multa,oltre
al risarcimento del danno,liquidato in euro 300,00 in favore della costituita parte civile,Freter
Andrea s.
Nella specie si addebitava all’imputato di aver pronunciato, all’indirizzo della persona offesa, la frase:
commesso il 5 aprile 2007.
Con il ricorso la difesa deduce:
inosservanza di norme processuali,ritenendo violati gli art.516-521-522 CPP.e il difetto di
correlazione tra accusa e sentenza.
Evidenziava al riguardo che era stata eccepita l’improcedibilità per difetto di querela,dal
momento che l’imputazione enunciata nel decreto di citazione a giudizio risultava riferita alla
data del 5 aprile 2007,mentre nella querela risultava indicato un episodio del 25 aprile del
2007.D’altra parte la persona offesa nel corso dell’esame dibattimentale,non aveva modificato
il contenuto del fatto denunciato.
Rilevava al riguardo il mancato esame di tale motivo di appello .
Da tali rilievi la difesa desumeva il “mutamento della contestazione” rispetto a quella
originaria,ed il pregiudizio subito dall’imputato,che non aveva avuto modo di esercitare sul
punto il proprio diritto di difesa2-mancata dichiarazione di improcedibilità per difetto di querela.
3-illogicità della motivazione.
A riguardo censurava il giudizio di merito,evidenziando che si era affermata la responsabilità
dell’imputato in base a deposizione della persona offesa,posta in relazione a quella del teste
Coscetti, che non aveva attribuito all’imputato l’espressione ingiuriosa indicata in epigrafe.
D’altra parte la difesa censurava l’inadeguata valutazione delle risultanze dibattimentali
ipotizzando la provocazione da parte della persona offesa,emersa dall’esame della madre
dell’imputato.
In sostanza il ricorrente evidenziava una reciprocità delle frasi offensive,mentre rilevava che
anche espressioni di contenuto volgare,possono rientrare nell’uso comune(come quel gesto
della esposizione del dito medio,alla presenza della persona offesa)-

RILEVA IN DIRITTO

Il ricorso risulta privo di fondamento.
Quanto al primo motivo si evidenzia che la censura difensiva non vale a rilevare la dedotta
nullità della sentenza,alla luce del principio sancito da questa Corte,che con sentenza-Sez.V,del
21.2.2002,n.6977-RV221385-ha stabilito che la modifica in udienza del capo di

“Tornatene in Germania, non ti si vuole qui, vai via”, mostrando nel contempo il dito medio; fatto

imputazione,consistente nella diversa indicazione della data del commesso reato,non sempre
comporta una alterazione avente incidenza sull’identità sostanziale e sull’identificazione
dell’addebito.
Nel caso di specie,l’erronea indicazione della data dell’episodio non aveva peraltro precluso
l’esercizio del diritto di difesa,essendo stata sentita in dibattimento la persona offesa dal
reato,la quale-secondo quanto dedotto dal ricorrente-aveva confermato quanto esposto in sede
di querela.
In tal senso non emerge alcuna violazione del principio di correlazione,né deve ritenersi

presupposti.
Per quanto riguarda gli ulteriori motivi di gravame,si osserva che essi risultano articolati in
fatto,e tendono a proporre la diversa interpretazione delle risultanze dibattimentali,laddove
viene censurata la valutazione di attendibilità della persona offesa,e si deduce l’esistenza della
reciprocità delle ingiurie,o della provocazione.
Deve rilevarsi peraltro che la sentenza risulta congruamente motivata,nel merito,avendo il
giudice di merito correttamente applicato il dettato dell’art.192 CPP. in aderenza ai canoni
giurisprudenziali enunciati da questa Corte (Sez.III,12-10-06,n.34110),laddove valuta
l’efficacia probatoria delle dichiarazioni della persona offesa,che non necessita di specifici
riscontri, evidenziando che, nella specie, tale deposizione risultava, di per sé, credibile, in quanto
caratterizzata da coerenza e linearità e che, inoltre, trovava conforto anche nelle dichiarazioni della teste
Coscetti, la quale aveva confermato di aver udito le parole riportate nel capo d’imputazione, con l’aggiunta,
inoltre, dell’ulteriore espressione offensiva: “Tedescaccio di m….”; dichiarazioni, queste, la cui indubbia
valenza a sostegno (pur non necessario) della tesi d’accusa non può certamente essere ribaltata (come si
pretenderebbe da parte della difesa) per trarne argomento a favore della tesi contraria sol perché la
medesima teste non era stata in grado di riferire con certezza alla voce dell’imputato le parole da lei
percepite e non aveva potuto notare il gesto offensivo del dito medio alzato, per la semplice ragione che lo
stesso imputato era, in quel momento, sottratto alla sua vista.
Quanto, poi, alla pretesa inidoneità della condotta posta in essere all’imputato e, segnatamente,di quella
costituita dalla esibizione del dito medio alzato, a costituire offesa all’onore e al decoro della persona
offesa, siccome asseritamente entrata nell’uso comune e, in una qualche misura “giustificata” dai rapporti
di conflittualità esistenti fra le parti, appare sufficiente osservare che trattasi di argomentazione basata,
all’evidenza, soltanto su di una soggettiva e gratuita opinione, del tutto priva, come tale, della possibilità di
essere assunta come elemento dimostrativo di una qualsivoglia violazione di legge o carenza motivazionale
addebitabile al giudice di merito, il quale ha invece, del tutto ragionevolmente, ritenuto, in linea con
nozioni di comune esperienza, che ben a ragione il gesto in questione fosse da qualificare come offensivo e
quindi penalmente rilevante ai sensi dell’art. 594 c.p.
P. Q. M.
Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
Così deciso in Roma, il 27 novembre 20
Il Consigliere relatore

,TATA k4 CANCELLERIA

configurabile il vizio di motivazione sulla censura inerente al fatto diverso,mancandone i

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