Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 15209 del 26/02/2015


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Penale Sent. Sez. 4 Num. 15209 Anno 2015
Presidente: ZECCA GAETANINO
Relatore: DOVERE SALVATORE

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
MINISTERO DELL’ECONOMIA E FINANZE
ELHAMAN VEYSI N. IL 17/09/1974
avverso l’ordinanza n. 14/2013 CORTE APPELLO di PERUGIA, del
07/05/2014
sentita la relazione fatta dal Consigliere Dott. SALVATORE
DOVERE;
lette/stité le conclusioni del PG Dott.
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Uditi di sor Avv.;

-2)Cat/1.

Data Udienza: 26/02/2015

RITENUTO IN FATTO
1. Elhannan Veysi ha proposto ricorso per cassazione avverso l’ordinanza indicata
in epigrafe, con la quale è stata accolta l’istanza di riparazione per l’ingiusta
detenzione subita dal 21.12.2012 al 13.9.2013 in regime di custodia in carcere,
in relazione al delitto di cui all’art. 416 cod. pen., per il quale era stato emesso
decreto di archiviazione 3.10.2013, liquidandogli la somma di euro 4.008,94 a
titolo di indennizzo.
Lamenta il ricorrente che la quantificazione dell’indennizzo sia stata fondata sul

detenzione sul piano lavorativo e familiare.

2. Anche l’Avvocatura Generale dello Stato, in rappresentanza del Ministero
dell’Economia e delle Finanze, ha proposto ricorso per cassazione avverso
l’ordinanza indicata in epigrafe.
Lamenta la violazione degli artt. 314, 315 cod. proc. pen. e 91 c.p.c., per esser
stato condannato a rifondere due terzi delle spese del procedimento all’Elhaman
(essendo state dichiarate compensate le spese nella misura di un terzo)
nonostante si fosse costituito in giudizio non contestando l’avverso diritto.
Rimarca, l’esponente, che in ragione di tale comportamento processuale, il
procedimento non ha avuto natura contenziosa e che la legge non prevede altre
modalità per l’accertamento e il riconoscimento del diritto alla riparazione. La
mancata contestazione esclude la soccombenza del Ministero.
Deduce altresì violazione degli artt. 91 e 92 c.p.c. assumendo che anche in
relazione al quantum riconosciuto all’Elhaman, il Ministero non può essere
reputato nemmeno parzialmente soccombente perché esso aveva indicato come
riconoscibile proprio la somma liquidata dalla Corte di Appello.

3. Con memoria depositata il 10.2.2015, l’Avvocatura Generale dello Stato, nella
qualità, ha chiesto anche il rigetto del ricorso dell’Elhaman.

4. L’11.2.2015 il difensore dell’Elhaman ha depositato ‘memoria difensiva di
replica’

con la quale contesta le conclusioni rese dal P.G. requirente,

evidenziando come fosse stata depositata documentazione – richiamata nella
memoria – attestante il grave pregiudizio all’immagine, alla reputazione,
all’attività commerciale e alla vita familiare che era derivato all’Elhaman dalla
diffusione della notizia della carcerazione in un piccola città come Terni e come
l’assunto della Corte di Appello dell’assenza di prova sia meramente apodittico.
La Corte di Appello avrebbe dovuto esaminare tale documentazione.

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solo criterio aritmetico e non si sia tenuto conto delle conseguenze della

Inoltre chiede il rigetto del ricorso proposto dal Ministero dell’Economia e delle
Finanze, rilevando come questo avesse chiesto di limitare il risarcimento a
quanto risultante dall’applicazione del calcolo aritmetico.
CONSIDERATO IN DIRITTO
4. Il ricorso di Elhaman Veysey è fondato.
In tema di liquidazione dell’indennizzo relativo alla riparazione per ingiusta
detenzione, la giurisprudenza di legittimità si è stabilmente orientata (v. Sezioni
unite, 9 maggio 2001, Caridi) per la necessità di contemperare il parametro

all’articolo 315, comma 2 cod. proc. pen. (euro 516.456,90) ed il termine
massimo della custodia cautelare di cui all’articolo 303, comma 4, lett. c) cod.
proc. pen. espresso in giorni (sei anni ovvero 2190 giorni), moltiplicato per il
periodo anch’esso espresso in giorni, di ingiusta restrizione subita – con il potere
di valutazione equitativa attribuito al giudice per la soluzione del caso concreto
(in tal senso anche Sez. 4, n. 34857 del 17/06/2011 – dep. 27/09/2011,
Giordano, Rv. 251429), che non può mai comportare lo sfondamento del tetto
massimo normativamente stabilito. Si è così superato il contrasto tra le opposte
tesi dell’assoluta insufficienza del solo criterio aritmetico (Sez. 4, Sentenza n.
915 del 15/03/1995 P.G. in proc. Ministro lavoro Rv. 201632) e della
onnicomprensività di tale criterio (Sez. 3, Sentenza n. 28334 del 29/04/2003,
Porfidia, Rv. 225963).
Dato di partenza della valutazione indennitaria, che va necessariamente tenuto
presente, è costituito, pertanto, dal parametro aritmetico (individuato, alla luce
dei criteri sopra indicati, nella somma di euro 235,82 per ogni giorno di
detenzione in carcere ed in quella di euro 120,00 per ogni giorno di arresti
domiciliari, in ragione della ritenuta minore afflittività della pena).
Siffatto parametro non è vincolante in assoluto ma, raccordando il pregiudizio
che scaturisce dalla libertà personale a dati certi, costituisce il criterio base della
valutazione del giudice della riparazione, il quale, comunque, potrà derogarvi in
senso ampliativo (purchè nei limiti del tetto massimo fissato dalla legge) oppure
restrittivo, a condizione però che, nell’uno o nell’altro caso, fornisca congrua e
logica motivazione della valutazione dei relativi parametri di riferimento.
Il controllo sulla congruità della somma liquidata a titolo di riparazione é
sottratto al giudice di legittimità, che può soltanto verificare se il giudice di
merito abbia logicamente motivato il suo convincimento e non sindacare la
sufficienza o insufficienza dell’indennità liquidata, a meno che, discostandosi
sensibilmente dai criteri usualmente seguiti, lo stesso giudice non abbia adottato
criteri manifestamente arbitrari o immotivati ovvero abbia liquidato in modo

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aritmetico – costituito dal rapporto tra il tetto massimo dell’indennizzo di cui

simbolico la somma dovuta (Sez. 4, n. 10690 del 25/02/2010 – dep.
18/03/2010, Cammarano, Rv. 246424).

4.2. Tenendo presente le premesse appena esposte, va ritenuto che la Corte di
Appello non abbia fatto buon governo dei principi valevoli in tema di liquidazione
dell’indennizzo.
Infatti la Corte distrettuale ha evidenziato come non fosse stata data alcuna
prova di particolari conseguenze della detenzione sulla vita familiare e lavorativa

specifica somma e sostenuta da generiche affermazioni in punto di ricadute della
carcerazione. Tale affermazione appare sostanzialmente elusiva dell’onere di
tener conto della documentazione prodotta dall’istante e di rendere manifesta la
valutazione che se ne é fatta; né può ritenersi che tale valutazione sia rimasta
implicita, avendo la Corte distrettuale ritenuto che la documentazione prodotta
dall’istante non fosse idonea a dare dimostrazione dei danni asseriti. Anche in tal
caso, infatti, deve essere pur sempre esplicitato il percorso logico-giuridico
attraverso il quale si perviene ad una simile conclusione. Tenendo ovviamente
presente che l’istituto della riparazione di cui all’art. 314 cod. proc. pen. non ha
natura risarcitoria, sicchè anche le conseguenze pregiudizievoli eventualmente
riconosciute non possono essere valutate secondo i criteri tipici della liquidazione
dei danni. La riparazione per ingiusta detenzione, infatti, costituisce uno
strumento indennitario da atto lecito e non risarcitorio, diretto a compensare
solo le ricadute sfavorevoli (patrimoniali e non) procurate dalla privazione della
libertà, attraverso un sistema di chiusura con il quale l’ordinamento riconosce un
ristoro per la libertà ingiustamente, ma senza colpe, compressa, correlando,
perciò, la quantificazione dell’indennizzo alla sola durata ed intensità della
privazione della libertà, salvo gli aggiustamenti resi necessari dall’evidenziazione
di profili di pregiudizio più vasti ed esuberanti rispetto al “fisiologico” danno da
privazione della libertà (da ultimo, Sez. 4, Sentenza n. 21077 del 01/04/2014,
Silletti, Rv. 259237).

5. Anche il ricorso del Ministero é fondato.
Deve, invero, considerarsi che il rapporto processuale relativo alla riparazione
per ingiusta detenzione, ai sensi dell’art. 314 c.p.p., ha natura civilistica,
ancorché inserito in una procedura che si svolge davanti al giudice penale,
trattandosi di controversia che ha ad oggetto il regolamento di interessi
patrimoniali (l’attribuzione a quel titolo di una somma di denaro) tra il privato e
lo Stato; il carico delle spese di tale procedura va, conseguentemente, regolato

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dell’istante, il quale aveva avanzato una richiesta priva dell’indicazione di una

secondo il principio di soccombenza di cui all’art. 91 c.p.c. (cfr. Cass., Sez. Un.,
n. 8/1999; id., Sez. Un., n. 2/1992; id., Sez. Un., n. 1/1992).
In tale contesto, occorre, altresì, considerare che l’attivazione di tale procedura è
assolutamente necessaria perché il privato consegua l’indennizzo dovuto, sicché
lo Stato, e per esso il Ministero dell’Economia e delle Finanze (già del Tesoro),
non può spontaneamente procedere, in mancanza di tale attivata procedura e
quindi extragiudizialmente, a determinazione alcuna, nè relativamente all’an, nè
relativamente al quantum debeatur in ordine alla pretesa del privato. Ne

richiesta del privato, nè sull’an, nè sul quantum della pretesa fatta valere, essa
non può essere considerata soccombente nella relativa procedura e non può,
quindi, essere condannata al rimborso delle spese processuali sostenute dalla
parte privata.
Pertanto, nel procedimento di riparazione per l’ingiusta detenzione, la P.A., nel
caso non si opponga alla pretesa dell’interessato, non può essere considerata
soccombente e non può pertanto essere condannata al rimborso delle spese
processuali sostenute dalla parte privata (Sez. 4, n. 34997 del 28/05/2008 dep. 09/09/2008, Ministero Economia Finanze, Rv. 240563).

6. L’ordinanza impugnata merita quindi di essere annullata con rinvio alla Corte
di appello di Perugia, la quale dovrà procedere a nuove esame tenendo conto di
quanto sopra evidenziato.
P.Q.M.
Annulla l’ordinanza impugnata e rinvia per nuovo esame alla Corte di
Appello di Perugia.
Così deciso in Roma, nella camera di consiglio del 26/2/2015.

consegue che ove la Pubblica Amministrazione non si opponga affatto alla

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