Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 14939 del 17/03/2015


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Penale Sent. Sez. 2 Num. 14939 Anno 2015
Presidente: GENTILE MARIO
Relatore: PELLEGRINO ANDREA

SENTENZA
Sul ricorso proposto nell’interesse di Barbaro Domenico, n. a Reggio
Calabria il 09.06.1966, rappresentato e assistito dall’avv. Vincenzo
Nico D’Ascola, di fiducia, avverso l’ordinanza del Tribunale di Reggio
Calabria, sezione del riesame, n. 863/2014, in data 18.08.2014;
visti gli atti, il provvedimento impugnato ed il ricorso;
sentita la relazione della causa fatta dal consigliere dott. Andrea
Pellegrino;
udita la requisitoria del Sostituto procuratore generale dott. Eduardo
Vittorio Scardaccione che ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso;
sentita la discussione del difensore, avv. Sergio Laganà, comparso in
sostituzione dell’avv. Vincenzo Nico D’Ascola, che ha chiesto
l’accoglimento del ricorso.

RITENUTO IN FATTO

Data Udienza: 17/03/2015

1.

Con ordinanza in data 15.07.2014, il giudice per le indagini

preliminari presso il Tribunale di Reggio Calabria applicava nei confronti
di Barbaro Domenico la misura cautelare della custodia in carcere per i
reati di cui agli artt. 416 bis, commi 1, 2, 3, 4 e 5 cod. pen., 71 d.lvo n.
159/2011, 99, commi 2, 3 e 4 cod. pen. (capo A), 74 d.P.R. n.
309/1990, 99, commi 2, 3 e 4 cod. pen. (capo B).

1.1. L’indagine sottesa al presente procedimento ha avuto ad oggetto la
perdurante operatività della cosca mafiosa denominata “CaridiBorghetto-Zindato” attiva nell’ambito della più ampia cosca Libri,
dominante nei quartieri meridionali della città di Reggio Calabria. Dalle
intercettazioni ambientali effettuate in carcere a carico di Laurendi
Domenico e dei propri familiari/sodali, è emerso come alcuni dei
principali vertici operativi dell’associazione (in particolare, Zindato
Francesco, Zindato Gaetano Andrea, Borghetto Eugenio, Latella Paolo,
Ventura Domenico) godessero di costanti periodici emolumenti da parte
degli altri sodali che, grazie alla consumazione di svariati reati connessi
al traffico di stupefacenti ovvero contro il patrimonio, si procuravano le
risorse necessarie a garantire le esigenze dei succitati detenuti. In tale
ottica, Laurendi Domenico, vero e proprio collettore di risorse
economiche per gli scopi sopra individuati, viene descritto nel
provvedimento impositivo della misura originaria genetica come
soggetto capace di “coinvolgere il suo intero nucleo familiare nella
prosecuzione dell’attività delinquenziale, impartendo ordini e direttive
specifiche ai componenti di esso, cercando di mantenere il suo
predominio nei confronti degli altri consociati, facendo leva sullo stretto
legame con i vertici della cosca, e prodigandosi nell’opera di assistenza e
di sostegno alle famiglie dei detenuti”. L’indagine, quindi, ha mirato a
ricostruire, nel loro complesso, gli equilibri esistenti all’interno del
sodalizio criminoso e ad individuare quali fossero i veri e propri accordi
volti a stabilire chi fosse incaricato di consegnare il denaro e chi, invece,
fosse deputato a riceverlo: il tutto, rivelando come le somme di denaro
utilizzate per il sostentamento dei detenuti venissero procurate
attraverso la consumazione di altri delitti.
2. Avverso detto provvedimento, Barbaro Domenico, tramite difensore,
proponeva ricorso per riesame avanti al Tribunale di Reggio Calabria.
3. Con ordinanza in data 18.08.2014, il Tribunale di Reggio Calabria

2

rigettava il ricorso confermando il provvedimento impugnato.
4. Avverso detta pronuncia, Barbaro Domenico, tramite difensore,
propone ricorso per cassazione, lamentando:
– violazione dell’art. 606, comma 1 lett. b) ed e) cod. proc. pen. in
relazione agli artt. 111, comma 6 Cost., 125, comma 3, 292, comma 2
lett. c) bis, 273 cod. proc. pen., 416 bis cod. pen. (primo motivo);
– violazione dell’art. 606, comma 1 lett. b) ed e) cod. proc. pen. in

pen., 74 d.P.R. n. 309/1990 (secondo motivo);
– violazione dell’art. 606, comma 1 lett. b) ed e) cod proc. pen. in
relazione agli artt. 111, comma 6 Cost., 125, comma 3, 292, comma 2
lett. c) bis, 273 cod. proc. pen., 416 bis cod. pen., 74 d.P.R. n.
309/1990 (terzo motivo);
– violazione dell’art. 606, comma 1 lett. b) ed e) cod. proc. pen. in
relazione agli artt. 111, comma 6 Cost., 125, comma 3, 292, comma 2
lett. c) bis, 274 e 275, comma 3 cod. proc. pen. (quarto motivo).
4.1. Con riferimento al primo motivo, si censura l’esistenza di una
motivazione apparente, contraddittoria e manifestamente illogica nonché
imperniata su una erronea applicazione delle norme penali e dei principi
di diritto dettati in tema di gravi indizi di colpevolezza in relazione al
capo A). La copiosa traslitterazione di interi brani delle conversazioni
afferenti solo indirettamente il ricorrente avvenute

inter alios

non

possono far velo alla generica e lacunosa individuazione e analisi delle
specifiche condotte esecutive potenzialmente riconducibili all’andamento
operativo del sodalizio mafioso di cui si sarebbe reso responsabile il
Barbaro. E, invero, il Tribunale si è astenuto dall’indicare le modalità e le
effettive dinamiche attraverso le quali il ricorrente avrebbe dato corpo
alla sua partecipazione associativa ex art. 416 bis cod. pen. e
contribuito, in termini di efficienza causale, alla stabilità e sopravvivenza
del sodalizio. Non potrà non rilevarsi, infatti, come il provvedimento
impugnato risulti affetto da vizio di motivazione sotto l’ulteriore profilo
della individuazione del ruolo dinamico e funzionale che il Barbaro
avrebbe svolto all’interno del sodalizio criminoso.
4.2. Con riferimento al secondo motivo, argomentazioni e censure del
medesimo tenore di quelle rassegnate con il primo motivo di doglianza
vengono ripetute con riferimento al reato di cui al capo B). Invero,
l’ordinanza impugnata ha ritenuto sussistenti, con motivazione

relazione agli artt. 111, comma 6 Cost., 125, comma 3, 273 cod. proc.

inesistente, i gravi indizi di colpevolezza in ordine alla partecipazione al
sodalizio di cui al capo A) e poi, sulla base del dato così ottenuto, ha
voluto dimostrare anche la partecipazione al sodalizio di cui al capo B),
con ciò cadendo in un evidente ragionamento circolare. Nella sostanza,
l’ordinanza si è limitata ad identificare il referente di tale gruppo nella
persona dell’odierno indagato esclusivamente sulla base del presunto
rapporto con il Polimeni, non aggiungendo alcunché in merito alla

la stessa indicazione di referente dell’associazione con il Barbaro, non è
risultata sorretta da alcuna motivazione. Manca, invero, nell’iter logico
seguito dal Tribunale del riesame la necessaria indicazione di elementi
concreti dimostrativi dell’esistenza di una pur rudimentale autonoma
struttura organizzativa, con una specifica divisione dei ruoli e con una
struttura gerarchica ben individuata, finalizzata specificamente al
commercio di sostanze stupefacenti: in particolare, non è stato descritto
in che modo fosse strutturata la rete distributiva dello stupefacente, sia
in termini di soggetti addetti allo spaccio al minuto, sia in termini di
singole e specifiche piazze di spaccio; del pari, non sono state indicate le
fonti di approvvigionamento delle sostanze stupefacenti, né ancor meno
sono stati indicati i significativi elementi da cui desumere la
consapevolezza del Barbaro di far parte di una struttura finalizzata al
commercio di sostanze stupefacenti e di agire allo scopo di rafforzare e
rendere funzionante la struttura medesima.
4.3. Con riferimento al terzo motivo, si censura l’ordinanza impugnata
nella parte in cui ha omesso di fornire adeguata motivazione alle
censure difensive che erano state mosse all’ordinanza applicativa della
misura cautelare contenute nella memoria depositata nel corso
dell’udienza camerale del 13.08.2014. Così facendo, il Tribunale del
riesame ha deciso di adagiarsi completamente – con ciò debordando i
confini della mera motivazione

per relationem –

sul contenuto

dell’ordinanza del giudice per le indagini preliminari, finendo così per
rendere una motivazione del tutto apparente e per questo priva della
capacità dimostrativa del percorso logico-argomentativo utilizzato dal
giudice del riesame. Il giudice per le indagini preliminari prima ed il
Tribunale del riesame poi, avevano omesso di vagliare la fonte (diretta,
de relato, da voci correnti in pubblico) delle informazioni che venivano

scambiate tra i colloquianti; avevano altresì ritenuto di sorvolare

ripartizione di ruoli e funzioni all’interno della supposta associazione: e,

sull’antinomia dei contenuti dei colloqui del 18.04.2012 ore 9,38 tra
Laurendí Domenico e Laurendi Francesco e del 28.04.2012 sempre tra i
due succitati soggetti e su tutta una serie di ulteriori incongruenze e
discrasie emerse anche attraverso l’esame di altre conversazioni captate
(v. colloqui del 11.08.2012, dell’01.09.2012, del 29.09.2012, del
12.10.2012 e del 23.11.2012). Non pare seriamente revocabile in
dubbio che l’obbligo motivazionale gravante sul giudice della cautela può

dirsi adeguatamente adempiuto soltanto se la motivazione comprenda
anche i dati ritualmente forniti dalla difesa, attraverso la negazione o la
confutazione degli stessi. L’omissione ha determinato una vera e propria
violazione della regola di giudizio secondo la quale, la presenza di
affermazioni etero-accusatorie provenienti da conversazioni telefoniche
o ambientali, costituisce un semplice indizio inidoneo all’emissione di
una misura cautelare e che impone la verifica della fondatezza
dell’accusa attraverso la ricerca di riscontri concreti.
4.4. Con riferimento al quarto motivo, si censura l’ordinanza impugnata
che, come l’ordinanza genetica, ha fondato la prognosi dell’esistenza di
esigenze cautelari attraverso l’uso di clausole di stile ed affermazioni
prive di reale portata motivazionale, trascurando l’assenza di contatti tra
il Barbaro e gli altri protagonisti della vicenda indagata, la mancanza di
partecipazione a specifici episodi delittuosi e l’assenza di dati concreti da
cui ricavare che l’indagato sia persona dedita in maniera professionale e
continuativa ad una qualsiasi attività delittuosa; inoltre, si era omesso di
considerare come la condotte in contestazione, ivi comprese quelle
associative, risultavano essere già cessate nel dicembre 2012.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il ricorso è – per le ragioni che si andranno ad esporre – parzialmente
fondato con riferimento al capo B d’incolpazione (secondo motivo) in
relazione al quale va disposto annullamento del provvedimento
impugnato con rinvio al Tribunale di Reggio Calabria per nuovo esame;
nel resto, lo stesso si profila infondato (con riferimento all’ultimo motivo,
anche in modo manifesto) e, come tale, va rigettato.
2.

È anzitutto necessario chiarire, sia pur in sintesi, i limiti di

sindacabilità da parte di questa Corte Suprema dei provvedimenti
adottati dal giudice del riesame sulla libertà personale.

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2.1. Secondo l’orientamento di questa Corte, che il Collegio condivide e
reputa attuale anche all’esito delle modifiche normative che hanno
interessato l’art. 606 cod. proc. pen. (cui l’art. 311 cod. proc. pen.
implicitamente rinvia), “l’ordinamento non conferisce alla Corte di
Cassazione alcun potere di revisione degli elementi materiali e fattuali
delle vicende indagate, ivi compreso lo spessore degli indizi, ne’ alcun
potere di riconsiderazione delle caratteristiche soggettive dell’indagato,

ivi compreso l’apprezzamento delle esigenze cautelari e delle misure
ritenute adeguate, trattandosi di apprezzamenti rientranti nel compito
esclusivo e insindacabile del giudice cui è stata chiesta l’applicazione
della misura cautelare, nonché del tribunale del riesame. Il controllo di
legittimità sui punti devoluti è, perciò, circoscritto all’esclusivo esame
dell’atto impugnato al fine di verificare che il testo di esso sia
rispondente a due requisiti, uno di carattere positivo e l’altro negativo, la
cui presenza rende l’atto incensurabile in sede di legittimità:
a) l’esposizione delle ragioni giuridicamente significative che lo hanno
determinato;
b) l’assenza di illogicità evidenti, ossia la congruità delle argomentazioni
rispetto al fine giustificativo del provvedimento” (Sez. 6, sent. n. 2146
del 25/05/1995, dep. 16/06/1995, Rv. 201840).
2.2. Inoltre, “il controllo di legittimità sulla motivazione delle ordinanze
di riesame dei provvedimenti restrittivi della libertà personale è diretto a
verificare, da un lato, la congruenza e la coordinazione logica
dell’apparato argomentativo che collega gli indizi di colpevolezza al
giudizio di probabile colpevolezza dell’indagato e, dall’altro, la valenza
sintomatica degli indizi. Tale controllo, stabilito a garanzia del
provvedimento, non involge il giudizio ricostruttivo del fatto e gli
apprezzamenti del giudice di merito circa l’attendibilità delle fonti e la
rilevanza e la concludenza dei risultati del materiale probatorio, quando
la motivazione sia adeguata, coerente ed esente da errori logici e
giuridici. In particolare, il vizio di mancanza della motivazione
dell’ordinanza del riesame in ordine alla sussistenza dei gravi indizi di
colpevolezza non può essere sindacato dalla Corte di legittimità, quando
non risulti prima facie dal testo del provvedimento impugnato, restando
ad essa estranea la verifica della sufficienza e della razionalità della
motivazione sulle questioni di fatto” (Sez. 1, sent. n. 1700 del
20/03/1998, dep. 04/05/1998, Rv. 210566).

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2.3. Si è anche precisato che la richiesta di riesame ha la specifica
funzione di sottoporre a controllo la validità dell’ordinanza cautelare con
riguardo ai requisiti formali indicati nell’art. 292 cod. proc. pen., ed ai
presupposti ai quali è subordinata la legittimità del provvedimento
coercitivo: ciò premesso, si è evidenziato che la motivazione della
decisione del Tribunale del riesame, dal punto di vista strutturale, deve
essere conformata al modello delineato dal citato articolo, ispirato al

modulo di cui all’art. 546 cod. proc. pen., con gli adattamenti resi
necessari dal particolare contenuto della pronuncia cautelare, non
fondata su prove, ma su indizi e tendente all’accertamento non della
responsabilità, bensì di una qualificata probabilità di colpevolezza (Sez.
U, sent. n. 11 del 22/03/2000, Rv. 215828; conforme, dopo la novella
dell’art. 606 cod. proc. pen., Sez. 4, sent. n. 22500 del 03/05/2007, Rv.
237012).
2.4. L’insussistenza dei gravi indizi di colpevolezza e delle esigenze
cautelari è, quindi, rilevabile in Cassazione soltanto se si traduce nella
violazione di specifiche norme di legge o nella manifesta illogicità della
motivazione secondo la logica ed i principi di diritto, rimanendo
“all’interno” del provvedimento impugnato; il controllo di legittimità non
può, infatti, riguardare la ricostruzione dei fatti e sono inammissibili le
censure che, pur formalmente investendo la motivazione, si risolvono
nella prospettazione di una diversa valutazione delle circostanze
esaminate dal giudice di merito, dovendosi in sede di legittimità
accertare unicamente se gli elementi di fatto sono corrispondenti alla
previsione della norma incriminatrice e le statuizioni sono assistite da
motivazione non manifestamente illogica.
3. Infondato è certamente il primo motivo di doglianza.
Invero, le ragioni poste a sostegno del motivo di gravame svolgono fin
troppo scopertamente il tentativo di indurre il giudice di legittimità ad
una critica nel merito delle scelte di valutazione, di certo non
manifestamente infondate, delle circostanze implementanti il costrutto
probatorio.
Non può peraltro sottacersi che la strutturazione del discorso
giustificativo giudiziale sia di difficile lettura, attraverso l’affastellamento
di una serie di conversazioni intercettate, dalle quali, con una certa
difficoltà, è possibile estrarre il filo conduttore di un ragionamento che
però in definitiva resiste alle censure della difesa.

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3.1. Fermo quanto precede, non v’è dubbio che, in tema di associazione
per delinquere di stampo mafioso, gli indizi in tanto possono qualificarsi
gravi in quanto da essi sia possibile trarre la rappresentazione
dell’inserimento organico della persona nell’associazione, al di la di
sporadici contributi o di attività delinquenziali in concorso con affiliati sì
della cosca, ma motivati da ragioni personali e individuali. Ancora, può
dirsi che nel procedimento “de libertate”, la valutazione del contenuto e

dei risultati delle intercettazioni, telefoniche o ambientali che siano, e del
significato delle espressioni usate anche dagli interlocutori, costituiscono
accertamento di fatto, riservato al giudice del merito e insindacabile in
sede di legittimità, se sostenuto da motivazione congrua e logica. Vi è
anche da aggiungere che, il presupposto dei gravi indizi di reato va
inteso non in senso probatorio, ossia come valutazione del fondamento
dell’accusa, ma come vaglio di particolare serietà delle ipotesi delittuose
configurate, le quali non devono risultare meramente ipotetiche,
essendo al contrario richiesta una sommaria ricognizione degli elementi
dai quali sia dato desumere la seria probabilità dell’avvenuta
consumazione di un reato.
3.2. In tale contesto, ubbidiente ai valori della seria possibilità e non
della certezza processuale, le critiche difensive che, capillarmente,
isolando ogni conversazione intercettata dall’altra, svolgono il tentativo
di dedurne un significato alternativo a quello proposto dai giudici di
merito, si rivelano inconferenti perchè si posizionano in un campo di
conoscenza precluso al giudice di legittimità e, invece, nel perimetro
entro il quale potrà e dovrà svolgersi il giudizio finale in merito alla
colpevolezza o meno della ricorrente. E le stesse censure difensive non
possono comunque “contrastare” l’evidente finalità della condotta,
penalmente rilevante, tenuta dal Barbaro: interferire tra i sodali sulle
modalità e sulle destinazioni di somme di denaro provenienti dal traffico
di droga tra le famiglie di affiliati alla cosca di “ndrangheta”.
3.3. Ed è noto che sul piano probatorio, la partecipazione (ivi compresa
la condotta direttiva ed organizzativa) ad una associazione di tipo
mafioso può essere desunta da indicatori fattuali dai quali, sulla base di
attendibili regole di esperienza attinenti propriamente al fenomeno della
criminalità del tipo, possa logicamente inferirsi la appartenenza del
soggetto al sodalizio, purché si tratti di indizi gravi e precisi, come i
molteplici e significativi “facta concludentia”, idonei a dare la sicura

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dimostrazione della costante permanenza del vincolo, con puntuale
riferimento, peraltro, allo specifico periodo temporale considerato
dall’incolpazione.
4. Fondato è invece il secondo motivo di censura.
L’ordinanza impugnata ha ritenuto sussistenti, con motivazione
inesistente, i gravi indizi di colpevolezza in ordine alla partecipazione al
sodalizio di cui al capo A) e poi, sulla base del dato così ottenuto, ha

voluto dimostrare anche la partecipazione al sodalizio di cui al capo B),
con ciò cadendo in un evidente ragionamento circolare.
Ed in effetti, anche dal contesto motivazionale del provvedimento in
questa sede impugnato, se è agevole trarre la realtà dei proventi di
denaro da distribuire tra gli affiliati in carcere, non è per nulla delineata
in proposito una strutturazione, nell’ambito della associazione di stampo
mafioso, di un più specifico raggruppamento, ancorchè rudimentale,
dedito alla programmazione, da parte di più soggetti, di reati relativi al
traffico di stupefacenti. In particolare, non è stato descritto in che modo
fosse strutturata la rete distributiva dello stupefacente, sia in termini di
soggetti addetti allo spaccio al minuto, sia in termini di singole e
specifiche piazze di spaccio; del pari, non sono state indicate le fonti di
approvvigionamento delle sostanze stupefacenti, né ancor meno sono
stati indicati i significativi elementi da cui desumere la consapevolezza
del ricorrente di far parte di una struttura finalizzata al commercio di
sostanze stupefacenti e di agire allo scopo di rafforzare e rendere
funzionante la struttura medesima.
Da qui l’annullamento con rinvio dell’ordinanza impugnata limitatamente
al capo B): al giudice di rinvio viene affidato il compito di verificare ”
se, anche a prescindere dalla partecipazione di Barbaro Domenico
all’associazione a delinquere di stampo mafioso di cui al capo A), gli
ulteriori valorizzati o valorizzandi elementi esistenti agli atti, lungi dal
qualsivoglia automatismo probatorio, siano tali da integrare comunque,
sulla base della loro intrinseca consistenza, gravi indizi di colpevolezza
nei confronti dello stesso, in ordine alla sua ritenuta partecipazione con il ruolo di dirigente ed organizzatore o altro – all’ulteriore e distinta
associazione finalizzata alla commissione di plurime attività di spaccio
sia nella provincia di Reggio Calabria che in altre zone d’Italia, anche al
fine di reperire i finanziamenti necessari a garantire i sovvenzionamenti
per i sodali detenuti appartenenti all’associazione di cui al capo A) ed ai

9

loro familiari”.
5. Infondato è il terzo motivo di censura.
Va preliminarmente osservato come, per costante insegnamento della
giurisprudenza di legittimità, il giudice del gravame non è tenuto a
rispondere a tutte le argomentazioni svolte nell’impugnazione, giacché le
stesse possono essere disattese per implicito o per aver seguito un
differente iter motivazionale o per evidente incompatibilità con la

ricostruzione effettuata (per tutte, Sez. 6, sent. n. 1307 del 26/09/2002,
dep. 14/01/2003, Rv. 223061).
Fermo quanto precede, ritiene il Collegio che il motivo di ricorso, come
concretamente articolato, non denuncia violazioni di legge o vizi logici
della motivazione, ma si risolve nella prospettazione di considerazioni
astratte circa la natura della chiamata in correità e della prova penale in
generale, non sempre ancorate dalle concrete argomentazioni addotte
dal giudice del riesame, ovvero introduce valutazioni di merito critiche in
ordine all’attendibilità dei colloquianti e propone sostanzialmente
ricostruzioni alternative dei fatti, le quali non possono trovare ingresso
nel giudizio di legittimità.
Gli elementi di prova raccolti nel corso di intercettazioni di conversazioni,
alle quali non abbia partecipato l’imputato, costituiscono comunque
fonte di prova diretta soggetta al criterio valutativo generale del libero
convincimento razionalmente motivato previsto dall’art. 192 cod. proc.
pen., comma 1), senza che sia necessario reperire elementi di riscontro
esterno, la cui sussistenza è richiesta unicamente in relazione alle
dichiarazioni eteroaccusatorie del coimputato rese nell’ambito del
procedimento penale (art. 192 cod. proc. pen., comma 3); qualora i dati
probatori risultanti dalle conversazioni intercettate abbiano natura
indiziaria essi devono possedere – e, nella fattispecie, senza dubbio
posseggono – i requisiti di gravità, precisione e concordanza in
conformità al disposto dell’art. 192 cod. proc. pen., comma 2 (in tal
senso, Sez. 1, sent. n. 37588 del 18/06/2014, Rv. 260842; Sez. 1, sent.
n. 40006 del 11/04/2013, Rv. 257398; Sez. 6, sent. n. 3882 del
04/11/2011, Rv. 251527).
La motivazione sul punto è pertanto priva di vizi logici ed è incensurabile
nel merito.
6. Manifestamente infondato, e – come tale – inammissibile, è il quarto
motivo di censura.

10

Congruo e giustificato e, anche in questo caso, non censurabile nel
merito, è il giudizio del Tribunale in merito alle esigenze cautelari. Si
legge nel provvedimento impugnato: “… anche sotto questo distinto
profilo non può che convenirsi con il severo giudizio espresso dal giudice
per le indagini preliminari – da ritenersi in parte qua integralmente
ristrascritto in questa sede – in punto di scelta della misura, avendo
questi condivisibilmente escluso con ogni evidenza l’idoneità di misure

diverse da quella detentiva in carcere a preservare utilmente le
stringenti esigenze di cautela sussistenti nella vicenda in esame, con
precipuo riferimento al rischio di reiterazione di condotte delittuose di
analoga portata … ; in definitiva – per dirla con le parole della Consulta
– non può ritenersi che nel caso di specie siano stati offerti elementi tali
in relazione al caso concreto sulla scorta dei quali ritenere che le
esigenze cautelari sussistenti nei confronti del ricorrente possano essere
soddisfatte con misure diverse da quella disposta dal giudice per le
indagini preliminari con l’ordinanza impugnata, che dunque va
integralmente confermata anche su questo specifico versante. Non può
ritenersi in definitiva superata la presunzione (oggi relativa) di
adeguatezza della sola custodia cautelare in carcere a fare efficacemente
fronte ai pericula libertatis certamente sussistenti nel caso di specie …”.
Infine, il fatto che la contestazione abbia un orizzonte temporale definito
non consente – di per sé solo – di ritenere superate le esigenze
cautelari; invero, la cessazione di queste ultime deve essere desunta o
dal fatto dell’avvenuto scioglimento del gruppo associativo criminale o
dal fatto dell’avvenuto recesso dal gruppo del soggetto sottoposto ad
indagine (Sez. 2, sent. n. 45525 del 20/10/2005, Rv. 232781) e, in ogni
caso,va determinata sulla base di accertamenti in fatto non certo
esperibili o comunque sondabili in sede di legittimità (Sez. 6, sent. n.
31109 del 22/05/2003, Rv. 226106).
7. Alla pronuncia consegue l’annullamento dell’ordinanza impugnata
limitatamente al reato di cui all’art. 74 d.P.R. n. 309/1990 con rinvio al
Tribunale di Reggio Calabria per nuovo esame sul punto ed il rigetto del
ricorso nel resto.
A cura della cancelleria devono, altresì, disporsi gli adempimenti di cui
all’art. 94 disp. att. cod. proc. pen., comma 1-ter

PQM

11

,

Annulla l’ordinanza impugnata limitatamente al reato di cui all’art. 74
d.P.R. n. 309/1990 con rinvio al Tribunale di Reggio Calabria per nuovo
esame sul punto; rigetta nel resto.
Manda alla Cancelleria per gli adempimenti di cui all’art. 94 disp. att.
cod. proc. pen..

Il Consigliere estensore

Il Presidente

Dott. Andrea Pellegrino

Dott. Mario Gentile

Così deliberato in Roma, udienza in camera di consiglio del 17.3.2015

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