Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 14962 del 25/03/2015


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Penale Sent. Sez. 3 Num. 14962 Anno 2015
Presidente: MANNINO SAVERIO FELICE
Relatore: MENGONI ENRICO

SENTENZA

sul ricorso proposto da
Frittitta Giuseppe, nato ad Erice (Tp) il 1°/3/1980

avverso la sentenza pronunciata dalla Corte di appello di Palermo in data
5/6/2014;
visti gli atti, il provvedimento impugnato ed il ricorso;
sentita la relazione svolta dal consigliere Enrico Mengoni;
sentite le conclusioni del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto
Procuratore generale Fulvio Baldi, che ha chiesto dichiarare inammissibile il
ricorso

RITENUTO IN FATTO

1. Con sentenza del 5/6/2014, la Corte di appello di Palermo confermava la
pronuncia emessa il 12/5/2011 dal Giudice per le indagini preliminari presso il
Tribunale di Trapani, con la quale Giuseppe Frittitta era stato giudicato colpevole
dei reati di cui agli artt. 81 cpv. cod. pen. 73, d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309, 337
cod. pen., e condannato alla pena di 4 anni e 10 giorni di reclusione e 17.400,00
euro di multa; allo stesso era ascritto di aver detenuto a fine di cessione, in

Data Udienza: 25/03/2015

luoghi diversi, sostanze stupefacenti di varia natura, e di aver compiuto
resistenza a pubblico ufficiale in occasione di un controllo.
2. Propone ricorso per cassazione il Frittitta, a mezzo del proprio difensore,
deducendo cinque motivi:
– violazione dell’art. 4, comma 1, della decisione quadro del Consiglio
dell’Unione europea n. 75 del 2004, che impone agli Stati membri la previsione
di una pena massima compresa tra almeno uno e tre anni, con riferimento al
reato di stupefacenti. La Corte di appello avrebbe erroneamente negato

– violazione dell’art. 73 cit. in relazione al decreto ministeriale 11 aprile
2006. La Corte avrebbe errato nel ritenere superate le soglie di cui al decreto in
oggetto, addirittura – quanto alla ketamina – formulando un giudizio di mera
verosimiglianza. A prescindere da ciò, peraltro, le modalità concrete di
detenzione non consentirebbero di ritenere che lo stupefacente fosse destinato
allo spaccio, dovendo invece servire soltanto ad uso personale; e con l’ulteriore
precisazione per cui – a differenza di quanto affermato nella sentenza gravata il reato eventualmente da individuare sarebbe unico, non già duplicabile in più
fattispecie;
– violazione dell’art. 73, comma 5, d.P.R. n. 309 del 1990. La Corte avrebbe
errato nel negare l’ipotesi di lieve entità, della quale invece sussisterebbero i
presupposti, anche con riguardo all’art. 337 cod. pen.;
– violazione dell’art. 62-bis cod. pen.. La Corte, parimenti, avrebbe errato
nel negare le circostanze attenuanti generiche, da riconoscere invece alla luce
della sostanza rinvenuta, della quasi incensuratezza del soggetto e della
condotta complessiva da questi tenuta;
– violazione dell’art. 337 cod. pen.. La Corte, da ultimo, avrebbe riconosciuto
il delitto di resistenza a pubblico ufficiale pur a fronte di una condotta finalizzata
soltanto alla fuga, spontanea ed istintiva, non già ad attentare all’incolumità del
Carabiniere.

CONSIDERATO IN DIRITTO
3. Il ricorso è manifestamente infondato.
Quanto al primo motivo, si osserva che l’art. 4, comma 1 della Decisione
quadro 757/GAI/2004 del Consiglio del 25 ottobre 2004

(riguardante la

fissazione di norme minime relative agli elementi costitutivi dei reati e alle
sanzioni applicabili in materia di traffico illecito di stupefacenti)

prevede che

“Ciascuno Stato membro provvede affinché i reati di cui all’art. 2 siano soggetti a
pene detentive della durata massima compresa tra almeno 1 e 3 anni”; ne

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l’applicazione di questa disposizione, il cui carattere sarebbe invece cogente;

consegue che non appare censurabile l’interpretazione offerta dalla sentenza
impugnata secondo cui, con tale dizione, 1) vengono indicati i massimi, che non
possono essere inferiori ad uno e tre anni, e, pertanto 2), non vengono indicati il
termine minimo (1 anno) e quello massimo (3 anni). Infatti, ove fosse attendibile
l’opposta tesi, la norma si sarebbe espressa nel senso che la pena irrogabile
deve essere “da 1 a 3 anni”, e non “tra 1 e 3 anni”, essendosi voluto così
indicare che il massimo doveva “almeno” non essere inferiore a quello compreso
tra 1 e 3 anni. Prescindendo da ciò, peraltro, la questione è comunque superata

durata massima compresa tra almeno 5 e 10 anni in caso, fra l’altro, di grandi
quantitativi e di fornitura di stupefacenti più dannosi per la salute: e I’LSD ricade
ovviamente tra questi, atteso il suo maggiore effetto drogante. (Sez. 3, n. 12635
del 2/3/2010, Piva, Rv. 246815).
La censura, pertanto, è infondata.
4. Con riguardo poi alla prima parte del secondo motivo, si osserva che, per
prevalente indirizzo di questa Corte, al quale il Collegio aderisce, in tema di
stupefacenti non ha rilevanza, ai fini della integrazione della fattispecie criminosa
di detenzione a fini di spaccio (art. 73 d.P.R. n. 309 del 1990), il mancato
superamento della soglia quantitativa drogante, stante la natura legale della
nozione di sostanza stupefacente (Sez. 5, n. 5130 del 4/11/2010, Moltoni, Rv.
249702); negli stessi termini, ulteriormente, si è poi affermato che il reato di
cessione di sostanze stupefacenti è configurabile anche in relazione a dosi
inferiori a quella media singola di cui al D.M. 11 aprile 2006, con esclusione
soltanto di quelle condotte afferenti a quantitativi di stupefacente talmente tenui
da non poter indurre, neppure in maniera trascurabile, la modificazione
dell’assetto neuropsichico dell’utilizzatore (Sez. 4, n. 21814 del 12/5/2010,
Renna, Rv. 247478). Quel che non appare lecito sostenere – come affermato
implicitamente dalla Corte di appello – con riguardo alla tipologia ed alla natura
delle sostanze sequestrate, quali hashish, ketamina e LSD.
In ordine, poi, alla seconda parte del motivo, relativa all’effettiva
destinazione allo spaccio della sostanza, osserva il Collegio che il controllo del
giudice di legittimità sui vizi della motivazione attiene alla coerenza strutturale
della decisione di cui si saggia l’oggettiva tenuta sotto il profilo logicoargomentativo, restando preclusa la rilettura degli elementi di fatto posti a
fondamento della decisione e l’autonoma adozione di nuovi e diversi parametri di
ricostruzione e valutazione dei fatti (tra le varie, Sez. 3, n. 12110 del 19/3/2009,
Campanella, n. 12110, Rv. 243247). Si richiama, sul punto, il costante indirizzo
di questa Corte in forza del quale l’illogicità della motivazione, censurabile a
norma dell’art. 606, comma 1, lett e), cod. proc. pen., è soltanto quella

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dal fatto che l’art. 4, comma 2, stessa Decisione quadro, prevede la pena della

evidente, cioè di spessore tale da risultare percepibile ictu ()culi; ciò in quanto
l’indagine di legittimità sul discorso giustificativo della decisione ha un orizzonte
circoscritto, dovendo il sindacato demandato alla Corte di cassazione limitarsi,
per espressa volontà del legislatore, a riscontrare l’esistenza di un logico
apparato argomentativo, senza possibilità di verifica della rispondenza della
motivazione alle acquisizioni processuali (Sez. U., n. 47289 del 24/9/2003,
Petrella, Rv. 226074).
In altri termini, il controllo di legittimità sulla motivazione non attiene né alla

alla verifica della rispondenza dell’atto impugnato a due requisiti, che lo rendono
insindacabile: a) l’esposizione delle ragioni giuridicamente significative che lo
hanno determinato; b) l’assenza di difetto o contraddittorietà della motivazione o
di illogicità evidenti, ossia la congruenza delle argomentazioni rispetto al fine
giustificativo del provvedimento. (Sez. 2, n. 21644 del 13/2/2013, Badagliacca e
altri, Rv. 255542; Sez. 2, n. 56 del 7/12/2011, dep. 4/1/2012, Siciliano, Rv,
251760).
Se questa, dunque, è l’ottica ermeneutica nella quale deve svolgersi il
giudizio della Suprema Corte, la censura che il ricorrente muove al
provvedimento impugnato si evidenzia come manifestamente infondata; ed
invero, dietro l’apparenza di una violazione di legge, il Frittitta di fatto invoca al
Collegio una diversa e nuova valutazione delle medesime risultanze istruttorie
già esaminate dai Giudici di merito (qualità e quantità della sostanze droganti,
rilevanza ed origine del bilancino e del danaro in sequestro, caratteristiche e
“natura” dei rave parties), sollecitando al riguardo una conclusione alternativa in
termini di responsabilità.
Quel che, come appena affermato, non è consentito in questa sede.
A ciò si aggiunga, peraltro, che la Corte di appello ha redatto al riguardo una
motivazione congrua, logica e priva di contraddizioni, nonché fondata su
oggettive risultanze istruttorie; in particolare, ha ravvisato il reato di cui all’art.
73 cit. alla luce del fatto che 1) il Frittitta era stato trovato in possesso (al

rave

party) di un involucro contenente LSD, di 10 involucri contenenti Ketamina e di
uno di hashish; 2) nel corso della perquisizione domiciliare, erano stati poi
rinvenuti circa 130 grammi di hashish, diversamente nascosti, un bilancino di
precisione (abitualmente impiegato per pesare e confezionare le dosi da cedere)
e circa 2.000 euro in contanti. Così concludendo – con argomento adeguato e
non censurabile – che le quantità di sostanze rinvenute erano eccessive per un
uso soltanto personale, come peraltro diffusamente sostenuto anche dal G.u.p.
(pag. 5) nella prima sentenza, cui l’altra si lega in modo radicale in ragione della
cd. “doppia conforme”.

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ricostruzione dei fatti né all’apprezzamento del giudice di merito, ma è limitato

Da ultimo, ancora con riguardo al secondo motivo, osserva la Corte che la
motivazione risulta del tutto adeguata anche in ordine alla configurabilità, nel
caso di specie, di due distinte ipotesi di reato; il Collegio di merito, infatti, ha
aderito al costante indirizzo di legittimità in forza del quale l’assenza di contiguità
spazio-temporale tra le condotte di detenzione e cessione di sostanza
stupefacente impedisce l’assorbimento dell’una nell’altra, con la conseguenza che
le stesse danno luogo a più violazioni della medesima disposizione di legge e
quindi a distinti reati, eventualmente legati dal vincolo della continuazione

cui all’art. 73 d.P.R. n. 309 del 1990 (per tutte, Sez. 6, n. 22588 del 7/4/2005,
Volpi, Rv. 232094).
5. Anche il terzo motivo, concernente il mancato riconoscimento della
fattispecie di cui all’art. 73, comma 5, d.P.R. n. 309 del 1990, è infondato.
Osserva il Collegio, infatti, che la Corte di appello – rispondendo alla
medesima doglianza – ha negato l’ipotesi lieve in ragione di plurimi elementi,
quali la differente qualità e quantità delle sostanze rinvenute, la loro capacità di
soddisfare un considerevole numero di consumatori, il rinvenimento di droga
anche presso l’abitazione, in uno con un bilancino di precisione, a conferma del
carattere non occasionale dell’attività. In tal modo, quindi, la Corte ha aderito al
pacifico orientamento in forza del quale, in tema di sostanze stupefacenti, ai fini
della concedibilità o del diniego della circostanza attenuante (oggi ipotesi
autonoma di reato) del fatto di lieve entità di cui all’art. 73, comma quinto,
d.P.R. n. 309 del 1990, il Giudice è tenuto a valutare complessivamente tutti gli
elementi indicati dalla norma e, quindi, sia quelli concernenti l’azione (mezzi,
modalità e circostanze della stessa), sia quelli che attengono all’oggetto
materiale del reato (quantità e qualità delle sostanze stupefacenti oggetto della
condotta criminosa), dovendo conseguentemente escludere il riconoscimento
dell’attenuante quando anche uno solo di questi elementi porti ad escludere che
la lesione del bene giuridico protetto sia di ‘lieve entità (per tutte, Sez. 4, n.
6732 del 22/12/2011, Sabatino, Rv. 251942).
6. Analoghe conclusioni, poi, si impongono anche quanto al quarto motivo,
in tema di circostanze attenuanti generiche.
La Corte di appello, infatti, le ha negate in ragione della «connotazione del
fatto come sopra delineata, la cui gravità risulta confermata dal rinvenimento nel
possesso del Frittitta di ulteriore sostanza da utilizzare per il taglio dello
stupefacente, nonché dal precedente penale gravante sullo stesso, sintomatico di
una personalità incline alla violazione della legge penale»; motivazione, questa
richiamata, che dunque si conforma al costante indirizzo per cui, nel motivare il
diniego della concessione delle attenuanti generiche non è necessario che il

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criminosa, ambedue previsti dalla norma a più fattispecie tra loro alternative di


giudice prenda in considerazione tutti gli elementi favorevoli o sfavorevoli dedotti
dalle parti o rilevabili dagli atti, ma è sufficiente che egli faccia riferimento a
quelli ritenuti decisivi o comunque rilevanti, rimanendo tutti gli altri disattesi o
superati da tale valutazione (Sez. 3, n. 28535 del 19/3/2014, Lule, Rv. 259899).
7. Da ultimo, il motivo relativo all’art. 337 cod. pen.
Anche in questo caso, ritiene la Corte che la sentenza sia logicamente
argomentata ed immune da censure, nella misura in cui – interessata dalla
stessa doglianza – ha evidenziato che l’imputato, mentre era accompagnato

tentando di darsi alla fuga»; sì da escludere la tesi difensiva per cui si sarebbe
trattato, invece, soltanto di una reazione istintiva e spontanea. In tal modo,
quindi, la sentenza ha ribadito il costante orientamento per cui, ai fini della
configurabilità del delitto di cui all’art. 337 cod. pen., l’atto di divincolarsi posto
in essere da un soggetto fermato dalla polizia giudiziaria integra il requisito della
violenza e non una condotta di mera resistenza passiva, quando non costituisce
una reazione spontanea ed istintiva al compimento dell’atto del pubblico ufficiale,
ma un vero e proprio impiego di forza diretto a neutralizzarne l’azione ed a
sottrarsi alla presa, guadagnando la fuga (per tutte. Sez. 5, n. 8379 del
27/9/2013, Rodrigo, Rv. 259043); esattamente come nel caso di specie, giusta
motivazione della sentenza.
8. Il ricorso, pertanto, deve essere dichiarato inammissibile. Alla luce della
sentenza 13 giugno 2000, n. 186, della Corte costituzionale e rilevato che, nella
fattispecie, non sussistono elementi per ritenere che «la parte abbia proposto il
ricorso senza versare in colpa nella determinazione della causa di
inammissibilità», alla declaratoria dell’inammissibilità medesima consegue, a
norma dell’art. 616 cod. proc. pen., l’onere delle spese del procedimento nonché
quello del versamento della somma, in favore della Cassa delle ammende,
equitativamente fissata in euro 1.000,00.
P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle
spese processuali e della somma di Euro 1.000,00 in favore della Cassa delle
ammende.
Così deciso in Roma, il 25 marzo 2015

nsigliere estensore

Il Presidente

all’auto di servizio, «aveva spintonato il militare, divincolandosi dalla presa e

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