Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 14943 del 19/03/2015


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Penale Sent. Sez. 2 Num. 14943 Anno 2015
Presidente: IANNELLI ENZO
Relatore: DAVIGO PIERCAMILLO

SENTENZA

sul ricorso proposto da
Di Fiore Pasquale, nato a Torre Annunziata il 14/06/1980;
avverso l’ordinanza del 22/09/2014 del Tribunale di Napoli;
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Piercarnillo Davigo;
udito il Pubblico Ministero, in persona dell’Avvocato generale Carmine Stabile,
che ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso.

RITENUTO IN FATTO

1. Con ordinanza del 13.5.2014 il G.I.P. del Tribunale di Napoli rigettò
l’istanza di sostituzione della custodia in carcere con gli arresti domiciliari
avanzata nell’interesse di Di Fiore Pasquale, indagato per il reato di cui all’art. 74
D.P.R. 309/1990.

2. L’indagato propose appello, ma il Tribunale di Napoli, con ordinanza del
22.9.2014 confermò l’ordinanza impugnata.

3.

Ricorre per cassazione l’indagato tramite il difensore deducendo

mancanza di motivazione in ordine alle concrete e specifiche esigenze cautelari.
Nell’impugnazione si segnalava l’analogia con la situazione del ci – indagatp
Vitiello Carlo, il quale, pur gravato da precedenti penali specifici ha ottenuto la

Data Udienza: 19/03/2015

sostituzione della custodia in carcere con gli arresti domiciliari. Il Tribunale ha
fatto riferimento alla peculiare configurazione delle esigenze cautelari senza
precisare quali siano. Si cita una pronunzia di questa Corte a sostegno della tesi
svolta.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il ricorso è manifestamente infondato e svolge censure di merito.

erano già state disattese in sede di riesame e che non erano sopravvenuti fatti
ulteriori, ha ritenuto che non fosse cessata l’appartenenza dell’indagato al
sodalizio. Ha poi ritenuto non rilevante lo stato di formale incensurato del Di
Fiore alla luce dell’estrema gravità dei fatti e della negativa valutazione della
personalità, anche alla luce del perseverare nel tempo della condotta
delinquenziale. È pertanto pervenuto alla conclusione che solo la custodia in
carcere era adeguata a tutelare dal pericolo di reiterazione anche per garantire il
definivo distacco dal contesto ambientale e territoriale. In tal modo ha escluso la
possibilità di comparazione con la diversa determinazione riguardante un co indagato.
Tale motivazione appare adeguata, alla luce del principio affermato da
questa Corte, secondo il quale In tema di esigenze cautelari, la modalità della
condotta tenuta in occasione del reato può essere presa in considerazione per il
giudizio sulla pericolosità sociale dell’imputato, oltre che sulla gravità del fatto
(Cass. Sez. 6 sent. n. 12404 del 17.2.2005 dep. 4.4.2005 rv 231323) ed appare
altresì adeguata a spiegare la scelta della custodia cautelare in carcere quale
unica misura idonea a prevenire il pericolo di reiterazione di reati della stessa
specie alla luce dell’orientamento di questa corte, condiviso dal Collegio, secondo
il quale in tema di scelta e adeguatezza delle misure cautelari, ai fini della
motivazione del provvedimento di custodia in carcere non è necessaria
un’analitica dimostrazione delle ragioni che rendono inadeguata ogni altra
misura, ma è sufficiente che il giudice indichi, con argomenti logico-giuridici tratti
dalla natura e dalle modalità di commissione dei reati nonché dalla personalità
dell’indagato, gli elementi specifici che, nella singola fattispecie, fanno
ragionevolmente ritenere la custodia in carcere come la misura più adeguata ad
impedire la prosecuzione dell’attività criminosa, rimanendo in tal modo superata
e assorbita l’ulteriore dimostrazione dell’inidoneità delle subordinate misure
cautelari (Cass. Sez. 1^ sent. n. 45011 del 26.9.2003 dep. 21.11.2003 rv
227304).
In tema di scelta e adeguatezza delle misure cautelari, ai fini della
motivazione del provvedimento di custodia in carcere non è necessaria

2

Il Tribunale, dopo aver dato atto che gran parte delle doglianze difensive

un’analitica dimostrazione delle ragioni che rendono inadeguata ogni altra
misura, ma è sufficiente che il giudice indichi, con argomenti logico-giuridici tratti
dalla natura e dalle modalità di commissione dei reati nonché dalla personalità
dell’indagato, gli elementi specifici che inducono ragionevolmente a ritenere la
custodia in carcere come la misura più adeguata al fine di impedire la
prosecuzione dell’attività criminosa, rimanendo in tal modo assorbita l’ulteriore
dimostrazione dell’inidoneità delle altre misure coercitive (Cass. Sez. 6, Sentenza

2. Il ricorso deve pertanto essere dichiarato inammissibile.
Ai sensi dell’articolo 616 cod. proc. pen., con il provvedimento che dichiara
inammissibile il ricorso, la parte privata che lo ha proposto deve essere
condannato al pagamento delle spese del procedimento, nonché – ravvisandosi
profili di colpa nella determinazione della causa di inammissibilità – al
pagamento a favore della Cassa delle ammende della somma di mille euro, così
equitativamente fissata in ragione dei motivi dedotti.

3. Poiché dalla presente decisione non consegue la rimessione in libertà del
ricorrente, deve disporsi – ai sensi dell’articolo 94, comma 1 ter, delle
disposizioni di attuazione del codice di procedura penale – che copia della stessa
sia trasmessa al direttore dell’istituto penitenziario in cui l’indagato trovasi
ristretto perché provveda a quanto stabilito dal comma 1 bis del citato articolo
94.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle
spese processuali e della somma di euro mille alla Cassa delle ammende.
Si provveda a norma dell’articolo 94, comma 1 ter, disp. att. cod. proc. pen.

Così deciso il 19/03/2015.

n. 17313 del 20/04/2011 dep. 05/05/2011 Rv. 250060).

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