Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 15235 del 11/11/2014


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Penale Sent. Sez. 3 Num. 15235 Anno 2015
Presidente: FIALE ALDO
Relatore: ACETO ALDO

SENTENZA

sul ricorso proposto da
Prence Alessandro, nato a Galatina il 27/11/1978,

avverso la sentenza del 12/12/2013 della Corte di appello di Brescia;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Aldo Aceto;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Gabriele
Mazzotta, che ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso.

RITENUTO IN FATTO

1.II sig. Alessandro Prence ricorre per l’annullamento della sentenza del
12/12/2013 con cui la Corte di appello di Lecce, confermando la decisione di
primo grado impugnata dall’imputato stesso, ha dichiarato estinto per
prescrizione il reato di cui all’art. 112, comma 2, d.lgs. 6 settembre 2005, n.
206, accertato in Copertino il 05/01/2007, e ha mantenuto ferma la confisca di
una minimoto a due ruote e di 69 minimoto a quattro ruote importate dalla Cina

Data Udienza: 11/11/2014

e ritenute pericolose per la salute e la sicurezza del consumatore per vizi di
costruzione.
1.1. Con il primo motivo eccepisce, ai sensi dell’art. 606, lett. b), cod. proc.
pen., errata applicazione della norma incriminatrice.
Deduce, allo scopo, che, ad eccezione della minimoto a due ruote e delle
quattro minimoto a quattro ruote, esposte nel proprio punto vendita, tutte le
altre erano detenute in un deposito, in attesa di essere omologate e, quindi, di
essere messe in sicurezza. La sussistenza del reato avrebbe dovuto perciò essere

ricostruzione alternativa della vicenda, che le stesse, alla luce dei criteri stabiliti
dalla

«Guida all’attuazione delle direttive fondate sul nuovo approccio e

sull’approccio globale>>, non siano mai state immesse sul mercato, perché
detenute nel magazzino del fabbricante o del suo rappresentante.
1.2.Con il secondo motivo eccepisce, ai sensi dell’art. 606, lett. b), cod.
proc. pen., errata applicazione dell’art. 240, comma 2, n. 2), cod. pen., non
avendo i giudici di merito considerato che le nninimoto detenute nel magazzino
avrebbero potuto essere rese conformi agli standards di sicurezza europei.

CONSIDERATO IN DIRITTO

2. Il ricorso è inammissibile perché palesemente infondato.

3.Secondo la ricostruzione dei giudici di merito, non contestata
dall’imputato, questi deteneva le ulteriori 65 minimoto a quattro ruote in un
deposito non distante dal punto vendita ove erano esposte per la vendita le altre
4 minirnoto e la minimoto a due ruote, anch’esse non omologate.
Il che, secondo la Corte di appello, rende plausibile l’idea che oggetto
materiale della vendita fossero proprio le minimoto detenute nel magazzino, del
tutto identiche, del resto, a quelle esposte nel punto vendita e offerte alla visione
dei potenziali acquirenti.
Sotto altro profilo, affermano i giudici distrettuali, non può nemmeno
escludersi che le moto detenute nel magazzino fossero trasferite presso il non
distante punto vendita.
Tutto ciò, concludono, impedisce di affermare l’evidente innocenza
dell’imputato.

4.L’imputato propone una lettura alternativa del medesimo compendio
probatorio e imputa alla Corte di appello di aver prediletto la strada accusatoria

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esclusa per queste ultime moto, non essendo irragionevole ritenere, secondo una

piuttosto che quella assolutoria, riproponendo, anche in questa sede, la richiesta
di assoluzione quanto meno ai sensi dell’art. 530, cpv., cod. proc. pen.

5.E’ evidente l’errore di diritto in cui cade l’imputato.
Correttamente i giudici distrettuali richiamano l’autorevole insegnamento di
questa Suprema Corte secondo il quale la contraddittorietà o comunque
l’insufficienza della prova d’accusa mal si conciliano con il concetto di
«evidenza» della prova dell’innocenza (Sez. U, n. 35490 del 28/05/2009,
Tettannanti, Rv. 244273).
E’ lo stesso imputato a fornire la chiave di lettura che rende inammissibile il
ricorso laddove si lamenta della mancata valorizzazione della lettura alternativa
della vicenda, secondo la quale esistevano margini per ritenere che le nninimoto
detenute nel magazzino non potessero considerarsi immesse nel mercato.
In punto di diritto, peraltro, osserva la Suprema Corte che ai sensi dell’art.
3, comma 1, lett. e), d.lgs. 6 settembre 2005, n. 206, per «prodotto» deve
intendersi «qualsiasi prodotto destinato al consumatore (…) fornito o reso
disponibile a titolo oneroso o gratuito nell’ambito di un’attività commerciale».
La definizione della condotta di «immissione sul mercato» di un prodotto
pericoloso deve essere coerentemente interpretata alla luce del suo oggetto (il
prodotto, appunto), sicché deve intendersi immesso sul mercato il prodotto
destinato alla clientela e reso disponibile nell’ambito dell’attività commerciale.
Nel caso in esame, come visto, i giudici territoriali hanno ritenuto che la
detenzione nel magazzino delle minimoto identiche a quelle esposte per la
vendita comportasse una concreta disponibilità del prodotto a favore della
clientela interessata.
Peraltro l’art. 112, comma 2, d.lgs. 6 settembre 2005, n. 206, si pone in
continuità con l’art. 11, d.lgs. 21 maggio 2004, n. 172 “Attuazione della direttiva
2001/95/CE relativa alla sicurezza generale dei prodottí” (e prima ancora con
l’art. 10, d.lgs. 17 marzo 1995, n. 115, recante anch’esso norme di attuazione
della medesima direttiva), sicché la condotta di «immissione sul mercato»
può essere interpretata anche alla luce dei criteri elaborati dalla cd. “Guida blu”,
documento redatto dalla Commissione Europea e destinato agli Stati membri e a
tutti gli organismi e operatori del settore a titolo informativo circa le disposizioni
intese a garantire la libera circolazione del prodotti muniti della marcatura CE,
nonché alle omologhe definizioni contenute nelle seguenti direttive, in detta
Guida espressamente richiamate:
a) direttiva del Parlamento Europeo e del Consiglio sulla sicurezza dei
giocattoli (direttiva 18/06/2009, n. 2009/48/CE, art. 3, comma 1, n. 2:
<<«immissione sul mercato»: la prima messa a disposizione di un giocattolo sul 3 .. mercato comunitario»), attuata in Italia con d.lgs. 11/04/2011, n. 54, che all'art. 1, lett. b), fornisce l'identica definizione; b) direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio relativa ai dispositivi medico-diagnostici in vitro (direttiva 27/10/1998, 98/79/CE, art. 1, comma 2, lett. i: «"immissione in commercio": la prima messa a disposizione a titolo oneroso o gratuito di dispositivi, diversi dai dispositivi destinati alla valutazione delle prestazioni, in vista della distribuzione e/o utilizzazione sul mercato comunitario, indipendentemente dal fatto che si tratti di dispositivi nuovi o 1, comma 1, lett. i), fornisce l'identica definizione; c) direttiva del Consiglio relativa all'armonizzazione delle disposizioni relative all'immissione sul mercato e al controllo degli esplosivi per uso civile (direttiva 05/04/1993, n. 93/15/CE, art. 1, comma 4: «"immissione sul mercato": qualsiasi prima messa a disposizione, a titolo gratuito o oneroso, di esplosivi di cui alla presente direttiva in vista di una loro distribuzione e/o utilizzazione nel mercato comunitario»), oggi abrogata e sostituita dalla direttiva 26/02/2014, n. 2014/28/UE (art. 2, n. 8: «immissione sul mercato»: la prima messa a disposizione sul mercato dell'Unione di un esplosivo»). Un prodotto, dunque, deve considerarsi immesso sul mercato comunitario quando viene reso disponibile per la prima volta: ciò avviene quando un prodotto fuoriesce dalla fase di fabbricazione al fine di essere distribuito utilizzato sul mercato comunitario. L'immissione sul mercato può essere esclusa solo quando ricorrono congiuntamente le due seguenti condizioni: a) il prodotto sia detenuto nei magazzini del fabbricante o dal suo rappresentante autorizzato stabilito nella Comunità Europea; b) il prodotto non sia ancora disponibile nella Comunità stessa (Guida all'attuazione delle direttive, paragrafo 2.3.1). Condizioni che, come correttamente evidenziato dai giudici distrettuali, incontestabilmente non ricorrono nel caso di specie poiché il prodotto era stato comunque reso disponibile in Italia nei termini già esposti. 6.Manifestamente infondato è il secondo motivo di ricorso posto che la possibilità di evitare la confisca del bene mediante la sua regolarizzazione è prevista solo se la cosa appartiene a persona estranea al reato. 7.Alla declaratoria di inammissibilità del ricorso consegue, ex art. 616 cod. proc. pen., non potendosi escludere che essa sia ascrivibile a colpa del ricorrente (C. Cost. sent. 7-13 giugno 2000, n. 186), l'onere delle spese del procedimento nonché del versamento di una somma in favore della Cassa delle ammende, che si fissa equitativamente, in ragione dei motivi dedotti, nella misura di C 1000,00. 4 rimessi a nuovo»), attuata in Italia con d.lgs. 08/09/2000, n. 332 che, all'art. P.Q.M. Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di € 1.000,00 in favore della Cassa delle Ammende. Così deciso il 11/11/2014

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