Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 15251 del 24/02/2015


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Penale Sent. Sez. 3 Num. 15251 Anno 2015
Presidente: FIALE ALDO
Relatore: MENGONI ENRICO

SENTENZA

sul ricorso proposto da
Romani Giampaolo, nato a San Giorgio Piacentino (Pc) il 12/5/1954

avverso l’ordinanza pronunciata dal Tribunale del riesame di Ancona in data
8-9/8/2014;
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
sentita la relazione svolta dal consigliere Enrico Mengoni;
sentite le conclusioni del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto
Procuratore generale Francesco Salzano, che ha chiesto l’annullamento con
rinvio dell’ordinanza;

RITENUTO IN FATTO

1. Con ordinanza dell’8-9/8/2014, il Tribunale del riesame di Ancona
dichiarava inammissibile l’appello proposto da Giampaolo Romani avverso
l’ordinanza pronunciata il 14/7/2014 dal Giudice per le indagini preliminari
presso il Tribunale di Pesaro, con la quale – su richiesta del pubblico ministero era stata sostituita la misura cautelare degli arresti domiciliari con quella
dell’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria; il Tribunale, in particolare,

Data Udienza: 24/02/2015

rilevava che il Romani non era legittimato a proporre l’impugnazione, poiché il
provvedimento in esame era stato emesso in suo favore, peraltro su
sollecitazione del pubblico ministero.
2.

Ricorre per cassazione il Romani, a mezzo del proprio difensore,

argomentando, con unico motivo, la violazione degli artt. 310, 568, 591 cod.
proc. pen.. Il Tribunale sarebbe incorso nella violazione della legge processuale
che assicura il controllo su tutte le ordinanze cautelari, ad opera di un giudice
diverso da quello che ha provveduto, senza distinguere a seconda della parte che

l’interesse ad impugnare l’ordinanza del G.i.p. sarebbe in re ipsa; diversamente,
la persona sottoposta a misura sarebbe privata del diritto di contestare la nuova
compressione della libertà personale, sol perché più lieve.

CONSIDERATO IN DIRITTO

3. Il ricorso è infondato perché il Tribunale del riesame non ha compiuto
alcuna violazione di legge.
Il Romani, infatti, non era legittimato ad impugnare un provvedimento di
modifica di misura cautelare sollecitato esclusivamente dal pubblico ministero e
tale, quindi, da generare un (sub)procedimento cautelare con riguardo al quale
lo stesso soggetto era sì interessato, attesi gli effetti diretti sulla sua libertà
personale, ma non parte in senso processuale; di tal chè, non gli era consentito
inserirsi nel procedimento medesimo nella fase di gravame, invero riservata al
solo pubblico ministero quale parte che aveva richiesto al G.i.p. l’adozione del
provvedimento (così avviando la procedura di cui all’art. 299 cod. proc. pen.),
l’unica che dello stesso avrebbe potuto dolersi. E con la precisazione ulteriore indicata dalla stessa Corte di appello – per cui il ricorrente non aveva formulato
alcuna istanza di revoca della stessa misura al primo Giudice, e si era «visto
semplicemente mitigare il trattamento cautelare a seguito di istanza del Pm».
Il che, all’evidenza, non esclude affatto che il Romani possa avanzare al
G.i.p. un’autonoma istanza di sostituzione o revoca di misura cautelare, anche in
forza dei medesimi argomenti sottoposti alla Corte di appello (insussistenza delle
esigenze cautelari ed inadeguatezza della misura in esecuzione), con ogni
conseguente, eventuale nuovo intervento anche del Tribunale in sede di
gravame.
Il ricorso, pertanto, deve essere rigettato ed il ricorrente condannato al
pagamento delle spese del procedimento.

2

abbia richiesto la sostituzione della misura. Di tal chè, in capo al Romani,

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese
processuali.
Così deciso in Roma, il 24 febbraio 2015

Il Presidente

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