Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 14994 del 10/03/2015


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Penale Sent. Sez. 1 Num. 14994 Anno 2015
Presidente: GIORDANO UMBERTO
Relatore: BONITO FRANCESCO MARIA SILVIO

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
MISSO GIUSEPPE N. IL 20/02/1969
RUSSO MASSIMO N. IL 18/12/1974
SCHIAVONE VINCENZO N. IL 19/03/1978
avverso la sentenza n. 28/2013 CORTE ASSISE APPELLO di
NAPOLI, del 01/04/2014
visti gli atti, la sentenza e il ricorso
udita in PUBBLICA UDIENZA del 10/03/2015 la relazione fatta dal
Consigliere Dott. FRANCESCO MARIA SILVIO BONITO
Udito il Procuratore Generale in persona del Dott. C.Lvut
do
che ha concluso per ; C fu t‘
A

Udito, per la parte civile, l’Avv
Uditi qifensorcAvv. (4

Data Udienza: 10/03/2015

RITENUTO IN FATTO

1. Nell’ambito del più complesso procedimento penale, c.d.
Spartacus III, che ha coinvolto 58 imputati a carico dei quali è stato
contestato il reato di partecipazione camorristica e numerosi altri
reati a questo connessi, veniva separata la posizione processuale di
cinque imputati, tra i quali quella degli attuali ricorrenti, Misso
Giuseppe, Russo Massimo e Schiavone Vincenzo, giacchè a loro
carico contestato il reato di omicidio ai danni di Villano Nicola.
Detti imputati venivano pertanto giudicati dalla Corte di assise di
Santa Maria Capua Vetere per il reato associativo, per l’omicidio di
Villano Nicola, per l’ulteriore contestazione, nel frattempo
maturata, di tentato omicidio di Della Volpe Raffaele e per i reati
collegati a quelli omicidiari in tema di armi e ricettazione.
Con sentenza del 30 ottobre 2012 la Corte di primo grado assolveva
gli imputati, con ampia formula, da ogni reato diverso da quello
associativo, per il quale viceversa riconosceva la colpevolezza
condannando: Misso Giuseppe alla pena di anni tre di reclusione in
continuazione con la condanna, per reato ritenuto più grave,
giudicato dal Tribunale di Santa Maria Capua Vetere il 6.10.2006,
Russo Vincenzo alla pena di anni sei di reclusione e Schiavone
Vincenzo alla pena di anni uno di reclusione in continuazione con
altra condanna, per reato più grave, di cui alla sentenza del
Tribunale di Santa Maria Capua Vetere del 17.12.2004.
I giudici di primo grado fondavano il giudizio di colpevolezza sulle
dichiarazioni di dodici collaboratori di giustizia, valutati attendibili
intrinsecamente quanto all’accusa relativa all’appartenenza degli
imputati all’associazione camorristica dei casalesi, tenuto conto
della sostanziale concordanza di tale riferimento.
Per Misso Giuseppe la corte di primo grado richiamava le
dichiarazioni dei seguenti collaboranti: Piccolo Raffaele, Menale
Antonio, Cantone Francesco, Vargas Roberto, Cangiano Nicola e
quelle, definite meno puntuali, di Di Grazia Riccardo e Di Grazia
Paolo.
Per Schiavone Vincenzo la sentenza di prime cure valorizzava le
dichiarazioni di: Tavoletta Cesare, Pannullo Massimo, Diana Luigi,
Menale Antonio, Cangiano Nicola, Piccolo Raffaele, Cantone
Francesco, Vargas Roberto, Farina Antonio e quelle di Di Grazia
Riccardo, anche queste ultime definite meno puntuali.
Per Russo Massimo la motivazione di primo grado richiamava le
dichiarazioni collaborative di: Diana Luigi, Farina Antonio, Piccolo
Raffaele, Cantone Francesco, Froncillo Michele e quelle, ancora
i

una volta definite meno puntuali, di Menale Antonio, Vargas
Roberto, Tavoletta Cesare, Di Grazia Riccardo.
Dette dichiarazioni collaborative sono poi state giudicate
riscontrate, in termini individualizzanti esterni, dall’inserimento
degli imputati nelle c.d. “liste di copertone” e cioè in elenchi tratti
da supporti informatici sequestrati presso l’abitazione di Schiavone
Vincenzo, classe 1974, persona diversa dall’imputato omonimo,
soprannominato appunto “copertone”, elenchi nei quali sono
riportati i nomi degli affiliati al clan, la loro suddivisione in
sottogruppi con l’indicazione dei soggetti referenti e le somme
versate mensilmente a ciascuno di loro.
In riferimento ai ricorrenti, in tale documento Misso Giuseppe,
soprannominato “caricaleggio” risulta inserito nel primo gruppo col
nominativo di “Peppe Carical”, con l’indicazione del suo stato di
detenuto e con l’importo di euro 2000,00 versatogli, secondo i
contenuti di tale elenco, come stipendio mensile; Russo Massimo,
soprannominato “paperino”, risulta inserito nel secondo gruppo con
il nominativo di “Massimo”, con l’indicazione del suo stato “libero”
e la precisazione dello stipendio mensile pari ad euro 2000,00;
Schiavone Vincenzo, cl. 1978, soprannominato “petillo”, risulta
inserito nel primo gruppo con il nominativo di Vincenzo “petill”,
con l’indicazione del suo stato di detenuto e di quella relativa allo
stipendio mensile di euro 2000.
2. Avverso la sentenza di prime cure proponevano appello il P.M.,
il P.G. e tutti gli imputati e la corte adita, con la sentenza deliberata
il 10 aprile 2014, dichiarava inammissibile l’impugnazione del
P.M., accoglieva quella del P.G., indirizzata al trattamento
sanzionatorio, nei termini che appresso verranno chiariti e
confermava il giudizio di colpevolezza a carico degli appellanti.
In particolare la corte di secondo grado:
A. riteneva provata la permanenza della condotta associativa fino ad
epoca precedente al giorno 8 dicembre 2005, giorno di entrata in
vigore della 1. 251/2005 la quale, come è noto, ha introdotto un
regime sanzionatorio più severo per il reato di cui all’art. 416-bis
c.p., con la conseguenza che ai prevenuti ha ritenuto applicabile le
pene stabilite dalla normativa previgente;
B. considerava fondato l’appello del P.G. nella parte in cui aveva
rilevato la illegittima determinazione della pena a carico, per quanto
di interesse, degli imputati Misso e Schiavone, per i quali il giudice
di primo grado non aveva provveduto ad indicare, con
l’applicazione della continuazione, il reato più grave, limitandosi ad
indicare la pena in aumento ai sensi dell’art. 81 c.p.;
2

C. confermava il giudizio di colpevolezza a carico di Misso, Russo
e Schiavone quanto alla loro affiliazione al clan dei casalesi, i primi
due quali semplici partecipi, lo Schiavone come
dirigente/organizzatore, preliminarmente rigettando le eccezioni
pregiudiziali, di natura processuale, proposte dai predetti imputati;
D.1 in particolare al riguardo, per quanto di interesse, rigettava la
corte territoriale di secondo grado l’eccezione proposta dalle difese
di Misso e Schiavone circa la violazione, da parte del giudice di
primo grado, del principio che vieta il bis in idem, dappoichè
condannati con precedenti sentenze per il medesimo reato,
contestato temporalmente con condotta perdurante, eppertanto per
un tempo in qualche misura sovrapponibile a quello per cui è causa.
Al riguardo la corte argomentava distinguendo il valore processuale
della c.d. contestazione aperta da quello sostanziale, da quello cioè
legato al concreto accertamento del tempo della permanenza
allorchè da siffatto accertamento derivino conseguenze giuridiche,
di poi argomentando la diversità del tempus commissi delicti
riferibile alle due sentenze di condanna, quella passata in giudicato
e quella impugnata.
D.2 Rigettava altresì la corte di secondo grado l’eccezione con la
quale la difesa del Russo denunciava la inutilizzabilità “della
documentazione estrapolata dal p.c. sequestrato il 13.12.2004”
contenente la già menzionata “lista di copertone”, sul rilievo che
trattavasi di accertamento niente affatto irripetibile come
difensivamente sostenuto.
E. Quanto al merito, ripercorreva la sentenza impugnata le ragioni
di accusa e le indicazioni probatorie del giudice di primo grado,
riproponendo le dichiarazioni collaborative di contenuto accusatorio
acquisite al processo per ciascuno degli imputati, delibandone la
affidabilità intrinseca ed il valore di riscontro esterno
individualizzante dell’inserimento dei rispettivi nominativi nelle
citate “liste di copertone”. Ulteriori riscontri esterni
individualizzanti venivano indicati dalla sentenza impugnata in
quella di condanna per la estorsione, aggravata ai sensi dell’art. 7 1.
203/1991, commessa dallo Schiavone il 3.2.3004 ed in quella
deliberata in data 15.7.2005, ancora per una estorsione, anch’essa
aggravata ai sensi dell’art. 7 1. 203/1991, commessa dall’imputato il
31.10.2003.
G. Negava ancora la corte di secondo grado rilievo alla tesi
difensiva del Russo circa la qualificazione dei fatti ascrittigli, che
l’imputato domandava di riferire al reato di cui all’art. 648 c.p. e
non già a quello di cui all’art. 416-bis c.p..

3

Veniva altresì negata dalla sentenza impugnata l’applicabilità delle
circostanze attenuanti generiche in favore dello stesso Russo e dello
Schiavone.
H. Quanto, infine, al trattamento sanzionatorio, il giudice a quo
argomentava e statuiva: per Misso, il reato più grave tra quelli
compresi nella riconosciuta continuazione è il reato per cui è causa,
diversamente da quanto opinato dal giudice di prime cure ecome da
impugnazione sul punto del P.G. ricorrente, di guisa che, da una
pena base di anni quattro, si perviene alla pena definitiva di anni
sette di reclusione con aumento determinato ai sensi dell’art. 133
c.p.. Per Russo Massimo: appare del tutto equa la pena stabilita dal
giudice di primo grado in anni sei di reclusione. Per Schiavone
Vincenzo: preso atto del provvedimento adottato ai sensi dell’art.
671 c.p. dal giudice dell’esecuzione che ha fissato la pena di anni
13 e mesi 7 di reclusione ed euro 2350,00 di multa ed individuato,
in tale contesto, il reato più grave e la relativa sanzione già in
precedenza indicata come pena base, appare di giustizia, ai sensi
dell’art. 133 c.p., fissare un aumento in continuazione, per il reato
in esame, pari ad anni 4 di reclusione.
Determinando le pene nella misura appena detta, la corte di secondo
grado ha escluso per tutti gli imputati l’aggravante del sesto comma
dell’art. 416-bis c.p..
3. Impugnano per cassazione la sentenza di secondo grado tutti gli
imputati.
3.1 Misso Giuseppe, con l’assistenza del difensore di fiducia,
sviluppa due motivi di ricorso.
3.1.1. Col primo di essi denuncia la difesa ricorrente violazione ed
erronea applicazione dell’art. 649 c.p.p., in particolare osservando:
il reato permanente non può sfuggire alla regola della contestazione
ed in assenza di una diversa determinazione della sentenza rispetto
a quanto contestato, la condotta giudicata si protrae fino alla
sentenza di primo grado; l’insegnamento delle ss.uu., come è noto,
è nel senso che nella ipotesi in cui il P.M. non abbia indicato la data
finale della condotta delittuosa permanente, la stessa deve
intendersi persistente nel tempo e contestata fino alla sentenza di
primo grado; la distinzione tra valore processuale e sostanziale del
giudicato in tema di reato permanente è artificiosa e non può certo il
giudice valutare successivamente una sentenza passata in giudicato
e la condotta con essa giudicata; il Tribunale di Santa Maria Capua
Vetere, con la sentenza del 6.10.2006, in presenza di una
contestazione c.d. “aperta”, non aveva alcun onere di precisazione
in ordine al perché la condotta criminosa non veniva limitata ad un
periodo precedente la decisione; è l’imputato che deve provare un
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tempo minore della sua condotta delittuosa al fine di rendere meno
grave la condotta stessa a lui riferibile; d’altra parte il reato
contestato punisce, come è noto, l’adesione all’associazione,
l’appartenenza ad essa, che vengono meno soltanto in costanza di
un recesso volontario, della distruzione dell’associazione, della
interruzione giudiziale della permanenza; la sentenza del 2006 è
dunque un ostacolo giuridico insormontabile in relazione alla
proposta eccezione.
3.1.2 Col secondo motivo di impugnazione denuncia la difesa
ricorrente violazione degli artt. 192 commi 2 e 3, 530 co. 2 e 533
c.p.p., in particolare osservando ed argomentando: la sentenza
impugnata non ha tenuto conto della necessità di provare condotte
successive a quelle giudicate con la sentenza del 2006; il reato
risulta provato con il sintetico richiamo delle dichiarazioni di alcuni
collaboratori di giustizia, ma in assenza di una adeguata valutazione
della attendibilità intrinseca ed estrinseca di ciascuno di essi.
Si dà atto che la difesa passa in rassegna le dichiarazioni
collaborative richiamate in sentenza a carico dell’imputato,
evidenziandone quelle che ritiene essere limiti di genericità e
contraddizioni e lamentando la mancanza di motivazione su tali
rilievi in riferimento al disposto dell’art. 192 c.p.p..
3.2 Russo Massimo, assistito dal difensore di fiducia, sviluppa tre
motivi di impugnazione.
3.2.1 Col primo di essi denuncia la difesa ricorrente, ai sensi
dell’art. 606 lett. b), violazione degli artt. 178 lett. c), 191, 359, 360
c.p.p., in relazione alla mancata declaratoria di inutilizzabilità della
documentazione informatica estrapolata dal PC sequestrato il
13.12.2004, in particolare osservando: i giudici di merito hanno
ritenuto utilizzabili ai fini del giudizio il materiale estrapolato dal
PC sequestrato il 13.12.2004 (la più volte evocata “lista di
copertone”) e la corte ha condiviso sul punto la infondatezza delle
doglianze difensive circa il mancato espletamento della procedura
ex art. 360 c.p.p.; la motivazione a sostegno di tale tesi si appalesa
del tutto riduttiva e comunque omissiva rispetto al contrario
contributo tecnico fornito dal consulente della difesa, che ha
dimostrato la irripetibilità degli accertamenti tecnici di cui innanzi;
il consulente di parte ha depositato una relazione ed ha deposto
diffusamente e le sue dichiarazioni sono state evidenziate nell’atto
di appello, ancorchè inutilmente (si dà atto che l’atto difensivo
riporta testualmente ampi stralci delle dichiarazioni dibattimentali
del consulente di parte e delle testimonianze rese da personale
dell’amministrazione pubblica); le dichiarazioni del CT dimostrano
che sull’originale dell’HD non sono ripetibili accertamenti tecnici e
l’orientamento di legittimità richiamato dalla sentenza è unico; al

momento del sequestro del computer vi era un indagato, Schiavone
Vincenzo, detto “copertone”, di guisa che l’attività investigativa su
di esso andava eseguita nel rispetto dell’art. 360 c.p.p. e dei diritti
difensivi del predetto Schiavone; di qui la inutilizzabilità degli esiti
di tale attività investigativa e tecnico-investigativa.
3.2.2 Col secondo motivo di impugnazione denuncia la difesa
ricorrente vizio della motivazione in relazione all’art. 192 c.p.p., in
particolare osservando: la motivazione di accusa a carico del Russo
si avvale delle dichiarazioni di collaboratori di giustizia e del
riscontro esterno ad esse dato dalla “lista di copertone”; manca però
una analisi dell’attendibilità soggettiva dei chiamanti in correità o
reità; i principi giurisprudenziali al riguardo sono stati ignorati dalla
corte di merito; per Russo nessuno dei collaboratori ha fatto
riferimento a condotte sintomatiche dell’affectio societatis (si dà
atto che il ricorso riporta in sintesi i contributi collaborativi a
carico del Russo valutandoli criticamente); i collaboranti hanno
semplicemente affermato la partecipazione del Russo al sodalizio
senza alcuna ulteriore indicazione; i collaboranti non hanno indicato
le modalità attraverso le quali sarebbe stato consegnato lo stipendio
al Russo; non è accertato che il “Massimo” indicato nella lista fosse
l’imputato; nessuna motivazione risulta, infine, sviluppata in ordine
alla qualificazione diversa, proposta dalla difesa, in relazione alla
condotta del Russo (art. 648 c.p. in luogo dell’art. 416-bis c.p.).
3.2.3 Col terzo ed ultimo motivo di impugnazione denuncia la
difesa ricorrente vizio della motivazione in relazione agli artt. 81,
62-bis, 116, 133 c.p., in particolare osservando: non v’è
motivazione sulla quantificazione della pena ed è stato ignorato il
ruolo marginale dell’imputato; neppure motivate appaiono le
ragioni del diniego delle attenuanti generiche nella loro massima
estensione e dell’applicazione del minimo edittale.
3.3. Schiavone Vincenzo, assistito dal difensore di fiducia,
sviluppa tre motivi di impugnazione.
3.3.1 Col primo di essi denuncia la difesa ricorrente, ai sensi
dell’art. 606 c.p.p., co. 1, lett. b), c) ed e), violazione degli artt. 649
e 597 co. 3 c.p.p. e 416-bis, co. 2 c.p., in particolare osservando: la
sentenza merita censura in riferimento alla reformatio in peius della
sanzione inflitta in assenza di una impugnativa sul punto del P.M.
ovvero del P.G. ed in riferimento alla violazione del bis in idem;
quanto, nello specifico, alla violazione dell’art. 649 c.p.p.,
l’individuazione del termine finale della sentenza deliberata il 17
dicembre 2004 è rimasto ancorato al criterio presuntivo, giacchè la
corte di prime cure non ha affatto analizzato in concreto il
contenuto della pronuncia in oggetto, come pure ha avuto cura di
fare in relazione alle posizioni processuali di Russo, Bianco e
6

Verde; in sostanza il giudice di prime cure ha richiamato la
precedente sentenza di condanna dello Schiavone del 17 dicembre
2004 (primo grado) per poi concludere che, in quanto contestato il
reato associativo nel successivo processo fino al 2005, l’imputato
rispondeva per il segmento di condotta successivo al 17 dicembre
2004; detto punto della decisione non è stato impugnato né dal P.M.
né dal P.G., di guisa che su di esso si è formato il giudicato; la
Corte di appello ha negato che nel presente processo sia stata
acquisita la prova della partecipazione dell’imputato al sodalizio dei
casalesi fino al 2005, fissando il tempus commissi delicti al 4
febbraio 2004, ultimo arresto del prevenuto; ciò implica che la
sentenza impugnata ha violato il principio di cui all’art. 649 c.p.p. .
3.3.2 Col secondo motivo di impugnazione denuncia la difesa
ricorrente, ai sensi dell’art. 606 c.p.p., co. 1, lett. b), c) ed e),
violazione degli artt. 416-bis, commi 1 e 2 c.p. e 192 c.p.p., in
particolare denunciando l’assenza di prova in ordine al ruolo
associativo contestato al ricorrente e, quindi, la omessa
riqualificazione della sua condotta ai sensi del primo comma
dell’art. 416-bis c.p..
3.3.3 Col terzo ed ultimo motivo di impugnazione denuncia infine
la difesa ricorrente, ai sensi dell’art. 606 c.p.p., co. 1, lett. b), c) ed
e), violazione degli artt. 62-bis, 69, 416-bis c.p. co. 4, 132, 133 ed
81 c.p., in particolare osservando che il diniego di applicazione
delle circostanze attenuanti generiche e del minimo della pena
risulta non sostenuto da motivazione e che sul punto la corte di
secondo grado ha del tutto ignorato le ragioni difensive.
CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Sulla violazione del principio di cui all’art. 649 c.p.p.
denunciata da Misso Giuseppe e Schiavone Vincenzo nel primo
motivo sviluppato nei rispettivi ricorsi.
L’eccezione difensiva è infondata.
La situazione processuale determinatasi in concreto è la seguente:
sia il Misso che lo Schiavone sono stati processati in passato per
condotte partecipative al clan dei casalesi e per questo condannati
definitivamente; il Misso con sentenza del Tribunale di SMC
Vetere del 6.10.2006, lo Schiavone con sentenza dello stesso
tribunale del 17.12.2004.
Le contestazioni di reato in entrambi i casi si articolavano nella
forma c.d. “aperta”, utilizzando la formula: “con condotta
perdurante”.
Nel processo in corso agli imputati viene contestata la
partecipazione al clan dei casalesi “fino al 2005”.
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A. La tesi difensiva del Misso è che, attesa la contestazione aperta
della condotta partecipativa giudicata nel precedente processo, egli
è stato condannato per la stessa condotta attualmente contestatagli.
“Fino al 2005” è infatti indicazione temporale ricompresa nella data
della precedente sentenza di primo grado, il 6.10.2006.
Di qui, per la difesa, la violazione del principio che vieta il bis in
idem.
B. La tesi difensiva dello Schiavone è invece la seguente: il giudice
di prime cure ha richiamato la precedente sentenza di prime cure
che condannò l’imputato, quella del 17 dicembre 2004, per il reato
associativo, per concludere che, in quanto contestato il reato
associativo nel successivo processo fino al 2005, l’imputato
rispondeva per il segmento di condotta successivo al 17 dicembre
2004; detto punto della decisione non è stato impugnato né dal P.M.
né dal P.G., di guisa che su di esso si è formato il giudicato; la
Corte di appello ha negato che nel presente processo sia stata
acquisita la prova della partecipazione dell’imputato al sodalizio dei
casalesi fino al 2005, fissando il tempus commissi delicti al 4
febbraio 2004, ultimo arresto del prevenuto; ciò implicherebbe che
la sentenza impugnata ha violato il principio di cui all’art. 649
c.p.p. .
La corte distrettuale replica alle eccezioni difensive opponendo: la
regola per cui in costanza di contestazione aperta la permanenza
della condotta si considera cessata con la pronuncia della sentenza
di primo grado ha valore processuale e non sostanziale ed è fondata
su un criterio formale e presuntivo, di guisa che, qualora dalla data
della cessazione della permanenza debba farsi derivare, anche in
sede di cognizione, un qualsiasi effetto giuridico (come l’eventuale
dichiarazione ai sensi dell’art. 649 c.p.p. eppertanto relativa al
divieto di un secondo giudizio per un medesimo fatto) non può
bastare il mero riferimento alla data della sentenza di primo grado,
ma occorre verificare se, implicitamente ovvero esplicitamente,
l’accertamento della condotta risulti soddisfatto oltre la relativa data
e, se del caso, fino alla sentenza di primo grado.
Critica la difesa del Misso la motivazione appena sintetizzata sul
rilievo che essa risulterebbe artificiosa e che sarebbe inibito al
giudice della cognizione valutare i contenuti di una sentenza
successivamente al suo passaggio in giudicato.
C. La tesi sviluppata dalla corte distrettuale è coerente con la
lezione ermeneutica del giudice di legittimità alla quale il Collegio
aderisce.
Orbene, va innanzitutto chiarito che, quando il capo di imputazione
relativo ad un reato permanente si limiti ad indicare soltanto la data
iniziale del fatto o quella della denuncia, ma non anche la data di
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cessazione della permanenza, secondo superiore insegnamento
l’intrinseca idoneità di tale tipo di reato a durare nel tempo, anche
dopo l’avverarsi dei suoi elementi costitutivi, comporta che
l’originaria contestazione si estenda all’intero sviluppo della
fattispecie criminosa e che l’imputato sia conseguentemente
chiamato a difendersi, fin dall’origine, non soltanto in ordine alla
parte già realizzatasi di tale fattispecie, ma anche con riguardo a
quella successiva, perdurante fino alla cessazione della condotta o
dell’offesa e comunque non oltre la sentenza di primo grado, senza
che sia necessaria un’ulteriore specifica contestazione da parte del
p.m. (così: Cass., Sez. Unite, 11/11/1994, n. 11930, Polizzi).
Tale principio, hanno poi chiarito numerose pronunce di legittimità
sempre costanti sul punto, ha valore esclusivamente processuale e
non certamente sostanziale, di inversione dell’onere della prova:
“quasi che debba essere l’imputato, sol perchè accusato di un reato
di carattere permanente, a dimostrare, a fronte di una presunzione
contraria, la cessazione dell’illecito prima della data della condanna
in primo grado” (per tutte, Cass. sez. U. 13.7.1998 n. 11029,
Montanari; sez. 1, 1^ 3.9.1999 n. 10640, Valerio). S’è pertanto
ribadito che, quando dalla data di cessazione della permanenza
debba farsi derivare, sia in sede di cognizione che in sede esecutiva,
un qualsiasi effetto giuridico, “non può bastare il puro e semplice
riferimento alla data della sentenza di primo grado, ma occorre
verificare … ove si sia trattato di contestazione aperta, se il Giudice
di merito abbia o meno ritenuto, esplicitamente o implicitamente,
provata la permanenza della condotta illecita oltre la data
dell’accertamento” ed, eventualmente, se tale permanenza risulti
effettivamente accertata fino alla sentenza (Sez. 1, Sentenza del
14.12.2004, n. 774, Lucarelli; nello stesso senso Sez. 1, 17/11/2005,
n. 46583, Piccolo, rv. 232966 e, più di recente, Sez. V, 15/5/2007,
n. 25578, rv. 237707; Sez. 1, 12/7/2011, n. 33053, rv. 250828).
Orbene, nel caso di specie i giudici di merito hanno dato atto che la
precedente condanna, sul piano sostanziale, in riferimento al Misso,
ha giudicato condotte associative temporalmente collocate fino alla
seconda metà degli anni novanta (pagg. 30-32 della sentenza di
secondo grado), mentre in riferimento a Schiavone Vincenzo, ha
giudicato condotte che non hanno superato l’agosto del 1999
(pag.32/33 della stessa sentenza) di guisa che, in applicazione del
principio di diritto richiamato nella sentenza impugnata e qui
riconfermato, non risulta violato nella fattispecie la statuizione di
cui all’art. 649 c.p.p. e, con essa, il principio del ne bis in idem.

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In riferimento alla tesi difensiva sviluppata dallo Schiavone giova
altresì evidenziare che, sulla ricostruzione dei dati processuali, la
sentenza di secondo grado fissa alla data dell’ultimo arresto
dell’imputato il termine ad quem della condotta associativa. Tale
sentenza infatti, per un verso analizza la precedente sentenza di
condanna per dimostrare che in essa si fa riferimento a condotte
provate nel 1997, nel 1998 e nel 1999, e tanto per corroborare,
come detto, il superamento del valore processuale della permanenza
fino alla data della sentenza di primo grado in favore della lettura
viceversa sostanziale di tale dato cronologico. Per altro verso la
sentenza in scrutinio, alle pagine 33 e 34 richiama esiti processuali
volti ad evidenziare situazioni fattuali sempre anteriori all’entrata in
vigore della disciplina sanzionatoria più severa (dicembre 2005).
Quanto al giudicato ed all’appello del P.G., il rappresentante della
pubblica accusa ha proposto impugnazione sostenendo la tesi che la
permanenza del reato è stata contestata fino al 31 dicembre 2005 e
che pertanto si imponeva l’applicazione del regime sanzionatorio
più severo di cui alla 1. 251 del 5.12.2005, di guisa che palese di
evidenzia il travisamento della difesa dello Schiavone in ordine al
devolutum desumibile dalla impugnazione del rappresentante della
pubblica accusa.
Giammai ha, in ogni caso, fissato la corte di prime cure, alla data
della sentenza di primo grado del 17 dicembre 2004 il termine entro
il quale si è formato il giudicato circa la precedente condotta dello
Schiavone, la cui difesa ha tratto tale dato da una forzata
interpretazione della sentenza di prime cure, peraltro in un passo
riferito al Misso.
2. Manifestamente infondato è il secondo motivo del ricorso Misso.
Trattasi infatti di doglianza del tutto generica giacchè volta a
contestare la consistenza probatoria posta dai giudicanti a
fondamento del riconoscimento di colpevolezza del prevenuto.
In tale direzione la difesa censura, giova rammentarlo, la mancata
valutazione circa la attendibilità dei numerosi collaboranti le cui
dichiarazioni sono state valorizzate dai giudici di merito ed
argomenta causidicamente elencando contraddizioni, piccole e
grandi, rinvenute nel confronto tra esse.
Orbene, la censura circa la valutazione dell’attendibilità dei
propalanti è all’evidenza apodittica e facilmente confutabile con il
richiamo alle pagine da 48 a 51 della sentenza di secondo grado
nelle quali la corte affronta con diffuso argomentare proprio i temi
indicati dalla difesa.
10

Quanto, invece, alle esposte contraddizioni, ineludibili in una
fattispecie complessa come quella in esame, di esse non è stata
dimostrata la decisiva incidenza sul contenuto essenziale della
chiamata di correo (ovvero in reità) in riferimento alla condotta
contestata, la partecipazione al clan dei casalesi, e sul valore
probatorio del riscontro a tali dichiarazioni dato dalla c.d. “lista di
copertone”, dove l’imputato compare come sodale fruitore di uno
stipendio mensile di euro 2000,00.
2. Infondato è, altresì, il ricorso Russo.
2.1 Infondata si appalesa, preliminarmente, l’eccezione processuale
sviluppata diffusamente dalla difesa ricorrente, col primo motivo di
doglianza, in materia di inutilizzabilità del supporto informatico
sequestrato a Schiavone Vincenzo, cl. 1974, utilizzato dagli
inquirenti al fine di enucleare la “lista copertone”, nella quale, giova
ribadirlo, l’imputato compare come affiliato al clan e come fruitore
di uno stipendio mensile di euro 2000,00.
La tesi difensiva si fonda su una lunga disquisizione tecnica volta a
dimostrare che è stata analizzata una copia dell’originale in assenza
di una certificazione di conformità, che una delle due copie
utilizzate dagli inquirenti non è certamente conforme all’originale,
che mancano nelle copie analizzate 361 archivi elettronici, che nel
computer c’era un virus, che i files presenti in una copia non sono
presenti in altra copia, che sono state verificate nei files alterazioni
delle date.
Nulla di tutto ciò appare decisivo per concludere, anche nella forma
del dubbio, che il Russo non era elencato tra gli affiliati al clan dei
casalesi nella “lista copertone”, ovvero che detta lista non fosse
memorizzata nel computer sequestrato a Schiavone Vincenzo, cl.
1974 ed in forza di quale norma processuale un così decisivo
reperto probatorio dovrebbe essere dichiarato inutilizzabile.
Quanto poi alla violazione dell’art. 360 c.p.p., evocato dalla difesa a
tutela dei diritti difensivi di Schiavone Vincenzo, cl. 1974, trattasi
di censura irricevibile, giacchè non riferibile all’imputato
impugnante.
Ancorchè non essenziale, infine, per la confutazione delle tesi
difensive, osserva la Corte che gli accertamenti eseguiti dagli
inquirenti sul computer di cui innanzi sono di natura certamente
ripetibile, come costantemente ribadito da numerose (e niente
affatto isolate) pronunce di questa Corte di legittimità (Cass., Sez.
I, 05/03/2009, n. 14511; id. 26/02/2009, n. 11863; 30/4/2009, n.
23035).
2.2 Manifestamente infondata è poi la censura affidata dalla difesa
del Russo al secondo motivo di impugnazione.
11

Anche in questo caso infatti la dedotta omissione argomentativa
sulla attendibilità soggettiva dei collaboranti, anche in questo caso
del tutto genericamente esposta, trova puntuale smentita nella
motivazione puntualmente sviluppata dalla corte di secondo grado
nelle già indicate pagina 48-51 della sentenza impugnata.
Quanto, invece, all’assenza di specifiche dichiarazioni collaborative
relative ad episodi concreti dai quali dedurre l’ affectio societatis del
prevenuto, si richiama il dato inconfutabile della sua totale
disponibilità partecipativa al sodalizio, provata dalle concordi
dichiarazioni di almeno otto collaboratori di giustizia, dal suo
inserimento nella “lista di copertone” e dallo stipendio mensile del
quale l’imputato fruiva a carico del gruppo.
3.1 Manifestamente infondato è altresì il secondo motivo di
impugnazione, proposto da Schiavone Vincenzo (primo motivo è
stato trattato con quello analogo proposto dal ricorrente Misso, par.
1 che precede) giacchè del tutto generico.
A fronte infatti delle specifiche elencazioni, ad opera di nove
collaboratori di giustizia, delle funzioni dal medesimo svolte,
importanti e rilevanti, sempre e comunque espressive di un ruolo
verticistico all’interno del clan, si duole la difesa ricorrente della
mancata riqualificazione della sua condotta in termini di minore
rilevanza associativa.
La difesa in particolare, estrapola un passo della motivazione per
evidenziare la mancanza di concordi dichiarazioni collaborative sul
ruolo effettivo dell’imputato, in relazione al quale, viceversa, la
corte non ha dubbi, allorchè argomenta che i propalanti “descrivono
invero concordemente la sua vicinanza ai vertici del … gruppo
camorristico e la sua funzione di referente rispetto agli stessi nei
confronti degli altri partecipi e degli atri sottogruppi affiliati”.
4. Manifestamente infondati sono, infine, il terzo motivo del ricorso
Russo ed il terzo motivo del ricorso Schiavone, entrambi incentrati
sul trattamento sanzionatorio sia per la quantificazione della pena
sia per la mancata concessione delle circostanze attenuanti
generiche.
In tema di determinazione della misura della pena giova
rammentare che il giudice del merito, con la enunciazione, anche
sintetica, della eseguita valutazione di uno (o più) dei criteri indicati
nell’art. 133 cod. pen., assolve adeguatamente all’obbligo della
motivazione: tale valutazione, infatti, rientra nella sua
discrezionalità e non postula una analitica esposizione dei criteri
adottati per addivenirvi in concreto (Cass., Sez. II, 19/03/2008, n.
12749.
In riferimento poi alle attenuanti generiche, ai fini della loro
applicabilità o del diniego, assolve all’obbligo della motivazione
12

5. I ricorsi vanno, in conclusione, rigettati ed i ricorrenti condannati,
ai sensi dell’art. 616 c.p.p., al pagamento delle spese processuali.
P. T. M.
la Corte rigetta i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento delle
spese processuali.
Così deciso in Roma, addì 10 marzo 2015
Il cons. est.
Ti Presidente

lL

della sentenza il riferimento ai precedenti penali dell’imputato,
ritenuti di particolare rilievo come elementi concreti della di lui
personalità, non essendo affatto necessario che il giudice di merito
compia una specifica disamina di tutti gli elementi che possono
consigliare o meno una particolare mitezza nell’irrogazione della
pena (Cass., Sez. V, 06/09/2002, n.30284; Cass.,Sez. II,
11/02/2010, n. 18158) ovvero, il che è lo stesso, alla gravità della
condotta giudicata.
Nel caso di specie la Corte ha dapprima illustrato le ragioni della
doglianza e ad esse ha poi opposto non solo la estrema gravità del
reato, ma anche la persistente pericolosità sociale dimostrata dai
due imputati, da tempo ormai inseriti in uno dei gruppi criminali più
violenti della storia criminale nazionale, oltre che gravati da
numerosi precedenti penali.
Palese pertanto, in applicazione dei principi innanzi esposti, la
manifesta infondatezza della censura in esame sia sotto il profilo del
difetto di motivazione che della violazione di legge.

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