Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 15434 del 10/07/2014


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Penale Sent. Sez. 3 Num. 15434 Anno 2015
Presidente: TERESI ALFREDO
Relatore: ACETO ALDO

SENTENZA

sul ricorso proposto da
Pastorino Carlo, nato a Busalla (GE) il 04/11/1946,

avverso la sentenza del 08/01/2014 della Corte di appello di Genova;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Aldo Aceto;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale
Gianluigi Pratola, che ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso.

RITENUTO IN FATTO

1.11 sig. Carlo Pastorino ricorre per l’annullamento della sentenza del
08/01/2014 della Corte d’appello di Genova che ha parzialmente riformato, in
punto di trattamento sanzionatorio, la sentenza del 30/01/2013 del Tribunale di
Chiavari che, all’esito di giudizio abbreviato, lo aveva condannato alla pena, già
diminuita per il rito, di un mese di reclusione ed C 300,00 di multa per il reato di
cui agli artt. 81, cpv., cod. pen., 2, comma 1-bis, d.l. 12 settembre 1983, n. 463,

Data Udienza: 10/07/2014

convertito con modificazioni dalla legge 11 novembre 1983, n. 638, perché,
quale socio accomandatario della «Petrucci Alessandro e Pastorino Carlo P. e
P.>>, aveva omesso di versare le ritenute previdenziali e assistenziali operate
sulle retribuzioni dei lavoratori dipendenti nei mesi di ottobre 2006, gennaio,
febbraio, agosto – dicembre 2007, gennaio, febbraio, marzo e maggio 2008.
La Corte d’appello, in particolare, ha escluso la contestata recidiva e
sostituito la pena detentiva con quella pecuniaria, confermando integralmente,
nel resto, l’affermazione della penale responsabilità dell’imputato.

proc. pen., mancanza, contraddittorietà e/o manifesta illogicità della motivazione
in ordine ai seguenti punti della decisione: a) mancata assoluzione per l’omesso
versamento delle ritenute operate sulle retribuzioni erogate nel mese di ottobre
2006, ancorché tempestivamente versate a seguito di provvedimento di
remissione in termini concesso dal giudice di prime cure con ordinanza del 14
febbraio 2012; b) mancanza della propria qualifica di socio accomandatario,
rimasta del tutto priva di riscontri; c) mancata concessione delle circostanze
attenuanti generiche pur in costanza di buon comportamento processuale e
benché esse fossero state concesse al socio, Alessandro Petrucci.

CONSIDERATO IN DIRITTO

2. Il ricorso è inammissibile perché generico e manifestamente infondato.

3.Sono generici i primi due argomenti di doglianza.
3.1.11 primo ripete, pressoché alla lettera, il corrispondente motivo di
appello, superato dalla Corte territoriale con il decisivo e condivisibile rilievo che
il versamento delle mensilità di ottobre 2006 era stato effettuato ben oltre il
termine di tre mesi dalla effettiva conoscenza della diffida dell’INPS. Il Pastorino
non prende specifica posizione sull’argomento utilizzato dai giudici distrettuali
per respingere la sua doglianza “in parte qua”, limitandosi alla reiterazione dei
motivi di appello.
Osserva in ogni caso il Collegio che: a) il ricorrente non aveva alcuna
necessità di ottenere un provvedimento di restituzione nel termine da parte del
Giudice, poiché essendo venuto a conoscenza dell’esistenza della diffida INPS,
presente agli atti perché trasmessa al PM e contenuta nel fascicolo depositato
con l’avviso di conclusione delle indagini preliminari in vista del successivo
esercizio dell’azione penale, avrebbe potuto e dovuto pagare subito quanto
dovuto e chiedere di provare, almeno nel corso del successivo giudizio, se non
proprio nella fase successiva alla notifica del provvedimento conclusivo delle
2

1.1.Con unico motivo questi eccepisce, ai sensi dell’art. 606, lett. e), cod.

indagini, di non essere venuto a conoscenza della diffida stessa senza colpa; b)
egli invece ha avuto accesso agli atti e solo alla prima udienza del 14/02/2012
ha chiesto di essere rimesso in termini, pagando la mensilità di ottobre 2006 nel
mese di maggio 2012; c) in ogni caso, rileva questa Suprema Corte che la
contestazione dell’avvenuto accertamento dell’omissione contributiva effettuata a
mezzo lettera raccomandata spedita alla residenza dalla quale il debitore affermi
di essersi da tempo trasferito, produce comunque i suoi effetti se il debitore
stesso non prova che il trasferimento fu tempestivamente comunicato all’INPS,

prova di esser stato, senza sua colpa, nell’impossibilità di averne notizia (art.
1335, cod. civ.). La semplice deduzione di aver trasferito la propria residenza
non prova di per sé l’ignoranza incolpevole.
3.2.Non diversamente si atteggia il secondo profilo del motivo di ricorso.
La Corte territoriale ha sostenuto che il ricorrente non aveva mai contestato
la propria qualifica di socio accomandatario, risolvendo la questione sotto un
profilo di puro fatto.
L’eccezione qui sollevata si fonda sull’irrilevanza dell’argomento utilizzato
dalla Corte territoriale, ma non è affatto così, considerato che l’imputato ha
chiesto e ottenuto di essere processato allo stato degli atti rinunciando a
introdurre questo specifico tema di prova ed anzi tenendo i comportamenti
imprenditoriali descritti nell’atto di appello (richiamati in sentenza) che
contraddicono platealmente la tesi difensiva.
3.3.L’ultinno argomento di doglianza è palesemente infondato.
La Corte d’appello ha giustamente evidenziato come la concessione delle
circostanze attenuanti generiche non costituisca un diritto dell’imputato ed ha
escluso che il ricorrente le meritasse, con motivazione immune da vizi logici e
ancorata ad una valutazione di piena adeguatezza al fatto della pena inflitta dal
primo giudice insindacabile in questa sede.

4.Alla declaratoria di inammissibilità del ricorso consegue, ex art. 616 cod.
proc. pen., non potendosi escludere che essa sia ascrivibile a colpa del ricorrente
(C. Cost. sent. 7-13 giugno 2000, n. 186), l’onere delle spese del procedimento
nonché del versamento di una somma in favore della Cassa delle ammende, che
si fissa equitativamente, in ragione dei motivi dedotti, nella misura di C 1000,00.

3

che comunque l’ente previdenziale ne era a conoscenza e in ogni caso se non

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle
spese processuali e della somma di C 1.000,00 in favore della Cassa delle
Ammende.

Così deciso 11 10/07/2014

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