Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 15221 del 10/03/2015


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Penale Sent. Sez. 4 Num. 15221 Anno 2015
Presidente: ZECCA GAETANINO
Relatore: SERRAO EUGENIA

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
GJUZI ANDI N. IL 06/01/1980
avverso l’ordinanza n. 179/2014 TRIB. LIBERTA’ di SASSARI, del
06/10/2014
sentita la relazione fatta dal Consigliere Dott. EUGENIA SERRAO;
WItersentite le conclusioni del PG Dott.

Fulvio Baldi, che ha concluso per l’annullamento con
rinvio;

Avv.2

Data Udienza: 10/03/2015

RITENUTO IN FATTO

1. Il Tribunale di Sassari, in funzione di giudice del riesame di misure
cautelari personali, ha pronunciato in data 6/10/2014, ordinanza di rigetto
dell’istanza proposta da Gjuzi Andi nei confronti del provvedimento applicativo di
custodia cautelare in carcere emesso il 9/09/2014 dal Giudice per le indagini
preliminari presso il Tribunale di Nuoro nell’ambito di un procedimento in cui
l’istante è indagato per plurime condotte di detenzione a fini di cessione di

2. Andi Gjuzi propone ricorso per cassazione avverso tale ordinanza per i
seguenti motivi:
a) violazione degli artt. 3,2 e 111 Cost. in relazione agli artt. 309, 8 e 9 cod.
proc. pen. – manifesta illogicità della motivazione. Dalla semplice lettura dei capi
di imputazione, si assume, i fatti per i quali si procede sarebbero stati commessi
in Olbia e altre località (capo 28) o in Chiari (BS) (capo 31) mentre il fatto di cui
al capo 32 sarebbe stato commesso in luogo sconosciuto, circostanze che
escludono la competenza del Giudice per le indagini preliminari di Nuoro ad
adottare la misura contestata. La motivazione offerta sul punto dal Tribunale del
riesame, secondo il quale il luogo del commesso reato di cui al capo di
imputazione n.28 sarebbe identificabile in Posada, Olbia e altre località e la
cittadina di Posada appartiene alla competenza del giudice procedente, è
smentita dal fatto che nel contesto dell’intercettazione telefonica richiamata
nell’ordinanza di custodia cautelare in relazione a tale capo di imputazione il
riferimento a tale località è fatto solo per indicare il luogo di nascita di un
ragazzo con la maglietta bianca, senza alcun riferimento al compimento di
presunte attività illecite. Anche la ritenuta applicabilità del disposto dell’art.9
cod. proc. pen., onde radicare nel Comune di Budoni il luogo dove vive l’indagato
e dove si sarebbero raggiunti gli accordi per l’acquisto e la cessione dello
stupefacente, secondo il ricorrente sarebbe erronea in quanto non si può fare
riferimento a tale regola suppletiva ove non sia possibile individuare il luogo di
consumazione del reato più grave, dovendosi avere riguardo al luogo di
consumazione del reato che si presenta come il più grave tra quelli residui.
Avendo lo stesso Tribunale ritenuto tutte le violazioni contestate di pari gravità,
si sarebbe dovuto considerare ai sensi dell’art.16 cod. proc. pen. il luogo della
prima violazione, da identificare nella cittadina di Olbia. Il ricorrente deduce, in
ogni caso, l’insussistenza di emergenze istruttorie dalle quali si possa desumere
che nel Comune di Budoni si siano raggiunti gli accordi per l’acquisto e la
cessione dello stupefacente;

2

hashish e cocaina in violazione dell’art.73 d.P.R. 9 ottobre 1990, n.309.

b) violazione degli artt. 273 e 274 in relazione agli artt. 299 e 309 cod. proc.
pen. – manifesta illogicità della motivazione. Secondo il ricorrente, nel
provvedimento sarebbe omessa ogni valutazione circa la sussistenza di un
attuale e concreto pericolo di reiterazione del reato, senza considerare che il
ricorrente si trova ristretto in carcere dal maggio 2013 in esecuzione di una
condanna per distinto titolo di reato. Il pericolo di reiterazione di delitti della
stessa indole, si assume, non può desumersi dal carattere stesso dei reati
contestati, difettando i requisiti previsti dall’art. 274 cod. proc. pen. per

dal presunto verificarsi dei fatti oggetto di causa, alcun ulteriore elemento che
possa far ritenere che il Gjuzi sia soggetto pericoloso. Si reputa irrilevante il fatto
che nel maggio 2013 il ricorrente sia stato condannato con sentenza ai sensi
dell’art. 444 cod. proc. pen., non avendo il giudice del riesame tenuto conto del
fatto che, durante la detenzione, il ricorrente ha sempre tenuto una condotta
corretta, tanto da beneficiare della liberazione anticipata, né del fatto che non
esiste alcun elemento che possa far ritenere che il ricorrente, nel corso della
carcerazione, abbia avuto contatti con il mondo della criminalità dedita al traffico
di stupefacenti;
c) violazione degli artt.273 e 274 in relazione all’art.299 cod. proc. pen. manifesta illogicità della motivazione. Il ricorrente lamenta che il Tribunale del
riesame abbia omesso di replicare alle deduzioni difensive concernenti la
condotta tenuta dall’istante nel corso della detenzione e la mancanza di esigenze
cautelari, non esprimendo alcuna prognosi sulla futura condotta che il ricorrente
potrebbe tenere ove rimesso in libertà ed ignorando la circostanza dedotta dalla
difesa a proposito del fatto che, all’esito dell’interrogatorio di garanzia, il Giudice
per le indagini preliminari ha consentito all’istante di poter riprendere ad
esercitare l’attività lavorativa che stava effettuando al di fuori della Casa
Circondariale di Nuoro, in violazione dell’insegnamento del giudice di legittimità,
che ha attribuito al decorso del tempo una rilevanza primaria nella individuazione
delle esigenze cautelari;
d) violazione dell’art.284 in relazione all’art.299 cod. proc. pen. – difetto e
contraddittorietà della motivazione. Il ricorrente lamenta che il Tribunale del
riesame abbia rigettato l’istanza subordinata di applicazione della misura meno
afflittiva dell’obbligo di dimora, limitandosi ad affermare che l’unica misura
adeguata a tutelare la collettività sarebbe quella in atto senza fornire in
proposito alcun elemento per negare all’interessato di beneficiare dei permessi
premio presso il Centro di Accoglienza della Parrocchia Suor Maria Gabriella in
Nuoro, onde trascorrere qualche giorno in una struttura protetta con i propri
familiari.

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l’applicazione della misura, non avendo fornito il Tribunale, a distanza di 22 mesi

3. Con memoria depositata il 9 marzo 2015 il ricorrente ha reiterato le
argomentazioni svolte a sostegno dei motivi di ricorso.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Con l’ordinanza impugnata il Tribunale ha richiamato l’attività
investigativa che ha condotto all’identificazione di numerosi soggetti inseriti
nell’ambiente del narcotraffico facente capo al pregiudicato Massa Antonio,

che, sulla base di intercettazioni ambientali e telefoniche, è risultato saldamente
inserito nel mondo del traffico di stupefacenti. In particolare, le captazioni
ambientali e telefoniche avevano rivelato che il Gjuzi fosse in stretto contatto
con tale Gjepali Baki, che avesse unitamente a quest’ultimo ceduto a terzi e
acquistato stupefacenti, in particolare cocaina, e che la sera del 13 novembre
2012 i due si fossero imbarcati per Livorno per raggiungere Brescia da cui poi,
dopo essersi incontrati con Gjepali Donaldo, erano ripartiti per tornare ad Olbia;
qui, a seguito di una perquisizione con esito negativo, le loro comunicazioni
ambientali e telefoniche erano state intercettate ed avevano rivelato che i due
fossero riusciti a far passare, nonostante il controllo, un consistente quantitativo
di cocaina.

2. Tanto premesso, il primo motivo di ricorso è infondato.
2.1. Premesso che i delitti contestati al Gjuzi si devono considerare di pari
gravità, il Tribunale ha ritenuto radicata la competenza territoriale del giudice
procedente in relazione al luogo di ipotizzata commissione del reato contestato al
capo 28, indicato in diverse località tra le quali la città di Posada, considerando in
ogni caso che, anche con riferimento al luogo in cui vivono il Gjuzi ed il Gjepali,
in cui secondo il Tribunale certamente si sono raggiunti gli accordi per l’acquisto
e la cessione dello stupefacente, la competenza territoriale sarebbe stata
correttamente individuata.
2.2. Si tratta di argomentazione conforme al dettato normativo, che radica
in via generale la competenza territoriale nel luogo in cui il reato è stato
consumato (art.8, comma 1, cod.proc.pen.) posto che, secondo quanto si legge
nel capo d’imputazione n.28, Andi Gjuzi è indagato per aver acquistato e
detenuto ingenti quantità di sostanze stupefacenti (hashish e cocaina) cedendole
a soggetti non identificati in diverse località, tra le quali la città di Posada e che,
in materia di reati concernenti la cessione di stupefacenti, è correttamente
indicato come territorialmente competente il giudice del luogo in cui si è
perfezionato l’accordo tra acquirente e venditore (Sez.6, n.20543 del

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trovato in possesso di circa due chilogrammi di hashish, fra i quali il ricorrente

04/05/2010, Avitabile, Rv. 247385). Si deve, in proposito, rammentare che la
pluralità di condotte illecite nelle quali può sostanziarsi il reato previsto
dall’art.73 T.U. Stup., norma a più fattispecie formalmente alternative, sebbene
non impedisca l’unificazione di tali plurime condotte sotto il profilo sanzionatorio,
consente tuttavia di recuperare l’autonomia delle singole condotte ai fini
dell’individuazione del giudice territorialmente competente quando non si
riferiscano alla stessa sostanza stupefacente e non siano indirizzate ad un unico
fine (Sez.4, n. 6203 del 19/11/2008, dep. 2009, Canu, Rv. 244101; Sez. 4, n.

2.3. La censura mossa nel ricorso trascura, peraltro, che l’indicazione del
/ocus commissi delicti nel Comune di Posada, pacificamente rientrante nel
territorio di competenza del giudice che procede, è riferibile secondo il capo
d’imputazione alla cessione di sostanze stupefacenti a soggetti non identificati e
tale riferimento non risulta smentito, contrariamente a quanto sostenuto nel
ricorso, dal contenuto dell’intercettazione ambientale richiamata come all. n.302
nell’ordinanza applicativa della misura cautelare, tanto più che tale punto
dell’ordinanza genetica non contiene alcun riferimento al fatto che il luogo di
cessione dello stupefacente sia stato desunto da tale intercettazione ed essendo
richiamate, in relazione ai gravi indizi di colpevolezza relativi al capo n.28,
numerose altre intercettazioni telefoniche.
2.4. Il ricorrente sostiene, inoltre, che non troverebbe applicazione al caso
concreto la regola suppletiva dettata dall’art.9 cod.proc.pen., con
argomentazione che, tuttavia, rimanda alla competenza territoriale determinata
per il primo reato, onde l’infondatezza della censura indicata al punto n.2.3
rende ultronea l’analisi di tale doglianza.

3. Il secondo ed il terzo motivo di ricorso possono essere esaminati
congiuntamente: si tratta di motivi infondati.
3.1. Il sindacato sul giudizio di sussistenza delle esigenze cautelari, al quale
il ricorrente ha limitato l’impugnazione dell’ordinanza del Tribunale del riesame in
punto di presupposti della misura, non può prescindere dal contenuto del
provvedimento impugnato che, contrariamente a quanto sostenuto nel ricorso,
non ha totalmente omesso di fornire indicazione delle ragioni che hanno sorretto
il giudizio in merito all’attualità delle esigenze cautelari.
3.2. Richiamata la gravità indiziaria emergente dagli esiti investigativi e
sottolineato che, nel corso dell’interrogatorio di garanzia, l’indagato si era
avvalso della facoltà di non rispondere, il Tribunale ha, in proposito, desunto il
pericolo di reiterazione di analoghe condotte dal fatto che le contestazioni
fossero relative a cospicui quantitativi di cocaina, reiterati nel tempo e posti in

9496 del 31/01/2008, Baumgardt, Rv. 239259).

essere da un gruppo di soggetti con saldi contatti con un consistente numero di
fornitori, tali da garantire facili approvvigionamenti, ritenendo che Andi Gjuzi
avesse manifestato una personalità incline alla commissione di delitti in materia
di spaccio di stupefacenti. Il pericolo di recidiva è stato desunto dal fatto che,
anche in epoca successiva ai fatti oggetto di contestazione, l’indagato avesse
proseguito nell’attività di spaccio, con una condotta dell’8 febbraio 2013
accertata con sentenza di applicazione della pena.
3.3. Tanto premesso, ad avviso del Collegio, i rilievi mossi dal ricorrente in

giudizio prognostico relativo al pericolo di recidiva deve avere riguardo alle
specifiche modalità e circostanze del fatto, indicative dell’inclinazione del
soggetto a commettere reati della stessa specie e, in generale, alla personalità
dell’indagato, da valutare alla stregua dei suoi precedenti penali e giudiziari,
all’ambiente in cui il delitto è maturato, nonché alla vita anteatta dell’indagato,
come pure ad ogni altro elemento compreso fra quelli enunciati nell’art. 133 cod.
pen.
3.4. A detti elementi, all’evidenza, il giudice può fare riferimento
congiuntamente o alternativamente, potendo, quindi, inferire il concreto pericolo
di recidiva anche soltanto dalle specifiche modalità e circostanze del fatto-reato.
Così che, la negativa valutazione della personalità dell’indagato ben può fondarsi
sugli specifici criteri oggettivi indicati dall’art. 133 cod. pen., tra i quali rientrano,
appunto, la gravità del reato e le modalità della sua commissione, senza che il
giudice sia tenuto a motivare singolarmente sulla ricorrenza di tutti gli elementi
valutativi previsti dal predetto articolo (Sez. 5, n. 2416 del 19/05/1999,
Marchegiani, Rv. 214230).
3.5. D’altra parte, il parametro della concretezza, cui si richiama l’art. 274
lett. c) cod. proc. pen., non si identifica con quello dell’ «attualità» del pericolo
derivante dalla riconosciuta esistenza di occasioni prossime favorevoli alla
commissione di nuovi reati, dovendo, al contrario, il predetto requisito essere
riconosciuto alla sola condizione necessaria e sufficiente che esistano elementi
«concreti» (cioè non meramente congetturali) sulla base dei quali possa
affermarsi che l’indagato possa, verificandosene l’occasione, commettere reati
della stessa specie di quello per cui si procede, ossia che offendono lo stesso
bene giuridico (Sez. 4, n. 18851 del 10/04/2012, Schettino, Rv. 253864; Sez. 1,
n. 25214 del 03/06/2009, Pallucchini, Rv. 244829; Sez. 1, n. 10347 del
20/01/2004, Catanzaro, Rv. 227227).
3.6. Ed è indubbio che, alla luce di un pacifico insegnamento
giurisprudenziale, in tema di misure coercitive, la distanza temporale tra i fatti e
il momento della decisione cautelare, giacché tendenzialmente dissonante con
6

relazione al pericolo di reiterazione di reati della stessa specie sono infondati. Il

l’attualità e l’intensità dell’esigenza cautelare, comporti un rigoroso obbligo di
motivazione, sia in relazione al requisito dell’attualità, sia in relazione alla scelta
della misura (Sez. 6, n. 20112 del 26/02/2013, Strassil, Rv. 255725; Sez. 2,
n. 47416 del 30/11/2011, Pantano, Rv. 252050; Sez. 6, n.27865
del 10/06/2009, Scollo, Rv. 244417; Sez. 2, n.21564 del 08/05/2008,
Mezzatenta, Rv. 240112). Il legislatore ha, infatti, avvertito la necessità di
inserire, nell’art. 292, comma 2, lett. c) cod.proc.pen. – come novellato ad opera
della I. 8 agosto 1995, n. 332 – tra i requisiti che obbligatoriamente devono

quanto alle esigenze che giustificano la misura, alla valutazione “del tempo
traScorso dalla commissione del reato”; ciò sta a significare che la pregnanza del

periculum di volta in volta preso in considerazione, deve .necessariamente
in proporzione diretta con il tempus commissi delicti, sull’ovvia
presupposizione che, alla maggior distanza temporale dei fatti, ineluttabilmente
finisca di regola per corrispondere un proporzionale affievolimento delle esigenze
di cautela (Sez. U, n.40538 del 24/09/2009, Lattanzi, Rv. 244377).
3.7. Riguardata alla luce di tali criteri, la valutazione operata dal giudice del
riesame che, per ipotesi gravemente indiziarie di fatti commessi a distanza di
ventidue mesi dalla richiesta di misura cautelare, si è fatto carico di valutare
l’attualità del pericolo di recidiva alla luce di analogo reato di data successiva a
quelli per i quali si procede, in relazione al quale il Gjuzi ha formulato istanza di
applicazione della pena ai sensi dell’art.444 cod.proc.pen., risulta rispettosa del
suindicato rigoroso obbligo di motivazione, avendo esaminato criticamente
proprio la natura e la lontananza nel tempo dei fatti.

4. Il quarto motivo di ricorso è fondato.
4.1. Il Tribunale ha ritenuto che la misura in atto fosse l’unica adeguata a
tutelare la collettività in proporzione all’allarmante pericolosità sociale del
prevenuto.
4.2. Per come argomentata, l’ordinanza impugnata non risulta rispettosa dei
principi ai quali si deve ispirare il giudice della cautela, che impongono di
prendere in considerazione, qualora si debba giudicare dell’inadeguatezza di
misure meno afflittive rispetto alla custodia in carcere, l’ulteriore profilo che si
può descrivere in termini di prognosi di spontaneo adempimento da parte
dell’indagato agli obblighi ed alle prescrizioni eventualmente collegati alla misura
meno afflittiva. Il Tribunale ha, infatti, del tutto trascurato di esaminare elementi
specifici inerenti al fatto, alle motivazioni della condotta e alla personalità del
soggetto al fine di valutare il peculiare profilo della propensione dell’imputato a
non attenersi di sua spontanea volontà agli obblighi ed alle prescrizioni

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comporre la motivazione dell’ordinanza cautelare, anche lo specifico riferimento,

finalizzate ad impedire, in regime diverso dalla custodia in carcere, nuovi contatti
con l’ambiente del narcotraffico (Sez.6, n.44904 del 23/10/2013, non massimata
sul punto; Sez.1, n.30561 del 15/07/2010, Miceli, Rv.248322; Sez.4, n.37644
del 30/06/2004, Rinaudo, n.m.; Sez.2, n.5699 del 21/11/1997, Primerano,
Rv.209028).

5. Conclusivamente, l’ordinanza impugnata non risulta aver fornito adeguata
motivazione con riferimento alle ragioni per cui le circostanze concrete inerenti

carcere, da tale valutazione conseguendo l’annullamento sul punto dell’ordinanza
impugnata, con rinvio per nuovo esame al Tribunale di Sassari.

6. Deve essere disposto inoltre che copia del presente provvedimento sia
trasmessa al direttore dell’istituto penitenziario competente perché provveda a
quanto stabilito dall’art. 94, comma 1-ter disp. att. cod.proc.pen.

P.Q.M.

Annulla la impugnata ordinanza con rinvio al Tribunale di Sassari per nuovo
esame e ciò limitatamente alla adeguatezza della misura cautelare. Rigetta nel
resto.
La Corte dispone inoltre che copia del presente provvedimento sia trasmessa
al direttore dell’istituto penitenziario competente perché provveda a quanto
stabilito dall’art. 94 c. 1 ter disp. att. c.p.p.

Così deciso il 10/03/2015

all’imputato inducono a privilegiare il mantenimento della custodia cautelare in

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