Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 15230 del 08/04/2015


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Penale Sent. Sez. 4 Num. 15230 Anno 2015
Presidente: ROMIS VINCENZO
Relatore: ZOSO LIANA MARIA TERESA

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
MONTE GIOVANNI N. IL 16/02/1974
avverso l’ordinanza n. 172/2012 CORTE APPELLO di NAPOLI, del
03/10/2013
sentita la relazione fatta dal Consigliere Dott. LIANA MARIA TERESA
ZOSO;
lette/sentite le conclusioni del PG Dott. t Lt-i;

cL

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Uditi difensor Avv.;

‘1,0,-•

A-; C-9 1AP

Data Udienza: 08/04/2015

RITENUTO IN FATTO

1.Monte Giovanni veniva tratto in arresto in data 22 febbraio 2010 in esecuzione di ordinanza
di custodia cautelare in carcere emessa dal GIP del tribunale di Napoli il 15 febbraio 2010 per il
reato di cui agli articoli 81 cod. pen. e 73 d.p.r. 309/90, aggravato dall’articolo 80, comma 2,
d.p.r. 309/90 e dall’articolo 7 della legge 203/91, per avere in più occasioni acquistato
sostanza stupefacente al fine di spaccio. La detenzione si era protratta sino al 2 marzo 2010,

tribunale di Napoli con ordinanza in pari data. Successivamente il Monte era stato assolto dal
reato a lui ha ascritto perché il fatto non sussiste con sentenza del GUP del tribunale di Napoli
emessa all’esito del giudizio abbreviato in data 27 maggio 2011.
Proposta istanza di riparazione per ingiusta detenzione, la corte d’appello di Napoli, con
ordinanza del 3 ottobre 2013, rigettava l’istanza rilevando che il Monte aveva dato causa con
colpa grave alla detenzione in quanto solo all’esito dell’interrogatorio di garanzia era emerso
che egli aveva acquistato la sostanza stupefacente per uso personale. Inoltre da una
conversazione intercettata in data 9 giugno 2006 era emerso che l’istante, parlando con il suo
fornitore di sostanza stupefacente Giglio Adolfo, aveva riferito che i consumatori della sostanza
stupefacente che egli aveva acquistato dal Giglio erano rimasti contenti e gli dovevano far
sapere” quando volevano fare quell’altra situazione” , il che lasciava intendere che egli avesse
ceduto sostanza stupefacente a terzi.
2. Avverso l’ordinanza della corte d’appello proponeva ricorso per cassazione Monte Giovanni,
a mezzo del suo difensore, deducendo violazione di legge e vizio di motivazione in quanto la
corte di appello di Napoli aveva motivato la colpa grave ostativa riconoscimento del diritto alla
riparazione per ingiusta detenzione basandosi su circostanze che, alla luce del complessivo
materiale probatorio a disposizione del giudice della cautela, non erano idonei a fondare la
convinzione che la sostanza stupefacente acquistata non fosse destinata ad uso
esclusivamente personale.

CONSIDERATO IN DIRITTO

3. Osserva la corte che il ricorso è inammissibile.
Infatti il medesimo risulta presentato e sottoscritto personalmente dal ricorrente laddove il
nominato difensore, l’avv. Vincenzo Guida, ha apposto la sua firma solo per autentica di quella
del ricorrente stesso. Ed è stato in proposito affermato dalla corte di legittimità che “in tema di
riparazione per ingiusta detenzione, il ricorso per cassazione avverso la decisione della corte
d’appello deve essere proposto, a pena di inammissibilità, da un difensore iscritto nell’albo
speciale della cassazione, e non può essere sottoscritto personalmente dall’interessato, a nulla
1

quando il Monte, a seguito dell’interrogatorio di garanzia, era stato scarcerato dal gip del

rilevando che la sottoscrizione sia autenticata in calce da un difensore iscritto nel predetto
albo” (Sez. 4, n. 41636 del 03/11/2010, Bengu e altro, Rv. 248449; Sez. 4, n. 13197 del

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22.2.2008, Rv. 239602); 9, t1/4\1’\ MV^^AAM-‘4Z
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4. Peraltro le censure formulate risultano manifestamente infondate.
Occorre rilevare che, secondo consolidata giurisprudenza della corte di legittimità, in tema di
riparazione per ingiusta detenzione, al giudice del merito spetta, anzitutto, di verificare se chi

condizione, ostativa al riconoscimento del diritto all’indennizzo, deve manifestarsi attraverso
comportamenti concreti, precisamente individuati, che il giudice di merito è tenuto ad
apprezzare in modo autonomo e completo al fine di stabilire, con valutazione ex ante, non se
essi abbiano rilevanza penale, ma solo se si siano posti come fattore condizionante rispetto
all’emissione del provvedimento di custodia cautelare.
A tal fine, egli deve prendere in esame tutti gli elementi probatori disponibili, relativi alla
condotta del soggetto, sia precedente che successiva alla perdita della libertà, allo scopo di
stabilire se tale condotta abbia determinato, ovvero anche solo contribuito a determinare, la
formazione di un quadro indiziario che ha indotto all’adozione o alla conferma del
provvedimento restrittivo. In tale operazione il giudice della riparazione, come ripetutamente
precisato da questa Corte, ha certamente il potere/dovere di procedere ad autonoma
valutazione delle risultanze e di pervenire, eventualmente, a conclusioni divergenti da quelle
assunte dal giudice penale, nel senso che circostanze oggettive accertate in sede penale, o le
stesse dichiarazioni difensive dell’imputato, valutate dal giudice della cognizione come semplici
elementi di sospetto, ed in quanto tali insufficienti a legittimare una pronuncia di condanna,
ben potrebbero essere considerate dal giudice della riparazione idonee ad integrare la colpa
grave ostativa al diritto all’equa riparazione.
Ciò con l’unico limite per cui, in sede di riparazione per ingiusta detenzione, giammai può
essere attribuita decisiva importanza, considerandole ostative al diritto all’indennizzo, a
condotte escluse dal giudice penale o a circostanze relative alla condotta addebitata
all’imputato con il capo di imputazione in ordine alle quali sia stata riconosciuta l’estraneità
dell’imputato stesso con la sentenza di assoluzione (c.f.r. Sez. 4, n. 1921 del 20.12.2013,
Mannino, e Sez. 4, n. 1573 del 18/12/1993, Tinacci ).
La condizione ostativa al riconoscimento del diritto all’indennizzo per l’ingiusta detenzione
rappresentata dall’aver dato causa, da parte del richiedente, all’ingiusta detenzione, deve
dunque concretarsi in comportamenti che non siano stati esclusi dal giudice della cognizione e
che possono essere di tipo extra-processuale (comportamenti caratterizzati da spiccata
leggerezza o macroscopica trascuratezza tali da porre in essere un meccanismo di
imputazione) o di tipo processuale (come un’autoincolpazione, un silenzio cosciente su di un
alibi, età); e sugli elementi costitutivi della colpa grave così determinati il giudice è tenuto sia
L

l’ha patita vi abbia dato causa, ovvero vi abbia concorso con dolo o colpa grave. Tale

ad indicare gli specifici comportamenti addebitabili all’interessato, sia a motivare in che modo
tali comportamenti abbiano inciso sull’evento detenzione. Peraltro, mette conto anche
sottolineare che una condotta sinergica all’evento detenzione ben può essere desunta, in via di
principio generale, anche da dichiarazioni testimoniali o fonti di altro tipo descrittive di tale
condotta, purché ritualmente acquisite e ritenute attendibili in relazione alla condotta descritta,
a prescindere poi dall’esito del vaglio del giudice della cognizione ai fini della idoneità della
condotta dell’imputato, così accertata, a legittimare una sentenza di condanna.

detenzione devono sostanziarsi in comportamenti specifici che abbiano dato causa
all’instaurazione dello stato privativo della libertà o abbiano concorso a darvi causa, è sempre
necessario che il giudice della riparazione pervenga alla sua decisione di escludere il diritto in
questione in base a dati di fatto certi, cioè ad elementi “accertati o non negati” e non sulla
base di elementi congetturali (Sez. U n. 43 del 13/12/1995, Sarnataro, e Sez. 4, n. 10684 del
26/01/2010, Morrà).
5. Nel caso che occupa la corte territoriale ha fatto corretta applicazione dei principi esposti
avendo dato conto del fatto che il comportamento del ricorrente, connotato da una
macroscopica imprudenza, ben poteva ingenerare nel giudice che aveva emesso la misura
cautelare il convincimento della commissione del reato ascritto, considerato che l’uso personale
di stupefacenti era emerso solo successivamente nel corso dell’interrogatorio di garanzia, a
seguito del quale lo stesso gip aveva provveduto a ordinare la scarcerazione. Inoltre dalle
conversazioni telefoniche intercettate il Monte era apparso come acquirente abituale di
sostanze stupefacenti e almeno in un’occasione avevo acquistato o comunque trattato
l’acquisto anche per conto di terzi.
Alla inammissibilità del ricorso, riconducibile a colpa del ricorrente (Corte Cost., sent. 7-13
giugno 2000, n. 186), consegue la condanna del ricorrente medesimo al pagamento delle
spese processuali e di una somma, che congruamente si determina in euro 500,00, in favore
della cassa delle ammende.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali
e della somma di euro 500,00 in favore della cassa delle ammende.
Così deciso l’8 aprile 2015.

Posto, dunque, che il dolo o la colpa grave idonei ad escludere l’indennizzo per ingiusta

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