Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 15263 del 11/03/2015


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Penale Sent. Sez. 3 Num. 15263 Anno 2015
Presidente: FIALE ALDO
Relatore: GRAZIOSI CHIARA

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
SEMILIA GIOVANNI N. IL 24/06/1973
avverso l’ordinanza n. 292/2014 TRIB. LIBERTA’ di MILANO, del
21/10/2014
sentita la relazione fatta dal Consigliere Dott. CHIARA GRAZIOSI;
1.9tte1sentite le conclusioni del PG Dott. U
A c-3st.°•■.,–;..R.
“LCCZn—1–A

Uditi difensor Avv.;

Data Udienza: 11/03/2015

50591/2014

RITENUTO IN FATTO

1. Con ordinanza del 21 ottobre 2014 il Tribunale di Milano ha rigettato l’istanza di riesame
presentata da Semilia Giovanni – indagato per reati di cui all’articolo 73 d.p.r. 309/1990 avverso decreto del 30 settembre 2014 con cui il gip dello stesso Tribunale aveva disposto
sequestro preventivo di beni mobili e immobili in sua disponibilità.

di un bis in idem rispetto ad un altro processo pendente dinanzi al Tribunale di Varese, e il
secondo eccepisce che a quest’ultimo spetta la competenza territoriale.

CONSIDERATO IN DIRITTO

3. Il ricorso è infondato.
3.1 I due motivi possono essere accorpati nel vaglio, in quanto sostanzialmente si fondano
entrambi sul dato che per gli stessi fatti, tutti avvenuti nel comune di Malnate, e dunque nel
circondario del Tribunale di Varese, penderebbe un processo anche dinanzi a quest’ultimo
Tribunale, con udienza fissata il 3 febbraio 2015. Pertanto si sarebbe violato il principio ne bis
in idem, competente territoriale essendo d’altronde il Tribunale di Varese e a nulla rilevando
che il prevenuto è iscritto nel registro degli indagati della Procura presso il Tribunale di Milano
non solo per il reato di cui all’articolo 73 d.p.r. 309/1990, d.p.r. 309/1990 ma anche per quello
di cui all’articolo 74 d.p.r. 309/1990, dal momento che il reato ex articolo 74 non gli è mai
stato contestato e dunque non può fondare una competenza territoriale.
L’ordinanza impugnata offre un’assai adeguata e specifica confutazione delle analoghe
doglianze che erano state proposte al Tribunale del riesame. Riguardo, in particolare, a quella
che sarebbe la violazione del c.d. principio del ne bis in idem sostanziale, nega il Tribunale
l’applicabilità di quest’ultimo nel caso di specie, “non trattandosi di processo pendente in ordine
allo stesso fatto nel medesimo ufficio giudiziario e su iniziativa dello stesso ufficio del PM”.
Viene correttamente richiamata S.U. 28 giugno 2005 n. 34655, pronuncia che ha chiarito come
la non procedibilità derivante dalla duplicazione procedimentale

“consegue alla preclusione

determinata dalla consumazione del potere già esercitato dal PM”, riguardando comunque “solo
le situazioni di litispendenza dinanzi a giudici egualmente competenti e non produttive di una
stasi del rapporto processuale, come tali non regolate dalle disposizioni sui conflitti positivi di
competenza, che restano invece applicabili alle ipotesi di duplicazione del processo innanzi a
giudici di diverse sedi giudiziarie uno dei quali è incompetente”. Si tratta, come puntualmente

2. Ha presentato ricorso il prevenuto, sulla base di due motivi: il primo adduce la sussistenza

sottolinea il Tribunale, di una dilatazione ermeneutica dell’istituto di cui all’articolo 649 c.p.p.:
solo nell’ipotesi in cui il processo, anche in fase o gradi diversi, fosse pendente nella stessa
sede giudiziaria e su iniziativa dello stesso ufficio del PM, verrebbero meno “l’adozione di una
misura cautelare ed il relativo provvedimento applicativo” (motivazione, pagina 4).
Non può non darsi atto che la giurisprudenza successiva all’intervento delle Sezioni Unite cui
si è conformato il Tribunale ha proseguito sulla stessa linea interpretativa, affermando che “in
caso di contestuale pendenza presso lo stesso ufficio (o presso uffici diversi della stessa sede

una volta esercitata l’azione penale nell’ambito di uno di tali procedimenti, deve considerarsi
indebita la reiterazione dell’esercizio del potere di promuovere l’azione, assumendo in assenza
di un’espressa disposizione normativa diretto rilievo il principio di “consumazione” del potere
medesimo, correlato a quello di “preclusione” del quale costituisce espressione il divieto di “ne
bis in idem” dopo la formazione del giudicato; ne consegue che nell’ambito del secondo
procedimento va chiesta e disposta l’archiviazione ovvero, nel caso in cui l’azione penale sia
stata già esercitata, ne va dichiarata l’improcedibilità con sentenza” (Cass. sez. IV, 21 maggio
2008 n. 25640; e v. pure Cass. sez. I, 10 aprile 2008 n. 17789, per cui “non può essere
promossa l’azione penale per un fatto e contro una persona per i quali un processo già sia
pendente (anche se in fase o grado diversi) nella stessa sede giudiziaria e su iniziativa del
medesimo ufficio del P.M., con la conseguenza che, se nel procedimento eventualmente
duplicato l’azione sia stata esercitata, deve essere rilevata con sentenza la relativa causa di
improcedibilità, in quanto opera la preclusione determinata dalla consumazione del potere già
esercitato dal P.M., che si configura nelle situazioni di litispendenza relative a procedimenti
pendenti avanti a giudici egualmente competenti e non produttive di una stasi del rapporto
processuale, come tali non regolate dalle disposizioni sui conflitti positivi di competenza, che
restano invece applicabili alle ipotesi di duplicazione del processo innanzi a giudici di diverse
sedi giudiziarie, uno dei quali è incompetente”). Inaccoglibile, quindi, risulta la doglianza in
esame.
3.2 Per quanto concerne, infine, il profilo della competenza territoriale, anche su questo
aspetto il Tribunale si è conformato alla giurisprudenza nomofilattica, rilevando che la
competenza si radica in relazione a tutti i reati commessi per i quali si proceda, anche se non
tutti sono stati contestati all’indagato, cui, infatti, nel caso di specie non è stato contestato il
reato associativo ex articolo 74 d.p.r. 309/1990 che, però, fonda la competenza del gip del
capoluogo del distretto nel cui ambito ha sede il giudice competente (articolo 51, comma 3 bis
c.p.p.), e dunque, in questo caso, Milano.
In tal senso è effettivamente orientata la giurisprudenza di questa Suprema Corte, sia per
l’incidenza di tutti i reati ai fini della determinazione della competenza territoriale (il Tribunale
richiama Cass. sez. I, 25 gennaio 2011 n. 7511, cui è conforme anche la più recente Cass. sez.

giudiziaria) di più procedimenti penali per uno stesso fatto e nei confronti della stessa persona,

VI, 15 ottobre 2013 n. 46213), sia per la competenza funzionale distrettuale (viene citata
correttamente la recente Cass. sez. II, 3 aprile 2012 n. 22232; e cfr. pure il caso
sostanzialmente affine trattato da Cass. sez. I, 10 luglio 2013 n. 27181).
Anche questa censura, dunque, rimane priva di fondamento.
In conclusione, il ricorso deve essere rigettato, con conseguente condanna del ricorrente al
pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Così deciso in Roma 1’11 marzo 2015

Il Consigliere Estensore

Il Presidente

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