Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 15248 del 11/03/2015


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Penale Sent. Sez. 3 Num. 15248 Anno 2015
Presidente: FIALE ALDO
Relatore: AMORESANO SILVIO

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
Paradiso Giuseppe Luigi, nato a Santeramo in Colle il 21/02/1947
avverso la sentenza del 12/04/2013
della Corte di Appello di Bari

DEPOSITATA IN CANCEI. LERIA

visti gli atti, il provvedimento impugnato ed il ricorso;
udita la relazione svolta dal Consigliere Silvio Amoresano;
udito il P. M., in persona del Sost. Proc. gen. Umberto De
Augustinis che ha concluso, chiedendo l’annullamento senza
rinvio per prescrizione.

1

IL

-AE

Data Udienza: 11/03/2015

1.Con sentenza del 12/04/2013 la Corte di Appello di Bari confermava la sentenza del
Tribunale di Bari, sez. dist. di Acquaviva delle Fonti, emessa in data 19/03/2010, con la quale
Luigi Giuseppe Paradiso, previo riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche
dichiarate equivalenti alla contestata recidiva, era stato condannato alla pena di mesi 2,
giorni 20 di arresto ed euro 11.000,00 di ammenda per i reati di cui agli artt.181 D.L.vo
42/2004(capo b), 30 Legge Parchi in relazione all’art.6 e e artt.4,5,6 DPR 357/97 e 120/03
(capo c), 743 cod.pen. (capo d), per avere distrutto o alterato le bellezze naturali del luogo
soggetto alla speciale protezione dell’Autorità in seguito a lavori di demolizione di un tratto di
muretto a secco e di spianamento del terreno circostante.
Nel disattendere i motivi di appello, rilevava la Corte territoriale che la condotta materiale di
cui all’imputazione risultava accertata pacificamente (non risultando neppure contestata
dall’appellante) ed era sussumibile nell’ipotesi di reato contestata.
Quanto all’elemento soggettivo, riteneva la Corte che l’imputato, con il ricorso alla normale
diligenza, avrebbe potuto rendersi conto che i lavori effettuati non rientravano nell’ordinaria
pratica dell’agricoltura.
Né poteva invocare la buona fede ex art.5 cod.pen. , come interpretato dalla Corte Cost.
con la sentenza n.364 del 1988, risultando l’esistenza di vincoli nella zona, con l’istituzione del
Parco dell’Alta Murgia, oggetto di ampia diffusione ed informazione.
2. Ricorre per cassazione l’imputato, denunciando la manifesta illogicità della motivazione in
ordine alla ritenuta insussistenza di cause di giustificazione.
La Corte territoriale erroneamente ha ritenuto che nella fattispecie in esame non fosse
configurabile la buona fede.
Denuncia altresì l’erronea applicazione ed inosservanza dell’art.603 cod.proc.pen.
Il ricorrente aveva provveduto a richiedere e ad ottenere, come risultava dalla
documentazione depositata in cancelleria, sanatoria per i lavori effettuati.
Benchè si trattasse di prove sopravvenute, in ordine alle quali deve essere disposta senza
alcuna discrezionalità da parte del giudice di appello, la rinnovazionekk dibattimento, la Corte
territoriale ha completamente omesso di esaminare la documentazione in questione e ti
acquisirla agli atti in parziale rinnovazione del dibattimento.
CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Il secondo motivo di ricorso è fondato.
2.Come ricorda anche il ricorrente, il giudice di appello, in presenza di una richiesta di
rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale, a norma dell’art.603 comma 1 cod.proc.pen.,
dispone l’integrazione istruttoria solo se ritenga che il processo non possa essere deciso allo
stato degli atti. Nel caso in cui, invece, le nuove prove siano sopravvenute o scoperte dopo il
giudizio di primo grado, il giudice di appello dispone la rinnovazione dell’istruzione nei limiti
previsti dall’art.495 comma 1 (art.603 comma 2 c.p.p.). -Cass.pen. Sez. 3 n.8382 del
22.1.2008; Cass.pen.sez.1 n.39663 del 7.10.2010.
La netta distinzione tra le due diverse ipotesi è pacificamente riconosciuta, per cui quando
in appello venga richiesta l’assunzione di nuove prove, il giudice di appello è obbligato a
disporre la rinnovazione del dibattimento se le nuove prove di cui si chiede l’assunzione siano
sopravvenute o scoperte dopo il giudizio di primo grado, mentre negli altri casi solo se ritenga
di non essere in grado di decidere allo stato degli atti.
Il sistema delineato dal legislatore è, quindi, assolutamente lineare e coerente. La parte
che non abbia fatto richiesta dei mezzi di prova dnei limiti e nei termini di cui all’art.495„può (a
parte il caso di ammissioni di prove ex art.507 c.p.p. cui non può non far seguito l’ammissione
delle eventuali prove contrarie), successivamente, vedersi riconosciuto il diritto alla prova
soltanto se si tratti di prove nuove o scoperte dopo il giudizio di primo grado. In tal caso (e
solo in tal caso) vi è una sorta di “restituzione in termini”, venendo la parte rimessa nella
situazione preesistente; sicchè il giudice deve decidere sull’ammissione della prova secondo i
criteri di cui al combinato disposto degli artt.495 comma 1 (richiamato dall’art.603 c. 2 c.p.p.)
e 190 c.p.p., potendola quindi rigettare soltanto se “manifestamente superflua o irrilevante”.

2

RITENUTO IN FATTO

4

3.La fondatezza del motivo di ricorso sopra indicato consente di dichiarare la prescrizione
dei reati anche se maturata dopo l’emissione della sentenza impugnata.
Il termine massimo di prescrizione di anni 5, cui va aggiunto il periodo di sospensione per
complessivi giorni 111 (giorni 60 per rinvio dell’udienza del 5/2/2012 per impedimento del
difensore, nonché dal 20/2/2013 al 12/4/2013 per rinvio dell’udienza su istanza del difensore)
è maturato infatti il 26/5/2013 (risultando secondo la contestazione “chiusa, il reato commesso
fino al 4 febbraio 2008).
Va emessa, pertanto, previo annullamento senza rinvio della sentenza impugnata,
immediata declaratoria di estinzione dei reati per prescrizione, con revoca dell’ordine di
rimessione in pristino.
4.Non ricorrono poi certamente le condizioni per un proscioglimento nel merito ex art.129
cpv. cod.proc.pen.
L’errore di diritto scusabile, alla luce della sentenza della Corte Costituzionale n.364 del
24.3.1998, è configurabile solo se incolpevole a cagione della sua inevitabilità. Secondo le
sezioni unite di questa Corte “Per il comune cittadino tale condizione è sussistente, ogni qual
volta egli abbia assolto, con il criterio dell’ordinaria diligenza, al cosiddetto dovere di
informazione, attraverso l’espletamento di qualsiasi utile accertamento, per conseguire la
conoscenza della legislazione vigente in materia. Tale obbligo è particolarmente rigoroso per
tutti coloro che svolgono professionalmente una determinata attività, i quali rispondono
dell’illecito anche in virtù di una culpa levis nello svolgimento dell’indagine giuridica. Per
l’affermazione della scusabilità dell’ignoranza, occorre, cioè, che da un comportamento
positivo degli organi amministrativi o da un complessivo pacifico orientamento
giurisprudenziale, l’agente abbia tratto il convincimento della correttezza dell’interpretazione
normativa e, conseguentemente, della liceità del comportamento tenuto”
(cfr.Cass.pen.sez.un.18.7.1994 n.8154). Anche la giurisprudenza successiva ha ribadito che
“La esclusione della colpevolezza nelle contravvenzioni non può essere determinata dall’errore
di diritto dipendente da ignoranza non inevitabile della legge penale, quindi da mero errore di
interpretazione che diviene scusabile quando è determinato da un atto della p.a. o da un
orientamento giurisprudenziale univoco e costante da cui l’ agente tragga la convinzione della
correttezza dell’interpretazione normativa e, di conseguenza, della liceità della propria
condotta” (cfr.ex multis Cass.pen.sez.3 n.4951 del 17.12.1999; conf.Cass.pen.sez.3 n.28397
del 16.4.2004; sez.3 n.4991 del 4.11.2009; sez.6 n.6991 del 25.1.2011).
La Corte territoriale, dopo aver rilevato che la condotta materiale non era in contestazione e
che essa era sussumibile nella previsione dell’art.181 D.L.vo 42/2004, ha ritenuto non
configurabile la buona fede, potendo l’imputato, con l’impiego della normale diligenza,
accertare che la zona era soggetta a vincoli ambientali. Peraltro l’istituzione del Parco dell’Alta
Murgia era stata oggetto di dibattito e di ampia diffusione con i mezzi di informazione.
P. Q. M.
Annulla senza rinvio la sentenza impugnata perché i reati sono estinti per prescrizione.
Revoca l’ordine di rimessione in pristino.
Così deciso in Roma il 11/3//2015
Il Consiglie est.

Il Pr idente

2.1.Con istanza (con allegata documentazione),depositata in cancelleria in data 5/2/2013,
veniva sollecitata la rinnovazione del dibattimento per l’acquisizione della concessione in
sanatoria conseguita successivamente all’emissione della sentenza di primo grado.
E dal verbale di udienza del 20/2/2013 emerge che il difensore chiedeva rinvio, precisando
di aver depositato in cancelleria concessione in sanatoria.
La Corte territoriale, pur essendo stata espressamente sollecitata in tal senso, ha omesso
completamente di esaminare la richiesta del difensore, sia pure per disattenderla.
Avrebbe infatti potuto, dopo aver esaminato la documentazione prodotta, accertare se si
trattasse di prove sopravvenute e se quindi andasse disposta l’invocata rinnovazione e,
comunque, verificare se ci si trovava in presenza di una concessione in sanatoria idonea a
determinare l’estinzione del reato. Ha omesso, invece, ogni esame in proposito.

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