Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 15259 del 10/03/2015


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Penale Sent. Sez. 3 Num. 15259 Anno 2015
Presidente: FIALE ALDO
Relatore: RAMACCI LUCA

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
PADOVANI GIOVANNI N. IL 27/11/1959
avverso l’ordinanza n. 5873/2014 TRIB. LIBERTA’ di NAPOLI, del
07/11/2014
sentita la relazione fatta dal Consigliere Dott. LUCA RAMACCI;
legefSentite le conclusioni del PG Dott.

Uditi difensor Avv.;

Data Udienza: 10/03/2015

RITENUTO IN FATTO

1. Il Tribunale di Napoli, all’udienza camerale dell’11/11/2014, ha rigettato
l’appello presentato nell’interesse di Giovanni PADOVANI avverso l’ordinanza in
data 5/9/2014, con la quale il Giudice per le indagini preliminari del medesimo
Tribunale aveva respinto la richiesta di retrodatazione dei termini di custodia

Avverso tale pronuncia il predetto propone ricorso per cassazione tramite il
proprio difensore di fiducia.

2. Con un unico motivo di ricorso deduce la violazione di legge ed il vizio di
motivazione, assumendo di essere indagato in due diversi procedimenti penali,
uno per fatti di associazione per delinquere e frode fiscale e l’altro per
associazione per delinquere, bancarotta fraudolenta ed altro.
Aggiunge che il Pubblico Ministero richiedeva, in data 9/4/2013, la misura
cautelare per la prima indagine e, nelle more della decisione del G.I.P., il
5/7/2013, riceveva l’informativa finale relativa alla seconda indagine.
Rileva poi che, in data 9\12\2013, il Pubblico Ministero «integrava» la prima
richiesta di misura cautelare, dando peraltro dimostrazione, attraverso i termini
utilizzati, di ritenere sussistente una connessione qualificata tra i fatti oggetto
delle diverse ordinanze e che la richiesta finiva, però, ad un giudice diverso.
La prima misura cautelare, ricorda ancora, veniva emessa il 29/1/2014,
mentre la seconda il 23/5/2014.
Ciò premesso, osservava che i fatti dovevano ritenersi tra loro connessi e, in
ogni caso, che quelli posti a sostegno della seconda ordinanza cautelare erano
già a conoscenza dell’autorità giudiziaria al momento dell’emissione della prima
ordinanza, con la conseguenza che avrebbe potuto operarsi la richiesta
retrodatazione, che il G.I.P. prima ed il Tribunale poi avevano, invece, respinto pur
in presenza dei presupposti di legge.
Insiste, pertanto, per l’accoglimento del ricorso.
In data 18/2/2015 il difensore del ricorrente ha fatto pervenire, via fax, alla
cancelleria di questa Corte una dichiarazione con la quale dichiara di rinunciare
all’impugnazione per «intervenuta carenza di interesse».

1

cautelare in applicazione dell’art. 297, comma 3 cod. proc. pen.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il ricorso è infondato.
Va preliminarmente rilevato che la rinuncia all’impugnazione deve ritenersi
priva di efficacia.
La stessa risulta infatti sottoscritta dal solo difensore, il quale dichiara di
rinunciare egli stesso all’impugnazione proposta nell’interesse del suo assistito, il

spedito via fax, senza che all’inoltro con tale irregolare modalità abbia fatto
seguito la spedizione dell’originale via posta o mediante altro sistema idoneo a
garantirne l’autenticità della provenienza. Non viene, inoltre, in alcun modo
indicata quale sia la ragione della sopravvenuta carenza di interesse, né è fornita
alcuna ulteriore indicazione che consenta a questa Corte di verificare
autonomamente tale evenienza.
Ciò posto, deve rilevarsi la manifesta infondatezza del motivo di ricorso.

2. Il ricorrente, dopo aver ricordato la sequenza cronologica della vicenda
cautelare che lo riguarda, ha sostanzialmente ripetuto quanto già prospettato al
giudice dell’appello e, cioè, che i fatti che avevano portato all’emissione delle
due ordinanze custodialí dovevano ritenersi tra loro connessi e che, in ogni caso,
la pregressa conoscenza, da parte del Pubblico Ministero, dei fatti posti a
fondamento della seconda ordinanza avrebbero comunque consentito
l’applicazione dell’art. 297, comma 3 cod. proc. pen.
Così facendo, tuttavia, il ricorrente prescinde del tutto dalle articolate
argomentazioni che il Tribunale pone a sostegno dell’ordinanza impugnata e con
le quali specifica, in modo estremamente chiaro, le ragioni per le quali i fatti
addebitati all’indagato nei due diversi procedimenti non potevano ritenersi tra
loro connessi, così come quelli oggetto della seconda misura applicata non
potevano ritenersi già noti all’organo inquirente.
Una simile circostanza, secondo la costante giurisprudenza di questa Corte
(v. Sez. 2, n. 11951 del 29/1/2014, Lavorato, Rv. 259425; Sez. 5, n. 28011 del
15/2/2013, Sammarco, Rv. 255568; Sez. 6, n. 20377 del 11/3/2009, Amone, Rv.
243838; Sez. 2, n. 19951 del 15/5/2008, Lo Piccolo, Rv. 240109, con richiami alle
decisioni precedenti) già determinerebbe la mancanza di specificità dei motivi, la
quale è desumibile anche dalla mancanza di correlazione tra le argomentazioni
poste a sostegno della decisione impugnata e quelle sulle quali si fonda
l’impugnazione.

2

quale non risulta aver espresso alcuna volontà in tal senso. L’atto risulta inoltre

3. In ogni caso, va ricordato come l’articolo 297, comma 3 cod. proc. pen.
stabilisca che «se nei confronti di un imputato sono emesse più ordinanze che
dispongono la medesima misura per uno stesso fatto, benché diversamente
circostanziato o qualificato, ovvero per fatti diversi commessi anteriormente alla
emissione della prima ordinanza in relazione ai quali sussiste connessione ai
sensi dell’articolo 12, comma 1, lettera b) e c), limitatamente ai casi di reati
commessi per eseguire gli altri, i termini decorrono dal giorno in cui è stata
eseguita o notificata la prima ordinanza e sono commisurati all’imputazione più

desumibili dagli atti prima del rinvio a giudizio disposto per il fatto con il quale
sussiste connessione ai sensi del presente comma”.
Va altresì rammentato che la Corte costituzionale, con sentenza 3 novembre
2005, n. 408, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale del predetto comma nella
parte in cui non si applica anche a fatti diversi non connessi, quando risulti che
gli elementi per emettere la nuova ordinanza erano già desumibili dagli atti al
momento della emissione della precedente ordinanza e che, con successiva
sentenza 22 luglio 2011, n. 233, l’illegittimità costituzionale è stata riconosciuta
anche con rifermento alla parte in cui – riguardo alle ordinanze che
dispongono misure cautelari per fatti diversi – non prevede che la regola in
tema dì decorrenza dei termini in esso stabilita si applichi anche quando,
per i fatti contestati con la prima ordinanza, l’imputato sia stato condannato con
sentenza passata in giudicato anteriormente all’adozione della seconda
misura.

4. Nell’ordinanza impugnata il Tribunale sintetizza efficacemente l’ambito di
operatività del meccanismo della retrodatazione, osservando che esso, sulla base
di quanto evidenziato dalla giurisprudenza di questa Corte e degli interventi del
giudice delle leggi è applicabile: 1) per le ordinanze cautelari emesse nello stesso
procedimento per fatti legati da connessione qualificata in maniera definita
«automatica» in quanto non dipendente dalla possibilità di desumere dagli atti, al
momento dell’emissione della prima ordinanza, l’esistenza di elementi tali da
consentire l’applicazione delle misure adottate con la seconda ordinanza; 2) con
il medesimo automatismo, ma solo per i fatti desumibili dagli atti prima del rinvio
a giudizio disposto nel procedimento in cui è stata emessa la prima ordinanza
cautelare, per le ordinanze cautelari emesse in procedimenti diversi per fatti
legati da connessione qualificata; 3) se al momento dell’emissione della prima
ordinanza esistevano elementi idonei a giustificare le misure adottate con la
seconda ordinanza, per le ordinanze emesse nello stesso procedimento per fatti
non legati da connessione qualificata; 4) per le ordinanze cautelari emesse in

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grave. La disposizione non si applica relativamente alle ordinanze per fatti non

procedimenti diversi per fatti non legati da connessione qualificata se al
momento dell’emissione della prima ordinanza esistevano elementi idonei a
giustificare le misure adottate con la seconda ordinanza, i due procedimenti sono
in corso davanti alla stessa autorità giudiziaria e la loro separazione può essere
conseguenza di una scelta del Pubblico Ministero.
Alla luce di tali considerazioni il Tribunale ha escluso, sulla base dei dati
fattuali nella sua disponibilità, che tra le condotte oggetto delle due ordinanze
potesse ravvisarsi una connessione qualificata, in ciò condividendo quanto in

contestazione nelle diverse ordinanze – una attinente a fatti di «associazione a
delinquere (in territorio nazionale ed estero dal 2008 e tuttora perdurante)
nonché ad innumerevoli episodi di violazioni finanziarie e frodi fiscali commesse
in epoche e luoghi variabili»

e l’altra a

«diverse condotte di bancarotta

fraudolenta attuata, in concorso con i sindaci della società e consulenti, al fine di
depauperare il patrimonio sociale della Mercantile Acciai s.p.a. fallita, dopo la
revoca della procedura concordataria, in data 7/11/2012» – nonché la diversità
dei beni giuridici tutelati dalle norme violate e l’assenza di un preordinato
disegno unitario.
Tale evenienza, secondo il Tribunale, consente di collocare la vicenda in
esame nella quarta tra le ipotesi in precedenza ricordate, quella, cioè,
concernente le ordinanze cautelari emesse in procedimenti diversi per fatti non
legati da connessione qualificata, rispetto alle quali il meccanismo della
retrodatazione opera soltanto se, al momento dell’emissione della prima
ordinanza, esistevano elementi idonei a giustificare le misure adottate con la
seconda ordinanza, i due procedimenti sono in corso davanti alla stessa autorità
giudiziaria e la loro separazione può essere conseguenza di una scelta del
Pubblico Ministero.
L’esistenza di elementi idonei a giustificare le misure adottate con la
seconda ordinanza al momento dell’emissione della prima viene, però,
motivatamente esclusa dai giudici dell’appello, osservando che le indagini
espletate avevano comportato anche l’effettuazione di operazioni di
intercettazione, i cui risultati erano stati messi a disposizione del Pubblico
Ministero in una informativa finale acquisita dopo la conclusione della prima
indagine e che la circostanza della presenza, tra gli atti del P.M., di parte degli
elementi su cui si fonda la seconda ordinanza cautelare non dimostra l’effettiva
individuazione della loro portata probatoria da parte dell’organo inquirente.

5. Si tratta, ad avviso del Collegio, di argomentazioni giuridicamente corrette
e scevre da cedimenti logici o manifeste contraddizioni, nonché corrispondenti

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precedenza osservato dal G.I.P., considerata la diversità della provvisoria

alla lettura dell’articolo 297, comma terzo cod. proc. pen. offerta dalla
giurisprudenza di questa Corte.
Invero, si è avuto modo di osservare che la nozione di «desumibilità» degli
atti di cui tratta la norma codicistica deve intendersi riferita al momento
valutativo, quando un determinato dato viene messo in correlazione con le altre
risultanze investigative e che non rileva, pertanto, il rigido parametro temporale,
relativo alla mera presenza in atti di quel dato (Sez. 5, n. 2724 del 4/11/2009
(dep. 2010), Fracasso, Rv. 245921. Conf. Sez. 2, n. 49 del 7/12/2011 (dep. 2012),
Astro, Rv. 251754) dovendosi fare, quindi, riferimento al momento in cui il
considerando il tempo

obiettivamente occorrente al Pubblico Ministero per una lettura ponderata del
materiale versato alla sua attenzione, senza dilazioni o ritardi non giustificati in
materia di libertà personale (così Sez. 1, n. 12906 del 17/3/2010, Cava, Rv.
246839).
Tale principio è stato peraltro enunciato (nella sentenza 2724\10)
richiamando una precedente pronuncia, nella quale si era precisato che la norma
codicistica in esame non si riferisce ad una nozione di “desumibilità” oggettiva,
astratta, ex post, che si realizza quando le indagini si trovano in fase avanzata o
finale, quando, cioè, le risultanze delle investigazioni vanno a ricomporsi in un
insieme unitario e coerente dinanzi all’autorità giudiziaria procedente, quanto,
piuttosto, ad una “desumibilità concreta”, ex ante, normalmente esigibile da
magistrati dotati di adeguata professionalità, impegnati continuativamente nel
lavoro progressivo delle indagini, poiché solo in tale ultimo caso viene assicurata
la effettiva finalità della norma, che è quella di impedire manovre dirette a
frazionare artificiosamente i provvedimenti cautelari ed a prolungare
arbitrariamente i termini di custodia cautelare (Sez. 6, n. 24695 del 23/4/2007,
Gala, Rv. 236978).
E’ dunque sulla base di tali condivisibili parametri che vanno apprezzate le
considerazioni svolte dal Tribunale del riesame, a fronte delle quali, come si è
detto, il ricorrente non offre alcun rilievo critico, limitandosi alla pedissequa
riproposizione della medesima tesi già efficacemente confutata nell’ordinanza
impugnata.

6. Il ricorso deve pertanto essere rigettato, con le consequenziali statuizioni
indicate in dispositivo.

5

«recepito»,

contenuto dell’atto può considerarsi

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del
procedimento.

Così deciso in data 10.3.2015

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