Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 14953 del 02/12/2014


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Penale Sent. Sez. 3 Num. 14953 Anno 2015
Presidente: MANNINO SAVERIO FELICE
Relatore: DI NICOLA VITO

SENTENZA

sul ricorso proposto da
Chiappalone Francesco, nato a Monopoli il 21/05/1981
avverso la sentenza del 16/04/2013 della Corte di appello di Bologna;
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Vito Di Nicola;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale
Pasquale Fimiani, che ha concluso chiedendo l’annullamento con rinvio
limitatamente al regime sanzionatorio. Rigetto nel resto;
Udito per l’imputato l’avv. Annagrazia Maraschio che ha concluso chiedendo
l’accoglimento del ricorso;

Data Udienza: 02/12/2014

RITENUTO IN FATTO

1. Francesco Chiappalone ricorre per cassazione avverso la sentenza con la
quale la Corte di appello di Bologna, in parziale riforma della sentenza
pronunciata dal Gup presso il tribunale di Forlì, ha ridotto la pena inflitta a
Francesco Chiappalone ad altri tre, mesi uno e giorni dieci di reclusione ed euro
12.000 di multa, confermando nel resto l’impugnata sentenza.

e 73, comma 1 bis, e 80, comma 2, d.p.r. 9 ottobre 1990, numero 309 perché,
in concorso con Antonio Chiappalone senza l’autorizzazione di cui all’articolo 17
del medesimo decreto, acquistava o comunque concludeva l’acquisto da Kasif
Guy, separatamente giudicato, dell’ingente quantità di circa 20,798 kg di hashish
sequestrato a quest’ultimo in Cesena il 2 giugno 2009 nel mentre, a seguito di
accordi con Antonio Chiappalone, la stava trasportando per recapitarla a
Francesco Chiappalone e Giuseppe Corte in Perugia. In Cesena in epoca
prossima al 2 giugno 2009.

2. Per la cassazione dell’impugnata sentenza, Francesco Chiappalone,
tramite il difensore, affida il gravame ai tre seguenti motivi, qui enunciati, ai
sensi dell’art. 173 disp. att. cod. proc. pen., nei limiti strettamente necessari per
la motivazione.
2.1. Con il primo motivo il ricorrente deduce la mancanza o manifesta
illogicità della motivazione ai sensi dell’articolo 606, comma 1, lettera e), codice
di procedura penale in relazione all’affermazione di responsabilità dell’imputato
per il delitto di cui all’articolo 73 d.p.r. numero 309 del 1990 per l’acquisto o
comunque la conclusione di un accordo per l’acquisto dal Kasif di circa 20,798 kg
di hashish in epoca prossima al 2 giugno 2009.
Assume come la sentenza impugnata sia censurabile, sotto il profilo della
mancanza o manifesta illogicità della motivazione con riferimento al
coinvolgimento dell’imputato nei presunti traffici illeciti del correo Antonio
Chiappalone.
Secondo il ricorrente, la corte territoriale non avrebbe indicato, nella
motivazione della sentenza le prove poste a fondamento della decisione nonché
le ragioni per le quali non sono state ritenute attendibili le prove contrarie.
2.2. Con il secondo motivo il ricorrente lamenta la mancanza o lamanifesta
illogicità della motivazione ai sensi dell’articolo 606, comma 1, lettera e), codice
di procedura penale in relazione al diniego della applicazione del minimo edittale
della pena ex articolo 73 d.p.r. 309 del 1990.

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Al ricorrente era contestato il delitto previsto dagli articoli 110 codice penale

2.3. Con il terzo motivo il ricorrente deduce l’illegittimità costituzionale
dell’articolo 4 bis decreto legge numero 272 del 2005, come introdotto dalla
legge di conversione numero 49 del 2006 in riferimento agli articoli 77, secondo
comma, e 117, primo comma, della Costituzione.

CONSIDERATO IN DIRITTO

2. Il primo motivo è invece infondato.
La corte territoriale, condividendo l’approdo cui era pervenuto il tribunale,
ha osservato come la penale responsabilità del ricorrente fosse desumibile dal
contenuto delle intercettazioni telefoniche che il Gup aveva espressamente
richiamato nella motivazione della sentenza di primo grado sia per quanto
attiene alla ricostruzione dell’operazione di polizia giudiziaria che portò all’arresto
del Kasif, sia con riferimento al ruolo attribuito al ricorrente, deputato alla
ricezione dell’hashish trasportato dal predetto Kasif.
Dal testo della sentenza impugnata emerge come qualche giorno prima
dell’arresto di Guy Kasif, questi aveva consegnato circa quattro etti di hashish,
su indicazione di Antonio Chiappalone, ad un cliente di quest’ultimo, tale Paolo
Nardi, per consentirgli di valutarne la qualità. In seguito, era stata programmata
la cessione di un maggior quantitativo che Kasif doveva consegnare ai fratelli
Chiappalone: il 31 maggio 2009 Antonio avvisò il fratello Francesco che il Kasif
sarebbe giunto il 2 giugno 2009, in anticipo di un giorno ed effettivamente il
Kasif, che si trovava Cesena, si mise in contatto con il ricorrente chiedendo
dapprima conferma della sua presenza a Perugia e poi prendendo appuntamento
per il 2 giugno 2009 a mezzogiorno. L’incontro non avvenne in quanto i militari
del nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza decisero di bloccare il
fornitore, mentre si spostava da Cesena in direzione di Perugia, trovato in
possesso di 20 panetti di hashish.
La Corte di appello ha osservato come la tesi difensiva fosse smentita dalle
intercettazioni. In primo luogo ha escluso un rapporto diretto tra il ricorrente e il
Kasif, autonomo rispetto all’illecita transazione e connesso ad un evento
musicale: infatti Francesco Chiappalone non era in possesso del numero
telefonico del Kasif che gli venne invece fornito dal fratello Antonio con la
raccomandazione di chiamarlo per accordarsi in relazione all’incontro del 3
giugno, poi anticipato di un giorno.
Nel pervenire pertanto all’affermazione di penale responsabilità del
ricorrente la Corte felsinea ha inoltre osservato come fossero decisive le

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1. Il ricorso è fondato per quanto di ragione sulla base del secondo motivo.

conversazioni registrate dopo l’arresto dello spacciatore (di cui i due fratelli
erano inizialmente ignari): dopo avergli mandato un SMS per essere preavvisato
suo effettivo arrivo a Perugia, non avendo notizie fornitore Francesco palesava la
propria preoccupazione al fratello., il quale gli comunicava la cattiva notizia con
termini criptici prontamente recepiti dall’altro interlocutore (“stacca tutto, buttar
via tutto!… Problema!”).
Le obiezioni mosse dal ricorrente a tale motivata ricostruzione della vicenda
processuale mirano a fornire una lettura alternativa delle prove, il cui sindacato,

processuali, non è consentita in sede di legittimità.
Va ricordato come la giurisprudenza di questa Corte sia senza oscillazioni nel
ritenere che l’indagine di legittimità sul discorso giustificativo della decisione ha
un orizzonte circoscritto, dovendo il sindacato demandato alla Corte di
cassazione essere limitato a riscontrare l’esistenza di un logico apparato
argonnentativo sui vari punti della decisione impugnata, senza possibilità di
verificare l’adeguatezza delle argomentazioni di cui il giudice di merito si è
avvalso per sostanziare il suo convincimento, o la loro rispondenza alle
acquisizioni processuali, esulando, infatti, dai poteri della Corte di cassazione
quello di una “rilettura” degli elementi di fatto posti a fondamento della
decisione, la cui valutazione è, in via esclusiva, riservata al giudice di merito,
senza che possa integrare il vizio di legittimità la mera prospettazione di una
diversa, e per il ricorrente più adeguata, valutazione delle risultanze processuali
(Sez. U, n. 6402 del 02/07/1997, Dessimone, Rv. 207944).
Del tutto destituita di fondamento è poi la critica circa la mancanza di
motivazione degli elementi di prova dai quali la Corte ha tratto il proprio
convincimento e circa la mancata indicazione delle ragioni per le quali non
sarebbero state ritenute attendibili le prove contrarie, posto che la Corte
d’appello si è fatta carico, come si è visto, di destrutturare la tesi difensiva che
vedeva il ricorrente come un mero organizzatore di eventi musicali
occasionalmente dimorante a Perugia e ignaro dei rapporti intessuti tra il Kasif
ed il fratello Antonio.

3. È invece fondato, per quanto di ragione, il secondo motivo di gravame
che assorbe il terzo.
Premesso che il tribunale ha escluso l’aggravante di cui all’articolo 80 d.p.r.
numero 309 del 1990, la Corte di appello, nel determinare la pena base per il
reato contestato al ricorrente, ha ritenuto adeguata quella di anni sette di
reclusione ed euro 27.000 di multa.

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al cospetto di una congrua e logica motivazione pienamente aderente ai risultati

Come è noto, la disciplina penale sulle sostanze stupefacenti ha subìto, a
causa di interventi sia normativi che della Corte costituzionale, diversi
rimaneggiamenti.
Per quanto qui interessa, rileva solo l’intervento demolitorio della Corte
costituzionale che, con la sentenza n. 32 del 2014, ha dichiarato “l’illegittimità
costituzionale degli artt. 4-bis e 4-vicies ter, del decreto-legge 30 dicembre
2005, n. 272 (Misure urgenti per garantire la sicurezza ed i finanziamenti per le
prossime Olimpiadi invernali, nonché la funzionalità dell’Amministrazione

modifiche al testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e
sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di
tossicodipendenza, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre
1990, n. 309), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 21
febbraio 2006, n. 49”.
A tale proposito, la Corte ha anche chiarito che, dichiarata l’illegittimità
costituzionale delle disposizioni impugnate, riprende applicazione l’art. 73 del
d.P.R. n. 309 del 1990 nel testo anteriore alla declaratoria di incostituzionalità.
Ne consegue che, la “disapplicazione”, nei processi in corso delle norme
dichiarate incostituzionali, riguardando situazioni anteriori alla decisione della
Consulta, opera ex tunc sulla base di una sorta di retroattività degli effetti della
pronuncia d’incostituzionalità, come se le norme annullate non fossero mai
venute alla luce e dunque ripristinando, in tale ambito, la previgente disciplina,
con la relativa reintroduzione di differenti titoli di reato quanto alle fattispecie
riguardanti le droghe pesanti, da un lato, e quelle leggere, dall’altro, con
conseguente diversificazione del trattamento sanzionatorio, in precedenza
omologo, e producendosi tale effetto, a norma degli artt. 136 Cost. e 30,
comma terzo, I. 11 marzo 1953, n. 87, “dal giorno successivo alla pubblicazione
della decisione”, nella specie avvenuta il 5 marzo 2014 (Gazzetta Ufficiale n. 11,

la Serie Speciale).
Da ciò è derivato quindi un regime sanzionatorio meno gravoso per le
cosiddette “droghe leggere” (la previsione sanzionatoria, reintrodotta per effetto
della sentenza della Corte costituzionale, stabilisce per le sostanze stupefacenti
di cui alle tabelle II e IV dell’art. 14 la pena della reclusione da due a sei anni,
oltre la multa da 5.146 a 77.468 euro a differenza del regime oggetto
dell’intervento demolitorio della Corte costituzionale che prevedeva la pena
detentiva da sei a vent’anni, oltre la pena pecuniaria da 26.000 a 260.000 euro,
parificando il trattamento sanzionatorio per le droghe leggere a quello per le
droghe pesanti).
Nel caso in esame, con riferimento al reato ritenuto in sentenza, la pena
base è stata determinata (anni sette di reclusione) in misura superiore al

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dell’interno. Disposizioni per favorire il recupero di tossicodipendenti recidivi e

massimo edittale (con riferimento alla pena detentiva) previsto per la illegale
detenzione delle sostanze stupefacenti cd. “leggere” (anni sei di reclusione),
trattandosi, nella specie, di hashish.
Ne consegue che la pena comminata è illegale e che, per le ragioni innanzi
enunciate, il terzo motivo di gravame resta assorbito, essendo già stata
dichiarata l’illegittimità costituzionale delle norme censurate producendosi
l’effetto che, attraverso l’eccezione ci costituzionalità, il ricorrente si

4. La sentenza impugnata va perciò annullata con rinvio, limitatamente al
trattamento sanzionatorio, ad altra sezione della Corte di appello di Bologna che
procederà ad una nuova determinazione della pena tenendo conto dei diversi
limiti edittali previsti dal reintrodotto quarto comma dell’art. 73 legge stup. nel
testo precedente alle modifiche apportate al T.U. 9 ottobre 1990, n. 309 dal d.l.
30 dicembre 2005, n. 272, convertito in legge 21 febbraio 2006, n. 49.
Il ricorso va rigettato nel resto.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata limitatamente al trattamento sanzionatorio e
rinvia ad altra sezione della Corte di appello di Bologna.
Rigetta il ricorso nel resto.
Così deciso il 02/12/2014

riprometteva di conseguire.

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