Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 15465 del 19/12/2014


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Penale Sent. Sez. 3 Num. 15465 Anno 2015
Presidente: TERESI ALFREDO
Relatore: ORILIA LORENZO

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
SAMMARINI STEFANO N. IL 04/01/1964
avverso l’ordinanza n. 24/2014 TRIB. LIBERTA’ di SIENA, del
27/05/2014
sentita la relazione fatta dal Consigliere Dott. LORENZO ORILIA;
lette/sentite le conclusioni del PG Dott.

Cu9-1

.0

Uditi difensor Avv.;

(91-ginefA–Lio

Data Udienza: 19/12/2014

RITENUTO IN FATTO
Con ordinanza 27.5.2014 il Tribunale di Siena ha rigettato la richiesta di riesame
proposta dal difensore di Sammarini Stefano in relazione al sequestro preventivo per
equivalente di somme e di beni comunque a riconducibili all’indagato, nell’ambito di un
procedimento penale per associazione a delinquere finalizzata alla commissione di reati
tributari (artt. 81 cp, 2 e 8 D. Lvo n. 74/2000) a carico del predetto e di altri soggetti.
Per giungere a tale conclusione, il Tribunale ha osservato che la difesa non aveva
contestato il cardine dell’assunto accusatorio condiviso dal GIP, cioè l’esistenza di un

consolidato meccanismo, una sorta di triangolazione societaria di cui era parte
integrante la Essedue Promotion, rappresentata dal Sammarini, unitamente ad altre
due società, la Columbus Value e da CS 2, e consistente nell’utilizzo in dichiarazione di
fatture emesse da queste ultime per prestazioni di servizi risultati inesistenti. Ha
richiamato il principio di cartolarità di cui all’art. 21 comma 7 del DPR n. 633/1972 in
combinato disposto con gli artt. 19 comma primo e 26 comma dello stesso DPR circa
l’obbligo per l’emittente di versare l’imposta e il divieto per il destinatario di esercitare
il diritto di detrazione. Ha escluso inoltre l’applicabilità alla fattispecie del caso Halifax
esaminato dalla Corte di Giustizia perché nel caso di specie si è in presenza di un
comportamento abusivo, finalizzato a perseguire un indebito vantaggio fiscale, senza
che ricorra alcun legittimo affidamento da parte del destinatario della fattura.
Il difensore ricorre per cassazione contro la predetta ordinanza denunziando due
censure e con successiva memoria propone motivi aggiunti.
CONSIDERATO IN DIRITTO
2.1 Col primo motivo di ricorso deduce la violazione degli artt. 321 cpp e 322 ter
cp: rileva in particolare il ricorrente che le argomentazioni utilizzate dal Tribunale non
portano alla conclusione a cui poi è giunto, perché la Essedue ha provveduto a
corrispondere gli importi indicati sulle fatture emesse da Columbus Value e da CS 2
(imponibile ed IVA), mentre queste ultime hanno versato all’Erario l’IVA risultante dai
documenti fiscali (non emergendo il contrario dagli atti): il risultato è quindi la
neutralità dell’imposta stessa, posto che Essedue non ha conseguito alcun illegittimo
vantaggio in termini di imposta sul valore aggiunto (indispensabile ai fini dell’emissione
del provvedimento impugnato) e l’Erario non ha subito alcun danno, neppure
individuato dal Tribunale.
Respinge la definizione di “cartiere” attribuita dal Tribunale alla Columbus Value e
alla CS 2 perché dette società hanno versato VIVA esposta e richiama la sentenza
Halifax della Corte di Giustizia, ribadendo l’assenza di condotte abusive da parte della
Essedue che non ha conseguito alcun vantaggio fiscale in ambito di imposta sul valore
aggiunto, rendendo così inoperante la norma dell’art. 21 comma 7 del decreto IVA. In
definitiva, secondo la tesi difensiva del ricorrente, la misura cautelare è stata disposta

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in assenza di una concreta evasione dell’imposta sul valore aggiunto, in violazione
degli artt. 321 cpp e 322 ter cp.
Il motivo è infondato.
Il reato di dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per
operazioni inesistenti previsto e punito dal D.Lgs. 10 marzo 2000, n. 74, art. 2, è
configurabile tutte le volte che il contribuente, per effettuare la dichiarazione
fraudolenta, si avvale di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti, ossia che
attestino operazioni non realmente effettuate. La norma richiede il dolo specifico (il

fine di evasione).
Nel caso in esame, i giudici del Riesame hanno accertato l’inesistenza oggettiva
delle operazioni a cui si riferiscono le fatture nonché l’utilizzo delle stesse da parte
della società Essedue Promotion nelle dichiarazioni dei redditi relative alle annualità dal
2006 al 2012 ed hanno altresì accertato che la suddetta società ha portato in
detrazione il relativo credito IVA, desumendo da tale circostanza l’esistenza del profitto
del reato (rappresentato appunto dalla illegittima detrazione di imposta), anche
qualora l’emittente della fattura avesse adempiuto all’obbligazione tributaria versando
VIVA all’Erario. Il Tribunale ha dunque evidenziato l’utilizzo delle fatture e l’indebita
detrazione (fonte del profitto, in termini di risparmio di imposta da versare al Fisco)
evidenziando che in ogni caso che il danno all’Erario si sostanzia nel corrispondente
credito di imposta.
L’eventuale pagamento dell’IVA corrispondente da parte delle società che hanno
emesso la fattura non incide sulla sussistenza del reato che, lo si ripete, richiede
l’utilizzo delle fatture per operazioni inesistenti e il fine di evasione. In ogni caso il
Tribunale ha osservato che né dall’ordinanza del GIP né dalle informative della Guardia
di Finanza emerge con certezza il versamento dell’IVA da parte della Columbus Value e
della CS2, sicché l’affermazione contraria del ricorrente può ritenersi tutt’altro che
pacifica.
Il richiamo alla sentenza della Corte di Giustizia sul caso Halifax non è pertinente
perché con tale pronuncia (del 21.2.2006) si è affermato comunque che “l’applicazione
della normativa comunitaria non può estendersi fino a comprendere i comportamenti
abusivi degli operatori economici, vale a dire operazioni realizzate non nell’ambito di
transazioni commerciali normali, bensì al solo scopo di beneficiare abusivamente dei
vantaggi previsti dal diritto comunitario”.

Ancora,

“perché possa parlarsi di un

comportamento abusivo, le operazioni controverse devono, nonostante l’applicazione
formale delle pertinenti disposizioni della sesta direttiva e della legislazione nazionale,
procurare un vantaggio fiscale la cui concessione sarebbe contraria all’obiettivo
perseguito da queste stesse disposizioni”. E nel caso di specie, è stata accertata,
quanto meno a livello di fumus, l’emissione di fatture per operazioni oggettivamente in

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esistenti e l’indebita detrazione di crediti di imposta (cioè gli elementi costitutivi della
fattispecie di reato ipotizzato).

2.2 Con il secondo motivo denunzia la mancanza della motivazione sulla accertata
impossibilità di procedere al sequestro in forma specifica, così come previsto dall’art.
322 ter cp (il Tribunale, secondo il ricorrente, avrebbe dovuto accertare che non era
possibile la confisca diretta presso la società della somma pari al profitto del reato,
rappresentato dall’IVA portata in detrazione dalla società Essedue). La questione viene
riproposta anche con i motivi aggiunti ove si cita un precedente di questa sezione

sull’obbligo di motivazione circa l’impossibilità del sequestro diretto del profitto del
reato.
Il motivo è inammissibile.
Secondo la costante giurisprudenza infatti, è ammissibile il ricorso per cassazione
contro ordinanze emesse in materia di sequestro preventivo, pur consentito solo per
violazione di legge, quando la motivazione del provvedimento impugnato sia del tutto
assente o meramente apparente, perché sprovvista dei requisiti minimi per rendere
comprensibile la vicenda contestata e l'”iter” logico seguito dal giudice nel
provvedimento impugnato (tra le varie, Sez. 6, Sentenza n. 6589 del 10/01/2013 Cc.
dep. 11/02/2013 Rv. 254893; Sez. U, Sentenza n. 25932 del 29/05/2008 Cc. dep.
26/06/2008 Rv. 239692).
Nel caso di specie, secondo il Tribunale del Riesame, (cfr pagg. 6 e 7) il sequestro
non poteva che attenere a beni intestati, detenuti o riconducibili a Sammarini Stefano,
non apparendo possibile, stante la normale fungibilità del denaro, la complessa
triangolazione societaria esaminata dal GIP e il protrarsi per anni dei rapporti afferenti
ad operazioni inesistenti, individuare beni diversi da quelli indicati dal GIP sui quali
operare il sequestro preventivo, non avendo peraltro la difesa individuato beni
costituenti diretto profitto del reato o indicato criteri per poterli identificare.
Come si vede, in ordine alla assoggettabilità a sequestro dei beni personali, la
motivazione non è affatto apparente, ma risulta congrua e conforme al diritto: le
sezioni unite con la sentenza Gubert (Sentenza n. 10561 del 30/01/2014 Cc. dep.
05/03/2014 Rv. 258648) hanno affermato infatti che non è consentito il sequestro
preventivo finalizzato alla confisca per equivalente nei confronti degli organi della
persona giuridica per reati tributari da costoro commessi, quando sia possibile il
sequestro finalizzato alla confisca di denaro o di altri beni fungibili o di beni
direttamente riconducibili al profitto di reato tributario compiuto dagli organi della
persona giuridica stessa in capo a costoro o a persona (compresa quella giuridica) non
estranea al reato. La impossibilità del sequestro del profitto di reato può essere anche
solo transitoria, senza che sia necessaria la preventiva ricerca generalizzata dei beni
costituenti il profitto di reato.

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Da tale principio discende, a contrario, che qualora non sia possibile il sequestro di
danaro o di altri beni fungibili o di beni direttamente riconducibili al profitto di reato
tributario compiuto dagli organi della persona giuridica stessa in capo a costoro o a
persona (compresa quella giuridica), è consentito il sequestro preventivo finalizzato
alla confisca per equivalente nei confronti dell’organo della persona giuridica e, quindi,
nel caso di specie, del Sammarini, legale rappresentante della Essedue Promotion di
Sammarini Stefano &C. sas.
La censura, pertanto, non coglie nel segno.

2.3 Resta, infine, da affrontare la tematica del sequestro dei beni della società,
introdotta con i motivi aggiunti. Deduce il ricorrente la violazione dell’art. 606 lett. b in
relazione agli artt. 322 ter cp, 321 cpp e 19, 24 e 53 D.Lgs n. 231/2001, criticando in
particolare l’assoggettamento a vincolo cautelare non solo delle somme depositate sui
conti correnti intestati all’indagato, ma anche di quelle depositate sui conti correnti
intestati a Essedue Promotion rispetto ai quali egli era delegato ad operare in ragione
della carica sociale rivestita. Nella prospettazione accusatoria, dunque, la misura
cautelare avrebbe dovuto riguardare solo beni del sig. Sammarini quale presunto
autore del reato e non invece i beni della Essedue Promotion, posto che quest’ultima
non avrebbe potuto essere ritenuta concorrente nel reato, per il principio della
responsabilità amministrativa degli enti introdotto dal D. Lvo n. 231/2001. Richiama i
principi affermati dalle sezioni unite con la sentenza Gubert e ritiene che né il Tribunale
né il GIP avrebbero potuto consentire il sequestro per equivalente anche sui beni
intestati alla società.
Il motivo sotto tale profilo è inammissibile.
Come appare evidente, la censura è finalizzata alla tutela degli interessi della
società da lui rappresentata, che assume la veste di terzo interessato alla restituzione
dei beni: per la sua proposizione occorreva dunque che il difensore fosse munito di una
procura speciale ai sensi dell’art. 100 cpp.
Infatti, secondo il costante orientamento di questa Suprema Corte, ai fini della
proposizione del ricorso per cassazione avverso le ordinanze in materia di misure
cautelari reali, il terzo interessato alla restituzione dei beni deve conferire una procura
speciale al suo difensore, nelle forme previste dall’art. 100 cod. proc. pen. (cfr. tra le
varie, Sez. 2, Sentenza n. 6611 del 03/12/2013 Cc. dep. 12/02/2014 Rv. 258580;
Sez. 6, Sentenza n. 13154 del 19/03/2010 Cc. dep. 08/04/2010 Rv. 246692; Sez. 5,
Sentenza n. 9435 del 10/11/2011 Cc. dep. 12/03/2012 Rv. 251997).
Ebbene, sia dalla lettura del ricorso sia dalla consultazione degli atti non emerge
traccia della procura speciale alla proposizione di una impugnazione per conto della
società.
P.Q.M.
rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali
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Così deciso in Roma, il 19.12.2014.

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