Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 15446 del 19/12/2014


Clicca qui per richiedere la rimozione dei dati personali dalla sentenza

Penale Sent. Sez. 3 Num. 15446 Anno 2015
Presidente: TERESI ALFREDO
Relatore: ORILIA LORENZO

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
ZOCCALI FULVIO N. IL 10/01/1968
avverso la sentenza n. 822/2008 CORTE APPELLO di REGGIO
CALABRIA, del 28/11/2013
visti gli atti, la sentenza e il ricorso
udita in PUBBLICA UDIENZA del 19/12/2014 la relazione fatta dal
Consigliere Dott. LORENZO ORILIA
Udito il Procuratore Generale in persona del Dott.
74IY5114.”
che ha concluso per (
0-k0,-~, i)27 :K-

Udito, per la parte civile, l’Avv
Udit i difensor Avv.

Data Udienza: 19/12/2014

RITENUTO IN FATTO
1 Tratto a giudizio del Tribunale di Reggio Calabria per rispondere dei reati di
coltivazione e detenzione a fine di spaccio di stupefacenti del tipo cannabis sativa (art.
81 cp e 73 commi 1 e 1 bis lett. a DPR n. 309/1990), Zoccali Fulvio, a seguito di
giudizio con rito abbreviato, fu assolto perché “il fatto non sussiste”.
In accoglimento dell’impugnazione del Pubblico Ministero, la locale Corte
d’Appello ha riformato la sentenza e condannato l’imputato, con la riduzione del rito,

all’art. 73 quinto comma DPR n. 309/1990..
2. Ricorre per cassazione il difensore dell’imputato, deducendo, con unico
motivo, la contraddittorietà e/o manifesta illogicità della motivazione sulla
affermazione di responsabilità: censura innanzitutto il giudizio di credibilità espresso
nei confronti della denunciante Currera Tilde, senza considerare i motivi di rancore nei
confronti dell’imputato. Osserva in proposito che l’intervento dei Carabinieri era stato
sollecitato proprio dalla donna, che assumeva di essere stata aggredita e malmenata
dallo Zoccali presso l’abitazione in cui convivevano. Appariva pertanto irrilevante e
priva di riscontro obiettivo l’affermazione della donna circa una presunta cessione a
terzi della sostanza detenuta e circa la destinazione allo spaccio delle poche piantine
coltivate, che invece servivano per un uso personale. Richiama inoltre la pronuncia n.
360/1995 della Corte Costituzionale sul concetto di coltivazione di stupefacenti
distinguendo tra coltivazione in senso “tecnico agricolo” e coltivazione “domestica”
nonché una pronuncia di questa Corte che ha fatto applicazione di questi principi e
rimprovera infine ai giudici di appello di aver ritenuto irrilevante la circostanza considerata invece dai primi giudici – del mancato rinvenimento all’interno
dell’abitazione, di mezzi idonei alla pesatura dello stupefacente.
CONSIDERATO IN DIRITTO
1 Il ricorso è infondato.
Secondo la costante giurisprudenza di questa Corte, la sentenza di appello che
ribalta il giudizio assolutorio deve confutare specificamente, a pena di vizio di
motivazione, le ragioni poste dal primo giudice a sostegno della decisione assolutoria,
dimostrando puntualmente l’insostenibilità sul piano logico e giuridico degli argomenti
più rilevanti della sentenza di primo grado, anche avuto riguardo ai contributi
eventualmente offerti dalla difesa nel giudizio di appello, e deve quindi corredarsi di
una motivazione che, sovrapponendosi pienamente a quella della decisione riformata,
dia ragione delle scelte operate e della maggiore considerazione accordata ad elementi
di prova diversi o diversamente valutati (Cass. Sez. 6, n. 6221/2006, Rv. 233083,
Aglieri; Sez. U, n. 45276/2003, Andreotti; cfr. altresì tra le tante, cfr. Sez. 6, Sentenza
n. 45203 del 22/10/2013 Ud. dep. 08/11/2013 Rv. 256869; Sez. 2, Sentenza n. 11883

2

alla pena di anni due di reclusione e C. 4.000,00 di multa riconoscendo l’ipotesi di cui

del 08/11/2012 Ud. dep. 14/03/2013 Rv. 254725; Sez. 6, Sentenza n. 1266 del
10/10/2012 Ud. dep. 10/01/2013 Rv. 254024).
A tale consolidato orientamento di legittimità, occorre aggiungere la
considerazione che il principio secondo cui il giudizio di condanna è legittimo

“se

l’imputato risulta colpevole … al di là di ogni ragionevole dubbio”, (art. 533 cod. proc.
pen., comma 1, come modificato dalla L. 20 febbraio 2006, n. 46, art. 5), implica che,
in mancanza di elementi sopravvenuti, la valutazione peggiorativa compiuta nel

essere sorretta da argomenti dirimenti, tali da rendere evidente l’errore della sentenza
assolutoria, la quale deve rivelarsi, rispetto a quella d’appello, non più razionalmente
sostenibile, per essere stato del tutto fugato ogni ragionevole dubbio sull’affermazione
di colpevolezza. Come è stato efficacemente affermato, non basta più “per la riforma
caducatrice di un’assoluzione, una mera diversa valutazione caratterizzata da pari o
addirittura minore plausibilità rispetto a quella operata dal primo giudice, occorrendo
invece una forza persuasiva superiore, tale da far cadere “ogni ragionevole dubbio”, in
qualche modo intrinseco alla stessa situazione di contrasto. La condanna, invero,
presuppone la certezza della colpevolezza, mentre l’assoluzione non presuppone la
certezza dell’innocenza, ma la mera non certezza della colpevolezza” (Cass. sez. 6, n.
40159/2011, rv. 251066, Galante; sez. 6, n. 40513/2011, Coruzzi, n.m.; Sez. 6, n.
4996/2012, rv. 251782, Abbate; Sez. 6, n. 21913/2012, Bonvicini, n. m. sul punto).

2. Orbene, la Corte d’Appello ha fatto corretta applicazione di detti principi
perché ha compiutamente confutato le argomentazioni che i primi giudici avevano
utilizzato a sostegno della pronunzia assolutoria.
In particolare, quanto al ritenuto collegamento della sostanza con la qualità di
tossicodipendente dell’imputato (che il Tribunale aveva valorizzato), la Corte d’Appello
ha smontato la tesi seguita dai primi giudici osservando che le dichiarazioni dello
stesso Zoccali (“ogni tanto, neanche tutti giorni, mi accendo uno spino”) evidenziavano
una dipendenza solo saltuaria dalla marijuana, inconciliabile con la quantità rinvenuta
in casa corrispondente a 126,6 dosi attive (e superiore alla soglia), mentre invece la
dipendenza provata doveva ritenersi riferibile a sostanza diversa, cioè all’eroina, di cui
lo stesso in passato aveva fatto uso (per espressa ammissione) e come dichiarato
anche dalla denunziante, allorchè aveva parlato di un ago sporco di sangue ritrovato
sul letto (sintomo, secondo la Corte d’Appello, del fatto che l’imputato al momento
dell’accertamento del reato si iniettasse ancora eroina in vena): ha quindi escluso la
destinazione ad uso personale.
La Corte di merito ha poi confutato l’argomento del mancato rinvenimento di
strumenti destinati al confezionamento di dosi (pure utilizzato dai primi giudici a favore
della tesi assulutoria), osservando in proposito attraverso un tipico accertamento in
fatto fondato sulle dichiarazioni del teste Ficara della Squadra Mobile, esperto del

3

processo d’appello sullo stesso materiale probatorio acquisito in primo grado, debba

settore – che si trattava di circostanza ininfluente perché il confezionamento di dosi di
marijuana non richiede tale strumentazione, necessaria, invece, per altro tipo di
droghe, come cocaina ed eroina.
Altro errore della sentenza di primo grado la Corte l’ha rinvenuto nel riferimento
alla solida situazione economica dell’imputato (argomento utilizzato dai primi giudici
per spiegare l’approvvigionamento): secondo i giudici del gravame invece la
circostanza non aveva nessun rilievo liberatorio perché la condotta contestata

Ulteriore criticità rilevata nella decisione di primo grado riguarda il passaggio in
cui si dà atto dell’occultamento in casa, giustificato con la necessità di tenerne
all’oscuro la propria compagna: la Corte d’Appello ha rilevato che le considerazioni dei
primi giudici confliggono con le dichiarazioni dello stesso imputato il quale, in sede di
udienza di convalida, aveva dichiarato che la moglie era perfettamente al corrente
della sua attività di “giardinaggio” e che la signora non si sottraeva “a qualche tiro”
L’osservazione è logicamente coerente perché l’occultamento al solo fine di nascondere
il perdurante uso di droga alla persona convivente non avrebbe alcun senso se questa
ne è già a conoscenza, circostanza, peraltro, confermata dalla donna allorché in sede
di denunzia aveva ritenuto che lo Zoccali fosse dedito anche allo spaccio.
L’occultamento, invece, secondo la Corte di merito, si spiega se finalizzato a tener
nascosta la detenzione illecita e lo spaccio.
La Corte territoriale ha pure dato conto della attendibilità della denunziante
richiamando, per escludere l’esistenza di ragioni di rancore, le affermazioni
dall’imputato alle specifiche domande formulategli dal primo giudice (ed in proposito
ha riportato i passaggi rilevanti dell’interrogatorio: v. pag. 8): dunque, la censura del
ricorrente non si giustifica, essendo invece emerso, per dichiarazione dello stesso
Zoccali, che la donna non aveva “motivi particolari” contro di lui per accusarlo di un
reato.
I giudici del gravame si sono poi confrontati con i principi di diritto richiamati dal
Tribunale in tema di coltivazione di stupefacenti, richiamando a loro volta il principio
della irrilevanza dell’uso personale, conformemente alla ormai prevalente della
giurisprudenza di legittimità, anche a sezioni unite, secondo cui costituisce condotta
penalmente rilevante qualsiasi attività non autorizzata di coltivazione di piante dalle
quali sono estraibili sostanze stupefacenti, anche quando sia realizzata per la
destinazione del prodotto ad uso personale (tra le tante, cfr. Sez. 6, Sentenza n.
49528 del 13/10/2009 Cc. dep. 23/12/2009 Rv. 245648; Sez. U, Sentenza n. 28605
del 24/04/2008 Ud. dep. 10/07/2008 Rv. 239920). Le sezioni unite hanno altresì
precisato che ai fini della punibilità della coltivazione non autorizzata di piante dalle
quali sono estraibili sostanze stupefacenti, spetta al giudice verificare in concreto

4

riguardava la coltivazione e non l’acquisto di marijuana.

l’offensività della condotta ovvero l’idoneità della sostanza ricavata a produrre un
effetto drogante rilevabile (cfr. Sez. U, Sentenza n. 28605/2008 cit.).
Nel caso di specie, la Corte di merito ha accertato tale idoneità rilevando sia il
numero consistente di piante (12, dell’altezza di un metro circa), sia la quantità di
sostanza ricavata da una precedente coltivazione (93 grammi), sia il rinvenimento, in
un bicchiere, di alcuni semi di cannabis destinati, secondo l’apprezzamento della
Corte, ad una nuova coltivazione: sulla scorta di tali accertamenti in fatto, è evidente

dell’imputato non farebbe venir meno l’illiceità della condotta.
Sulla scorta di tali argomentazioni i giudici di secondo grado hanno ritenuto
provata oltre ogni ragionevole dubbio la coltivazione e la detenzione della sostanza a
fini non personali.
P.Q.M.
rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
Così deciso in Roma, il 19.12.2014.

che anche una eventuale destinazione della piantagione a soddisfare l’uso personale

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA