Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 15439 del 25/09/2014


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Penale Sent. Sez. 3 Num. 15439 Anno 2015
Presidente: TERESI ALFREDO
Relatore: SAVINO MARIAPIA GAETANA

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
CAFORIO CATIA N. IL 19/10/1970
avverso la sentenza n. 1848/2011 CORTE APPELLO di LECCE, del
24/05/2013
visti gli atti, la sentenza e il ricorso
udita in PUBBLICA UDIENZA del 25/09/2014 la relazione fatta dal
Consigliere Dott. MARIAPIA GAETANA SAVINO
Udito il Procuratore Generale in persona del Dott.>1,-(2sAc2.
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che ha concluso per e

‘1,1 Cc›.-

Udito, per la parte civile, l’Avv
Udit i difensor Avv.

Data Udienza: 25/09/2014

Ritenuto in fatto e diritto

Con sentenza emessa in data 16 giugno 2011 il Tribunale di Brindisi dichiarava Caforio Catia
responsabile del reato di cui agli artt. 81 c.p., 2 co. 3 D.Lgs. 74/2000 poiché, quale titolare e legale
rappresentante della Symboline s.r.1., con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso
inseriva nelle dichiarazioni dei redditi relative agli anni 2003 e 2005 fatture emesse per operazioni

Infine riconosceva alla Caforio il beneficio della sospensione condizionale della pena.
Il giudice di prime cure riconosceva la penale responsabilità dell’imputata in merito al suddetto
reato sulla base del verbale di accertamento e sequestro operato dalla GdF di Francavilla Fontana e
della deposizione del m.11o Bianco secondo la quale nel gennaio 2006, a seguito di verifica
effettuata nei confronti della ditta RAM formazione il cui titolare risultava essere Ranieri Michele,
si rilevava che quest’ultimo per l’intero periodo di imposta dal 2002 al 2005 non aveva annotato
una serie di fatture emesse nei confronti di svariati clienti tra cui la Symbioline s.r.l. In base a
ulteriori verifiche emergeva che la RAM formazione aveva emesso nei confronti della Symbioline
s.r.l. fatture relative all’anno 2003 per un ammontare di euro 10.000,00 ed IVA pari a 2.000,00 euro
e relativamente all’anno 2005 per un imponibile di euro 10.000,00 ed IVA pari a euro 2.000,00 tutte
riguardanti attività di volantinaggio in realtà mai effettuate dalla RAM che, peraltro, era una società
dedita all’attività di formazione e non aveva mai svolto attività di volantinaggio. Inoltre sulla RAM
gravava un’istanza di fallimento, la contabilità della stessa risultava carente e frammentaria, tutti i
pagamenti risultavano effettuati per cassa ed in un’unica soluzione, la RAM aveva un’unica
dipendente e neppure una stampante per realizzare i volantini. Infine dai controlli sulla Symbioline
era emerso che le date dei pagamenti riportate nei suoi dati contabili non corrispondevano alle date
di fatturazione; la pubblicità tramite volantini risultava, peraltro, poco adeguata per una società che
vende beni all’ingrosso e nessuna copia del volantino era stata rinvenuta.
Proposto appello, la Corte di Appello di Lecce, in parziale riforma della sentenza di primo grado,
dichiarava il non doversi procedere in ordine al reato ascritto limitatamente alla dichiarazione dei
redditi dell’anno 2003 per intervenuta prescrizione ed eliminava il relativo aumento di pena che
quantificava in mesi tre di reclusione così residuando a carico della Caforio la pena di 4 mesi di
reclusione.
Avverso tale pronuncia il difensore della suddetta ha proposto ricorso per cassazione per i seguenti
motivi:
1) Erronea applicazione dell’art. 81 c.p. co. 1 e 2. La difesa lamenta l’erronea applicazione delle
disciplina della continuazione. Difatti, a seguito della intervenuta estinzione per prescrizione del
1

inesistenti. Concesse le attenuanti generiche, condannava la stessa alla pena di mesi 6 di reclusione.

reato di cui all’art. 2 D.lgs. 74/2000 limitatamente alla dichiarazione dei redditi dell’anno 2003, la
Corte di Appello, non avendo il giudice di prime cure specificato la pena base e l’aumento ex art.
81, ha ritenuto tale aumento pari a tre mesi scomputandoli, quindi, dalla pena originariamente
irrogata alla Caforio pari a 6 mesi ed ha applicato alla stessa una pena di 4 mesi. A parte l’evidente
errore di calcolo (sottraendo 3 mesi a 6 la Corte avrebbe dovuto applicare una pena di 3 mesi non di
4), la difesa sostiene che, nel caso di specie, non spettava alla Corte di Appello riempire i vuoti

Al contrario, secondo il ricorrente, la Corte territoriale avrebbe dovuto annullare la sentenza e
rimettere gli atti al giudice di primo grado affinché lo stesso provvedesse alla determinazione della
pena base senza poter in alcun modo desumere l’aumento in rapporto alla pena base. A ben vedere,
infatti, l’aumento di pena per la continuazione ben avrebbe potuto essere maggiore e, quindi,
minore la riduzione applicata a seguito delle concesse attenuanti generiche.
2) Manifesta illogicità della motivazione. Afferma, infatti, la difesa che una più attenta lettura del
compendio probatorio avrebbe dovuto condurre all’assoluzione dell’imputata: da qui l’evidente
illogicità dell’apparato motivo stilato dal giudice di prime cure e confermato dalla Corte di Appello.
A detta del ricorrente alla effettiva mancanza di elementi idonei a dimostrare la reità della Caforio
in ordine alle condotte alla medesima contestate la Corte territoriale avrebbe supplito con argomenti
del tutto illogici e frammentari basandosi su indizi, cioè quelli raccolti dalla GdF, che, anche
considerati nel loro complesso, appaiono del tutto inidonei a provare l’inesistenza delle operazioni
fatturate e dichiarate dall’imputata.
In particolare, sempre secondo l’assunto difensivo, la sentenza impugnata da una parte liquida sic et
simpliciter per l’eccessiva genericità la deposizione del teste a discarico Peluso Oronzo (il quale ha
dichiarato di aver venduto alla ditta RAM due fotocopiatrici di cui una a colori il che dimostrerebbe
la disponibilità da parte della stessa dei mezzi per produrre i volantini; inoltre ha anche dichiarato di
aver messo in contatto la Caforio con il Ranieri; e dall’altra ritiene assorbenti alcuni indici di
inesistenza delle operazioni quali l’inadeguatezza del mezzo pubblicitario prescelto rispetto
all’attività di vendita all’ingrosso svolta dalla Symbioline s.r.1., i mezzi di pagamento (per cassa in
un’unica soluzione) prescelti. Tutti elementi, a parere della difesa, di per sé neutri trattandosi di
scelte discrezionali dell’imprenditore, scelte che sicuramente non possono essere poste a
fondamento di una sentenza di condanna.

2

motivazionali lasciati dal giudice di prime cure con conseguente vizio motivazionale della sentenza.

Ritenuto in diritto

La prima doglianza inerente la determinazione della pena è infondata dal momento che, secondo il
consolidato orientamento di questa stessa Corte, l’omessa indicazione dei criteri di determinazione
della pena, anche nel caso di più reati unificati nella continuazione, non configura una nullità di
ordine generale, né una nullità specifica della sentenza di condanna, giacché il precetto di cui all’art.

principio di tassatività delle nullità, la stessa configura un vizio di motivazione in punto di pena e,
come tale, sanabile dal giudice dell’impugnazione (vedi ex pluris Cass. Sez. IV, n. 6853/2009; Cass.
Sez. II, n. 23653/2008). Peraltro nel caso di specie la Corte territoriale ha desunto l’aumento per la
continuazione non specificato in primo grado dal minimo edittale; quindi seguendo un criterio di
determinazione più favorevole al reo.
Al pari manifestamente infondato risulta anche il secondo motivo. A ben vedere, infatti, la difesa
tramite la deduzione del vizio di motivazione, cerca di ottenere in sede di legittimità una
rivalutazione del compendio probatorio; operazione quest’ultima, come è noto, preclusa a questa
Corte.
Invero il compito della Cassazione non consiste nell’accertare la plausibilità e l’intrinseca
adeguatezza dell’interpretazione delle prove, attività riservata al giudice di merito, bensì nel
controllare l’esistenza di un logico apparato argomentativo. In altri termini, il giudice di legittimità
deve accertare se i giudici di merito abbiano esaminato tutti gli elementi a loro disposizione, se
abbiano dato esauriente risposta alle deduzioni delle parti e se nell’interpretazione delle prove
abbiano esattamente applicato le regole della logica, le massime di comune esperienza ed i criteri
legali dettati in tema di valutazione delle prove in modo da fornire giustificazione razionale delle
soluzioni adottate a preferenza di altre.
Una volta accertata la tenuta logica della motivazione, quindi, non è possibile in sede di legittimità
procedere ad una nuova valutazione delle risultanze processuali da contrapporre a quella effettuata
dai giudici di merito. Ne consegue che, laddove le censure mosse dal ricorrente non siano idonee a
scalfire la logicità e linearità della motivazione del provvedimento, queste devono ritenersi
inammissibili, perché proposte per motivi diversi da quelli consentiti.
Fermo restando il limite sopra enunciato del controllo di legittimità, deve ad ogni buon conto
rilevarsi, che la motivazione della sentenza impugnata, risponde ai requisiti sui quali si fonda il
controllo di legittimità, ovvero appare esaustiva, bene argomentata e coerente nella coordinazione
dei passaggi logici attraverso i quali si sviluppa.

3

533 co. 2 c.p.p. non è assistito da alcuna specifica sanzione processuale; al più, in ossequio

Difatti quanto alla deposizione del teste Peluso, fornitore di prodotti di ufficio, la Corte territoriale
ha spiegato che la stessa non è decisiva in quanto lo stesso ha genericamente riferito di aver venduto
al Ranieri una fotocopiatrice di tipo normale ed una di tipo ciclostile, adatta a copie di basso costo
come quelle che si fanno in genere per i volantini ma tale deposizione non risulta supportata da
alcun elemento di riscontro. Non è stata prodotta alcuna documentazione di tipo fiscale dello
scambio intercorso tra il Peluso ed il Ranieri né il fornitore è stato in grado di collocare nel tempo la

presunta presentazione tra la Caforio ed il Ranieri, il Peluso è rimasto vago e non è stato in grado di
confermare se a seguito di tale episodio i due avessero effettivamente stipulato un contratto di
pubblicità.
A fronte di tale deposizione portata dalla difesa come unico elemento a discarico restano, nota la
Corte territoriale, gli indici sintomatici del reato di dichiarazione fraudolenta enucleati dal Tribunale
e non successivamente smentiti dalla difesa quali l’incongruenza del mezzo pubblicitario prescelto
rispetto all’attività svolta dalla Symbioline, il mancato ritrovamento di copie dei volantini, la
tipologia di pagamento scelta e, soprattutto, la non coincidenza tra le date di pagamento e quelle di
fatturazione.
Dunque, in maniera del tutto condivisibile, la Corte di Appello conclude per l’integrazione del reato
di cui all’art. 2 D.Lgs. 74/2000 essendo emersa la registrazione in contabilità di fatture false e la
loro conservazione ai fini di prova nonché l’inserimento delle stesse nelle dichiarazioni di imposta
(Cfr. ex pluris Cass. Sez. III, n. 14855/2011).
Tanto premesso, pur essendo maturato il termine di prescrizione in data 30 novembre 2013, il
ricorso deve essere dichiarato inammissibile con conseguente condanna della ricorrente al
pagamento delle spese processuali oltre alla somma di euro 1.000,00 in favore della Cassa delle
Ammende.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna&ricorrente al pagamento delle spese processuali oltre
alla somma di euro 1.000,00 in favore della Cassa delle Ammende.

Così deciso in Roma, in data 25 settembre 2014.

vendita: in particolare se questa sia avvenuta prima del 2003 o successivamente. Quanto alla

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