Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 15442 del 26/11/2014


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Penale Sent. Sez. 3 Num. 15442 Anno 2015
Presidente: TERESI ALFREDO
Relatore: DI NICOLA VITO

SENTENZA
IL

APR 2015

sul ricorso proposto da
Prevosto Corradino, nato ad Azeglio il 19/04/1947
Gherardin Fabrizio, nato a Aosta il 03/08/1953
Giovinazzo Salvatore, nato a San Giorgio Morgeto il 03/08/1953
Giovinazzo Michelino, nato ad Aosta il 16/09/1980
avverso la sentenza del 24/09/2013 della Corte di appello di Torino;
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Vito Di Nicola;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Aldo
Policastro, che ha concluso chiedendo il rigetto dei ricorsi;
Uditi per l’imputato l’avv. Roberto Macchia, che ha concluso per l’accoglimento
del ricorso;

ni

Data Udienza: 26/11/2014

RITENUTO IN FATTO

1. Corradino Prevosto, Fabrizio Gherardin, Salvatore Giovinazzo e Michelino
Giovinazzo ricorrono per cassazione avverso la sentenza indicata in epigrafe con
la quale la Corte di appello di Torino ha confermato, per quanto qui interessa, la
pronuncia emessa dal tribunale della medesima città nella parte in cui dichiarava
i suddetti ricorrenti colpevoli dei reati loro ascritti in concorso al capo 1)
dell’imputazione e, unificati i reati medesimi dal vincolo del concorso formale, li

ciascuno, oltre al pagamento delle spese processuali.
Ai ricorrenti erano contestati i reati previsti dall’articolo 81 cpv., 110 codice
penale, 44, comma 1, lett. b),d.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, 181, comma 1. I, d.
Igs. 22 gennaio 2004, n. 42 perché, in concorso tra loro, con più azioni esecutive
di un medesimo disegno criminoso, in qualità di:
committente/esecutore materiale, responsabile della ditta “Le Residence” di
Prevosto Corradino s.a.s. (Corradino Prevosto), direttore dei lavori (Fabrizio
Gerardin, e esecutore dei lavori (Salvatore Giovinazzo e Michelino Giovinazzo):
A) eseguivano lavori edilizi di costruzione di un complesso ricettivo ubicato
nel Comune di Ayas, in totale difformità delle concessioni edilizie nn. 2609 del
08.02.2002 e 2609 rinnovo del 24.12.2010 in zona sottoposta a vincolo
paesaggistico. Nella fattispecie per aver aumentato la superficie abitabile o
utilizzabile in misura superiore al 30% di quella indicata nel progetto. In
particolare, superficie utile o abitabile realizzata: mq. 727,60 contro mq. 648,39
autorizzati; superficie non residenziale realizzata mq. 893,45 contro mq. 209,09
autorizzati nonché per aver adibito ad uso abitativo locali aventi destinazione
accessoria;
B)

eseguivano lavori edilizi di cui alla lettera A) in difformità dalle

autorizzazioni nn. 10537/TP del 14 giugno 1999, 19107/TP del 19 ottobre 1999,
9289/TP del 29 maggio 2000, 12993/TP del 18 luglio 2000, 23557/TP 3 dicembre
2001 rilasciate dalla competente Soprintendenza ai BB.CC .AA.
Fatti commessi in Ayas loc. Champoluc il 30 gennaio 2010 ed il 10 settembre
2010.
1.1. Formati separati fascicoli processuali a seguito della diversificata
trasmissione dei ricorsi, i gravami proposti da Corradino Prevosto e da Fabrizio
Gherardin, in conseguenza del rinvio della causa all’udienza del 3 giugno 2014,
sono stati rifissati all’odierna udienza dove, sul presupposto che le impugnazioni
sono state proposte avverso la medesima sentenza, si è proceduto alla riunione
del procedimento riguardante i ricorsi di Corradino Prevosto e Fabrizio Gherardin
con il procedimento relativo ai ricorsi di Salvatore Giovinazzo e Michelino
Giovinazzo, come da ordinanza emessa in udienza.
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condannava alla pena di mesi tre di arresto ed euro 60.000 di ammenda

2. Per la cassazione dell’impugnata sentenza, Corradino Prevosto e Fabrizio
Gherardin articolano, a mezzo del difensori, due motivi di gravame, qui
enunciati, ai sensi dell’art. 173 disp. att. cod. proc. pen., nei limiti strettamente
necessari per la motivazione.
2.1. Con il primo motivo lamentano l’erronea applicazione delle disposizioni
di cui all’art.44, co. 1.1ett. b) DPR 380/0L e di cui all’art. 181. co. 1 D.Lgs. 42 del
2004 e l’assoluta mancanza, contraddittorietà e illogicità della motivazione della

reati contestati e, conseguentemente, in ordine alla erronea mancata
declaratoria di loro prescrizione nonché in ordine alla implicita e del tutto
immotivata reiezione dell’istanza di rinnovazione dell’istruzione dibattimentale ex
art. 603 cod. proc. pen. di cui al primo motivo d’appello.
Assumono che, con riferimento al mancato riconoscimento dell’intervenuta
prescrizione del reato, la sentenza impugnata si è limitata a ribadire che la
condotta penalmente illecita permane dall’inizio sino al termine della costruzione
abusiva sicché, nel valutare la realizzazione di una costruzione edilizia l’opera
deve essere considerata unitariamente nel suo complesso, senza che sia
consentito scindere e considerare separatamente i suoi componenti..
Ma così motivando ha del tutto trascurato dì considerare che tale principio di
diritto può essere affermato esclusivamente con riferimento alla costruzione
abusiva e non anche alla parte di costruzione che sia stata lecitamente e
assentitamente realizzata.
Né ha fornito alcuna spiegazione del perché tale essenziale risultanza
dovesse essere del tutto trascurata.
Una corretta interpretazione della vigente normativa in materia avrebbe
invece necessariamente comportato che, al fine dell’individuazione del momento
consunnativo dei reati e, conseguentemente, del momento dal quale deve
iniziare a decorrere il corso della prescrizione, si facesse riferimento
esclusivamente all’ultimazione della parte di opere non assentite e non anche
all’ultimazione dell’intero edificio e, quindi, anche di quelle sue parti che risultino
regolarmente assentite.
Sostengono come sia del tutto priva di motivazione anche l’implicita
reiezione dell’istanza di rinnovazione dell’istruzione dibattimentale ex art. 603
cod. proc. pen. proposta al fine di permettere, in sede peritale, di accertare
quale fosse stata la data di ultimazione delle opere abusive.
2.2. Con il secondo motivo deducono la carenza, la contraddittorietà e la
manifesta illogicità della motivazione della decisione impugnata in ordine alla
mancata concessione delle circostanze attenuanti generiche e alla quantificazione
della pena irrogata (art. 606, comma 1, lett. e) cod. proc. pen.), avendo la Corte

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sentenza impugnata in ordine all’individuazione del momento consurnativo dei

territoriale replicato il medesimo errore nel quale era incorsa la prima sentenza,
nulla dicendo in ordine alla mancata concessione delle circostanze generiche che
erano state richieste sia per l’incensuratezza degli imputati, sia per il loro buon
comportamento processuale, sia perché la non assentibilità delle opere realizzate
difformemente dal titolo autorizzativo era stata determinata dall’apposizione,
solo in epoca successiva al rilascio dell’originaria concessione edilizia, di un
vincolo di inedificabilità rendendo certamente meno intenso l’elemento

3. Per la cassazione dell’impugnata sentenza, Salvatore Giovinazzo e
Michelino Giovinazzo parimenti articolano, a mezzo del difensore, due motivi di
gravame, qui enunciati, ai sensi dell’art. 173 disp. att. cod. proc. pen., nei limiti
strettamente necessari per la motivazione.
3.1. Con il primo motivo deducono violazione dell’art. 606, comma 1, lett.
e) cod. proc. pen. per manifesta illogicità e contraddittorietà della motivazione, e
conseguente violazione dell’art. 606, comma 1, lett. b) cod. proc. pen. per
erronea interpretazione dell’art. 530 cod. proc. pen., nonché per non aver tenuto
in debito conto le risultanze processuali, nonché per violazione dell’art. 111 Cost.
in relazione alle norme sul giusto processo.
Assumono che, come emerso dalle testimonianza riportate nel ricorso, í
lavori in contestazione, iniziati nel 2002, videro l’intervento, in qualità di
costruttori, dei Giovinazzo, solo ed unicamente per la parte iniziale degli stessi.
Peraltro, quanto alla posizione di Michelino Giovinazzo, egli, giovanissimo,
aveva appena terminato le scuole superiori, e venne inserito nell’azienda del
padre soltanto a far data dal luglio 2003, all’interno della costituenda società
Duegi di Giovinazzo Michelino e c. s.n.c., al fine di avviarlo all’interno del mondo
del lavoro: le sue mansioni erano limitate a quelle affidate ad un apprendista
manovale; nessuna coscienza e volontà poteva avere in ordine agli abusi a lui
contestati; sino alla data della nascita della società Duegi alcuna qualifica aveva
ricoperto, dovendosi pertanto ritenere estraneo alla vicenda.
Posto poi che all’inizio del 2004, come emerso dalle testimonianze e dalla
documentazione prodotta, i Giovinazzo non prestarono più la loro opera sul
cantiere in oggetto, si afferma che – quand’anche si ritenesse, per assurdo, un
concorso nella parte iniziale ad opera dei ricorrenti, circostanza incompatibile con
le risultanze processuali e non provata – il committente Prevosto ha
espressamente affermato come i Giovinazzo fossero completamente all’oscuro
del fatto che i progetti e i disegni a loro forniti non erano quelli depositati in
comune, dovendosi desumere da ciò l’assenza dell’elemento soggettivo del reato
in capo ai ricorrenti stessi e, in ogni caso, quand’anche si ritenesse raggiunta la
prova in relazione agli abusi commessi dai Giovinazzo, la presenza sul cantiere
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soggettivo sottostante alla commissione dei reati contestati.

degli imputati non può in alcun modo (e non senza forzature) essere ricondotta
ad un periodo successivo al 2004, ragione per cui la Corte territoriale avrebbe
dovuto dichiarare i reati estinti per prescrizione.
Erroneamente quindi i Giudici del merito hanno ritenuto di collocare la
presenza dei Giovinazzo nel cantiere fino al 2010.
Con riferimento, poi, al documento dell’agosto 2007, con indicazione del
Giovinazzo, trattasi di mero dato formale, che stride con ogni elemento di fatto
emerso in dibattimento, e peraltro spiegato dal teste Crotti. Quanto poi

incombeva sulla comrnittenza, la quale ha comunicò tale variazione tardivamente
ed in totale incoerenza con quanto ammesso dalla committenza stessa.
3.2. Con il secondo motivo lamentano violazione di legge e difetto di
motivazione (art. 606, comma 1,1ett. b) ed e), cod. proc. pen.) per la mancata
concessione delle attenuanti generiche, essendo di tutta evidenza che l’esercizio
del potere discrezionale accordato al Giudice di merito in relazione alla
concessione od al diniego delle circostanze debba essere suffragato da una
congrua ed approfondita motivazione, tale da rendere ostensibile e pienamente
sindacabile la valutazione da questi compiuta, relativa all’adeguamento del
trattamento sanzionatorio alla personalità del reo ed alla effettiva gravità del
reato.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. I ricorsi sono inammissibili per manifesta infondatezza ed in quanto
proposti nei casi non consentiti.

2. Quanto al primo profilo del primo motivo di gravame sollevato dai ricorsi
Giovinazzo, va osservato come la Corte territoriale abbia ampiamente spiegato
che solo in data 1 settembre 2010 venne indicata una nuova impresa
appaltatrice (quella di Mattia Prevosto) subentrata ai Giovinazzo.
Secondo la ratio decidendi della sentenza impugnata, i testi indicati dalla
difesa hanno dato conto dell’esistenza di altri cantieri aperti presso i quali
lavorava l’impresa Giovinazzo e la documentazione prodotta dà contezza della
realizzazione di altri lavori (prevalentemente per opere in carpenteria in legno)
ma ciò non comporta l’assoluta impossibilità di avere in atto più appalti curando
l’esecuzione di più commesse.
Peraltro l’ingerenza dei lavori da parte di Giovinazzo, in anni di gran lunga
successivi al 2002 – 2004 nei quali si è supposta l’operatività della ditta per la
costruzione del manufatto indicato nel capo di imputazione, è comprovata dalla
presentazione della variante alla denuncia del 28 giugno 2002 di opere in

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all’obbligo di comunicare la variazione dell’impresa esecutrice, tale obbligo

conglomerato cementizio armato normale (in data agosto 2007) a firma del
“costruttore Giovinazzo Salvatore) indirizzata alla regione Valle d’Aosta e
protocollata in data 8 aprile 2008.
Né la corte distrettuale ha correttamente ritenuto i ricorrenti esenti da colpa
avendo ritenuto i ricorrenti rimproverabili sotto l’aspetto della negligenza sul
rilievo che non possono invocare la buona fede gli imputati che, nell’eseguire i
lavori, hanno fatto affidamento sulle assicurazioni dal committente e non si siano
accertati personalmente del contenuto della concessione edilizia per verificarne

invocare la giovane età essendosi i lavori protratti per molti anni.
Si tratta di una motivazione precisa e corretta che ha preso in esame tutti i
profili delle censure mosse con i motivi di appello, disattendendoli cognita causa
sulla base di una corretta interpretazione delle prove che si sottrae, per la sua
congruità e logicità, al sindacato di legittimità, laddove il richiamo nel ricorso
alle prove testimoniali, irrilevanti nella misura in cui mirano a suggerire una
lettura alternativa dei fatti, neppure disarticola minimamente l’apparato
argomentativo della sentenza impugnata, che fonda su prove precostituite la
perdurante presenza nel cantiere della ditta Giovinazzo fino all’anno 2010,
quando ad essa subentrò la ditta Prevosto.

3. Quanto al momento consumativo del reato ed alla sollevata eccezione di
prescrizione (primo motivo ricorso Gherardin – Prevosto e secondo profilo del
primo motivo ricorsi Giovinazzo), la Corte torinese ha precisato come la condotta
penalmente illecita fosse perdurata dall’inizio sino al termine della costruzione
abusiva, dovendosi l’opera

in executivis considerare unitariamente nel suo

complesso, perciò sia nelle parti non assentite e in ipotesi completate che in
quelle assentite e in corso di esecuzione, senza che fosse possibile scindere e
considerare separatamente i singoli componenti, derivando da ciò la
configurabilità, sulla base delle risultanze processuali, di un unico reato che, in
quanto permanente non può ritenersi frazionabile ai fini della prescrizione.
La conclusione, cui è giunta la Corte d’appello, è giuridicamente corretta e
dunque ineccepibile.
I ricorrenti, autorizzati ad eseguire lavori edili con riferimento ad un unico
fabbricato, avrebbero eseguito lavori abusivi (richiedenti, per fatto neppure
controverso, il titolo abilitativo) e successivamente avrebbero messo mano ai
lavori regolarmente e previamente autorizzati, interessanti il medesimo
fabbricato. Essi vorrebbero che solo la parte abusiva fosse attinta da rilievi di
carattere penale e, siccome questa era stata da tempo completata, invocano la
prescrizione del reato.

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la conformità alle prescrizioni. Né, sotto tale profilo, Michelino Giovínazzo può

L’assunto è destituito di qualsiasi fondamento e, a maggior ragione, quando
l’abuso ricade, come nel caso di specie, in zona paesaggisticamente vincolata,
posto che il reato paesaggistico sarebbe pacificamente fuori discussione persino
al cospetto di difformità parziali (Sez. 3, n. 37169 del 06/05/2014, Longo, Rv.
260181) e, stante la natura permanente di esso, la consumazione si verifica
soltanto con l’esaurimento totale dell’attività o con la cessazione della condotta
per qualsiasi motivo (Sez. 3, n. 28934 del 26/03/2013, Borsani, Rv. 256897).
Intanto, il regime dei titoli abilitativi edilizi non può essere eluso

realizzarla, tanto se dette opere siano suscettibili di omologhe forme di controllo
preventivo e tanto se esse siano astrattamente suscettibili di forme di controllo
più limitate per la loro più modesta incisività sull’assetto territoriale.
Questa Corte ha affermato che, in virtù del concetto unitario di costruzione,
la stessa può dirsi completata solo ove siano stati terminati i lavori relativi a
tutte le parti dell’edificio posto che, in tema di reato di costruzione abusiva, la
permanenza cessa – tra l’altro – con la realizzazione totale dell’opera in ogni sua
parte (Sez. 3, n. 1815 del 24/08/1993, Cordone, Rv. 195982).
Ne consegue che l’opera deve essere considerata unitariamente nel suo
complesso, senza che sia consentito scindere e considerare separatamente i suoi
singoli componenti, così che, in virtù del concetto unitario di costruzione, la
stessa può dirsi completata solo ove siano stati terminati i lavori relativi a tutte
le parti dell’edificio; conseguentemente la permanenza del reato di costruzione in
difetto di concessione cessa con la realizzazione totale dell’opera in ogni sua
parte (Sez. 3, n. 4048 del 06/11/2002, dep. 29/01/2003, Tucci, Rv. 223365).
La Corte territoriale ha fatto dunque buon governo di tali principi escludendo
che fosse maturata la prescrizione, con la conseguenza che i relativi motivi di
gravame devono ritenersi manifestamente infondati.
Gli stessi ricorrenti appaiono infine consapevoli della consolidata
giurisprudenza di questa Corte secondo la quale il rigetto della richiesta di
rinnovazione parziale del dibattimento può essere anche implicita, in quanto il
giudice d’appello ha l’obbligo di motivare espressamente sulla richiesta di
rinnovazione del dibattimento solo nel caso di suo accoglimento, laddove, ove
ritenga di respingerla, può anche motivarne implicitamente il rigetto,
evidenziando, come è avvenuto nel caso in esame, la sussistenza di elementi
sufficienti ad affermare la responsabilità degli imputati (Sez. 6, n. 11907 del
13/12/2013, dep. 12/03/2014, Coppola, Rv. 259893).
Affermato infatti il concetto unitario di costruzione, è di tutta evidenza
come fosse ultroneo dare ingresso a perizia per accertare l’epoca di
completamento dei lavori abusivi.

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scomponendo l’attività edificatoria finale nelle singole opere che concorrono a

4. Quanto infine al mancato riconoscimento delle attenuanti generiche
(secondo motivo dei rispettivi ricorsi), la Corte di merito ha correttamente
affermato che la pena inflitta dal tribunale doveva ritenersi tutt’altro che
eccessiva in rapporto alla gravità del reato e tenuto conto dei vari tentativi per
ottenere provvedimenti di concessione in sanatoria, peraltro in una zona a
rischio di frana. Né potevano essere concesse le attenuanti generiche,
rispondendo tale beneficio ad una facoltà discrezionale, il cui esercizio deve
essere motivato nei soli limiti atti a far emergere in misura sufficiente il pensiero

reato ed alla personalità del reo.
La Corte torinese ha, in altri termini, stimato che la gravità del reato e la
condotta successiva ad esso fossero elementi tali da impedire la concessione del
beneficio invocato. La decisone è anche sul punto corretta, avendo questa Corte
affermato che, nel motivare il diniego della concessione delle attenuanti
generiche, non è necessario che il giudice prenda in considerazione tutti gli
elementi favorevoli o sfavorevoli dedotti dalle parti o rilevabili dagli atti, ma è
sufficiente che egli faccia riferimento a quelli ritenuti decisivi o comunque
rilevanti, rimanendo tutti gli altri disattesi o superati da tale valutazione (Sez. 3,
n. 28535 del 19/03/2014, Lule, Rv. 259899).

5. Alla declaratoria d’inammissibilità dei ricorsi segue la condanna dei
ricorrenti al pagamento delle spese del procedimento e, considerato che non vi è
ragione di ritenere che i ricorsi siano stati presentati senza “versare in colpa
nella determinazione della causa di inammissibilità”, si deve disporre che ciascun
ricorrente versi anche la somma, determinata in via equitativa, di Euro 1.000,00
in favore della Cassa delle Ammende.

P.Q.M.

Disposta la riunione al presente processo del processo di cui al numero 23
del ruolo, come da verbale di udienza, dichiara inammissibile i ricorsi e condanna
ciascun ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro
1.000,00 in favore della Cassa delle Ammende.
Così deciso il 26/11/2014

del giudice circa l’adeguamento della pena concreta alla gravità effettiva del

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