Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 15236 del 16/01/2015


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Penale Sent. Sez. 3 Num. 15236 Anno 2015
Presidente: TERESI ALFREDO
Relatore: ANDREAZZA GASTONE

SENTENZA

sul ricorso proposto da Chiarolia Giuseppe, n. a Ferrara il 10/06/1966;

avverso la sentenza della Corte d’Appello di Bologna in data 25/03/2014;

udita la relazione svolta dal consigliere Gastone Andreazza;
udite le conclusioni del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore
generale V. D’Ambrosio, che ha concluso per l’annullamento con rinvio della
sentenza quanto alla recidiva;
udito il Difensore di fiducia, Avv. D. Micheletti, in sostituzione dell’Avv. A. Bova,
che ha concluso per l’accoglimento;

RITENUTO IN FATTO

1.Chiarolla Giuseppe ha proposto ricorso avverso la sentenza della Corte
d’Appello di Bologna, che, in riforma della sentenza del Tribunale di Ferrara, lo
ha condannato per i reati di cui ai reati 2 (capo b), 10 quater (capo c), 8, comma
1 (capo d), 10 (capo e) e 5 (capo f) del d. Igs. n. 74 del 2000.

Data Udienza: 16/01/2015

2.

Con un primo motivo, volto a lamentare violazione di legge, deduce la

violazione degli artt. 581 e 586 c.p.p. nonché dell’art. 603, comma 5, c.p.p.;
premesso che la riforma della sentenza assolutoria di primo grado è dipesa in
larga parte dall’assunzione di nuove prove documentali

ex art. 603 c.p.p.,

deduce : 1) l’omessa impugnazione da parte del P.M. dell’ordinanza con cui il
Tribunale aveva respinto la richiesta di assunzione di nuove prove ex art. 507
c.p.p., con conseguente preclusione della possibilità di successiva richiesta di

formati ai sensi degli artt. 52 e 63 del d.P.R. n. 633 del 1972, della natura di atti
irripetibili ex art. 431 c.p.p. che consentirebbe la loro acquisizione anche al di
fuori dei presupposti di cui all’art. 507 c.p.p. trattandosi di atti non di polizia
giudiziaria ma di carattere amministrativo; né tali verbali potrebbero surrogare,
in violazione di quanto tra l’altro previsto dall’art. 220 disp. att. c.p.p, gli atti di
ispezione e sequestro necessari per assicurare le fonti di prova; 3) l’intervenuta
acquisizione delle prove documentali in assenza di un contraddittorio tra le parti
sul punto con conseguente inutilizzabilità delle stesse.

3. Con un secondo motivo deduce la violazione dell’art. 2639 c.c. quanto ai
requisiti necessari per l’attribuzione della qualifica all’imputato di amministratore
di fatto non essendo state chiarite le ragioni per le quali si sono ritenuti esercitati
in modo continuativo e significativo, nell’ambito della Italia Elettronica, i poteri
tipici della carica di amministratore. Ciò tanto più avendo la sentenza ribaltato
quanto ritenuto dal Tribunale, che aveva invece escluso la possibilità di
riconoscere Chiarolla quale amministratore di fatto della Royal e della Italia
Elettronica. Del resto, alla diversa conclusione la Corte è giunta per effetto di un
travisamento

della

prova

avendo

trascurato

quanto

sostenuto

dall’amministratore di diritto Giancarlo Panizzo, già separatamente condannato e
secondo cui il ruolo di amministratore di fatto, cui Panizzo doveva del resto
rendere conto, era già svolto dal socio di maggioranza Veratelli Vittore, deceduto
nel corso delle indagini e suocero del ricorrente.

4. Con un terzo motivo lamenta la violazione dell’art.110 c.p. con riguardo alla
totale assenza di motivazione circa il contributo morale o materiale che sarebbe
stato offerto da Chiarolla nella realizzazione dei reati omissivi commessi da
Panizzo e Veratelli. Anzi, in senso contrario evidenzia da un lato il fatto che
l’amministratore di diritto, ragioniere commercialista che aveva fissato la sede
societaria presso il proprio studio, fosse persona professionalmente attrezzata, e
dall’altro lo scarso lasso di tempo che comunque il ricorrente avrebbe avuto
2

applicazione dell’art. 603 c.p.p.; 2) la erronea attribuzione, ai verbali della G.d.f.

(poco più di tre mesi essendo stato assunto il 14/11/2005) per potere incidere
sulla politica fiscale già adottata da Veratelli e Panizzo.

5. Con un quarto motivo, con riguardo al reato di cui al capo c), lamenta la
violazione dell’art. 10 quater del d.lgs. n. 74 del 2000 per mancata effettuazione
di qualunque operazione compensativa attiva; attese le caratteristiche di tale
reato, a condotta attiva e di carattere fraudolento, non riesce a cogliersi la

alcun modello f24 attraverso il quale, atteso il volume d’affari superiore a euro
516.456,90, avrebbe dovuto essere indicato il credito inesistente o non spettante
addotto in compensazione.

Di fatto la Corte si è basata unicamente sul

prospetto della Gdf dei mancati versamenti Iva, in tal modo tuttavia
confondendo il reato ex art.10 quater, attivo, in quello ex art. 10 ter, omissivo.

6. Con un quinto motivo, quanto al reato ex art.10 di cui al capo e) deduce la
violazione dell’art. 49 c.p. posto che la contestata distruzione od occultamento
delle scritture contabili sarebbe logicamente non compatibile con la natura di
“cartiera” della società Royal; in particolare quanto alle fatture attive, contesta
che, oltre alla copia per la società acquirente, fosse necessario predisporre altra
copia da fare poi sparire o distruggere in tal modo facendosi luogo,
assurdamente, a reato.
Quanto alle fatture passive, lamenta che le stesse non possono rientrare nella
condotta di cui all’art. 10 posto che il dolo specifico di tale norma comporta che
oggetto materiale della condotta possa essere solo la documentazione mediante
la quale si è chiamati a versare una maggiore imposta e non già quella in base
alla quale se ne pagherebbe meno; in altri termini, l’occultamento di una
documentazione favorevole è automaticamente incompatibile con il fine tipico del
dolo specifico.

7. Con un sesto motivo lamenta la violazione degli artt. 81, 132 e 133 c.p. in
relazione alla adozione di una pena base pari al doppio del minimo edittale;
contesta in particolare l’avvenuta valorizzazione di ulteriori procedimenti per fatti
analoghi di cui nulla è dato sapere e la ritenuta veste di ideatore della truffa carosello di cui al capo d) manifestamente contrastante con il fatto che, mentre
in imputazione il reato avrebbe avuto inizio nel settembre del 2006, Chiarolla
sarebbe stato assunto solo tre mesi dopo. Ciò ha determinato inoltre che, per gli
stessi fatti, Panizzo sia stato condannato ad una pena inferiore di un quarto

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ragione per cui se ne è ritenuta la realizzazione. Né è mai stato predisposto

rispetto a quella irrogata a Chiarolla. Anche l’aumento di un anno a titolo di
continuazione non è stato per nulla motivato.

8.

Infine, con un ultimo motivo, lamenta la violazione dell’art. 99 c.p. in

relazione al superamento del limite sanzionatorio ivi previsto essendosi operato
un aumento di due anni a fronte dei soli venticinque giorni risultanti dal cumulo
delle condanne di cui ai nn. 2-5 del casellario precedenti al reato in oggetto, non

dalla Corte bolognese.

CONSIDERATO IN DIRITTO

9. Il primo motivo è infondato. Sotto il primo profilo, va anzitutto chiarito che tra
i presupposti della rinnovazione dell’istruzione dibattimentale non figura certo la
circostanza che non sia stata rigettata, come nella specie, nel giudizio di primo
grado, la richiesta di assunzione di nuovi mezzi di prova ex art. 507 c.p.p.,
devolvendo infatti l’art. 603 c.p.p. al giudice di appello che ritenga di non essere
in grado di decidere, la libera valutazione della necessità di fare luogo
all’assunzione di nuove prove indipendentemente da ogni diversa valutazione del
giudice di primo grado; né può dirsi sussistente, quanto meno per il fatto che
nessuna disposizione ciò prevede, alcuna preclusione, per la parte che non abbia
impugnato, unitamente alla sentenza di primo grado, l’ordinanza reiettiva della
richiesta di assunzione di nuovi mezzi di prova, ad avanzare istanza, nel giudizio
di appello, di rinnovazione dell’istruzione dibattimentale.
Quanto alla ritenuta non acquisibilità in sé dei verbali della Guardia di Finanza
formati ai sensi degli artt. 52 e 63 del d.P.R. n. 633 del 1972, va qui richiamato
il costante indirizzo di questa Corte secondo cui il processo verbale di
constatazione redatto dalla Guardia di finanza, in quanto atto amministrativo
extraprocessuale, costituisce prova documentale (cfr., tra le altre, Sez. 3, n.
6881 del 18/11/2008, Ceragioli, Rv. 242523; Sez.3, n. 7820 del 01/04/1998,
Molayem, Rv. 211225; Sez.3, n. 6218 del 17/04/1997, Cetrangolo, Rv. 208633);
si è infatti specificato, in particolare, come detto atto non sia un atto
processuale poiché non previsto come tale dal codice di rito o dalle norme di
attuazione ne’ può essere qualificato quale “particolare modalità di inoltro della
notizia di reato” (art. 221 disp. att.), in quanto i connotati di quest’ultima sono
diversi (cfr. Cass. pen. sez. 3 n. 4432 del 10/04/1997).

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potendo considerarsi quelle posteriori ad esso, erroneamente valutate invece

Allo stesso modo sono atti di natura amministrativa anche gli elementi raccolti
durante gli accessi, le ispezioni e le verifiche compiute dalla Guardia di Finanza
per l’accertamento IVA e delle II DD ai sensi dell’art.52 d.P.R.633/72 e
dell’art.33 d.P.R. 600/73 (cfr., Sez.3, n. 1668 del 03/12/1997, Riberti, Rv.
209572).
Ne consegue come tali atti siano acquisibili non già in quanto atti irripetibili di
p.g. (che sin

ab origine

dovrebbero essere inclusi nel fascicolo per il

Né, nella specie, appare ostare alla loro valorizzazione come mezzi di prova
(documentali appunto) la disposizione dell’art. 220 disp. att. c.p.p. posto che nel
ricorso ci si limita ad affermare, in conformità astratta con tale norma, a dedurre
che, ove emergano indizi di reato, gli atti necessari per l’assicurazione delle fonti
di prova e per raccogliere quant’altro possa servire per l’applicazione della legge
penale sono compiuti con l’osservanza delle disposizioni del codice, senza però
che si precisi, come sarebbe stato necessario per non rendere generica la
censura, se parte di tali atti, e quale, sia eventualmente stata redatta dopo
l’insorgenza degli indizi di reato con conseguente sua non utilizzabilità.
Quanto infine alla doglianza circa il fatto che l’acquisizione non sarebbe avvenuta
nel contraddittorio, non se ne comprende il senso, atteso che la stessa è seguita,
per come si evince dalla sentenza impugnata, ad una richiesta del P.M. svolta sin
dall’atto di appello.

10. Il secondo motivo è manifestamente infondato.
In ordine infatti all’attribuzione all’imputato della veste di amministratore di fatto
delle società coinvolte nel carosello, la sentenza ha motivatamente argomentato
sulla base di prove essenzialmente documentali oggetto della acquisizione in
grado d’appello ex art. 603 c.p.p., sì che tra l’altro ben si giustifica il diverso
approdo cui la Corte territoriale è giunta rispetto all’esito assolutorio di primo
grado; è sufficiente sul punto porre in rilievo che i giudici di appello hanno
richiamato appunto, oltre alle dichiarazioni rese da Panizzo, amministratore di
diritto della Italia Elettronica S.r.l. in ordine al fatto che fu Chiarolla a
presentargli De Carolis, ovvero colui che avrebbe figurato come apparente
acquirente dei beni dall’estero, l’esito delle perquisizioni e del sequestro seguiti
all’accesso della Guardia di Finanza del 21/02/2007 presso l’abitazione di
Chiarolla, allorquando furono trovati, all’interno dell’autovettura di questi, timbri
della Royal e della Italia Elettronica S.r.l., ovvero rispettivamente la società
emittente e la società utilizzatrice della fatture, documenti di trasporto emessi

5

dibattimento) ma in quanto, appunto, prove documentali, ex art. 234 c.p.p..

dalla Italia Elettronica S.r.l., modelli dell’Istituto Bancario Sammarinese per
versamenti e prelevamenti con apposto in calce timbro della Royal.
Di qui, ovvero dalla detenzione di materiale che solo una ingerenza nella
gestione delle società poteva giustificare, a fronte di mancate spiegazioni
alternative, la non illogica e pertanto qui insindacabile conclusione circa la
riconducibilità all’imputato dell’amministrazione occulta o di fatto. Né la
sentenza di merito è tenuta a compiere un’analisi approfondita di tutte le

processuali, essendo sufficiente che, anche attraverso una valutazione globale di
quelle deduzioni e risultanze, spieghi, in modo logico ed adeguato, le ragioni del
proprio convincimento sulla base di elementi di valenza decisiva (Sez. 4, n.
26660 del 13/05/2011, Caruso e altro, Rv. 250900; Sez. 5, n. 8411 del
21/05/1992, Chirico ed altri, Rv. 191488).

11.

Il terzo motivo è inammissibile atteso che, lamentandosi una mancata

motivazione sul concorso morale o materiale di Chiarolla, si deduce, in realtà,
una carenza che non è tale già solo, concettualmente, per il fatto che a Chiarolla
si attribuisce, come appena visto sopra, la veste appunto di amministratore di
fatto e addirittura di ideatore del meccanismo frodatorio logicamente insito nella
riconducibilità allo stesso di attività poste in essere sia per la società emittente
che per quella utilizzatrice; né può rilevare la data di formale assunzione quale
dipendente visto che l’accusa è appunto imperniata sul ruolo di amministratore
di fatto (vedi pag.12 della sentenza impugnata).

12. Il quarto motivo è fondato.
Va premesso che la condotta del reato di cui all’art. 10 quater del d. Igs. n. 74
del 2000 si caratterizza per il mancato versamento di somme dovute utilizzando
in compensazione, ai sensi dell’art. 17 del d. Igs. n. 241 del 1997, crediti non
spettanti o inesistenti. Ne consegue che non è sufficiente, evidentemente, ad
integrare il reato, un mancato versamento ma occorre che lo stesso risulti, a
monte, formalmente “giustificato” da una operata compensazione tra le somme
dovute all’Erario e crediti verso il contribuente, in realtà non spettanti od
inesistenti. E’ del resto, proprio la condotta, necessaria, di compensazione ad
esprimere la componente decettiva o di frode insita nella fattispecie e che
rappresenta il quid pluris che differenzia il reato di cui all’art. 10 quater rispetto
ad una fattispecie di mero omesso versamento.
Ciò posto, la sentenza di primo grado era giunta a ritenere non integrato il reato
di cui al capo C) sulla base della mancata acquisizione di documenti da cui
6

deduzioni delle parti e a prendere in esame dettagliatamente tutte le risultanze

emergesse appunto la scelta di utilizzare la compensazione mensile per evitare
di versare l’Iva a debito; la sentenza di appello è invece giunta ad opposte
conclusioni ponendo in rilievo la “volontaria mancata redazione dei modelli F 24
relativi ai versamenti mensili dell’Iva”, redazione invece necessaria, ha aggiunto
la sentenza, con modalità on line, per società che abbiano un fatturato superiore
ad euro 516.456,90; tale omissione, dunque, sarebbe appunto stata finalizzata
“a non rendere trasparente la compensazione indebitamente effettuata…”.

ritenuto decisivo dalla sentenza di primo grado, della mancanza di prova in
ordine alla effettuata compensazione quale necessario presupposto del mancato
versamento, posto che, quali che siano state le ragioni del mancato utilizzo dei
modelli F 24 e del meccanismo

on line di redazione, la stessa sentenza

impugnata non dà atto di alcun elemento indicativo della intervenuta
compensazione; tanto che l’ammontare dell’evasione viene dedotto in definitiva
dalla Corte territoriale da un “prospetto redatto dalla Guardia di Finanza” che,
per come rappresentato in sentenza, non appare ancora una volta fornire
elementi in ordine al dato decisivo.
Di qui, a fronte della contestazione del reato di cui all’art. 10 quater, rimasta
inalterata per tutto il corso del giudizio, il necessario annullamento senza rinvio
della sentenza impugnata per insussistenza del fatto, prevalente sulla pur
maturata prescrizione in data 16/11/2014.

13. Il quinto motivo, con cui si pretende anzitutto che le fatture passive intestate
alla Royal non potrebbero rientrare nella documentazione oggetto della condotta
di occultamento e distruzione di cui all’art. 10 cit. contestata al capo E), è
infondato; un tale assunto appare contrastare, in primo luogo, con la generale
indicazione della norma, che, nel riferirsi ai documenti di cui è obbligatoria la
conservazione, legittima già di per sé una lettura comprensiva anche delle
fatture passive, posto che, a norma dell’art.22, comma 3, del d.P.R. n. 600 del
1973, devono essere conservate non solo le fatture emesse ma anche quelle
ricevute; e del resto, sul piano della ratio della previsione, già ricollegato da
questa Corte alla tutela del bene giuridico rappresentato dall’interesse statale
alla trasparenza fiscale del contribuente (Sez. 3, n. 3057 del 14/11/2007,
Lanteri, Rv. 238613), le fatture passive, oltre ad incidere comunque sulla
ricostruzione dei redditi del destinatario delle fatture, in quanto rappresentative
di costi sostenuti, sono dimostrative di un reddito in capo all’emittente; non è
quindi esatto, come sostenuto dal ricorrente, che la loro inclusione nello spettro
della documentazione considerata dalla norma colliderebbe con la necessaria
7

Sennonché, tale motivazione non appare pertinente con riferimento al dato,

previsione del dolo specifico, atteso che quest’ultimo consiste testualmente non
solo nel fine di evadere le imposte sui redditi o sul valore aggiunto ma altresì nel
consentire l’evasione a terzi.
Peraltro, poiché, nella specie, come si trae dalla sentenza impugnata, l’imputato
ha simultaneamente esercitato le funzioni di amministratore di fatto e della
società emittente e della società destinataria delle fatture, non potrebbe non
dirsi sussistente, in realtà, ancor prima del fine di consentire ad altri l’evasione,

Parimenti infondato è poi il motivo laddove si contesta la non compatibilità della
condotta di distruzione od occultamento delle fatture attive con la natura
meramente “cartiera” della Royal; la sentenza impugnata ha infatti posto in
rilievo il rinvenimento nel computer della utilizzatrice Italia Elettronica Srl di un
file contenente la fattura n.28 del 15/02/2007 emessa dalla Royal nei confronti
della suddetta Italia Elettronica srl a dimostrazione del fatto che le fatture
attive, create per dare una parvenza di realtà ad operazioni commerciali di fatto
inesistenti, venivano formate in realtà nella sede dell’acquirente nella cui
gestione era di fatto coinvolto, come già visto sopra, Chiarolla; sicché il mancato
rinvenimento delle stesse appare essere stato correttamente interpretato dalla
Corte territoriale come elemento di prova del loro occultamento o della loro
distruzione.

14. Il sesto motivo è manifestamente infondato. La entità della pena irrogata, in
essa compresi l’individuazione della pena base nonché l’individuazione
dell’aumento a titolo di continuazione, è stata motivatamente tratta, oltre che
dai precedenti specifici dell’imputato, dall’entità dell’evasione fiscale frutto del
sistema fraudolento orchestrato in un ruolo di artefice, sì che ogni censura sul
punto non può che essere disattesa.
Quanto alla lamentata discrasia temporale consistente nel fatto che il reato
sarebbe iniziato prima dell’assunzione di Chiarolla nell’Italia Elettronica, la stessa
è evidentemente basata sul mero dato formale dell’assunzione, come tale
irrilevante a fronte del ruolo di amministratore “di fatto” addebitato.

15. E’ invece fondato l’ultimo motivo con cui si censura la violazione dell’art.99,
u.co., c.p. secondo cui, in nessun caso, l’aumento di pena per effetto della
recidiva può superare il cumulo delle pene risultante dalle condanne precedenti
alla commissione del nuovo delitto non colposo. Nella specie, infatti, considerata
quale data-limite quella dell’aprile 2007 di cui al capo E) dell’imputazione,
appaiono, dall’esame del certificato penale in atti, essere state considerate dalla
8

il fine di evadere.

Corte territoriale, sentenze di condanna passate in giudicato successivamente ad
essa che, invece, in osservanza della regola di cui sopra, andavano escluse dal
cumulo delle pene quali limite non superabile dall’aumento di pena per la
recidiva. Di qui, effettivamente, un irrogato aumento di anni due di reclusione in
luogo di un massimo irrogabile pari a giorni venticinque quale risultato del
ragguaglio di 6.198 euro.

dei reati sub B), limitatamente alle condotta relativa all’anno di imposta 2005,
sub D) e sub E), essendo il relativo termine rispettivamente maturato,
considerata la sospensione di giorni sessanta dal 08/10/2010 per contestuale
impegno professionale del Difensore, in data 30/06/2014, in data 15/10/2014 e
nel dicembre 2014.
La sentenza va, conclusivamente, annullata senza rinvio relativamente al reato
di cui al capo C) perché il fatto non sussiste, e relativamente ai reati sub B),
limitatamente all’anno d’imposta 2005, D) ed E) perché estinti per prescrizione,
dovendo il ricorso essere rigettato quanto al resto con conseguente
annullamento con rinvio ad altra Sezione della Corte d’Appello di Bologna per la
determinazione della pena per i residui reati sub B) limitatamente al periodo
d’imposta 2006, e sub F) dell’imputazione; nel procedere a tale determinazione
la Corte terrà peraltro, conto, quanto all’aumento per la recidiva, dei rilievi svolti
sopra sub § 15.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata senza rinvio relativamente al reato di cui al capo
C) (art. 10 quater d. Igs. n. 74/2000) perché il fatto non sussiste; relativamente
ai reati sub B) (art.5 d. cit. per le imposte 2005), sub D) (art.8 d. cit.) e sub E)
(art.10 d. cit.) perché estinti per prescrizione. Rigetta nel resto il ricorso ed
annulla la sentenza impugnata per la determinazione della pena per i reati sub
B) (per il periodo d’imposta 2006) e sub F) con rinvio ad altra Sezione della
Corte d’Appello di Bologna.

Così deciso in Roma, il 16 gennaio 2015

Il Cons

re :stensore

Il Pr dente

16. Deve peraltro prendersi atto della intervenuta, nel frattempo, prescrizione

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