Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 15596 del 17/11/2014


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Penale Sent. Sez. 5 Num. 15596 Anno 2015
Presidente: SAVANI PIERO
Relatore: PEZZULLO ROSA

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
MAIO GIANLUCA N. IL 30/01/1983
avverso la sentenza n. 1893/2013 CORTE APPELLO di BRESCIA, del
16/10/2013
visti gli atti, la sentenza e il ricorso
udita in PUBBLICA UDIENZA del 17/11/2014 la relazione fatta dal
Consigliere Dott. ROSA PEZZULLO
Udito il Procuratore Generale in persona del Dott.
cha i clusoper

to, per la parte civile, l’Avv

Data Udienza: 17/11/2014

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale, Dott.
Sante Spinaci, che ha concluso per i; rigetto del ricorso;
udito il difensore dell’imputato, avv. Salvatore Rapisarda, che ha concluso
riportandosi ai motivi di ricorso chiedendone l’accoglimento;
RITENUTO IN FATTO
1. Con sentenza in data 16.10.2013 la Corte di Appello di Brescia confermava ,_
sentenza emessa dai G,U,P. del Tribunale di Bergamo in data 23.1,2013, con ia
quale Maio Gianluca era stato condannato alla pena di anni uno e mesi quattro di
reclusione, per il reato di cui all’art. 497 bis c.p.p., per essere stato trovato in

d’identità italiana n. AR 9946346, apparentemente rilasciata in data 3.6.09 dal
Comune di Bergamo a nome di Volpini Plerantonio, nato a 19.6.83, contraffatta in
quanto realizzata, su supporto non originale, privo di elementi di sicurezza e con
tecniche di stampa difformi da quelle originali, che concorreva a formare
apponendovi o facendovi apporre la propria foto.
1.1. La sentenza impugnata dava atto che ii procedimento traeva origine dalla
querela sporta da Marchini Luca, vicario dei direttore della Banca Popolare di
Cremona, filiale di Dalmine, nella quale si riferiva che il 29 settembre 2010 un uomo
si era presentato presso la filiale per l’apertura di un conto corrente bancara,
esibendo una carta d’identità intestata al Volpini Pierantonio; il giorno success;vc,
l’uomo era ritornato in banca ed aveva versato sul conto tre assegni bancari emessi
dalla banca Unicredit proprio a favore dei citato Volpini; nello stesso giorno, su
segnalazione dell’ufficio frodi della banca, il vicario era stato invitato ad effettuare
degli accertamenti sul documento esibito dal correntista t interpellando l’ufficio
anagrafe del Comune di Bergamo si apprendeva che la carta d’identità era
completamente contraffatta (sia per l’inesistenza anagrafica di persona a nome
“Volpini Pierantonio”, sia per divergenze dalle carte d’identità originali quanto a
caratteri di stampa, timbri, firme, annotazione sui diritti riscossi); l’imputato,
riconosciuto dal funzionario della banca de visu in occasione del suo arresto„
avvenuto a Verona il 21 aprite 2011, veniva trovato in possesso di una serie
numerosa di assegni e di carte d’identità intestate a nomi corrispondenti ai
beneficiari degli assegni, ma tutte recanti la sua foto dell’imputato,
2. Avverso tale sentenza l’imputato ha proposto ricorso per cassazionef affidatn
cinque motivi, con i quali lamenta:
-con il primo motivo, la ricorrenza dei vizi di cui all’art. 606, primo comma,
b), c) ed e) c.p.p., in relazione agli artt. 581 e 591 c.p.p. in riferimento all’errata
applicazione dell’art. 33 sexies c.p.p.; in particolare, all’udienza preliminare, in dara
3.10.2012, l’imputato aveva chiesto la remissione degli atti al P.M., affinchè
disponesse la citazione diretta in ordme all’originaria contestazione, non aggravata,
di cui all’art. 497 bis c.p.p.,
d’appello,

richiesta erroneamente non accolta dal giudice

in quanto il ricorrente non avrebbe impugnato l’ordinanza reietti va

adottata dal GUP all’udienza del 14.11.9012 senza considerare che nell’atto di
gravame era stata lamentata l’illegittirraa dell’ordinanza in questione; in ogni

possesso di un documento falso, valido per l’espatrio, in particolare, della carta

non ricorre nella fattispecie l’ipotesi aggravata di cui al secondo comma che esclude
l’uso personale, che, invece, ricorre nei caso in esame, trattandosi di documento
valido per l’espatrio in possesso dell’imputato sul quale appare la fotografia dello
stesso; il semplice possesso di una carta d’identità falsa valida per l’espatrio integra
il delitto di cui all’art. 497 bis c.p., il quale è reato contro la fede pubblica, la cui
sussistenza non presuppone ulteriori collegamenti del suo autore con ambienti
eversivi o con il fenomeno del terrorismo internazionale;
-con il secondo motivo, la ricorrenza dei vizi di cui all’art. 606, primo comma,
lett. b) ed e) c.p.p., per la mancata declaratoria di non punibilità ex art. 49 c.p.,

grossolano per l’inesistenza anagrafica di Volpini Pierantonio, nonché le differenze di
stampa, dei timbri e quant’altro rispetto alle carte d’identità regolarmente rilasciate
dal Comune di Bergamo; in particolare, il Comune di Bergamo aveva concluso con
comunicazione del 30.9.2010 per la pacifica falsità del documento di cui
all’imputazione, mettendo in risalto i punti di “difformità” rispetto ai documento
autentico e ciò in uno all’inflessione dialettale meridionale dell’imputato avrebbe
dovuto allertare il bancario allorquando gli veniva prodotta la carata di identità di un
soggetto che risultava nato nel comune di Bergamo ed ivi residente;
-con il terzo motivo, la ricorrenza dei vizi di cui all’art. 606, primo cornrna, lett.
b) ed e) c.p.p., atteso che il giudice di secondo grado ha ritenuto di disattendere la
richiesta di esclusione dell’aggravante di cui all’art. 497 bis, comma 2, c.p.
richiamando una recente pronuncia della Suprema Corte, la quale, tuttavia, non
intacca la configurazione dell’ipotesi di cui al primo comma dell’art. 497 bis cidcome ipotesi di minor allarme, riguardante il possesso di un documento

ppr kosn

personale, in assenza di concorso nella fabbricazione; la norma predetta, infatti, va
interpretata estensivamente, in ragione dell’impossibilità, in caso contrario,

di

vedere riconosciuta la meno grave ipotesi dell’agente, trovato in possesso di un
documento per uso evidentemente personale, contraffatto con apposizione della sua
foto; nel caso di specie, l’aggravante di cui al secondo comma deve essere esclusa,
avendo l’imputato detenuto la carta di identità contraffatta per uso strettamente
personale;
-con il quarto motivo, la ricorrenza dei vizi di cui all’art. 606, primo comma,
lett. b) ed e) c.p.p., in relazione alla mancata concessione delle attenuanti
generiche all’art. 62 bis c.p., atteso che, in ragione della sua incensuratezza, della
sua giovane età e della necessità di adeguare la pena al caso concreto, ben
potevano essere concesse tali attenuanti;
-con il quinto motivo, la ricorrenza dei vizi di cui all’art. 606, primo cornmai
b) ed e) c.p.p., in relazione all’art. 133 c.p., atteso che la pena irrogata

dai giudici

di merito appare eccessiva, discostandosi in maniera eccessiva dal minimo edittale

pari ad un anno e tale scostamento non è stato accompagnato da un’ adeguata
motivazione.

CONSIDERATO IN DIRITTO
Il ricorso non merita accoglimento.

2

stante l’inidoneità dell’azione posta in essere dall’imputato riconducibile ad un falso

1.Con il primo motivo di ricorso il ricorrente si duole della mancata r messione
degli atti al P.M. da parte del G.U.P. dovendo procedersi con la citazione diretta a
giudizio dell’imputato in ordine alla originaria contestazione riguardante la violazione
(non aggravata) dell’art. 497 bis c.p y ma la valutazione operata dai giudici d’appeilo
con la sentenza impugnata in merito a tale censura appare immune dai vizi
denunciati. Ed invero, appare dirimente in proposito la circostanza evidenziata nella
sentenza impugnata , e non smentita dal ricorrente , secondo cui il P.M. in udienza
rimodulava l’imputazione contestando l’aggravante di cui all’art. 497 bis c.p., ipotesi
questa non contemplante la citazione diretta a giudizio ex art. 550 c.p.. Orbene/ a

c.p., il G.u.p. non avrebbe potuto trasmettere gli atti al P.M. / ai sensi dell’art. 33
sexies c.p.p. , non ricorrendone ie condizioni, avendo il P.M. esercitato il potere
riconosciutogli dall’art. 423 t primo comma ( c.p.p. di modificare l’imputazione. Giova
richiamare in proposito i principi espressi da questa Corte, secondo cui in udienza
preliminare è legittima la modifica dell’imputazione da parte del p.m., mediante
contestazione suppletiva, anche quando i fatti oggetto della nuova contestazione
erano già emersi nei corso delle indagini preliminari (Sez. I, 17/05/2012, n. 13349).
Per quanto concerne, poi, la deduzione circa l’insussistenza dell’ipotesi di cui M
secondo comma dell’art. 497 bis c.p.p., tale deduzione afferente merito e ia
fondatezza dell’accusa non era idonea comunque a determinare la rimessione degli
atti al P.M. per l’emissione del decreto di citazione a giudizio a norma dell’art. 552
c.p.p.
2. Infondato si presenta, altresì, il secondo motivo di ricorso con il quale il Iviaio
6′

ha dedotto la ricorrenza nella fattispecie dei falso cd, grossolano, non punibile ai seriti
dell’ad. 49 c.p..
Va premesso che configura il falso cd. grossolano soltanto quello facilmente
riconoscibile “ictu oculi”, anche da persone del tutto sprovvedute, ossia nel caso in cui
la contraffazione sia talmente maldestra ed evidente da impedire che chicchessia
possa essere tratto in inganno mentre non è tale quello che richieda una certa
attenzione per il riconoscimento della falsificazione (Sez. V, 18/10/2013, n. 634; Se7!.
V, 06/11/2013, n. 51166).
Nel caso di specie non ricorre l’invocata ipotesi del falso grossolano e, quindi, la
causa di non punibilità di cui all’art. 49 c.p., atteso che, come evidenziato senza
illogicità nella sentenza impugnata, il vice direttore di banca,a cui l’imputato si rivolse
per l’apertura del conto corrente, non ebbe sospetti sulla bontà del documento di
identità che gli venne esibito e solo il giorno successivo ricevette la richiesta di
approfondire l’accertamento sulla genuinità della carta di identità che era stata esibita
dall’imputato per sospetti di falsità; inoltre i lo stesso Comune di Bergamo interpellato
in merito all’autenticità del documento aveva rilevato differenze di carattere
eminentemente tecnico rispetto all’originale (ad esempio, caratteri di stampa, importo
dei diritti fissi, non corrispondenza della firma dell’ufficiale di anagrafe ed altre) tali da
non essere individuanda soggetto non appartenente alla p.a.

fronte della contestazione formale dell’ipotesi di cui all’art. 497 bis, secondo comma,

3. La valutazione compiuta dai giudici d’appello circa la configurabilità, nel caso in
esame, della fattispecie di cui al secondo comma dell’art. 497 bis c.p. fa corretta
applicazione dei principi espressi da questa Corte, peraltro richiamati dallo stesso
ricorrente, secondo cui:
-il secondo comma dell’ad. 497 bis cod. pen., che punisce la previa contraffazione
del documento ad opera dello stesso detentore, costituisce ipotesi di rri-i
autonoma rispetto a quella del mero possesso prevista dal primo comma, essendo
la descrizione della condotta, che differenzia le due fattispecie, essa stessa
elemento costitutivo del reato, non relegabile al ruolo di elemento circostanziale

-il reato di cui all’art. 497 bis c.p., comma 2, (possesso e fabbricazione di
documenti di identificazione falsi) è integrato dal possesso di un documento s
identità contraffatto dallo stesso possessore, considerato che la “ratio” di cui all’art.
497 bis cpv cod. pen. è quella di punire in modo più significativo chi fabbrica o
comunque forma il documento, oppure lo detiene fuori dei casi di uso personale,
con la conseguenza che il possesso per uso personale rientra nella previsione di cui
all’art. 497 bis c.p., comma 1, solo se non accompagnato dalla contraffazione ad
opera del possessore (Rv. 250188),
-i due commi di cui all’art. 497 bis c.p. puniscono diversamente, in ragione del
diverso grado di gravità, la condotta del mero possesso di un documento valido per
l’espatrio, da un lato, e la condotta, ben più allarmante sul piano delle falsità
personali per la connotazione organizzativa che la caratterizza, costituita dalla
previa contraffazione del documento stesso ad opera dello stesso detentore, o del
concorso da parte di costui alla falsa formazione dei documento o, infine, dciia
detenzione fuori dai casi di uso personale;
-l’accertamento in ordine alla ricorrenza dell’ipotesi di cui al secondo comma
dell’ad. 497 bis c.p. è rimesso alla valutazione del giudice del merito, sulla base
delle prove raccolte a proposito dell’eventuale concorso dell’agente anche nella
condotta di falsificazione, non potendosi escludere, che pur nella situazione del
possesso di un documento di identità contraffatto in quanto recante la fotografia
dello stesso possessore/utilizzatore, sia operativo il comma 1 della norma, quando
possa sostenersi che la formazione di falsi documenti concernenti il soggetto di
interesse, di cui si conoscano generalità e si posseggano, a vario titolo, documenti
di diverso tipo o foto, magari forniti in buona fede dallo stesso interessato, sia stata
decisa autonomamente da un terzo quale un’organizzazione criminale,
3.1. Alla stregua degli enunciati principi, dunque, correttamente è stata ritenuta la
sussistenza nella fattispecie in esame dell’ipotesi di cui ai secondo comma dell’art.
497 bis c.p., essendo avvenuta la contraffazione della carta di identità ad opera
dello stesso detentore, ovvero, quanto meno, dando incarico l’imputato al
contraffattore materiale di apporre la propria foto sul documento da falsificare.
4. Il quarto ed il quinto motivo di ricorso relativi al trattamento sanzionatorio si
presentano anch’essi infondati avendo i giudici di merito dato compiutamente conto
delle ragioni della mancata concessione delle attenuanti generiche e dell’entità delia

4

(Sez. 5, n. 18535 del 2013);

pena inflitta. Ed invero, quanto alla, mancata concessione delle attenuanti/ i giudici
d’appello hanno valorizzato la personalità negativa dell’imputato, emergente dalla
circostanza che all’atto del suo arresto era stato trovato in possesso di numerosi
assegni ed altri documenti di identità falsi riportanti le generalità dei beneficiari dei
titoli. D’altra parte Le circostanze attenuanti generiche hanno lo scopo di estendere
le possibilità di adeguamento della pena in senso favorevole all’imputato in
considerazione di situazioni e circostanze che effettivamente incidano
sull’apprezzamento dell’entità del reato e della capacità a delinquere dello stesso,
sicché il riconoscimento di esse richiede la dimostrazione di elementi di segno

La sussistenza delle circostanze attenuanti generiche a favore dell’imputato nen
può essere riconosciuta sul solo presupposto dello stato di incensuratezza delio
stesso, in violazione dell’espresso disposto dell’art. 62-bis c.p., ai sensi del quale
l’assenza di precedenti condanne per altri reati a carico del condannato non può
essere, per ciò solo, posta a fondamento della concessione delle circostanze
attenuanti generiche(Cassazione penale, sez. IV, 06/06/2013, n, 288107Per quanto concerne poi, l’entità della pena anche qui la Corte territoriale senza
incorrere in vizi ha dato conto delle ragioni della conferma della pena inflitta del
giudice di prime cure superiore al minimo edittale in considerazione della proclività
alla commissione dei reati di falso.
5. Il ricorso va, dunque, respinto ed

ricorrente va condannato al pagamento

delle spese processuali,
p.q.m.
rigetta il ricorso e condanna il ricorrente ai pagamento delle spese processuali.
Così deciso il 17.11.2014

positivo(Cassazione penale, sez. III, 27/01/2012, n. 19639).

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