Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 15012 del 01/04/2015


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Penale Sent. Sez. 1 Num. 15012 Anno 2015
Presidente: DI TOMASSI MARIASTEFANIA
Relatore: ROCCHI GIACOMO

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
ALOSI CARMELO N. IL 05/12/1957
avverso l’ordinanza n. 1029/2014 TRIB. SORVEGLIANZA di
PALERMO, del 27/05/2014
sentita la relazione fatta dal Consigliere Dott. GIACOMO ROCCHI t;
lette/sep.tfe le conclusioni del PG Dott.

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Uditi difensor Avv.;

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n:GrYta–

Data Udienza: 01/04/2015

RITENUTO IN FATTO

1. Con ordinanza del 27/5/2014, il Tribunale di Sorveglianza di Palermo
rigettava il reclamo proposto da Alosi Carmelo avverso quella del Magistrato di
Sorveglianza di Agrigento che aveva respinto l’istanza di liberazione anticipata
“speciale” ex d.l. 146 del 2013, trattandosi di detenuto per il quale era in
esecuzione una condanna per il delitto di cui all’art. 416 bis cod. pen., per il
quale non emergevano elementi probatori che rivelassero il concreto recupero

Il Tribunale confermava tale valutazione e ricordava che la legge di
conversione aveva introdotto il divieto di applicazione della liberazione “speciale”
per i condannati per taluno dei reati di cui all’art. 4 bis ord. pen., ritenuti
sintomatici di pericolosità.

2. Ricorre per cassazione Carmelo Alosi, deducendo violazione di legge e
vizio di motivazione.
Il Tribunale di Sorveglianza aveva dato atto della regolare condotta
carceraria tenuta dal detenuto, ma aveva negato un suo concreto recupero
sociale sulla base di considerazioni astratte; inoltre, il divieto di concessione del
beneficio ai condannati per i delitti di cui all’art. 4 bis ord. pen. violava il principio
di uguaglianza nonché l’art. 27, comma 3, Cost.. In effetti, la liberazione
anticipata trova applicazione non sulla base del reato commesso, ma sulla base
del comportamento e della positiva adesione al trattamento rieducativo.
Il ricorrente sottolinea, ancora di avere presentato la domanda di liberazione
anticipata speciale nel periodo di vigenza del d.l. 146 del 2013 e segnala la
disparità di trattamento tra i detenuti le cui istanze erano state decise
tempestivamente e quelli per i quali la decisione del Magistrato di Sorveglianza
era stata meno veloce.
Il ricorrente conclude per l’annullamento dell’ordinanza impugnata.

3. Il Procuratore Generale, nella requisitoria scritta, conclude per il rigetto
del ricorso.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il ricorso è infondato e deve essere rigettato.
Preliminarmente si deve osservare che la motivazione del provvedimento
impugnato è superflua nella parte in cui conferma la valutazione del Magistrato
di Sorveglianza in punto di mancata prova di un concreto recupero sociale del
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sociale del soggetto.

detenuto: infatti, il Magistrato aveva deciso prima della legge di conversione del
decreto legge 146 del 2013, utilizzando i criteri indicati in quella norma, mentre
il Tribunale di Sorveglianza ha respinto il reclamo vigente la legge 10 del 2014
che ha introdotto il divieto – senza eccezione – di applicazione della liberazione
anticipata “speciale” per i condannati per uno dei delitti di cui all’art. 4 bis ord.
pen..
Vigendo tale divieto, la valutazione che il d.l. 146 demandava al Magistrato

2. In relazione all’infondatezza dell’assunto che le modifiche apportate alla
disciplina della liberazione anticipata speciale in sede di conversione, con legge
n. 10 del 2014, del d.l. n. 146 del 2013 – escludendo dalla sfera d’applicazione
del beneficio i condannati per taluno dei delitti indicati nell’art. 4-bis ord. pen non s’applicherebbero al condannato che aveva fatto istanza prima di detta
conversione, non può non richiamarsi quanto già osservato con la decisione Sez.
1, n. 34073 del 27/06/2014, Panno, Rv. 260848, con la quale si è affermato il
principio secondo cui la disposizione di cui all’art. 4 del D.L. 23 dicembre 2013,
n. 146, non recepita dalla legge di conversione 21 febbraio 2014, n. 10, nella
parte in cui prevede un trattamento più favorevole per il condannato per uno dei
delitti previsti dall’art. 4-bis della legge 26 luglio 1975, n. 354, in relazione ai
comportamenti pregressi alla sua pubblicazione, e consistente in una maggiore
detrazione di pena ai fini della liberazione anticipata, non ha efficacia ultrattiva,
neppure se apparentemente vigente al tempo della domanda di concessione del
beneficio, sia perché alla materia in questione, in quanto estranea al diritto
penale sostanziale non è applicabile il principio di irretroattività della legge più
sfavorevole, sia perché, in generale, le regole attinenti al fenomeno della
successione di leggi nel tempo non si attagliano alla vicenda relativa alla sorte
delle disposizioni di decreti-legge non recepite nella legge di conversione.
2.1. E’ sufficiente qui ricordare, in particolare, che le deduzioni del ricorrente
che evocano principi in vario modo regolanti il fenomeno della successione di
leggi penali sostanziali nel tempo, non s’attagliano al differente fenomeno in
esame, che concerne la sorte delle disposizioni di un decreto-legge non recepite
nella legge di conversione e che trae regola direttamente dall’art. 77 Cost.
Questo, al terzo comma, dispone che «I decreti perdono efficacia sin dall’inizio,
se non sono convertiti in legge entro sessanta giorni dalla loro pubblicazione. Le
Camere possono tuttavia regolare con legge i rapporti giuridici sorti sulla base
dei decreti non convertiti». Non deroga, né potrebbe, a tale norma di rango
superiore l’art. 15, comma 5, della legge n. 400 del 1988, laddove prevede che
«Le modifiche eventualmente apportate al decreto-legge in sede di conversione

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di Sorveglianza ha perso ogni rilievo.

hanno efficacia dal giorno successivo a quello della pubblicazione della legge di
conversione, salvo che quest’ultima non disponga diversamente. […1», giacché
la disposizione sta solo a significare che, diversamente da quanto in precedenza
doveva ritenersi, tutti gli emendamenti approvati in sede di conversione entrano
in vigore il giorno successivo a quello della pubblicazione della relativa legge
(non più, cioè, dopo il decorso dell’ordinaria vacatio legis se nulla espressamente
era disposto al riguardo; cfr. Cass. Civ. Sez. 1, sent. n. 4781 del 02/05/1991,
Rv. 471926; Sez. 3, sent. n. 6368 del 07/06/1995, Rv. 492709). In altri termini,

salva è da ritenere per principio circoscritta ai soli atti o «rapporti giuridici sorti
sulla base dei decreti non convertiti», ovvero ai cosiddetti “fatti concomitanti”, e
non può in alcun modo essere estesa sino al riconoscimento di un diritto o di una
aspettativa per comportamenti o situazioni precedenti solo perché la relativa
domanda era ancora sub iudice al momento della conversione del decreto.
Come osserva, difatti, C. cost. n. 51 del 1985, «il comma terzo e ultimo
dell’art. 77 Cost., mentre collega la mancata conversione a una vicenda di
alternatività sincronica fra situazioni normative, in nessun caso considera la
norma dettata con “decreto-legge non convertito” come norma in vigore in un
tratto di tempo quale quello anzidetto; ed anzi, se interpretato sia in riferimento
al suo specifico precetto (privazione, per il “decreto – legge non convertito”, di
ogni effetto “fin dall’inizio”), sia in riferimento al sistema in cui esso si colloca
(inspirato – come appare anche dagli altri due commi dell’art. 77 Cost. – a
maggior rigore nella riserva al Parlamento della potestà legislativa) vieta di
considerarla tale». Ne discende che, «indipendentemente da quello che possa
ritenersi in proposito della norma dettata con decreto-legge ancora convertibile,
la norma contenuta in un “decreto-legge non convertito” non ha […] attitudine,
alla stregua del terzo e ultimo comma dell’art. 77 Cost., ad inserirsi in un
fenomeno “successorio”, quale quello descritto e regolato dai commi secondo e
terzo dell’art. 2 c.p.», ovverosia in un fenomeno successorio concernente norme
penali sostanziali per le quali vale il principio di irretroattività delle disposizioni di
sfavore, «limitatamente alla sancita applicabilità delle disposizioni di cui ai
commi secondo e terzo dell’art. 2 c.p. al caso del “decreto-legge non convertito”,
e quindi alla sancita operatività della “norma penale favorevole”, se in esso
contenuta, relativamente ai “fatti pregressi”». Mentre, come sottolinea la
sentenza citata, il principio di cui si tratta, se riferito a una alternanza normativa
del tipo considerato, può trovare applicazione «soltanto relativamente ai fatti
commessi nel vigore – anche se poi caducato – della “norma penale favorevole”
contenuta in un “decreto-legge non convertito” (cioè nell’orbita della vicenda di
alternatività), fatti rispetto ai quali soltanto sorge, ai fini dell’applicabilità del

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I’ “efficacia” del decreto-legge (in tutto o in parte) non convertito che può farsi

principio stesso, il problema dell’operatività del risultato normativo in discorso, e
rispetto ai quali soltanto tale risultato potrebbe equipararsi a una “norma penale
sfavorevole”; non anche relativamente ai “fatti pregressi”». A maggior ragione,
perciò, nella materia in esame, deve escludersi che possa avere vigore ultrattivo,
per i comportamenti di adesione al trattamento pregressi, la disposizione del
decreto-legge non recepita dalla legge di conversione, che a detti comportamenti
collegava un effetto favorevole.
2.2. E sicuramente non ha fondamento l’evocazione del canone della

vedere con il problema della ultrattività della norma penale più favorevole e che
non può trascendere la fondamentale differenza prima sottolineata tra i fenomeni
di successione delle legge nel tempo e quelli invece concernenti la «alternatività
sincronica fra situazioni normative (quali sono o cui sono collegate sia la
dichiarazione di illegittimità costituzionale che la mancata conversione di un
decreto-legge)». Detto criterio, presupponendo un fenomeno di vera e propria
successione di leggi, costituisce infatti, in relazione alle vicende successorie che
concernono norme processuali, mera espressione del principio tempus regit
actum, che seconda la regola codificata nell’art. 11, primo comma, delle
preleggi, altro non vuol dire se non che la validità e gli effetti degli atti è e
rimane regolata dalla legge vigente al momento della loro formazione e perciò,
lungi dall’escludere, postula al contrario che a tale legge gli operatori giuridici
debbano fare riferimento quando siano da valutare le conseguenze degli atti
processuali anteriormente compiti (tra moltissime: Corte cost., sentenza n. 49
del 1970).

3. Ritiene il Collegio che non possa neppure aderirsi all’opinione di
autorevole Dottrina che sostiene che l’esclusione dei condannati per i delitti
indicati dall’art. 4-bis ord. pen. operi, in base al tenore della norma vigente,
solamente per la liberazione anticipata speciale da concedersi, a norma del
comma 1 dell’art. 4 d.l. n. 146 del 2013 come convertito, per i periodi successivi
all’entrata in vigore della nuova disciplina, non con riferimento ai periodi
pregressi a far data dal 10 gennaio 2010, la esclusione non essendo ripetuta né
espressamente richiamata dal comma 2 dell’articolo 4.
La formulazione del testo normativo, a seguito degli emendamenti apportati
con la legge di conversione, non può dirsi felice, e potrebbe forse astrattamente
prestarsi ad interpretazioni disomogenee, quali quella ricordata, nonostante le
univoche contrarie proclamazioni dell’intento del legislatore, dichiaratamente
volto, senza eccezioni temporali, ad escludere dal novero dei soggetti che
possono godere della misura speciale i condannati per i reati di cui all’art. 4-bis.

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applicazione della legge vigente al momento della domanda, che nulla ha a che

Sembra però più corretto, sia sotto il profilo formale sia in considerazione
della tenuta sistematica della disciplina, che i vari commi che compongono l’art.
4 siano letti congiuntamente, in modo che tra loro si integrino e logicamente si
chiariscano. A ragionare diversamente, annettendo completa autonomia
normativa al comma 2, si avrebbe il paradossale effetto che solo ai condannati
che avevano già fruito di liberazione anticipata per la detenzione patita dal 10
gennaio 2010 al momento di entrata in vigore del decreto-legge potrebbe
riconoscersi l’ulteriore aumento di 30 giorni a semestre; non per esempio a quelli

l’avessero già, per le più disparate ragioni, tempestivamente ottenuto o
richiesto. E solo i primi, inoltre, potrebbero godere della ulteriore detrazione per i
semestri di pena in corso di espiazione alla data del 10 gennaio 2010: anche se
per avventura iniziati solo uno o due giorni prima. Se invece si pone mente al
principio guida di redazione dei testi normativi, secondo cui di regola l’unità base
dell’atto normativo è l’articolo e i commi hanno autonomia concettuale nei limiti
del criterio della progressione logica degli argomenti trattati, deve riconoscersi
che, secondo ragionevolezza, i primi tre commi dell’art. 4 del decreto 146 del
2013 si saldano tra loro e si prestano a comporre un sistema unitario che
riconosce ai condannati per reati diversi da quelli indicati dall’art. 4-bis una
ulteriore riduzione di pena, a titolo di liberazione anticipata e secondo i criteri
dell’art. 54 ord. pen., per tutti i semestri di pena detentiva scontata (in carcere)
comprendenti i periodi che vanno dal 10 gennaio 2010 al 24 dicembre 2015.
Non può ammettersi perciò che il comma 2 riacquisti autonomia al solo fine
di estendere ai condannati per delitti indicati nell’art. 4-bis l’applicazione
retroattiva di un beneficio all’epoca non previsto e di cui (22 non possono godere
a regime. In altri termini, la tesi dell’inesistenza di una disposizione di esclusione
per il passato sembra in contrasto non solo con l’intenzione del legislatore, ma
con la stessa obiettiva intenti° legis enucleabile dalla lettura coordinata del testo
normativo, altrimenti del tutto lacunoso e irragionevole.

4. Manifestamente infondata è da ritenere infine la questione di legittimità
costituzionale prospettata con riferimento all’esclusione dei condannati per i reati
di cui all’art. 4 bis ord. pen. dalla disciplina di favore in tema di liberazione
anticipata.
Al proposito è da chiarire: in primo luogo, che, riferendosi il ricorso a un
condannato per un determinato reato, la questione sarebbe rilevante nel caso in
esame solo con riferimento ai condannati per lo stesso reato; in secondo luogo,
che la disciplina di cui si discute rappresenta, per definizione espressa del
legislatore, una disciplina “speciale”, che estende con alcune eccezioni i vantaggi

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che, pur essendo nelle condizioni di ottenere il beneficio per il pregresso, non

conseguenti a un beneficio penitenziario già previsto e applicabile
indiscriminatamente a tutti i condannati.
Non si è in presenza perciò di una situazione in cui l’accesso al beneficio è in
radice precluso per il condannato per il delitto di cui all’art. 416 bis cod. pen.,
quale l’Alosi. Si assiste invece al fenomeno di una disposizione speciale, che
amplia a certe condizioni gli effetti di favore, escludendo però i condannati per
detto reato.
4.1. È agevole quindi l’osservazione che, trattandosi di disposizione speciale

di trattamento in quanto fossero individuabili situazioni assolutamente omologhe
differentemente e meglio trattate, da porre quali

tertia comparationís

appropriati: situazioni che il ricorrente non indica nemmeno.
4.2. La particolare gravità del delitto per il quale il ricorrente è stato
condannato consente d’altro canto di escludere che l’eccezione prevista dalla
disposizione speciale di favore possa essere ritenuta intrinsecamente
irragionevole e di per sé in contrasto con l’art. 27 Cost..

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese
processuali.

Così deciso il 1 aprile 2015

Il Consigliere estensore

Il Pres ente

di favore, in tanto sarebbe possibile porre un problema di irragionevole diversità

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