Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 14955 del 02/12/2014


Clicca qui per richiedere la rimozione dei dati personali dalla sentenza

Penale Sent. Sez. 3 Num. 14955 Anno 2015
Presidente: MANNINO SAVERIO FELICE
Relatore: DI NICOLA VITO

SENTENZA

sul ricorso proposto da
Barresi Carmelo, nato a Aidone il 18/08/1961
avverso la sentenza del 02/04/2014 della Corte di appello di Reggio Calabria;
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Vito Di Nicola;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale
Pasquale Fimiani, che ha concluso chiedendo l’inammissibilità del ricorso;
Udito per l’imputato l’avv. Emanuele Maria genovese che ha concluso per
l’accoglimento del ricorso;

Data Udienza: 02/12/2014

RITENUTO IN FATTO

1. Carmelo Barresi ricorre per cassazione avverso la sentenza del 2 aprile
2014 con la quale la Corte di appello di Reggio Calabria, in parziale riforma della
sentenza emessa dal tribunale della medesima città, ha rideterminato la pena
inflitta al ricorrente in quattordici anni di reclusione confermando nel resto
l’impugnata sentenza.

ottobre 1990, n. 309 per avere organizzato, costituito, diretto, finanziato e
partecipato ad un’associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze
stupefacenti, avente quale scopo l’importazione, la detenzione e la cessione a
titolo oneroso a terzi di sostanza stupefacente rientrante tra quelle di cui alla
tabella I contemplata dall’articolo 14 del d.p.r. 309 del 1990 ponendo così in
essere condotte tra quelle punite dall’articolo 73 del T.U.L.S. Con l’aggravante di
cui all’articolo 74 d.p.r. 309 del 1990 per aver agito quale promotore, dirigente,
organizzatore e finanziatore dell’attività illecita sopra descritta.
Carmelo Barresi curava, tra l’altro, la fornitura dello stupefacente dalla
Spagna; fatto accertato in Colombia, Spagna, Lazio, Lombardia, Piemonte,
provincia di Reggio Calabria e Sicilia; il reato (capo B) previsto dagli articoli
56,110,112, n. 1) e 2), codice penale e 73 d.p.r. 309 del 1990 in quanto, in
concorso con altre persone, si accordava per importare un imprecisato
quantitativo di sostanza stupefacente, verosimilmente tipo cocaina, che il
Trimboli avrebbe dovuto inviare dal sud America a bordo di una motonave, la
Cala Pietra, giunta al porto di Vado Ligure in data 10 novembre 2004 e
successivamente in un porto spagnolo, fatto commesso tra il 5 novembre 2004 e
il 16 novembre 2004 tra la Spagna, il Piemonte, la Lombardia e la Liguria; il
reato (capo D) previsto dall’articolo 110 del codice penale e 73 d.p.r. 309 del
1990 in quanto, in data 6 febbraio 2005 in concorso con lo Schenone e la
Cubaniti importavano un imprecisato quantitativo di sostanza stupefacente,
verosimilmente tipo cocaina, dalla Spagna, fornita dal Barresi. In diverse
occasioni in data 8 febbraio 2005, era solo Schenone ad importare della sostanza
stupefacente dalla Spagna, sempre fornito dal Barresi, fatti commessi in data 6
febbraio 2005 ed in data 8 febbraio 1005 tra la Spagna e il Piemonte; il reato
(capo E) previsto dall’articolo 110 codice penale e 73 d.p.r. 309 del 1990 in
quanto, in concorso con Massimo Schenone per il quale si procede
separatamente, lo Schenone importava un imprecisato quantitativo di sostanza
stupefacente, verosimilmente tipo cocaina, dalla Spagna fornita dal Barresi.
Successivamente, i due si accordarono per importare un nuovo carico, dopo che
lo Schenone era riuscito a “piazzare” la propria già in suo possesso, fatto

2

Al ricorrente era contestato (capo A) il reato previsto dall’art. 74 d.p.r. 9

commesso tra il 18 marzo 2005 il 23 marzo 2005 tra la Spagna ed il Piemonte;
del reato (capo F) previsto dagli articoli 110,112 n. 1) e 2) del codice penale, 73
d.p.r. 309 del 1990 in quanto in concorso con Ani Cubaniti e Massimo Schenone,
in data 11 aprile 2005, lo Schenone, con la collaborazione della Cubaniti,
importava un imprecisato quantitativo di sostanza stupefacente (verosimilmente
tipo cocaina) dalla Spagna, fornito dal Barresi, fatto commesso in data 11 aprile
2005 tra la Spagna e il Piemonte.
La responsabilità penale è stata affermata principalmente sulla base di

preliminari sviluppatesi nel periodo che va complessivamente dal 14 luglio 2003
al 20 luglio 2005, e dei relativi accertamenti di polizia (appostamenti,
acquisizioni di documenti, controlli stradali) finalizzati all’identificazione dei
conversanti ed alla verifica degli incontri tra i medesimi, dei loro spostamenti e
degli altri fatti oggetto delle conversazioni. La Corte territoriale ha precisato
come il tribunale abbia dato atto delle modalità con le quali si era pervenuti alla
identificazione del Barresi specificando che, sul punto, non erano state sollevate
contestazioni di sorta.
La presente vicenda processuale è poi collegata a complesse operazioni di
polizia che avevano portato al sequestro di notevoli quantitativi di cocaina e
confermato il totale coinvolgimento del ricorrente e degli altri correi.
Sono stati accertati contatti, che si assumono finalizzati al reperimento, al
trasporto ed alla vendita di stupefacente tra Domenico Trimboli e gli altri soggetti
tra cui Salvatore Trimboli, suo fratello minore, Bruno Ferrò, i coimputati
Vincenzo Pipicella, Luciano Pasqua e Carmelo Sgura nonché il ricorrente,
Carmelo Barresi.
Nel corso dell’istruttoria dibattimentale sono state delineate le varie
diramazioni dell’organizzazione criminale, con l’individuazione della cellula
operante in Reggio Calabria, di quella operante in Marina di Gioiosa Ionica, la
cellula romana, quella milanese e quella calabro – piemontese, della quale
faceva parte Carmelo Barresi.

2. Per la cassazione dell’impugnata sentenza, Carmelo Barresi affida,
tramite il difensore, il gravame ai tre seguenti motivi, qui enunciati, ai sensi
dell’art. 173 disp. att. cod. proc. pen., nei limiti strettamente necessari per la
motivazione.
2.1. Con il primo motivo il ricorrente deduce la violazione dell’art. 606,
comma 1, lett. c), cod. proc. pen. in relazione agli articoli 178, 179,267,268 e
271 del codice di procedura penale.
Ricorda come, in sede di appello, già era stata eccepita la nullità del
materiale delle intercettazioni per l’insanabile violazione delle disposizioni di cui

3

intercettazioni di conversazioni telefoniche, captate nel corso delle indagini

agli articoli 267,268 e 271 del codice di procedura penale, segnalandosi come la
sentenza di condanna avesse posto a fondamento della ritenuta responsabilità
del ricorrente i risultati di una serie di intercettazioni telefoniche, le quali erano
state compiute violando, sotto un duplice profilo, le disposizioni del codice di rito
in materia di intercettazioni.
La prima violazione consisterebbe nel fatto che le operazioni di
intercettazione sono state compiute in violazione del disposto di cui all’articolo
268 del codice di procedura penale che consente l’utilizzo di impianti diversi da

tali impianti risultino insufficienti o inidonei ed esistano eccezionali ragioni di
urgenza. Invece le intercettazioni sono state eseguite presso le “sale di
intercettazione” allocate nelle sedi dei vari comandi di polizia giudiziaria essendo
stata evidenziata “l’attuale complessiva inagibilità della sala di intercettazione”
della procura della Repubblica sita nel palazzo di giustizia, in quanto il predetto
luogo di lavoro sarebbe risultato carente sia sotto il profilo igienico, sia sotto il
profilo operativo, tanto da consigliarne l’abbandono.
Il ricorrente lamenta, a tal proposito, come il provvedimento sia sostenuto
da una motivazione apparente e sottolinea come il legislatore per inidoneità degli
impianti avesse inteso riferirsi alla loro inadeguatezza tecnica a supportare la
ricerca della prova e come per insufficienza avesse inteso riferirsi alla mancanza
numerica di postazioni attivabili ai fini della captazione. Sotto altro profilo il
ricorrente rileva il fatto che le intercettazioni siano state compiute, nella
massima parte dei casi, in forza di decreti sforniti della necessaria ed adeguata
motivazione richiesta dall’articolo 267, comma 1, del codice di procedura penale,
eccependo l’inutilizzabilità delle intercettazioni in ragione della mancata o
comunque incompleta motivazione ed in ordine alla possibilità che si potesse far
ricorso agli impianti di registrazione e di ascolto diversi da quelli in dota2ione alla
procura della Repubblica.

2.2. Con il secondo motivo il ricorrente lamenta la violazione dell’art. 606,
comma 1, lett. b) ed e), cod. proc. pen. in relazione agli articoli 73 74 del d.p.r.
309 del 1990 con specifico riferimento a tutti i capi di imputazione.
Quanto al reato associativo (capo a), assume il ricorrente come siano stati
violati i principi di diritto enunciati in proposito dalla giurisprudenza di legittimità,
sul rilievo che nulla sarebbe stato indicato in sentenza circa l’epoca dell’adesione
alla presunta associazione, la volontà di associarsi, la partecipazione alla
predisposizione di programmi operativi, lo spiegamento di mezzi per il
raggiungimento degli scopi associativi, essendosi data per scontata l’esistenza di
una struttura di carattere associativo con finalità di narcotraffico, con la
conseguenza che non è ravvisabile nelle condotte del ricorrente alcun elemento
4

quelli installati presso i locali dell’ufficio di procura della Repubblica solo quando

sintomatico di una adesione ovvero di una appartenenza a presunte forme
associative.
Quanto al reato di cui al capo c), osserva che l’imputazione in questione
inerisce ad un tentativo di importazione di sostanza stupefacente di natura
imprecisata che avrebbe dovuto essere sdoganata in Italia nel porto di Vado
Ligure. La droga sarebbe stata occultata all’interno di una nave mercantile che
trasportava banane. Le circostanze tuttavia facevano emergere che il Barresi non
poteva essere considerato un sodale stante la occasionalità del suo intervento

ragionevole dubbio, che la nave avesse effettivamente imbarcato sostanza
stupefacente.
Quanto al capo d), osserva che l’imputazione attiene ad una presunta
importazione di stupefacente dalla Spagna per il tramite del ricorrente. I fatti
risulterebbero commessi tra il 6 e 1’8 febbraio 2005. Secondo l’impugnata
sentenza il carattere autoaccusatorio che traspare dalle intercettazioni sarebbe
sufficiente a dimostrare l’avvenuta importazione in Italia della sostanza
stupefacente. In realtà il valore probatorio dei contenuti intercettativi andavano
valutati in uno con la condizione di latitanza del Barresi, ragione questa delle
visite di soggetti piemontesi e dell’uso di un linguaggio prudente. Al riguardo la
motivazione altro non sarebbe che una asettica elencazione delle intercettazioni
ambientali che sottostanno all’imputazione.
Quanto al capo e), sottolinea come l’imputazione attenga ad una presunta
importazione di sostanza stupefacente dalla Spagna per il tramite del ricorrente.
I fatti risulterebbero commessi tra il 18 e il 23 marzo del 2005. Ancora una volta
la motivazione, da ritenersi apparente avendo valorizzato esclusivamente la
circostanza secondo la quale Massimo Schenone era stato condannato in
separato giudizio abbreviato, altro non sembra che la ratifica del materiale
i ntercettativo.
Quanto al capo f), segnala che l’imputazione riguardi una ipotesi di
importazione di sostanza stupefacente dalla Spagna avvenuta intorno all’il
aprile 2005. La sentenza è parimenti da considerarsi motivata in forma
apparente rimettendo la responsabilità del Barresi al fatto che i coimputati erano
stati condannati nel separato giudizio.
2.3. Con il terzo motivo denuncia la violazione dell’art. 606, comma 1, lett.
b) cod. proc. pen. in relazione all’articolo 112, comma 1 n. 2, codice penale.
Assume come andasse esclusa l’aggravante di cui all’articolo 112, comma 1
numero 2, codice penale in quanto i consigli dati dal ricorrente altro non erano
che luoghi comuni e non certamente ordini o strategie volte a coordinare le
azioni delittuose.

5

avvenuto in via del tutto vicaria. Inoltre non vi era certezza, oltre ogni

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il ricorso è inammissibile perché manifestamente infondato e presentato
nei casi non consentiti.

2.

L’eccezione di inutilizzabilità e/o nullità delle intercettazioni è

manifestamente infondata sotto vari profili.
Come lo stesso ricorrente riconosce, i decreti autorizzativi delle

dalla legge processuale per l’esecuzione delle operazioni e sia per quanto
riguarda il ricorso ad impianti esterni.
Il ricorrente invero lamenta, in maniera del tutto apodittica, come la
motivazione sia apparente e sindaca senza fondamento alcuno le ragioni poste a
base dei decreti.
2.1. Ciò posto, quanto alla doglianza circa il fatto che le operazioni non siano
state eseguite presso i locali della procura della Repubblica, va ricordato che il
terzo comma dell’articolo 268 cod. proc. pen. prevede che le operazioni di
intercettazione

“possono essere compiute esclusivamente per mezzo degli

impianti installati nella procura della Repubblica. Tuttavia, quando tali impianti
risultano insufficienti o inidonei ed esistono eccezionali ragioni di urgenza, il
pubblico ministero può disporre, con provvedimento motivato, il compimento
delle operazioni mediante impianti di pubblico servizio o in dotazione alla polizia
giudiziaria”.
Va precisato che nella nozione di impianti inidonei ed insufficienti va
necessariamente ricompresa ogni situazione strutturale o funzionale impeditiva
della concreta possibilità che le intercettazioni possano essere eseguite con
impianti in dotazione della procura della Repubblica esigendo, in presenza di
eccezionali ragioni di urgenza, che siano compiute presso impianti esterni.
Questa Corte ha sul punto chiarito che, in materia di esecuzione delle
operazioni di intercettazione di conversazioni o comunicazioni, l’inidoneità
dell’impianto, che a norma dell’art. 268 comma terzo, cod. proc. pen. giustifica
l’utilizzo di apparecchiature esterne agli uffici della procura della Repubblica,
attiene sia all’aspetto “tecnico” o “strutturale”, concernente le condizioni
materiali dell’impianto stesso, che a quello cosiddetto “funzionale”, da valutare in
relazione al tipo di indagine che si svolge e allo specifico delitto per il quale si
procede (Sez. 1, n. 1033 del 14/11/2005, dep. 12/01/2006, Cherchi ed altri, Rv.
233382).
L’aspetto strutturale deve ritenersi comprensivo, oltre che dell’inidoneità ed
insufficienza degli impianti tecnici, anche della inidoneità dei locali destinati ad
contenere gli impianti necessari per eseguire le operazioni di intercettazione

6

intercettazioni risultano motivati sia per quanto riguarda i presupposti richiesti

essendo il concetto di inidoneità strutturale riferibile ad una molteplicità
variegata di cause, di certo comprendente l’inagibilità dei locali ospitanti gli
impianti di intercettazione installati presso la procura della Repubblica .
Infatti, inutilizzabile il luogo, neppure sono utilizzabili gli impianti ivi installati
e la disposizione normativa richiede che si ricorra ad impianti esterni previa
adeguata motivazione in proposito ma non esige che si faccia necessario ricorso
ad una soluzione strutturale interna (ossia ricercata all’interno degli uffici di
procura), potendo questa essere non sempre praticabile per fatti non imputabili

L’aspetto funzionale impone invece l’utilizzo di impianti esterni quando ciò
sia necessitato o determinato dall’esigenza di collocare le postazioni di ascolto in
prossimità dei luoghi di esecuzione dei reati con riferimento ai quali il mezzo di
ricerca della prova deve essere esperito, al fine di garantire un tempestivo
intervento di prevenzione e di interruzione dell’attività criminosa.
Nel caso di specie, la motivazione contiene il sufficiente e congruo richiamo
ad impedimenti di tipo strutturale (lo stesso ricorso a pag. 2 ammette che la
motivazione contiene il riferimento all’inagibilità della sala CIT) che hanno reso
necessario il ricorso ad impianti esterni per l’esecuzione delle operazioni di
intercettazione e di ciò si è fatto carico il decreto del pubblico ministero che ha
motivato in tal senso la necessità di ricorrere ad impianti esterni.
Quanto al requisito delle “eccezionali ragioni di urgenza”, deve registrarsi
l’assenza di una precisa doglianza in proposito e va precisato che il requisito
sussiste quando, risultando in concreto inadeguate le modalità esecutive
immediatamente attuabili in base ai mezzi ed alla situazione operativa della sala
ascolto esistente presso la procura, un ritardo dell’indagine comporterebbe un
grave pregiudizio per i relativi esiti.
2.2. Sotto l’altro profilo, il motivo di ricorso non è autosufficiente perché,
reiterandosi la stessa doglianza già registrata nel corso del giudizio d’appello e
censurata dalla Corte distrettuale che ha sottolineato l’aspecificità del motivo,
non sono indicati i decreti che sarebbero attinti dal vizio di motivazione
denunciato.
Sebbene la sollevata censura si risolva nella denuncia di un

error in

procedendo che abilita la Corte di cassazione, in quanto giudice anche del fatto,
ad accedere direttamente agli atti del processo per risolvere la relativa
questione, va riaffermato il principio che, in tema di ricorso per cassazione, è
inammissibile l’impugnazione nella quale sia stato eccepito un

“error in

procedendo”, senza peraltro indicare lo specifico atto da esaminare e sul quale
compiere la verifica richiesta (Sez. 6, n. 10373 del 16/01/2002, Gionta ed altri,
Rv. 221352), con la conseguenza che è onere della parte, che lamenti
l’inutilizzabilità dei risultati delle intercettazioni, indicare specificamente l’atto
7

agli organi giudiziari.

asseritamente affetto dal vizio denunciato e curare che lo stesso sia comunque
effettivamente acquisito al fascicolo e trasmesso al giudice di legittimità, anche
provvedendo a produrlo in copia nel giudizio per cassazione (Sez. 2, n. 24925
del 11/04/2013, Cavaliere ed altri, Rv. 256540).

3. Manifestamente infondato è anche il motivo con il quale si prospetta
l’insussistenza del reato associativo e l’estraneità del ricorrente dai reati scopo
e/o la loro non configurabilità, sul fondamentale rilievo che i motivi di ricorso non

seguendo un percorso diretto ad enunciare situazioni fattuali decontestualizzate
rispetto alla ratio decidendi.
3.1. Per rendersene conto, è sufficiente ricordare come la Corte calabrese
abbia fatto leva, quanto al reato associativo e alla partecipazione del Barresi al
sodalizio, su numerosi elementi probatori, quali la molteplicità e continuità delle
comunicazioni telefoniche e dei contatti tra i vari imputati all’interno dei singoli
gruppi associativi di competenza, posto che sono state delineate le varie
diramazioni dell’organizzazione criminale, con l’individuazione della cellula
operante in Reggio Calabria, dì quella operante in Marina di Gioiosa Ionica, la
cellula romana, quella milanese e quella calabro — piemontese, della quale
faceva parte Carmelo Barresi.
Ed invero a partire dal luglio 2003 fino al luglio 2005 le comunicazioni
telefoniche intercettate hanno avuto una frequenza quotidiana, oltre ad essere
numerose nell’ambito della stessa giornata. L’analisi poi dei flussi telefonici ha
consentito di comprendere l’intensità del legame esistente tra i vari imputati. Alle
captazioni dei colloqui telefonici si sono aggiunte, altresì, le comunicazioni
telematiche mediante scambio di nnail tra i vari sodali – collocati geograficamente
in diversi territori (dall’Italia alla Spagna e al Sud America) – aventi un contenuto
più chiaro ed esplicito rispetto alle conversazioni telefoniche, laddove fanno
diretto riferimento a quantità da importare, somme da pagare, organizzazione di
viaggi nonché date ed orari di partenza ed arrivo dei mezzi di trasporto.
Siffatta stabile coordinazione ha reso evidente l’unione degli associati per il
raggiungimento di uno scopo comune e duraturo, siccome tutti impegnati
all’interno dei rispettivi gruppi nell’espletamento di un’attività finalizzata al
raggiungimento di un comune obiettivo.
Quanto al perseguimento di un programma criminoso volto al compimento
di una serie di delitti, i Giudici del merito hanno fondato il loro corretto
convincimento sulle innumerevoli condotte tese alla importazione di ingenti
quantitativi di sostanza stupefacente (si pensi, in particolare, alle varie fasi della
programmazione ed esecuzione della tentata importazione di stupefacente,
verosimilmente del tipo cocaina, occultata a bordo della nave Cala Petra e non
8

si fanno carico di contrastare specificamente le ragioni della decisione impugnata

estratta per cause indipendenti dalla volontà degli agenti e che ha visto coinvolto
proprio il Barresi) a dimostrazione dell’esistenza del requisito della struttura
organizzata desunta anche dalle modalità di commissione dei reati – fine (specie
per quanto riguarda: l’assegnazione, ad ogni associato, di compiti specifici e ben
delineati, a partire dalle condotte di approvvigionamento, trasporto, custodia e,
infine, distribuzione; la frequenza, sistematicità e automaticità dei contatti tra i
vari soggetti; la costanza nell’approvvigionamento dello stupefacente; la
predisposizione di strumenti operativi e strutture logistiche funzionali alla

perseguimento dell’indeterminato programma criminoso, diretto al rifornimento
di stupefacente dal Sud America e dalla Spagna verso l’Italia ed alla sua
successiva commercializzazione, sia mediante cessioni a rivenditori all’ingrosso
sia ad acquirenti al dettaglio.
In proposito, è stato rilevato che gli associati disponevano certamente di
mezzi economici e materiali che consentivano di compiere, in territorio nazionale
ed estero, viaggi e spostamenti sistematici e spesso repentini, giustificabili – in
assenza di attività commerciali svolte in comune tra i vari soggetti coinvolti
ovvero di valide ricostruzioni alternative, del resto neppure prospettate solamente con la necessità di realizzare gli scopi illeciti dell’associazione relativi
al narcotraffico.
Ne consegue che i ripetuti e continui contatti tra gli imputati finalizzati alla
programmazione ed organizzazione dei singoli reati — fine, il numero di episodi
accertati, espressione – anche in ragione della prossimità temporale che li ha
caratterizzati – di un accordo che travalica la singola azione criminosa, la
capacità di procurarsi quantitativi ingenti di sostanza stupefacente in brevi lassi
temporali, la disponibilità di canali continui e sicuri di rifornimento, anche sul
territorio estero, la consuetudine di rapporti tra gli associati, rivelatrice
dell’esistenza di un previo accordo diretto all’attuazione di un vasto programma
criminoso per la commissione di una serie indeterminata di delitti in materia di
stupefacenti, la specifica suddivisione dei ruoli tra gli associati, nell’ambito dei
quali Domenico Trimboli (inquadrato dall’accusa quale promotore organizzatore
del sodalizio) è apparso fungere da collante (avuto riguardo alla varie cellule
dell’organizzazione) e rivestire un ruolo egemone nella conduzione delle
trattative e nella ricerca dei canali di approvvigionamento, nella definizione degli
accordi e nel conferimento degli incarichi agli altri affiliati e la disponibilità di
mezzi di trasporto e di corrieri utilizzati, di volta in volta, per la realizzazione
delle importazioni organizzate dal gruppo costituiscono tutti elementi di prova
certa che consentono di individuare la sussistenza di un accordo tra soggetti a
carattere generale e continuativo, destinato a permanere anche dopo la
consumazione di ciascun delitto programmato.

9

conduzione sistematica delle attività illecite), struttura certamente adeguata al

La disamina del materiale probatorio (una rilevante quantità di
intercettazioni telefoniche e telematiche, appostamenti, rilievi fotografici, riprese
audiovisive, acquisizioni di documenti, controlli stradali finalizzati
all’identificazione dei conversanti ed alla verifica degli incontri tra i medesimi, dei
loro spostamenti o viaggi e degli altri fatti oggetto delle conversazioni) ha indotto
a ritenere che il Barresi fosse inserito in modo organico e stabile nel sodalizio
criminoso.
3.2. Quanto ai singoli reati fine contestati e ritenuti in sentenza, il

contestato al capo C), essendo stato accertato che, dopo essere fallito il
tentativo di scaricare la droga al porto di Vado Ligure, ove era attraccata la nave
Cala Petra, il Trimboli aveva cercato di recuperare la merce facendola scaricare
al porto successivo in Spagna, dove il Barresi si interessava direttamente della
vicenda, tenendosi costantemente in contatto con i principali protagonisti
dell’operazione e prendendo personalmente accordi con una terza persona per
far scendere il carico, indicando espressamente quantità e prezzo dello
stupefacente (per ritirare 17 Kg, di sostanza stupefacente le persone incaricate
richiedevano un compenso pari ad euro 30 mila), recandosi più volte in Valencia
e comunicando via e-mail al Trimboli il numero di telefono della persona alla
quale poteva rivolgersi per ricevere notizie, chiedendo i soldi per le spese di
viaggio da Alicante (luogo in cui risiedeva) a Valencia (porto in cui doveva
attraccare la nave).
E’ apparso, pertanto, evidente l’iperattivismo del ricorrente nella
narcotransazione in oggetto e non certo con ruolo vicario, come si vuole nel
ricorso, essendo egli pienamente coinvolto nell’impresa criminosa fin dal
settembre 2004.
Quanto ai reati di cui ai capi d), e) ed f) gli elementi specifici di prova a
carico che si evincono dal testo della sentenza impugnata non sono stati affatto
oggetto di mirate censure (rapporti del ricorrente con Schenone, l’indicazione di
spegnere i telefoni e non parlare con nessuno della destinazione dei viaggi, la
prospettata possibilità di dare una cadenza serrata alle trasferte spagnole e di
espandere i traffici stabilendo un contatto transoceanico, i rapporti anche con la
Cubaniti, l’importazione da parte dello Schenone e della Cubaniti della sostanza
stupefacente loro ceduta dal Barresi, il contenuto delle intercettazioni telefoniche
che hanno consentito di accertare che il ricorrente si era accordato per
l’importazione in Italia di un quantitativo imprecisato di sostanza stupefacente
con riferimento alle vicende di febbraio, marzo e aprile 2005 relative
rispettivamente ai capi d’accusa sub D, E ed F).
In tale contesto, il riferimento alle sentenze di condanna pronunciate nei
confronti dello Schenone e delle Cubaniti, per i fatti nei quali sono risultati

10

coinvolgimento del Barresi è emerso,con evidenza, in relazione al fatto

coinvolti, ha costituito solo un elemento logico ulteriore nell’individuazione delle
precise responsabilità attribuite al Barresi e già evidenti sulla base del materiale
probatorio richiamato nella sentenza impugnata.

4. Il terzo motivo è ictu ocull infondato.
Il ricorrente non considera che l’aggravante di cui all’articolo 112 del codice
penale, laddove contestata, è stata già esclusa dal tribunale con la sentenza di
primo grado, limitatamente al capo c) per quanto attiene all’aggravante ex art.

ex art. 112 n. 1 cod. pen., laddove la doglianza testualmente esposta nel senso
che “andava esclusa l’aggravante di cui all’art. 112 comma 1 n. 2 c.p.p. in
quanto i meri consigli dati dal Barresi altro non erano che luoghi comuni e non
certamente ordini o strategie volte a coordinare le azioni delittuose”,

oltre a

connotarsi per la sua estrema genericità, implica la risoluzione di questioni
fattuali il cui accertamento è precluso nel giudizio di legittimità.

5. Sulla base delle considerazioni che precedono la Corte ritiene pertanto
che il ricorso debba essere dichiarato inammissibile, con conseguente onere per
il ricorrente, ai sensi dell’art. 616 cod. proc. pen., di sostenere le spese del
procedimento.
Tenuto, poi, conto della sentenza della Corte costituzionale in data del 13
giugno 2000, n. 186, e considerato che non vi è ragione di ritenere che il ricorso
sia stato presentato senza “versare in colpa nella determinazione della causa di
inammissibilità”, si dispone che il ricorrente versi la somma, determinata in via
equitativa, di euro 1.000,00 in favore della Cassa delle Ammende.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle
spese processuali e della somma di euro 1.000,00 in favore della Cassa delle
Ammende.
Così deciso il 02/12/2014

112 n. 2 cod. pen. e limitatamente al capo f) per quanto attiene all’aggravante

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA