Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 14950 del 24/03/2015


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Penale Sent. Sez. 2 Num. 14950 Anno 2015
Presidente: FIANDANESE FRANCO
Relatore: ALMA MARCO MARIA

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
• NOTARANGELO Angelo, nato a Vieste il giorno 27/11/1977
avverso la ordinanza n. 972/14 in data 27/10/2014 del Tribunale di Bari in
funzione di giudice del riesame,
visti gli atti, l’ordinanza e il ricorso
udita la relazione svolta dal consigliere dr. Marco Maria ALMA;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale dott.
Antonio GIALANELLA, che ha concluso chiedendo dichiararsi l’inammissibilità del
ricorso;

RITENUTO IN FATTO
Con ordinanza in data 27/10/2014, a seguito di gravame ex art. 310 cod. proc.
pen., il Tribunale di Bari, in accoglimento dell’appello proposto dal Pubblico
Ministero ha revocato l’ordinanza emessa dal Tribunale di Foggia in data
14/7/2014 con la quale era stata sostituita nei confronti dell’imputato
NOTARANGELO Angelo la misura cautelare degli arresti domiciliari con quella
dell’obbligo di presentazione quotidiana ai Carabinieri di Vieste e, per l’effetto, ha
ripristinato nei confronti dell’imputato la misura cautelare personale degli arresti
domiciliari.

Data Udienza: 24/03/2015

Ricorre per Cassazione avverso la predetta ordinanza il difensore dell’imputato,
deducendo la violazione dell’art. 606, lett. e) cod. proc. pen. per
contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione risultante dal testo del
provvedimento impugnato e dagli atti che vengono allegati al ricorso, nonché
violazione dell’art. 606, lett. b) cod. proc. pen. per inosservanza ed erronea
applicazione degli artt. 274 e 275 cod. proc. pen.
Si duole la difesa del ricorrente che il Tribunale del riesame ha formulato un

confutare le argomentazioni sostenute dal Tribunale di Foggia nella propria
ordinanza né di valutare i dati di segno contrario emergenti dagli atti del
processo e dalla documentazione prodotta in sede di udienza camerale.
Il Tribunale di Bari avrebbe considerato come ingenti somme che dal capo di
imputazione non sono tali, avrebbe fatto un incongruo riferimento alla
circostanza aggravante di cui all’art. 7 I. 203/91 che non tiene conto delle
evoluzioni processuali atteso che l’originaria richiesta del Pubblico Ministero di
avviamento del trattamento cautelare anche per il reato di cui all’art. 416-bis
cod. pen. è stata successivamente disattesa e che con una sentenza del
4/2/2014 del Tribunale di Foggia relativa a fatti connessi è stata esclusa la
sussistenza sia delle aggravanti di cui all’art. 629 cpv. cod. pen. sia quelle di cui
al citato art. 7.
Non è, poi, dimostrato che l’odierno ricorrente vive dei proventi di reato e, anzi,
vi è in atti una perizia tecnica che ha concluso per la totale compatibilità tra le
capacità economiche dell’imputato ed i beni a lui intestati.
I fatti in contestazione sarebbero poi assai risalenti nel tempo ed il
NOTARANGELO non avrebbe mai violato le prescrizioni impostegli con le misure
cautelari delle quali è risultato gravato nel corso della vicenda processuale.
Il giudizio prognostico negativo sul fatto che l’imputato non si sottrarrà nel futuro
dalla commissione di ulteriori reati sarebbe fondato solo su ipotesi astratte.
Inoltre il Tribunale di Bari non avrebbe tenuto correttamente conto dei parametri
di proporzionalità, adeguatezza ed idoneità delle misure espressamente indicati
dall’art. 275 cod. proc. pen. e che hanno trovato conforto nella sentenza
265/2010 della Corte Costituzionale.
Infine, la motivazione adottata nel gravato provvedimento sarebbe incongrua ed
illogica nel momento in cui ha fatto riferimento ad un episodio sfociato
nell’emissione in data 7/2/2014 di un decreto di citazione a giudizio a carico nel
NOTARANGELO per il reato di minacce rivolte al Presidente dell’Associazione
Antiracket Antimafia nonché ai membri di essa all’interno di un’aula di giustizia.

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giudizio prognostico nei confronti del NOTARANGELO senza preoccuparsi di

Spiega la difesa del ricorrente come il relativo processo è ancora in corso e come
nello stesso la difesa ha indicato una serie di testi (tra cui avvocati, giudici e
personale della polizia penitenziaria) che sarebbero in grado di dimostrare
l’infondatezza della tesi accusatoria. Al riguardo il Tribunale del riesame, nel
richiamare tale fatto avrebbe però irragionevolmente ipotizzato che tali
ipotetiche minacce sarebbero state pronunciate dinanzi a testi diversi da quelli
indicati dalla difesa senza poi tenere conto anche del differente profilo derivante

NOTARANGELO era ancora sottoposto alla misura custodiale.

CONSIDERATO IN DIRITTO
Deve, innanzitutto, premettersi che “l’insussistenza dei gravi indizi di
colpevolezza ex art. 273 cod. proc. pen. e delle esigenze cautelari di cui all’art.
274 stesso codice è rilevabile in cassazione soltanto se si traduce nella violazione
di specifiche norme di legge od in mancanza o manifesta illogicità della
motivazione, risultante dal testo del provvedimento impugnato. (In motivazione,
la S.C. ha chiarito che il controllo di legittimità non concerne né la ricostruzione
dei fatti, né l’apprezzamento del giudice di merito circa l’attendibilità delle fonti
e la rilevanza e concludenza dei dati probatori, onde sono inammissibili quelle
censure che, pur investendo formalmente la motivazione, si risolvono nella
prospettazione di una diversa valutazione di circostanze già esaminate dal
giudice di merito) (Cass. Sez. F, sent. n. 47748 del 11/08/2014, dep.
19/11/2014, Rv. 261400; Sez. 3, sent. n. 40873 del 21/10/2010, dep.
18/11/2010, Rv. 248698).
Ciò doverosamente premesso, va osservato quanto segue:
1) quanto alla doglianza secondo la quale il Tribunale di Bari avrebbe considerato
ingenti somme che – secondo la difesa – dal capo di imputazione non appaiono
tali, va detto che si tratta di una valutazione di fatto che non appare peraltro
smentita dalla documentazione allegata al ricorso dalla quale si evince che al
NOTARANGELO è contestato il concorso in vari episodi estorsivi relativi alla
richiesta di somme variabili dai 9.000,00 C (una tantum) ai 1.000,00 C (mensili)
in relazione al tentativo di estorsione ai danni di DESIMIO Matteo e DESIMIO
Graziano, dai 2.500,00 ai 5.000,00 C in relazione al tentativo di estorsione ai
danni di DESIMIO Pierino, nonché alla richiesta ed ottenimento delle somme di
2.500,00 e 4.500,00 C ai danni sempre di DESIMIO Pierino nonché dell’ulteriore
tentativo di estorsione nei confronti della medesima vittima finalizzato ad
ottenere dalla stessa la consegna di 1.500,00 C con cadenza mensile.

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dal fatto che tali minacce sarebbero state pronunciate allorquando il

Le somme indicate, la periodicità della richiesta delle stesse evidenziano ancorché non risulti contestata la circostanza aggravante di cui all’art. 61 n. 7
cod. pen. – un danno obbiettivamente grave atteso che per costante
giurisprudenza di questa Corte Suprema da un lato al reato tentato si applicano
le circostanze relative all’entità del danno patrimoniale previste per il
corrispondente reato consumato, quando vi sia compatibilità logico giuridica,
ossia ogni qualvolta sia possibile, attraverso le modalità dei fatti, stabilire il

gli fosse stata impedita la consumazione del reato (cfr. Cass. Sez. 2, sent. n.
4356 del 16/11/1984, dep. 07/05/1985, Rv. 169067), e, dall’altro, in caso di
reato continuato, valendo, in mancanza di tassative esclusioni, il principio della
unitarietà, la valutazione in ordine alla sussistenza o meno dell’aggravante del
danno di rilevante gravità dev’essere operata con riferimento non al danno
cagionato da ogni singola violazione, ma a quello complessivo causato dalla
somma delle violazioni (cfr. in tal senso Sez. 1, sent. n. 49086 del 24/05/2012,
dep. 18/12/2012, Rv. 253961).
2) Quanto alla doglianza relativa al fatto che il Tribunale di Bari avrebbe fatto un
incongruo riferimento alla circostanza aggravante di cui all’art. 7 I. 203/91 va
detto che appare inconferente il fatto, indicato nel ricorso, che l’originaria
richiesta del Pubblico Ministero di avviamento del trattamento cautelare anche
per il reato di cui all’art. 416-bis cod. pen. è stata successivamente disattesa e
che con una sentenza del 4/2/2014 del Tribunale di Foggia relativa a fatti
connessi è stata esclusa la sussistenza sia delle aggravanti di cui all’art. 629 cpv.
cod. pen. sia quelle di cui al citato art. 7.
Ciò perché da un lato la contestazione della circostanza aggravante de qua nei
capi di imputazione è stata elevata sotto il profilo del “metodo mafioso” con ciò
rendendo assolutamente irrilevante il fatto che l’imputato oggi ricorrente sia
anche membro di un’associazione ex art. 416-bis cod. pen. e, dall’altro, perché
ogni fatto-reato in contestazione mantiene comunque la propria autonomia
esecutiva con la conseguenza che l’esclusione per altri fatti (seppure
potenzialmente connessi) ed in altro procedimento di tale circostanza aggravante
appare del tutto irrilevante in questa sede.
Peraltro il Tribunale ha congruamente evidenziato in proposito con riferimento ai
fatti-reato in contestazione le notevoli capacità intimidatorie delle azioni poste in
essere “evocative di un’organizzazione criminale operante sul territorio”.

valore delle cose che il colpevole avrebbe acquisito al proprio patrimonio, se non

3) Quanto alla doglianza relativa al fatto che non è dimostrato che l’odierno
ricorrente vive dei proventi di reato va detto che la stessa non corrisponde a
quanto affermato dal Tribunale nell’ordinanza che in questa sede ci occupa.
Infatti il Tribunale ha evidenziato aspetti ben diversi, sottolineando la “costante
dedizione” dell’imputato alla consumazione “in modo pressoché esclusivo” di
delitti della stessa indole di quelli per i quali si procede nel caso che in questa
sede ci occupa, così come ampiamente evidenziati nell’ordinanza stessa e per

dell’imputato ad 11 anni di reclusione.
Il fatto, poi, che l’imputato possa disporre anche di redditi potenzialmente leciti
così come documentato dagli allegati al ricorso non è per nulla in contrasto con
l’affermazione contenuta nella sentenza impugnata.
Né d’altro canto rileva il fatto che il Tribunale del riesame non si sia profuso in
dettagliata motivazione sul punto atteso che è giurisprudenza consolidata di
questa Corte che, nella motivazione del proprio provvedimento, il giudice di
merito non è tenuto a compiere un’analisi approfondita di tutte le deduzioni delle
parti e a prendere in esame dettagliatamente tutte le risultanze processuali,
essendo invece sufficiente che, anche attraverso una valutazione globale di
quelle deduzioni e risultanze, spieghi, in modo logico e adeguato, le ragioni che
hanno determinato il suo convincimento, dimostrando di aver tenuto presente
ogni fatto decisivo; nel qual caso devono considerarsi implicitamente disattese le
deduzioni difensive che, anche se non espressamente confutate, siano
logicamente incompatibili con la decisione adottata. (in questo senso v. Sez. 6,
sent. n. 20092 del 04/05/2011, dep. 20/05/2011, Rv. 250105; Cass. Sez. 4,
sent. n. 1149 del 24.10.2005, dep. 13.1.2006, Rv 233187).
4) Quanto, poi, alla doglianza difensiva relativa alla circostanza che i fatti ‘in
contestazione sarebbero assai risalenti nel tempo ed il NOTARANGELO non
avrebbe mai violato le prescrizioni impostegli con le misure cautelari delle quali è
risultato gravato nel tempo, va detto che il Tribunale ha tenuto conto di tale
aspetto e sul punto ha prodotto una motivazione congrua e logica (cfr. pag. 2
della gravata ordinanza) evidenziando come la risalenza nel tempo delle
condotte poste alla base delle imputazioni elevate a carico dell’odierno ricorrente
appare minus valente rispetto alla concomitante pendenza di altri procedimenti
nell’ambito dei quali al NOTARANGELO sono contestate condotte estorsive ai
danni degli imprenditori nella zona di Vieste e, quindi, significativi di come il
prevenuto sia costantemente dedito al compimento di attività criminale.

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alcuni dei quali è già intervenuta sentenza di condanna (ancorché non definitiva)

5) Quanto ai profili di prognosi circa il fatto che l’imputato non si sottrarrà nel
futuro dalla commissione di ulteriori reati nonché ai parametri di proporzionalità,
adeguatezza ed idoneità della misura imposta, l’ordinanza impugnata si presenta
motivata in maniera assolutamente congrua, logica e non contraddittoria atteso
che nella stessa, attraverso il richiamo alla gravità dei reati per i quali è in corso
il procedimento de qua, del numero degli stessi e di quelli nei quali si procede in
via autonoma nei confronti del NOTARANGELO, alle spinte criminogene
manifestate dall’imputato e, più in generale, agli elementi caratterizzanti la

concretezza delle esigenze cautelari. Con riguardo poi, alla proporzionalità,
adeguatezza ed idoneità della misura imposta il Tribunale ha ritenuto, con una
valutazione discrezionale e non sindacabile in questa sede in quanto, come
detto, congruamente e logicamente motivata, che l’indole incoercibilmente
refrattaria dell’imputato al rispetto della legge si pone in termini antitetici al
contenuto tipico di misure cautelari di natura non custodiale le quali si fondano
sulla aspettativa di una condotta rispettosa delle leggi dello Stato e che all’esito
di una valutazione globale degli elementi sopra descritti unita alla personalità del
prevenuto non consentono di pronosticare che il NOTARANGELO si sottrarrà alla
reiterazione di condotte della stessa specie.
Ciò ha, quindi portato il Tribunale ad applicare legittimamente all’interessato la
misura cautelare personale degli arresti domiciliari.
6) Quanto, infine, alla doglianza di parte ricorrente in ordine al fatto che la
motivazione adottata nel gravato provvedimento sarebbe incongrua ed illogica
nel momento in cui ha fatto riferimento ad un episodio sfociato nell’emissione in
data 7/2/2014 di un decreto di citazione a giudizio a carico nel NOTARANGELO
per il reato di minacce rivolte al Presidente dell’Associazione Antiracket Antimafia
nonché ai membri di essa all’interno di un’aula di giustizia, va detto che la stessa
risulta essere già stata sottoposta al Tribunale del riesame che, anche in questo
caso con motivazione congrua, ha evidenziato che la documentazione versata in
atti dalla difesa dell’odierno ricorrente non è idonea ad escludere. la fondatezza
di tale accusa. Del resto, anche in questa sede di legittimità, la difesa di parte
ricorrente non ha prodotto elementi documentali idonei a dimostrare che sul
punto il Tribunale è caduto in un palese travisamento degli elementi posti a sua
disposizione.
Tutte le doglianze formulate dal ricorrente sono quindi da ritenersi
manifestamente infondate.

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personalità dello stesso, il Tribunale ha ritenuto sussistere la attualità e la

Per le considerazioni or ora esposte, dunque, il ricorso deve essere dichiarato
inammissibile.
Segue, a norma dell’articolo 616 c.p.p., la condanna del ricorrente al pagamento
delle spese del procedimento ed al pagamento a favore della Cassa delle
Ammende, non emergendo ragioni di esonero, della somma ritenuta equa di €
1.000,00 (mille) a titolo di sanzione pecuniaria.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle
spese processuali e della somma di € 1.000,00 alla Cassa delle ammende.
Si provveda ai sensi dell’art. 28 Reg. Esec. c.p.p.

Così deciso in Roma il giorno 24 marzo 2015.

P.Q.M.

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