Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 15249 del 11/11/2014


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Penale Sent. Sez. 3 Num. 15249 Anno 2015
Presidente: FIALE ALDO
Relatore: ACETO ALDO

SENTENZA

sul ricorso proposto dal Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Pesaro
nel procedimento a carico di
“F.A.Z00 MANGIMI Srl”, con sede in Pesaro, Strada Micaloro, s.n.c., loc. Chiusa
di Ginestretto

avverso l’ordinanza del 19/02/2014 del Tribunale del riesame di Pesaro;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Aldo Aceto;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Gabriele
Mazzotta, che ha concluso per l’annullamento con rinvio del provvedimento
impugnato;
udito, per la “F.A.Z00 MANGIMI Srl”, l’avv. Samantha Nesi, sostituto processuale
dell’avv. Gaetano Forte, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

RITENUTO IN FATTO

1. Con ordinanza del 19/02/2014, il Tribunale di Pesaro ha parzialmente
riformato il decreto del 14/01/2014 con il quale il Giudice per le indagini

Data Udienza: 11/11/2014

preliminari di quello stesso Tribunale aveva disposto, ai sensi degli artt. 24-ter,
25-bis 1, 19, e 53, d.lgs. 8 giugno 2001, n. 231, il sequestro preventivo,
finalizzato alla confisca per equivalente, dei beni, tra gli altri, anche della
«F.A.Z00 MANGIMI Srl» fino all’ammontare di C 1.307.397,42,
rideterminando l’importo confiscabile in C 666.207,24.
La rubrica provvisoria ipotizza l’esistenza di un’associazione per delinquere
finalizzata al compimento di una serie indeterminata di delitti di frode in
commercio di ingenti proporzioni nel settore delle importazioni comunitarie da

commercializzazione degli stessi in ambito comunitario, sia immettendo sul
mercato prodotto ‘biologico’ sfornito dei relativi requisiti, sia violando la
normativa relativa ai prodotti cd. ‘convenzionali’, tramite la creazione di imprese
produttrici in Paesi terzi, affiancando organismi di controllo fittizi o compiacenti,
con l’aggravante della dimensione transnazionale delle condotte e dell’aver
concorso in più di dieci persone.
Tali condotte sarebbero state poste in essere a favore (e a profitto) anche
della «F.A.Z00 MANGIMI Srl» da parte di Giorgio Federici, presidente del
consiglio di amministrazione e amministratore delegato della società,
organizzatore del sodalizio e autore, attraverso la società da lui rappresentata,
insieme con il figlio Marcello (socio amministratore della FAZOO) e altri sodali, di
numerose importazioni dall’estero di alimenti falsamente qualificati come
biologici.
Ferma restando la sussistenza indiziaria dei reati provvisoriamente
ipotizzati, il Tribunale ha rideterminato l’entità del profitto confiscabile
quantificandolo al netto dei costi sostenuti, scorporando, a tal fine, VIVA, nonché
i costi documentati connessi alle operazioni di importazione, nonché i costi
relativi a prestazioni richieste a terzi in vista del trasporto e altre operazioni
necessarie per ottenere la disponibilità della merce. Ha inoltre rideterminato i
ricavi effettivamente conseguiti dalla vendita dei prodotti, risultanti dal loro peso
effettivo e dal loro declassamento da prodotto biologico a prodotto
convenzionale.

2.Per l’annullamento dell’ordinanza ricorre il Procuratore della Repubblica
presso il Tribunale di Pesaro eccependo, ai sensi dell’art. 606, lett. b), cod. proc.
pen., inosservanza degli artt. 5, 6, 7, 8, 19 e 53, d.lgs. 231/2001, sotto il duplice
profilo:
2.1. dell’errata indicazione e determinazione del vantaggio o profitto
conseguito dall’ente;
2.2.del vizio della motivazione così radicale da poter essere equiparato alla
totale mancanza di motivazione.

2

Paesi terzi od intracomunitarie di prodotti agroalimentari e conseguente

CONSIDERATO IN DIRITTO
3.11 ricorso è fondato.

4.E’ fondato il primo motivo di ricorso.
In tema di profitto da reato, questa Suprema Corte ha costantemente
affermato il principio secondo il quale, in generale, deve prescindersi, nella sua

del 3 luglio 1996, Chabini, Rv. 205707; Sez. U, n. 29951 del 24 maggio 2004,
Focarelli, in motivazione; Sez. U, n. 29952 del 24 maggio 2004, Romagnoli, in
motivazione; Sez. U, n. 10208 del 25 ottobre 2007 – dep. 6 marzo 2008 Miragliotta, Rv. 238700).
Il «profitto» di cui all’art. 240, cod. pen., non si identifica con (né si
sovrappone a) l’utile d’impresa o il reddito di esercizio, sicché non si può
strutturalmente scorporare il costo sostenuto per ottenerlo, sopratutto se
l’investimento, in quanto cosa destinata a commettere il reato (e dunque a
produrre il profitto), potrebbe essere di per sé oggetto di confisca.
La definizione di «profitto» confiscabile a norma dell’art. 19, d.lgs. 8
giugno 2001, n. 231, non si discosta da quella da sempre elaborata dalla
giurisprudenza di questa Corte, nel senso che non può farsi ricorso a parametri
valutativi di tipo aziendalistico – quali ad esempio quelli del “profitto lordo” e del
“profitto netto” (Sez. U, n. 26654 del 27/03/2008, Fisia Italirnpianti Spa, Rv.
239924), tanto più se l’impresa è totalmente votata all’illecito.
Se l’impresa non è totalmente votata al delitto, allorquando il corrispettivo
costituisca il compenso di un’attività che, ancorché acquisita illecitamente, non
infici tuttavia la regolarità della prestazione sinallagrnatica resa al terzo, di esso
non potrà tenersi conto nella quantificazione del profitto (Sez. U, 26654/2008,
cit.). Il che, non equivale a sostenere che, come erroneamente affermato dal
Tribunale del riesame, il profitto confiscabile ai sensi dell’art. 19, d.lgs. 231/2001
debba essere calcolato al netto dei costi sostenuti per ottenerlo.
Nel caso di specie, invece, il reato è insito nella stessa cessione del prodotto
come “biologico” invece che come “convenzionale” ed il profitto, che costituisce
l’unità di misura del valore dei beni da confiscare (e dunque sequestrati), non è
dato dall’intero corrispettivo ottenuto, bensì dalla sola differenza
fraudolentemente ottenuta tra quest’ultimo (come documentato dalle fatture di
vendita) e quello che sarebbe stato ottenuto se gli stessi prodotti fossero stati
ceduti come “convenzionali”; il profitto, dunque, si identifica con il concreto ed
unico vantaggio conseguito con la perpetrazione del reato.

3

definizione, da una nozione di tipo prettamente aziendalistico (Sez. U, n. 9149

Sicché, in disparte la non occasionalità di un’attività posta in essere da
un’impresa che la rubrica e la stessa ordinanza affermano essere organica ad un
disegno criminoso di ben più vasto respiro, non vi sarebbe nemmeno una
prestazione lecita posta in essere a favore di terzi.
Ne consegue che l’ordinanza impugnata deve essere annullata senza rinvio
con conseguente ripristino del decreto di sequestro del GIP.

Annulla senza rinvio l’ordinanza impugnata ed integralmente ripristina il
provvedimento di sequestro del GIP del Tribunale di Pesaro in data 14/01/2014.
Così deciso il 11/11/2014

P.Q.M.

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