Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 15172 del 03/02/2015


Clicca qui per richiedere la rimozione dei dati personali dalla sentenza

Penale Sent. Sez. 4 Num. 15172 Anno 2015
Presidente: ZECCA GAETANINO
Relatore: D’ISA CLAUDIO

SENTENZA
Sul ricorso proposto da:
MARRONE FIORENZO

n. il 4.07.1952

avverso la sentenza n. 1458/2013 della Corte di appello di L’Aquila del
15.04.2013
Visti gli atti, la sentenza ed il ricorso
Udita all’udienza pubblica del 3 febbraio 2015 la relazione fatta dal
Consigliere dott. CLAUDIO D’ISA
Udito il Procuratore Generale nella persona del dott. Giulio Romano
che ha concluso per l’inammissibilità del ricorso.

L’avv. Massimo Citrulli, difensore di fiducia del ricorrente, insiste per
l’accoglimento del ricorso.

Data Udienza: 03/02/2015

RITENUTO IN FATTO
Il Tribunale di Vasto, con sentenza del 14.02.2008, aveva ritenuto
responsabili MARRONE Fiorenzo e Volpe Camillo, nelle rispettive qualità di datore
di lavoro e di responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione, del delitto di
cui all’art.589 cod. pen., ai danni di D’Alonzo Pietro Paolo, aggravato dalla
violazione di norme antinfortunistiche, formalmente contestate.
Era rimasto provato, e non contestato dagli imputati, che la macchina,
impilatrice SACMI, installata in azienda appena tre mesi prima dell’incidente,

manomessa nel sistema di protezione, in particolare erano state disattivate le
fotocellule che bloccavano il funzionamento della macchina qualora il lavoratore
fosse entrato nell’area di rischio, la disattivazione era avvenuta mediante
l’inserimento di “ponticelli” nel quadro elettrico e, certamente, era stata opera di
persona esperta.
Nel caso di specie, il lavoratore, probabilmente per togliere una
piastrella sulla rulliera, si poneva nella zona rischio rimanendo schiacciato dalla
pinza della macchina rimasta in funzione per il mancato inserimento del
dispositivo di blocco, decedendo sul colpo.
La Corte d’appello di L’Aquila, adita da entrambi gli imputati, nel
confermare parzialmente la sentenza impugnata, ha condiviso la relativa
motivazione laddove ha ritenuto che l’incidente mortale è stato conseguenza
della manomissione, operata da persona esperta, con esclusione degli stessi
lavoratori addetti, ma che era da addebitare ad una iniziativa organizzata proprio
dal datore di lavoro per rendere più agile la manovra sulla macchina, tanto che,
dalle testimonianze acquisite degli altri dipendenti, è risultato che i dispositivi di
sicurezza erano disattivati o rotti anche in altre macchine. Comunque,
concludeva, anche se la manomissione non fosse da addebitare al datore di
lavoro, vi sarebbe un evidente difetto di controllo da parte del medesimo che è
tenuto a fronteggiare anche possibili condotte anomale dei dipendenti, con la
sola esclusione di quelle del tutto esulanti dalle loro incombenze o del tutto
imprevedibili.
La Corte d’appello ha ritenuto, invece, di escludere la responsabilità
penale del Responsabile del Servizio di Protezione Prevenzione in quanto
nessuna prova della manomissione è stata dallo stesso percepita e che sia
avvenuta in epoca antecedente all’ultima verifica a seguito della riunione
periodica della valutazione dei rischi, per cui non gli si poteva addebitare una
mancata valutazione del rischio in ragione di una superficiale verifica delle
modalità esecutive del lavoro.

Z.-

verificatosi 1’11.04.2004, cui era addetto il dipendente D’Alonzo, era stata

Ricorre per Cassazione avverso la sentenza della Corte distrettuale il
MARRONE Fiorenzo.
Si denunciano violazione di legge e vizio di motivazione; dopo una
premessa con riferimento ai principi che regolano la responsabilità del datore di
lavoro e dei relativi obblighi di diligenza, come desunti dal d.lgs n. 626/94,
all’epoca dell’incidente vigente, ma anche dei doveri che, in materia, ricadono
sullo stesso prestatore di lavoro che deve immediatamente denunciare le
eventuali anomalie nei sistemi antinfortunistici, si evidenzia, che la minuziosa

vi siano stati comportamenti di dipendenti e/o soggetti, rimasti estranei alla
vicenda processuale, che hanno dolosamente provocato la manomissione dei
comandi elettrici della macchina e, dalla stessa istruttoria, non è emerso il
benché minimo elemento sulla certezza o probabilità di un legame tra la
dirigenza dell’azienda e la manomissione.
Anzi, si assume, è stata rilevata la completa ignoranza da parte del
datore di lavoro della mancata attivazione delle fotocellule sul macchinario
acquistato qualche mese prima dell’incidente e collaudato alla data del
31.01.2004, sul quale, apparentemente, si aveva certezza del funzionamento del
detto sistema di sicurezza. Elemento emerso, altrettanto in maniera certa, è la
consapevolezza da parte degli stessi dipendenti della mancata attivazione
dell’impianto di fotocellule e che nessuna segnalazione era stata fatta alla
dirigenza o al responsabile della sicurezza. Si richiamano le testimonianze di
Ferragolo Antonio e di Di Domenico Tommasi, nonché di Di Santo Antonio,
rappresentante sindacale per la sicurezza dei lavoratori, che aveva partecipato
nella sua qualifica a tutte le riunioni con la dirigenza, il responsabile della
sicurezza ed altri, e dai relativi verbali non viene rilevato alcun accenno ad
eventuali sistemi di sicurezza disattivati. E’ evidente, dunque, per il ricorrente la
violazione dell’obbligo che incombe sui dipendenti ai sensi dell’art. 5 del D.Lgs
626/1994. Si argomenta che l’obbligo di vigilanza che si impone al datore di
lavoro, nella posizione di garanzia, necessita di una imprescindibile
contestualizzazione con riferimento alla tipologia di attività da effettuare, al
ruolo, al grado di esperienza e maturità vantate dal dipendente che subisce
l’infortunio: è eccessivo un obbligo di vigilanza che si traduce in un attività di
controllo “attimo per attimo” del lavoratore.

CONSIDERATO IN DIRITTO
I motivi esposti sono infondati e determinano il rigetto del ricorso.

istruttoria di primo grado ha fatto emergere come, nella causazione del sinistro,

La questione che pone il ricorrente, in diritto, è di verificare quale è la
portata dell’estensione dell’obbligo di controllo da parte del datore di lavoro circa
la efficienza degli impianti e la relativa sicurezza sul lavoro; in particolare, se tale
obbligo è in diretta correlazione con l’obbligo dei prestatori di lavoro di
rappresentare al datore di lavoro, o suo delegato, anomalie o inefficienze degli
impianti lavorativi, con la conseguenza che il rimprovero di colpa non avrebbe
senso in tutti i casi in cui l’evento verificatosi non è attribuibile ad un deficit di
diligenza da parte del datore di lavoro qualora non sia stato messo al corrente di

Invero, la Corte d’appello ha superato il problema posto dal ricorrente
argomentando, sulla base di considerazioni logiche, del tutto accettabili, che la
manomissione della macchina fu certamente opera di persona esperta e, quindi,
con tutta probabilità non già dei lavoratori addetti al suo uso ma di elettricista,
per cui era da ritenere che la manomissione era ricollegabile ad una iniziativa
presa proprio dalla dirigenza per rendere più agili le manovre sulla macchina. La
deduzione, per altro, è basata anche su testimonianze di altri lavoratori secondo
le quali i dispositivi di sicurezza erano disattivati o rotti anche in altre macchine.
Ciò considerato le censure del ricorrente, sotto questo profilo,
sarebbero inammissibili, in quanto propongono una diversa versione dei fatti
anch’essa basata su considerazioni logiche, ma il vizio di motivazione
denunciabile ex art. 606, comma I, lettera e) non può consistere nella mera
deduzione di una valutazione del contesto probatorio ritenuta dal ricorrente più
adeguata (Cass. pen., sez. V, 4 ottobre 2004, n.45420), ma deve essere volto a
censurare l’inesistenza di un plausibile e coerente apparato argomentativo a
sostegno della scelta operata in dispositivo dal giudicante.
Comunque, è necessario rispondere alla questione posta dal ricorrente
poiché la stessa Corte d’appello rileva che, ancorché la manomissione non fosse
dipesa dal datore di lavoro, egli risponde dell’evento essendo evidente il suo
difetto di controllo in ragione dell’obbligo su di lui incombente di fronteggiare
tutte le evenienze che possano incidere sulla sicurezza sul lavoro, ivi comprese
possibili condotte anomale di dipendenti, con la sola esclusione di quelle del tutto
esulanti dalle loro incombenze o del tutto imprevedibili.
Primariamente va ricordato che a carico del datore di lavoro, ai sensi
della normativa di cui al d.P.R. 547/1955 (art.391-392 ) e di quella generale in
materia di sicurezza aziendale (art.4 D.L.G.S. 626/1994) ed anche in riferimento
alla norma c.d. “di chiusura del sistema” ex art. 2087 cod. civ., il datore di
lavoro è costituito garante dell’incolumità fisica dei prestatori di lavoro, con
l’ovvia conseguenza che, ove egli non ottemperi agli obblighi di tutela, l’evento

anomalie dei macchinari.

lesivo correttamente gli viene imputato in forza del meccanismo reattivo previsto
dall’art. 40 C.P.P. Comma 2. Il compito del datore di lavoro è molteplice e
articolato, e va dalla istruzione dei lavoratori sui rischi di determinati lavori – e
dalla conseguente necessità di adottare certe misure di sicurezza – alla
predisposizione di queste misure (con obbligo, quindi, ove le stesse consistano in
particolari cose o strumenti, di mettere queste cose, questi strumenti, a portata
di mano del lavoratore), e, soprattutto, al controllo continuo, pressante, per
imporre che i lavoratori rispettino quelle norme, si adeguino alla misure in esse

deve avere la cultura e la forma mentis del garante del bene costituzionalmente
rilevante costituito dalla integrità del lavoratore, e non deve perciò limitarsi ad
informare i lavoratori sulle norme antinfortunistiche previste, ma deve attivarsi e
controllare, sino alla pedanteria, che tali norme siano assimilate dai lavoratori
nella ordinaria prassi di lavoro (cfr., Sez IV, 3 marzo 1995, Grassi). Sul punto
ebbero modo di intervenire anche le Sezioni Unite di questa Corte (Sez. Un, n.
6168 del 21/05/1988 Ud. – dep. 21/04/1989 – Rv. 181121) enunciando il
principio secondo cui “al fine di escludere la responsabilità per reati colposi dei
soggetti obbligati ex art. 4 del d.P.R. 27 aprile 1955, n. 547 a garantire la
sicurezza dello svolgimento del lavoro, non è sufficiente che tali soggetti
impartiscano le direttive da seguire a tale scopo, ma è necessario che ne
controllino con prudente e continua diligenza la puntuale osservanza (conf. Sez.
IV, 25.9.1995, Morganti, secondo cui le norme antinfortunistiche impongono al
datore di lavoro una continua sorveglianza dei lavoratori allo scopo di prevenire
gli infortuni e di evitare che si verifichino).
E’ però da rilevare, come suggerisce il ricorrente, che il sistema della
normativa antinfortunistica si è lentamente trasformato da un modello
“iperprotettivo”, interamente incentrato sulla figura del datore di lavoro che, in
quanto soggetto garante era investito di un obbligo di vigilanza assoluta sui
lavoratori (non soltanto fornendo i dispositivi di sicurezza idonei, ma anche
controllando che di questi i lavoratori facessero un corretto uso, anche
imponendosi contro la loro volontà), ad un modello “collaborativo” in cui gli
obblighi sono ripartiti tra più soggetti, compresi i lavoratori.
In giurisprudenza, dal principio “dell’ontologica irrilevanza della condotta
colposa del lavoratore” si è giunti – a seguito dell’introduzione del D. Lgs 626/94
– al ricorso del concetto di “area di rischio” che il datore di lavoro è chiamato a
valutare in via preventiva. Strettamente connessa all’area di rischio che
l’imprenditore è tenuto a dichiarare (c.d. DVR), si sono individuati i criteri che
consentissero di stabilire se la condotta del lavoratore dovesse risultare

previste e sfuggano alla superficiale tentazione di trascurarle. Il datore di lavoro

appartenente o estranea al processo produttivo o alle mansioni di sua specifica
competenza. Si è dunque ricorso al concetto di comportamento “esorbitante” o
abnorme” del lavoratore.
La recente normativa (D.Lgs 81/2008) impone anche ai lavoratori di
attenersi alle specifiche disposizioni cautelari e comunque di agire con
diligenza, prudenza e perizia.
Le tendenze giurisprudenziali si dirigono anch’esse verso una
maggiore considerazione della responsabilità dei lavoratori (c.d. “principio di

In buona sostanza, si abbandona il criterio esterno delle
mansioni e si sostituisce con il parametro della prevedibilità_intesa come
dominabilità umana del fattore causale.
Ed è, proprio, alla luce di tali considerazioni, che l’aspetto collaborativo
del prestatore di lavoro si integra con l’obbligo di controllo del datore di lavoro
laddove, però, questi abbia fornito tutti i mezzi idonei alla prevenzione, con la
conseguenza che egli non risponderà dell’evento derivante da una condotta
imprevedibilmente colposa del lavoratore.
Ma quando, invece, come nel caso di specie, al prestatore di lavoro è
stata messa a disposizione una macchina priva dei presidi di sicurezza (dato
processualmente accertato in maniera inconfutabile), viene meno qualsiasi
aspetto collaborativo di questi che possa esonerare il datore di lavoro dalla sue
responsabilità di controllo sui sistemi di sicurezza. Ed è significativo che, in ogni
caso, nell’ipotesi di infortunio sul lavoro originato dall’assenza o dall’inidoneità
delle misure di prevenzione, nessuna efficacia causale venga attribuita al
comportamento del lavoratore infortunato, che abbia dato occasione all’evento,
quando questo sia da ricondurre, comunque, alla mancanza o insufficienza di
quelle cautele che, se adottate, sarebbero valse a neutralizzare proprio il rischio
di siffatto comportamento (confr. Cass. pen. n. 31303 del 2004 cit.).
Al rigetto del ricorso segue la condanna del ricorrente al pagamento
delle spese processuali.
P.Q.M.
Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese
processuali.
Così deciso in Roma alla pubblica udienza del 3 febbraio 2015.

autoresponsabilità del lavoratore).

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA