Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 14965 del 25/03/2015


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Penale Sent. Sez. 3 Num. 14965 Anno 2015
Presidente: MANNINO SAVERIO FELICE
Relatore: MENGONI ENRICO

SENTENZA

sui ricorsi proposti da
Della Ventura Antonio, nato a Maddaloni (Ce) il 27/10/1964
Rivetti Fabio, nato in Germania il 16/9/1982

avverso la sentenza pronunciata dalla Corte di appello di Napoli in data
31/10/2013;
visti gli atti, il provvedimento impugnato ed i ricorsi;
sentita la relazione svolta dal consigliere Enrico Mengoni;
sentite le conclusioni del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto
Procuratore generale Fulvio Baldi, che ha chiesto l’annullamento con rinvio della
sentenza limitatamente alla valutazione del bis in idem; rigetto nel resto;
sentite le conclusioni dei difensori dei ricorrenti, Avv. Marco Muscariello in
sostituzione dell’Avv. Antonio Abet ed Avv. Michele Di Fraia, che hanno chiesto
l’accoglimento dei ricorsi

RITENUTO IN FATTO

1. Con sentenza del 4/4/2008, il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere
assolveva Antonio Della Ventura e Fabio Rivetti dalle imputazioni loro ascritte ai

Data Udienza: 25/03/2015

sensi degli artt. 73, 74, d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309, per non aver commesso il
fatto.
2. Con pronuncia del 31/10/2013, la Corte di appello di Napoli, in totale
riforma della precedente, dichiarava entrambi gli imputati colpevoli dei reati loro
ascritti (assorbito quello di cui al capo I nella condotta di cui al capo B) e, per
l’effetto, condannava il Della Ventura alla pena di 28 anni di reclusione e Rivetti a
quella di 15 anni di reclusione, oltre spese e pene accessorie.
3. Propongono separati – ma quasi identici nei contenuti – ricorsi per

– violazione di legge con riguardo alle norma in tema di valutazione della
prova. La Corte di appello avrebbe ribaltato la sentenza di primo grado sulla
base soltanto dell’intercettazione ambientale n. 121 del 2005 e delle
dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia. Quanto alla prima, e con riguardo
al Della Ventura, mancherebbe però ogni riferimento al periodo successivo
all’arresto del medesimo (avvenuto nel maggio 2004), invero indispensabile
atteso che l’imputazione ex art. 74 cit. si sviluppa fino al novembre 2005; in ogni
caso, e per entrambi, la Corte avrebbe affermato un’interpretazione “soggettiva”
della conversazione, valorizzando le parole di uno solo degli interlocutori
(Mattioli) e trasformandola in prova contra se e contra alios, «assoluta, piena,
autosufficiente ed incontrovertibile», tale quindi da non necessitare di alcun
riscontro. Ed in tal modo, quindi, disattendendo i numerosi dubbi espressi dal
Giudice di prime cure quanto alla genuinità delle affermazioni del Mattioli e, in
generale, all’assenza di riscontri esterni. Quanto poi alle chiamate in correità, e
premesso che alcune riferiscono circostanze apprese soltanto de relato (Gerardi
e Roccolano), il Giudice di appello non avrebbe applicato i criteri ermeneutici
pacificamente affermati da questa Corte con riguardo all’art. 192, comma 3, cod.
proc. pen.. E per tacere, poi, che la sentenza non avrebbe neppure menzionato il
fatto che i coimputati Mattioli e Clemente Daniele Rivetti (fratello dell’altro),
giudicati separatamente con rito abbreviato, erano stati assolti dalle medesime
imputazioni di cui ai capi b) ed i) (Mattioli) e b) (Rivetti). Da ultimo, il solo Della
Ventura contesta (motivo n. 2) che la Corte non avrebbe affatto considerato la
memoria difensiva prodotta in giudizio, che evidenziava plurimi elementi di
inattendibilità e plurime contraddizioni ricavabili dalle dichiarazioni dei
collaboratori di giustizia;
– manifesta illogicità, contraddittorietà e carenza di motivazione in relazione
all’art. 6 CEDU in ordine alla rivalutazione del materiale probatorio. La Corte
avrebbe riformato la sentenza di primo grado in ragione di una diversa
valutazione del medesimo materiale probatorio esaminato dal primo Giudice, così

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cassazione entrambi gli imputati, deducendo:

disattendendo il costante insegnamento della Corte di Strasburgo che impone, in
tali casi, una rinnovata escussione dei testi, anche se non richiesta dall’imputato;
– difetto di motivazione quanto alla lamentata violazione del divieto di bis in
idem (Della Ventura). La Corte avrebbe rigettato l’eccezione con affermazioni
vaghe e superficiali, non valutando che le condotte di cui al presente
procedimento si sovrapporrebbero – comprendendole integralmente – a quelle di
cui alla sentenza G.i.p. Tribunale di Napoli n. 1975/2006 (peraltro, di
assoluzione), relativa alla medesima associazione per delinquere

CONSIDERATO IN DIRITTO

4. I ricorsi sono infondati.
Con riguardo al primo motivo, sollevato da entrambi i ricorrenti, occorre
innanzitutto ribadire che il controllo del giudice di legittimità sui vizi della
motivazione attiene alla coerenza strutturale della decisione di cui si saggia
l’oggettiva tenuta sotto il profilo logico-argomentativo, restando preclusa la
rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione e l’autonoma
adozione di nuovi e diversi parametri di ricostruzione e valutazione dei fatti (tra
le varie, Sez. 3, n. 12110 del 19/3/2009, Campanella, n. 12110, Rv. 243247). Si
richiama, sul punto, il costante indirizzo di questa Corte in forza del quale
l’illogicità della motivazione, censurabile a norma dell’art. 606, comma 1, lett e),
cod. proc. pen., è soltanto quella evidente, cioè di spessore tale da risultare
percepibile

ictu ocu/i;

ciò in quanto l’indagine di legittimità sul discorso

giustificativo della decisione ha un orizzonte circoscritto, dovendo il sindacato
demandato alla Corte di cassazione limitarsi, per espressa volontà del
legislatore, a riscontrare l’esistenza di un logico apparato argomentativo, senza
possibilità di verifica della rispondenza della motivazione alle acquisizioni
processuali (Sez. U., n. 47289 del 24/9/2003, Petrella, Rv. 226074).
In altri termini, il controllo di legittimità sulla motivazione non attiene né alla
ricostruzione dei fatti né all’apprezzamento del giudice di merito, ma è limitato
alla verifica della rispondenza dell’atto impugnato a due requisiti, che lo rendono
insindacabile: a) l’esposizione delle ragioni giuridicamente significative che lo
hanno determinato; b) l’assenza di difetto o contraddittorietà della motivazione o
di illogicità evidenti, ossia la congruenza delle argomentazioni rispetto al fine
giustificativo del provvedimento. (Sez. 2, n. 21644 del 13/2/2013, Badagliacca e
altri, Rv. 255542; Sez. 2, n. 56 del 7/12/2011, dep. 4/1/2012, Siciliano, Rv,
251760).

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convenzionalmente cessata con la pronuncia di primo grado.

Se questa, dunque, è l’ottica ermeneutica nella quale deve svolgersi il
giudizio della Suprema Corte, le censure che i ricorrenti muovono al
provvedimento con il primo motivo si evidenziano come manifestamente
infondate; ed invero, dietro l’apparenza di un difetto motivazionale, gli stessi
invocano a questa Corte una nuova ed alternativa interpretazione della prova
ritenuta fondamentale dal Giudice di appello (la conversazione n. 121 del
30/5/2005 tra Pasquale Aveta ed Orlando Mattioli), sollecitandone una lettura
diversa e più favorevole, con ogni conseguenza in termini di responsabilità

Quel che, come già affermato, non è consentito in questa sede.
A ciò si aggiunga – contrariamente all’assunto dei ricorrenti – che
l’interpretazione fornita dalla Corte di merito sulla prova medesima risulta
tutt’altro che «soggettiva», emergendo, per contro, come l’adeguata conclusione
di un percorso logico-giuridico ampiamente argomentato, ispirato a rigorosi
criteri valutativi, fondato su elementi intrinsecamente obiettivi e non contestati;
in sintesi, insindacabile da parte del Giudice di legittimità. In particolare, la
sentenza – muovendo dal pacifico dato letterale della conversazione e
dell’identità dei due interlocutori, quali Pasquale Aveta ed Orlando Mattioli – 1)
ne ha richiamato il contenuto, altrettanto certamente riferibile ad Antonio Della
Ventura e Fabio Rivetti; 2) ha sottolineato il ruolo di vertice ricoperto da Aveta e
Mattioli nelle distinte organizzazioni criminali di S. Nicola La Strada e Caserta,
valorizzandolo nell’ottica della profonda conoscenza che, in tal modo, i due
avevano dei traffici di droga e dei soggetti inseriti nelle stesse consorterie, specie
a livello apicale; 3) ha ricostruito la figura di Della Ventura (pluripregiudicato,
anche specifico, per condotte gravissime), soggetto criminale di particolare e
riconosciuto spessore, fornitore di stupefacente per diversi clan e vertice, a sua
volta, di uno di questi, la cui guida operativa aveva poi ceduto – dopo il proprio
arresto per il possesso di 1 chilo di cocaina (maggio 2004) – a Daniele Clemente
Rivetti e, di seguito, al fratello di questi, Fabio, nonché al Mattioli; 4) ha
specificato come, malgrado lo stato detentivo, il Della Ventura avesse sempre
mantenuto il proprio ruolo apicale nell’organizzazione, al punto che non rare
erano state le “ambasciate” a lui rivolte in carcere tramite la moglie; quelle
stesse comunicazioni che l’Aveta, sempre nel corso della “ambientale” n. 121,
prospettava al Mattioli di far pervenire al ricorrente per rappresentargli – punto
centrale della conversazione – il proprio disappunto in ordine alle condotte troppo
“disinvolte” di Fabio Rivetti (che aveva preso a spacciare nella zona di
competenza dell’Aveta medesimo, così “uscendo” da Caserta), in tal modo
ribadendo il ruolo di vertice che il Della Ventura ancora ben deteneva
nell’organizzazione, seppur in carcere da un anno («Io ho rispetto per

4

CE

penale.

Tonino…perché sennò ci vado io a casa della moglie di Tonino: “dite a Tonino che
levasse a questi scemi di mezzo, perché sennò io glieli ammacco. Perché io
voglio dire una cosa, il discorso è questo qua, che tu, Fabio (Rivetti, n.d.e.), tieni
una Caserta e vedo che neanche ti abbuffi»); 5) ha quindi concluso che «dalla
conversazione emerge con certezza la sussistenza di un’organizzazione dedita
alla stabile attività di detenzione e cessione di sostanze stupefacenti, che opera
in più fazioni, secondo una predeterminata suddivisione del territorio, e nel cui
ambito agiscono una pluralità di soggetti con diversità di ruoli, ma con stabile

detenzione; che in tale contesto si iscrive con collocazione apicale la figura del
Della Ventura, fornitore di entrambe le fazioni e con riconosciuto ruolo egemone
nella delimitazione dei territori e nella organizzazione delle attività di entrambe
le organizzazioni, oltre che diretto organizzatore del gruppo che opera in Caserta
in cui si inseriscono con definito ruolo di coordinamento ed esecutivo prima
Rivetti Daniele e poi Rivetti Fabio, essendo indubbia e condivisa nozione degli
interlocutori che la designazione dei germani Rivetti faccia diretto riferimento al
Della Ventura e che la stessa sia scandita storicamente prima dall’arresto di
quest’ultimo, il 31 maggio 2004 per la detenzione di un chilogrammo di cocaina,
e quindi dall’arresto di Rivetti Daniele il 7 novembre 2004 per il medesimo
reato».
Una motivazione, quindi, particolarmente ampia, analitica, logica ed immune
da censure, che, come tale, respinge la citata doglianza di lettura
“soggettivistica” e giustifica – con solido percorso argomentativo – la riforma
della sentenza di primo grado; quel che, peraltro, la Corte di appello motiva
anche alla luce di ulteriori riscontri istruttori, così disattendendo il vizio denunciato in tutti i ricorsi – secondo cui la conversazione n. 121 sarebbe stata
fatta assurgere a prova assoluta ed autosufficiente, rendendo superflua ogni
ulteriore verifica.
In particolare, la sentenza gravata richiama l’intercettazione n. 154 del
31/5/2005, dalla quale emerge che l’abitazione del Della Ventura «era il fulcro
dell’attività criminosa con particolare riguardo al ruolo di fornitore, tant’è che
presso la stessa sono stati prelevati cospicui quantitativi di sostanza
stupefacente di cui parlano gli interlocutori, appartenenti al gruppo dell’Aveta,
riferendo di un prelievo (di) un chilogrammo di cocaina effettuato durante la
notte – ancorché non sia specificata la data – ciò che conferma il ruolo anche di
fornitore del prevenuto». Ancora, la Corte di appello di Napoli riprende – ad
ulteriore conferma del ruolo apicale coperto dal Della Ventura nella zona di
Caserta, anche quale fornitore – le dichiarazioni rese dai collaboratori Paolo Di
Grazia e (soprattutto) Michele Froncillo; questi, in particolare, aveva ribadito che

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adesione tant’è che degli stessi ci si occupa pure durante il periodo di

il Della Ventura non intendeva cedere la propria posizione durante lo stato di
detenzione e, pertanto, aveva effettuato «consegne ai germani Rivetti ed a
Mattioli Orlando, all’epoca sottoposto all’obbligo di soggiorno e tratto in arresto
per averlo violato proprio per recarsi presso di lui», oltre che ai propri più stretti
congiunti. Le medesime circostanze – ed i medesimi ruoli – sono stati poi
ulteriormente confermati dalla Corte di appello con le dichiarazioni di altri
collaboratori, quali Antonio Gerardi e Raffaele Roccolano. In ordine a tutti questi
soggetti, inoltre, la sentenza ha motivato il proprio giudizio di piena attendibilità,

procedimenti a carico dei ricorrenti ed aveva riferito fatti sicuramente oggetto di
conoscenza diretta; 2) che il Gerardi «dimostra una conoscenza approfondita
delle vicende criminali della zona ed ammette la sua partecipazione alla
consorteria facente capo ad Aveta Pasquale», al pari del Roccolano.
Anche sul punto, quindi, la motivazione stesa dalla Corte di appello si
apprezza per congruità e criterio logico, sì da non potersi condividere le censure
mosse con i ricorsi in esame ai sensi dell’art. 192 cod. proc. pen. e della
giurisprudenza comunitaria; le quali, in particolare, non considerano che le
dichiarazioni dei collaboratori medesimi sono state assunte dal Collegio di merito
non già quale elemento di prova fondante il giudizio di responsabilità e
determinante in tal senso, ma (soltanto) quale significativo momento di
conferma istruttoria di quanto già adeguatamente provato con l’intercettazione
n. 121 del 2005, che ben avrebbe potuto anche da sé fondare – giusta la
motivazione redatta – un giudizio di penale responsabilità. In tal modo, dunque,
la sentenza è andata anche oltre il costante indirizzo di questa Corte in forza del
quale le dichiarazioni accusatorie rese da due collaboranti possono anche
riscontrarsi reciprocamente, a condizione che si proceda comunque alla loro
valutazione unitamente agli altri elementi di prova che ne confermino
l’attendibilità, in maniera tale che sia verificata la concordanza sul nucleo
essenziale del narrato (per tutte, Sez. 1, n. 7643 del 28/11/2014, Villacaro, Rv.
262309); nel caso di specie, infatti, gli “altri elementi” costituiscono proprio la
prova fondante la responsabilità, mentre le dichiarazioni ne rappresentano
adeguata conferma. Analogamente e per la medesima ragione, come accennato,
la decisione in esame non si pone in contrasto neppure con la giurisprudenza
comunitaria (6 CEDU, come interpretato dalla sentenza della Corte Europea dei
diritti dell’uomo del 5 luglio 2011, nel caso Dan c/Moldavia), atteso che si fonda
in via principale su una rivalutazione (rispetto alla prima sentenza) di prova
documentale; sì da poter esser confermato il principio, più volte sostenuto da
questa Corte, per il quale il Giudice di appello, per riformare “in peius” una
sentenza di assoluzione, non è obbligato – in base all’art. 6 CEDU, così come

6

sottolineando, in particolare, 1) che il Froncillo non era coinvolto nei

interpretato dalla citata sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo – alla
rinnovazione dell’istruzione dibattimentale quando compie una diversa
valutazione di prove non dichiarative, ma documentali (per tutte, Sez. 2, n. 677
del 10/10/2014, Di Vincenzo, Rv. 261556), proprio come nel caso di specie.
Il ricorso del Della Ventura, poi, risulta infondato anche con riguardo al
mancato esame della memoria difensiva prodotta in grado di appello e, in
particolare, all’eccezione in tema di bis in idem (in ordine al procedimento n.
8247/04) lì contenuta. Ed invero, la sentenza impugnata – lungi dal non tenerne

23), motivando le ragioni per le quali l’eccezione medesima non poteva ritenersi
fondata, ricondotte alla non sovrapponibilità delle due contestazioni alla luce
della non unitarietà delle organizzazioni criminali (al pari della questione – poi
non più reiterata – in tema di utilizzabilità delle intercettazioni telefoniche);
motivazione che, peraltro, i presenti gravami si limitano a contestare in modo del
tutto generico, senza neppure richiamare il capo di imputazione del diverso
procedimento (dal che, la violazione del principio di autosufficienza del ricorso) e
senza addurre alcun elemento specializzante che, proposto in sede di appello,
non sarebbe stato valutato dalla Corte territoriale.
I ricorsi, pertanto, debbono essere rigettati, ed i ricorrenti condannati al
pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali.
Così deciso in Roma, il 25 marzo 2015

onsigliere estensore

Il Presidente

affatto conto – ha dedicato al punto ampie ed adeguate considerazioni (pagg. 21-

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