Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 15159 del 14/07/2014


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Penale Sent. Sez. 4 Num. 15159 Anno 2015
Presidente: ZECCA GAETANINO
Relatore: CIAMPI FRANCESCO MARIA

SENTENZA
Sul ricorso proposto da :

CHIAPPONI MASSIMILIANO N. IL 24.12.1969
avverso la sentenza della CORTE D’APPELLO DI ANCONA in data 29 giugno 2012
sentita la relazione fatta dal Consigliere dott. FRANCESCO MARIA CIAMPI;
udite le conclusioni del PG in persona del dott. Alfredo Pompeo Viola che ha chiesto dichiararsi
inammissibile il ricorso

1.

2.

3.

RITENUTO IN FATTO
La Corte d’Appello di Ancona con l’impugnata sentenza, accogliendo il ricorso del PG
e respingendo quello dell’imputato, in parziale riforma della sentenza pronunciata a
seguito di giudizio abbreviato dal Tribunale di Ancona nei confronti di Chiapponi
Massimiliano e con cui lo stesso era stato ritenuto colpevole dei reati ascrittigli e
condannato alla pena ritenuta di giustizia, applicava allo stesso la sanzione
amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida per anni uno.
Il Chiapponi era stato tratto a giudizio per rispondere dei reati previsti e puniti
dall’art. 186, comma 7 e dall’art. 187, comma 8 C.d.S. perché quale conducente del
ciclomotore targato X3N9PB, di proprietà di terzi, rimasto coinvolto in un incidente
stradale in data 29 agosto 2009, trasportato presso l’ospedale di Ancona, rifiutava
di sottoporsi all’accertamento dello stato di ebbrezza alcolica attraverso la
determinazione del tasso alcolemico, nonché agli accertamenti dello stato di
alterazione psico-fisica correlata all’uso di sostanze stupefacenti, sebbene tali
controlli fossero stati legittimamente richiesti dagli agenti accertatori sulla base
della anomala dinamica del sinistro stradale, ricostruita attraverso le dichiarazioni
rese da un testimone nell’immediatezza dei fatti.
Avverso tale decisione ha proposto ricorso in cassazione a mezzo del proprio
difensore il Chiapponi denunciando la mancanza e/o contraddittorietà e/o manifesta
illogicità della motivazione in relazione al contestato reato ed il travisamento delle
prove. In particolare deduce che erroneamente la Corte territoriale avrebbe dato
per scontato e dimostrato che gli accertamenti a cui era stato chiamato a sottoporsi
il Chiapponi, erano di tipo non invasivo e che, in particolare, si trattava di analisi

Data Udienza: 14/07/2014

delle urine e che la sentenza impugnata aveva comunque travisato il fatto avendo
l’imputato dichiarato di non aver compreso che l’accertamento fosse stato richiesto
dalla PG. Invoca quanto meno la sussistenza di un ragionevole debbio in ordine
all’affermazione di penale responsabilità e lamenta la mancanza di motivazione in
ordine al diniego delle circostanze attenuanti generiche.

4.

5.

Il ricorso è infondato. Il ricorrente reitera, infatti, senza elementi di sostanziale
novità le stesse argomentazioni già confutate dalla Corte territoriale nella gravata
sentenza, con motivazione assolutamente congrua ed immune dai denunciati vizi di
legittimità. In particolare dalle decisioni dei giudici di merito emerge con chiarezza
che il Chiapponi ebbe ad opporre un netto rifiuto alle esplicite richieste formulate.
Le odierne deduzioni oltre che ripetitive, appaiono fondarsi in buona sostanza su
una diversa ricostruzione dei fatti, inammissibile in questa sede. Trattandosi
peraltro di reato contravvenzionale, va osservato che lo stesso è
punito in via generale, quanto all’elemento psicologico, sia a titolo di dolo che di
colpa (art. 42 c.p., comma 4) colpa la quale nella fattispecie, atteso il non
contestato dipanarsi dei fatti, si appalesa all’evidenza dalla oggettività degli
accadimenti, dappoiché l’imputato ha comunque incontestatamente frapposto il
rifiuto, integrante la violazione del precetto penale. Nè risulta agli atti che il
Chiapponi abbia dato prova di aver compiuto quanto era nelle sue possibilità per
osservare la norma violata (Cass., Sez. 1, n. 13365 del 19/02/2013, Rv. 255178)
senza che ciò integri, alcuna inversione dell’onere probatorio, dappoiché volta, la
dimostrazione dell’imputato, a provare l’eccezione difensiva rispetto alla prova della
colpa data dall’accusa nel rispetto delle regole generali sulla valutazione della
colpevolezza dimostrata dall’accusa. Per quel che concerne il significato da
attribuire alla locuzione «oltre ogni ragionevole dubbio», presente nel testo
novellato dell’art. 533 c.p.p. quale parametro cui conformare la valutazione
inerente all’affermazione di responsabilità dell’imputato, è opportuno evidenziare
che, al di là dell’icastica espressione, mutuata dal diritto anglosassone, ne
costituiscono fondamento il principio costituzionale della presunzione di innocenza e
la cultura della prova e della sua valutazione, di cui è permeato il nostro sistema
processuale. Si è, in proposito, esattamente osservato che detta espressione ha
una funzione meramente descrittiva più che sostanziale, giacché, in precedenza, il
«ragionevole dubbio» sulla colpevolezza dell’imputato ne comportava pur sempre il
proscioglimento a norma dell’art. 530, comma 2, c.p.p., sicché non si è in presenza
di un diverso e più rigoroso criterio di valutazione della prova rispetto a quello
precedentemente adottato dal codice di rito, ma è stato ribadito il principio, già in
precedenza immanente nel nostro ordinamento costituzionale ed ordinario (tanto da
essere già stata adoperata dalla giurisprudenza di questa Corte Suprema – per
tutte, cfr. Cass. pen., Sez. un., n. 30328 del 10 luglio 2002, Franzese, rv. 222139 , e solo successivamente recepita nel testo novellato dell’art. 533 c.p.p.), secondo
cui la condanna è possibile soltanto quando vi sia la certezza processuale assoluta
della responsabilità dell’imputato (cfr. Cass. pen., sez. II, n. 19575 del 21 aprile
2006, Serino ed altro, rv. 233785; sez. II, n. 16357 del 2 aprile 2008, Crisiglione,
rv. 23979; sez. II, n. 7035 del 9 novembre 2012, dep. 13 febbraio 2013, De
Bartolomei ed altro, rv. 254025). Infondata appare infine la lagnanza relativa alla
mancata motivazione in ordine alla concessione delle attenuanti generiche, avendo
comunque la gravata sentenza in ordine alla corretta statuizione e quantificazione
della pena.
Il ricorso va pertanto rigettato ed il ricorrente condannato, ai sensi dell’art. 616
c.p.p., al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.
Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali,

CONSIDERATO IN DIRITTO

Così deciso nella camera di consiglio del 14 luglio 2014

IL CONSIGLIERE ESTENSORE

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