Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 15210 del 10/03/2015


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Penale Sent. Sez. 4 Num. 15210 Anno 2015
Presidente: ZECCA GAETANINO
Relatore: SERRAO EUGENIA

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
ORTU SANTINO N. IL 01/11/1954
nei confronti di:
MINISTERO ECONOMIA E FINANZE
avverso l’ordinanza n. 23/2012 CORTE APPELLO di PERUGIA, del
08/01/2014
sentita la relazione fatta dal Consigliere Dott. EUGENIA SERRAO;
lette~ le conclusioni del PG Dott.

Luigi Riello, che nella requisitoria scritta ha concluso per il
rigetto del ricorso;

vv.,

Data Udienza: 10/03/2015

RITENUTO IN FATTO

1. La Corte di Appello di Perugia, con ordinanza del 8/01/2014, ha respinto
la domanda di riparazione per ingiusta detenzione avanzata da Ortu Santino in
relazione alla privazione della libertà personale subita, nella forma della custodia
cautelare in carcere, dal 21 luglio 2008 al 23 marzo 2009 e, nella forma degli
arresti domiciliari, sino al 30 aprile 2009, dell’ambito di un procedimento penale
in cui era indagato per il reato di associazione a delinquere finalizzato alla

2.

La Corte territoriale ha ritenuto sussistente la condotta ostativa al

riconoscimento del diritto alla riparazione sulla base delle seguenti, specifiche,
circostanze fattuali: a) la notte tra il 28 e il 29 gennaio 2008 l’istante si trovava
a bordo dell’autovettura di tale Pala Pietro unitamente a tale Contena Carmelo;
b) dalle intercettazioni effettuate, era stato lo stesso Santino Ortu a concordare
l’incontro con il Pala; c) dalle rilevazioni del GPS apposto sull’auto del Pala
risultava che la destinazione era il supermercato Panorama di Sassuolo; d) le
intercettazioni ambientali avevano evidenziato il pieno coinvolgimento di Santino
Ortu nel coadiuvare Pala e Contena nella programmazione delittuosa, fornendo
agli stessi indicazioni sulla dislocazione funzionale del supermercato e sul
percorso dei furgoni, mostrando di avere attentamente studiato gli orari di
percorrenza e le modalità di consegna del denaro. Sulla base di tali elementi, il
giudice di merito ha ritenuto che la condotta dell’istante fosse indicativa dello
studio di un progetto criminoso al quale egli non era affatto estraneo,
desumendone che la volontaria inserzione di Santino Ortu in un contesto
delinquenziale di elevatissima capacità criminale e la sua partecipazione al
sopralluogo fossero tali da creare una situazione di allarme sociale e di doveroso
intervento dell’autorità giudiziaria, anche in ragione della caratura dei soggetti
intervenuti al sopralluogo e delle prospettate modalità dell’azione, ove l’uso del
termine autorizzava ad ipotizzare un’azione concertata con più
persone, avente come obiettivo uno dei furgoni addetti al ritiro del denaro.

3. Santino Ortu ricorre per cassazione censurando l’ordinanza impugnata per
violazione degli artt. 314 e 315 cod. proc. pen., inosservanza di norme
processuali stabilite a pena di nullità, inutilizzabilità, inammissibilità o
decadenza; vizio di motivazione nonché travisamento delle risultanze probatorie
in ordine alla ritenuta sussistenza di cause ostative al diritto all’indennizzo.
Secondo il ricorrente, dagli elementi probatori disponibili risulta l’assenza di
qualsivoglia condotta avente efficienza causale nella emissione della misura
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commissione di una serie di rapine e reati connessi.

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cautelare a suo carico tale da integrare una causa ostativa all’accoglimento della
domanda, posto che le considerazioni delle quali i giudici di merito si sono
avvalsi non risultano conformi alle acquisizioni processuali e alle statuizioni della
sentenza assolutoria;

l’iter decisionale dell’ordinanza impugnata non appare

sostenuto da un adeguato e logico apparato motivazionale. In particolare, si
assume che i giudici di merito avrebbero rivalutato gli elementi accusatori
travalicando il pronunciamento assolutorio, del quale sembra quasi non
condividano argomentazioni e conclusioni, posto che, secondo la sentenza

del supermercato Panorama in realtà mai realizzata concretamente, non
risultando a carico di Santino Ortu altri elementi, oltre quel sopralluogo, da cui
desumere che potesse far parte a pieno titolo dell’associazione criminosa. Nel
ricorso si sottolinea che gli elementi in base ai quali la Corte di Appello ha
ritenuto di assolvere l’imputato fossero gli stessi dei quali disponeva il Giudice
per le indagini preliminari al momento dell’applicazione della misura cautelare. Il
ricorrente si duole del fatto che nell’ordinanza impugnata siano riportati punti
della sentenza di condanna di primo grado e brani di conversazioni intercettate
in essa contenute in aperta contraddizione con le argomentazioni e le
osservazioni della sentenza di proscioglimento, senza che la Corte territoriale si
sia pronunciata sulla sussistenza di dolo o colpa grave, limitandosi a richiamare il
materiale probatorio acquisito in chiave accusatoria, dimenticando che si
procedeva a carico di Santino Ortu esclusivamente per il reato associativo, in
relazione al quale i giudici di appello hanno escluso la sussistenza di prove a suo
carico. Essendosi il ricorrente sempre proclamato innocente, la Corte territoriale
si è limitata ad indicare alcuni presunti elementi indiziari non riconducibili ad un
comportamento volontariamente negligente o colposo dell’interessato, giungendo
a considerare come avvenuti alcuni fatti in ordine ai quali il giudice della
cognizione ha affermato l’estraneità dell’imputato.

4. Il Procuratore Generale, in persona del dott. Luigi Riello, nella requisitoria
scritta ha concluso per il rigetto del ricorso.

5. Con memoria depositata il 3 dicembre 2014 il Ministero dell’Economia e
delle Finanze ha svolto argomentazioni difensive chiedendo che il ricorso sia
respinto.

6. Con memoria depositata il 20 febbraio 2015 il ricorrente ha replicato alla
requisitoria del Procuratore Generale.

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assolutoria, poteva emergere la progettazione di un’attività criminosa ai danni

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il ricorso non è fondato.

2.

Le censure mosse nel ricorso non trovano corrispondenza nel testo

dell’ordinanza impugnata, che ha svolto puntuali argomentazioni sulla base del
compendio istruttorio che sì presentava al giudice della cautela e che ha trovato
conferma, o non ha comunque trovato smentita nella sua consistenza fattuale,

2.1. Qui è sufficiente rilevare che, dopo aver richiamato il contenuto di
talune intercettazioni telefoniche ed ambientali captate nella fase delle indagini
preliminari, la Corte territoriale ha sottolineato come nella sentenza assolutoria
fosse stata accertata la progettazione di un’attività criminosa ai danni del
supermercato Panorama di Sassuolo, nel cui ambito l’Ortu, residente nella zona,
svolgeva il ruolo di ,
ancorchè successivamente la progettazione dell’attività criminosa non avesse
avuto seguito, da tanto desumendo, anche alla luce del contenuto delle
intercettazioni telefoniche ed ambientali, la non estemporaneità del passaggio
nella zona del supermercato ed il volontario inserimento dell’Ortu in un contesto
delinquenziale.
2.2. La Corte ha, in definitiva, valorizzato il rapporto di contiguità del
ricorrente con soggetti dediti ad attività delinquenziali, sia in ragione delle
comunicazioni intercettate, sia in ragione dell’incontro effettivamente avvenuto
al momento del nella zona del supermercato, non esclusi dalla
pronuncia assolutoria, ritenendo che tali elementi, pur non ritenuti idonei dal
giudice penale a fondare un giudizio di condanna, fossero tuttavia valutabili in
termini di colpa grave ai sensi dell’art.314 cod.proc.pen.
2.3. Giova sottolineare che, nel caso concreto, l’accertamento della condotta
ostativa è stato correttamente posto a fondamento della decisione di diniego in
quanto del tutto inconferente risulta quanto affermato nel ricorso, adombrando
la sussistenza dei presupposti applicativi dell’art.314, comma 2, cod. proc. pen.,
a proposito dell’asserita identità del compendio istruttorio esaminato dal giudice
della cautela e dal giudice della cognizione penale. E’ sufficiente osservare, in
proposito, che la pronuncia assolutoria, secondo quanto si evince proprio dal
ricorso, è stata emessa in grado di appello a seguito di dibattimento, in riforma
della pronuncia di condanna emessa in primo grado dal Tribunale in
composizione collegiale.

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nella sentenza assolutoria.

3. Come è noto, il rapporto tra giudizio penale e giudizio per l’equa
riparazione è connotato da totale autonomia ed impegna piani di indagine
diversi, che possono portare a conclusioni del tutto differenti (assoluzione nel
processo, ma rigetto della richiesta riparatoria) sulla base dello stesso materiale
probatorio acquisito agli atti, ma sottoposto ad un vaglio caratterizzato
dall’utilizzo di parametri di valutazione differenti.
3.1. In particolare, è consentita al giudice della riparazione la rivalutazione
dei fatti, non nella loro valenza indiziaria o probante (smentita dall’assoluzione),

od imprudenza dell’imputato, l’adozione della misura, traendo in inganno il
giudice. In tal senso deve valutarsi la motivazione dell’ordinanza impugnata, che
il ricorrente tende a censurare ripercorrendo le valutazioni che avrebbero dovuto
essere proprie del giudice della cautela alla luce dell’esito assolutorio,
inconferenti nel giudizio di riparazione per ingiusta detenzione.
3.2. Inoltre, quanto alla utilizzabilità del materiale probatorio, va osservato
che la procedura riparatoria presenta connotazioni di natura civilistica, e, quindi,
nel suo ambito non possono operare automaticamente i divieti previsti dal codice
di rito esclusivamente per la fase processuale penale dibattimentale, e tra di
essi, il divieto di utilizzo degli atti delle indagini, che possono invece trovare
ingresso nell’alveo di una causa con impronta civilistica, quali fonti di prova
inquadrabili nella categoria delineata dall’art. 2712 cod.civ. (Sez. 4, n. 11428 del
21/02/2012 , Nocerino, Rv. 252735 ; Sez. 4, n.38181 del 23/04/2009, Ferrigno,
Rv. 245308; Sez. 4, n. 37026 del 03/06/2008, Bologna, Rv. 241981).
Essenziale, in proposito, è la verifica che gli elementi di prova acquisiti nelle
indagini e da utilizzare nel procedimento riparatorio, non siano smentiti (non
semplicemente non confermati) inequivocabilmente da acquisizioni del processo
dibattimentale, ipotesi non verificatasi nel caso concreto.

4. Con particolare riguardo al comportamento anteriore alla perdita della
libertà personale indicato nel provvedimento impugnato, le censure mosse dal
ricorrente risultano infondate, in quanto la Corte territoriale si è attenuta ai
principi di cui sopra, avendo posto a base della pronuncia di rigetto della
riparazione la condotta del ricorrente, indicata come fatto storico accertato nel
giudizio penale, concretata dal fatto che l’Ortu si fosse recato in auto unitamente
ai due coindagati nei pressi del supermercato per studiare un progetto
delinquenziale sulla base di informazioni da lui stesso fornite ai complici. Mette
conto sottolineare che le doglianze mosse con riferimento a tale preciso
elemento fattuale tendono a porre in discussione la valutazione operata dal
giudice della riparazione degli atti istruttori acquisiti nel procedimento penale in
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ma in quanto idonei a determinare, in ragione di una macroscopica negligenza

quanto i medesimi atti sarebbero stati giudicati insufficienti a fondare un giudizio
di colpevolezza. La censura sembra ignorare il costante indirizzo
giurisprudenziale, affermato dalla Corte di Cassazione anche a Sezioni Unite
(Sez. U n. 43 del 13/12/1995, dep. 1996, Sarnataro, Rv.203638), per cui, nel
procedimento per la riparazione dell’ingiusta detenzione, è necessario
distinguere nettamente l’operazione logica propria del giudice del processo
penale, volta all’accertamento della sussistenza di un reato e della sua
commissione da parte dell’imputato, da quella propria del giudice della

materiale, deve seguire un percorso logico-motivazionale del tutto autonomo,
essendo suo compito stabilire non se determinate condotte costituiscano o meno
reato, ma se queste condotte si siano poste come fattore condizionante alla
produzione dell’evento ; in relazione a tale aspetto della decisione,
il giudice ha piena ed ampia libertà di valutare il materiale acquisito nel
processo, non già per rivalutarlo, bensì al fine di controllare la ricorrenza o meno
delle condizioni dell’azione, sia in senso positivo che negativo, compresa
l’eventuale sussistenza di una causa di esclusione del diritto alla riparazione
(Sez. 4,n. 27397 del 10/06/2010, Rv. 247867; Sez. 4, n.23128 del 22/10/2002,
dep. 2003, Iannozzi, Rv. 225506); tale valutazione costituisce attività riservata
al giudice del merito e, ove non contrastante con fatti accertati o esclusi dal
giudice nel processo penale, non è sindacabile in sede di legittimità.

5. Le censure riferibili alla condotta successiva all’applicazione della misura
cautelare risultano del tutto generiche, facendosi esclusivo riferimento all’essersi
l’indagato protestato innocente, e non costituiscono, in difetto di specificità,
doglianze idonee a superare il vaglio di ammissibilità. Anche in un’ottica di cauto
apprezzamento del comportamento endoprocessuale dell’indagato, il giudice di
legittimità ha, in ogni caso, affermato che il comportamento silenzioso o
mendace possa essere rilevante quale condotta ostativa alla riparazione
dell’ingiusta detenzione, poiché il diritto all’equa riparazione presuppone una
condotta dell’interessato idonea a chiarire la sua posizione mediante l’allegazione
di quelle circostanze, a lui note, che contrastino l’accusa, o vincano ragioni di
cautela (Sez.4, n.7296 del 17/11/2011, dep. 2012, Berdicchia, Rv.251928;
Sez.3, n.44090 del 9/11/2011, Messina, Rv.251325; Sez. 4, n.40291 del
10/06/2008, Maggi, Rv. 242755; Sez. 4, n.15140 del 24/01/2008, Caria,
Rv.239808).

6.

L’impugnata ordinanza ha, dunque, fatto buon governo dei principi

interpretativi consolidati nella giurisprudenza di legittimità in tema di condott
6

riparazione, il quale, pur dovendo eventualmente operare sul medesimo

colposa ostativa al riconoscimento del diritto alla riparazione. Il ricorso deve
essere, pertanto, rigettato; segue, a norma dell’art.616 cod.proc.pen., la
condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali ed al rimborso
delle spese sostenute dal Ministero resistente, liquidate come in dispositivo.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese

dell’Economia per questo giudizio di cassazione, spese liquidate in C. 1.000,00.
Così deciso il 10/03/2015

processuali, nonché alla rifusione delle spese sostenute dal Ministero

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