Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 14938 del 17/03/2015


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Penale Sent. Sez. 2 Num. 14938 Anno 2015
Presidente: GENTILE MARIO
Relatore: PELLEGRINO ANDREA

SENTENZA
Sul ricorso proposto nell’interesse di Latella Paolo, n. a Reggio
Calabria il 11.07.1970, rappresentato e assistito dall’avv. Basilio
Pitasi, di fiducia, avverso l’ordinanza del Tribunale di Reggio Calabria,
sezione del riesame, n. 807/2014, in data 09.08.2014;
visti gli atti, il provvedimento impugnato ed il ricorso;
letti i motivi aggiunti presentati nell’interesse di Latella Paolo in data
12.03.2015;
sentita la relazione della causa fatta dal consigliere dott. Andrea
Pellegrino;
udita la requisitoria del Sostituto procuratore generale dott. Eduardo
Vittorio Scardaccione che ha chiesto il rigetto del ricorso;
sentita la discussione del difensore, avv. Basilio Pitasi, che ha chiesto
l’accoglimento del ricorso.

Data Udienza: 17/03/2015

RITENUTO IN FATTO

1. Con ordinanza in data 15.07.2014, il giudice per le indagini
preliminari presso il Tribunale di Reggio Calabria applicava nei confronti
di Latella Paolo la misura cautelare della custodia in carcere per i reati di
cui agli artt. 416 bis, commi 1, 2, 3, 4 e 5 cod. pen., 71 d.lvo n.
159/2011, 99, commi 2, 3 e 4 cod. pen. (capo A) e 74 d.P.R. n.

1.1. Con riferimento al capo A), al Latella viene contestato di aver svolto
il ruolo di dirigente ed organizzatore dell’articolazione territoriale di
stampo mafioso, facente parte della ‘ndrangheta, denominata cosca
Caridi-Borghetto-Zindato, attiva in Reggio Calabria dal 31.03.2012 al
31.12.2012 nell’ambito della più ampia cosca Libri che, unitamente alla
cosca Rosmini ed alla cosca Serraino, operava il controllo dei quartieri di
Modena, Ciccarello e S.Giorgio Extra di Reggio Calabria, previa
spartizione, sulla base di deliberati mafiosi, del territorio d’influenza e
delle attività criminali da perpetrare sullo stesso, avvalendosi della forza
di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di
assoggettamento ed omertà che ne deriva, al fine di commettere delitti
come omicidi, estorsioni, danneggiamenti, detenzione e porto illegale di
armi, anche da guerra ed esplosivi, nonché per acquisire in modo diretto
o indiretto il controllo e la gestione di attività economiche, di
concessioni, di autorizzazioni, di appalti e di servizi pubblici e comunque
per realizzare per sé e per altri profitti e vantaggi ingiusti. Il Latella,
unitamente a Zindato Francesco, Zindato Gaetano Andrea, Nava
Carmela Maria, Ventura Domenico e Borghetto Eugenio svolgeva il ruolo
di dirigente ed organizzatore delle articolazioni Zindato e Borghetto,
federate nel più ampio raggruppamento mafioso sopra descritto, con il
compito di gestire e coordinare le attività illecite attraverso le quali gli
altri associati garantivano le risorse necessarie al mantenimento dei
sodali detenuti tra cui, oltre al Latella, i citati fratelli Zindato, Ventura
Domenico, Borghetto Eugenio ed altri.
1.2. Con riferimento al capo B), al Latella viene altresì contestato di aver
fatto parte di un’associazione finalizzata al traffico di stupefacenti
costituita allo scopo di commettere plurime attività di spaccio sia nella
provincia di Reggio Calabria sia in altre zone d’Italia, anche al fine di
reperire i finanziamenti necessari a garantire i sovvenzionamenti ai

I

309/1990, 99, commi 2, 3 e 4 cod. pen. (capo B).

sodali dell’associazione di ‘ndrangheta detenuti ed ai loro familiari.
2.

Avverso detto provvedimento, Latella Paolo, tramite difensore,

proponeva ricorso per riesame avanti al Tribunale di Reggio Calabria.
3. Con ordinanza in data 09.08.2014, il Tribunale di Reggio Calabria
rigettava il ricorso confermando il provvedimento impugnato.
4. Avverso detta pronuncia, Latella Paolo, tramite difensore, propone
ricorso per cassazione, lamentando:

-violazione dell’art. 606, comma 1 lett. b) ed e) cod. proc. pen. in
relazione agli artt. 273 cod. proc. pen. e 416 bis cod. pen. (primo
motivo);
-violazione dell’art. 606, comma 1 lett. b) ed e) cod. proc. pen. in
relazione agli artt. 273 cod. proc. pen. e 74 d.P.R. n. 309/1990 (secondo
motivo);
-violazione dell’art. 606, comma 1 lett. b) ed e) cod. proc. pen. in
relazione agli artt. 273 cod. proc. pen., 74 d.P.R. n. 309/1990 e 416 bis
cod. pen. (terzo motivo);
-violazione dell’art. 606, comma 1 lett. b) ed e) cod. proc. pen. in
relazione agli artt. 273, 192 cod. proc. pen., 74 d P.R. n. 309/1990 e
416 bis cod. pen. (quarto motivo).
4.1. Con riferimento al primo motivo, si evidenzia come nessun
elemento acquisito dia contezza della circostanza che le elargizioni
economiche derivassero da attività lecite o illecite poste in essere
attraverso il metodo mafioso; al contrario, per stessa ipotesi
accusatoria, si trattava di proventi dell’attività di spaccio di sostanze
stupefacenti in alcun modo legati al controllo del territorio. Inoltre, la
circostanza che taluno abbia impartito ordini e direttive specifiche ai
componenti del sodalizio per fornire assistenza e sostegno ai detenuti e
alle famiglie dei detenuti, se può essere sintomatico della sussistenza
del vincolo associativo, non può certo essere considerato probante della
natura mafiosa nel predetto vincolo nel periodo in contestazione (dal
31.03.2012 al 31.12.2012).
4.2. Con riferimento al secondo motivo, si censura il provvedimento
impugnato nella parte in cui ha ritenuto la ricorrenza dell’associazione
finalizzata al narcotraffico pur in assenza di elementi probanti in tal
senso; inoltre, il fatto che le elargizioni effettuate a favore di taluno dei
soggetti partecipi all’associazione provenisse dai proventi dell’attività di
spaccio non implica assolutamente che l’attività venisse svolta in forma

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associata.
4.3. Con riferimento al terzo motivo, si censurano le conclusioni del
provvedimento impugnato che ha tratto conclusioni del tutto
ingiustificate, oltre che illogiche e contraddittorie, a carico del Latella dal
contenuto della conversazione del 18.04.2012.
4.4. Con riferimento al quarto motivo, si censura il provvedimento
impugnato che risulta aver omesso qualsiasi apprezzamento delle

risultanze delle intercettazioni.
4.5. Con i motivi aggiunti presentati in data 12.3.2015, il ricorrente
eccepisce la violazione dell’art. 606 lett. b) ed e) cod. proc. pen. in
relazione agli artt. 273 cod. proc. pen. e 416 cod. pen..
Nella fattispecie, assume il ricorrente la ricorrenza del vizio di
“travisamento della prova” in presenza di un dato probatorio – quello
travisato od omesso – avente il carattere della decisività nell’ambito
dell’apparato motivazionale sottoposto a critica. In particolare, il
ricorrente, già in sede di Tribunale del riesame, aveva dedotto ed
eccepito che “la richiesta avanzata ai Laurendi da Borghetto Gino, dal
Latella Paolo (tramite il nipote del primo, Pennestrì Cosimo) e da Varano
Domenico è falsa per stessa ammissione di Laurendi Domenico”.

CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Il ricorso è – per le ragioni che si andranno ad esporre – parzialmente
fondato con riferimento al capo B d’incolpazione in relazione al quale va
disposto annullamento del provvedimento impugnato con rinvio al
Tribunale di Reggio Calabria per nuovo esame; nel resto, lo stesso si
profila infondato e, come tale, va rigettato.
2.

È anzitutto necessario chiarire, sia pur in sintesi, i limiti di

sindacabilità da parte di questa Corte Suprema dei provvedimenti
adottati dal giudice del riesame sulla libertà personale.
2.1. Secondo l’orientamento di questa Corte, che il Collegio condivide e
reputa attuale anche all’esito delle modifiche normative che hanno
interessato l’art. 606 cod. proc. pen. (cui l’art. 311 cod. proc. pen.
implicitamente rinvia), “l’ordinamento non conferisce alla Corte di
Cassazione alcun potere di revisione degli elementi materiali e fattuali
delle vicende indagate, ivi compreso lo spessore degli indizi, ne’ alcun
potere di riconsiderazione delle caratteristiche soggettive dell’indagato,

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ivi compreso l’apprezzamento delle esigenze cautelari e delle misure
ritenute adeguate, trattandosi di apprezzamenti rientranti nel compito
esclusivo e insindacabile del giudice cui è stata chiesta l’applicazione
della misura cautelare, nonché del tribunale del riesame. Il controllo di
legittimità sui punti devoluti è, perciò, circoscritto all’esclusivo esame
dell’atto impugnato al fine di verificare che il testo di esso sia
rispondente a due requisiti, uno di carattere positivo e l’altro negativo, la

cui presenza rende l’atto incensurabile in sede di legittimità:
a) l’esposizione delle ragioni giuridicamente significative che lo hanno
determinato;
b) l’assenza di illogicità evidenti, ossia la congruità delle argomentazioni
rispetto al fine giustificativo del provvedimento” (Sez. 6, sent. n. 2146
del 25/05/1995, dep. 16/06/1995, Rv. 201840).
2.2. Inoltre, “il controllo di legittimità sulla motivazione delle ordinanze
di riesame dei provvedimenti restrittivi della libertà personale è diretto a
verificare, da un lato, la congruenza e la coordinazione logica
dell’apparato argomentativo che collega gli indizi di colpevolezza al
giudizio di probabile colpevolezza dell’indagato e, dall’altro, la valenza
sintomatica degli indizi. Tale controllo, stabilito a garanzia del
provvedimento, non involge il giudizio ricostruttivo del fatto e gli
apprezzamenti del giudice di merito circa l’attendibilità delle fonti e la
rilevanza e la concludenza dei risultati del materiale probatorio, quando
la motivazione sia adeguata, coerente ed esente da errori logici e
giuridici. In particolare, il vizio di mancanza della motivazione
dell’ordinanza del riesame in ordine alla sussistenza dei gravi indizi di
colpevolezza non può essere sindacato dalla Corte di legittimità, quando
non risulti prima facie dal testo del provvedimento impugnato, restando
ad essa estranea la verifica della sufficienza e della razionalità della
motivazione sulle questioni di fatto” (Sez. 1, sent. n. 1700 del
20/03/1998, dep. 04/05/1998, Rv. 210566).
2.3. Si è anche precisato che la richiesta di riesame ha la specifica
funzione di sottoporre a controllo la validità dell’ordinanza cautelare con
riguardo ai requisiti formali indicati nell’art. 292 cod. proc. pen., ed ai
presupposti ai quali è subordinata la legittimità del provvedimento
coercitivo: ciò premesso, si è evidenziato che la motivazione della
decisione del Tribunale del riesame, dal punto di vista strutturale, deve
essere conformata al modello delineato dal citato articolo, ispirato al

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modulo di cui all’art. 546 cod. proc. pen., con gli adattamenti resi
necessari dal particolare contenuto della pronuncia cautelare, non
fondata su prove, ma su indizi e tendente all’accertamento non della
responsabilità, bensì di una qualificata probabilità di colpevolezza (Sez.
U, sent. n. 11 del 22/03/2000, Rv. 215828; conforme, dopo la novella
dell’art. 606 cod. proc. pen., Sez. 4, sent. n. 22500 del 03/05/2007, Rv.
237012).

cautelari è, quindi, rilevabile in Cassazione soltanto se si traduce nella
violazione di specifiche norme di legge o nella manifesta illogicità della
motivazione secondo la logica ed i principi di diritto, rimanendo
“all’interno” del provvedimento impugnato; il controllo di legittimità non
può, infatti, riguardare la ricostruzione dei fatti e sono inammissibili le
censure che, pur formalmente investendo la motivazione, si risolvono
nella prospettazione di una diversa valutazione delle circostanze
esaminate dal giudice di merito, dovendosi in sede di legittimità
accertare unicamente se gli elementi di fatto sono corrispondenti alla
previsione della norma incriminatrice e le statuizioni sono assistite da
motivazione non manifestamente illogica.
3. Le ragioni di doglianza – che interagiscono reciprocamente e
consentono una trattazione unitaria – denunciano, richiamando l’art.
606 lett. b) ed e) cod. proc. pen., la violazione degli artt. 192 e 273 cod.
proc. pen. in relazione agli artt. 416 bis cod. pen. e 74 d.P.R. n.
309/1990, e, quindi, la mancanza ed illogicità della motivazione, anche
sotto lo specifico profilo del travisamento della prova.
3.1. In buona sostanza, premesso che il materiale probatorio si era
esaurito nella trascrizione e valorizzazione del contenuto di dichiarazioni,
intercettate, cd. etero – accusatorie, si denuncia, da un lato,
l’inconsistenza, la vaghezza e la discordanza delle conversazioni inter
alios, e, dall’altro, la mancanza, proprio per il loro incerto e confuso
significato, dei necessari riscontri estrinseci. Ed ancora, si denuncia
l’omessa considerazione delle argomentazioni difensive volte a proporre
al giudice del merito le più che probabili interpretazioni alternative delle
conversazioni intercettate.
3.2. Nello specifico, evidenzia il ricorrente – con riferimento al capo A) come l’indagine, finalizzata esclusivamente all’acquisizione di elementi
che denotano rapporti di subornazione e di impartizione di ordini per

2.4. L’insussistenza dei gravi indizi di colpevolezza e delle esigenze

l’assistenza degli associati detenuti, non aveva consentito di acquisire
nessun elemento che desse contezza della circostanza che le elargizioni
economiche derivassero da attività lecite o illecite; al contrario, per
stessa ipotesi accusatoria, si trattava di proventi dell’attività di spaccio
di sostanze stupefacenti in alcun modo legata al controllo del territorio.
La circostanza che taluno abbia impartito ordini e direttive specifiche ai
componenti del sodalizio per fornire assistenza e sostegno ai detenuti ed

alle famiglie di questi ultimi, se può essere sintomatico della sussistenza
del vincolo associativo, non può certo essere considerato probante della
natura mafiosa nel predetto vincolo nel periodo oggetto di contestazione
(31.03.2012-31.12.2012).; né, al riguardo, può rilevare la circostanza
che, con riferimento ad un diverso arco temporale, il protagonista delle
direttive ed i beneficiari dei periodici versamenti siano stati riconosciuti,
sia pure in via definitiva, responsabili del delitto di partecipazione
all’associazione mafiosa.
3.3. Carenza di motivazione in ordine alla sussistenza dei gravi indizi di
colpevolezza che, per il ricorrente, vi sarebbe anche con riferimento al
capo B): la circostanza, infatti, che le elargizioni a qualcuno dei soggetti
partecipi dell’associazione provenissero dai proventi dell’attività di
spaccio, non implica che l’attività venisse svolta in forma associata. Ma
non solo. Ferma l’assenza di elementi che dessero contezza
dell’esistenza di un’associazione ex art. 74 d.P.R. n. 309/1990, ulteriore
carenza probatoria ineriva il fatto che il commercio degli stupefacenti
venisse svolto sotto la direzione di coloro che venivano indicati come
beneficiari dei proventi.
4. Il ricorso – come detto in premessa – è solo parzialmente fondato.
4.1. Lo è nella parte in cui censura la carenza di motivazione in ordine al
contestato delitto di associazione a delinquere finalizzata allo spaccio di
stupefacenti.
La difesa ha depositato le ordinanze di questo Supremo Collegio che, in
data 22.01.2015, ha annullato la misura cautelare disposta – nell’ambito
del presente medesimo procedimento – nei confronti di Bullace
Domenico e di Borghetto Eugenio per il delitto associativo ex art. 74
D.P.R. n. 309/1990. Ed in effetti, anche dal contesto motivazionale del
provvedimento in questa sede impugnato, se è agevole trarre la realtà
dei proventi di denaro da distribuire tra gli affiliati in carcere, non è per
nulla delineata in proposito una strutturazione, nell’ambito della

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associazione di stampo mafioso, di un più specifico raggruppamento,
ancorchè rudimentale, dedito alla programmazione, da parte di più
soggetti, di reati relativi al traffico di stupefacenti. In particolare, non è
stato descritto in che modo fosse strutturata la rete distributiva dello
stupefacente, sia in termini di soggetti addetti allo spaccio al minuto, sia
in termini di singole e specifiche piazze di spaccio; del pari, non sono
state indicate le fonti di approvvigionamento delle sostanze stupefacenti,

la consapevolezza del ricorrente di far parte di una struttura finalizzata
al commercio di sostanze stupefacenti e di agire allo scopo di rafforzare
e rendere funzionante la struttura medesima.
Da qui l’annullamento con rinvio dell’ordinanza impugnata limitatamente
al capo B): al giudice di rinvio viene affidato il compito di verificare ”
se, anche a prescindere dalla partecipazione di Latella Paolo
all’associazione a delinquere di stampo mafioso di cui al capo A), gli
ulteriori valorizzati o valorizzandi elementi esistenti agli atti, lungi dal
qualsivoglia automatismo probatorio, siano tali da integrare comunque,
sulla base della loro intrinseca consistenza, gravi indizi di colpevolezza
nei confronti dello stesso, in ordine alla sua ritenuta partecipazione con il ruolo di dirigente ed organizzatore o altro – all’ulteriore e distinta
associazione finalizzata alla commissione di plurime attività di spaccio
sia nella provincia di Reggio Calabria che in altre zone d’Italia, anche al
fine di reperire i finanziamenti necessari a garantire i sovvenzionamenti
per i sodali detenuti appartenenti all’associazione di cui al capo A) ed ai
loro familiari”.
4.2. Il ricorso, invece, non merita accoglimento con riferimento al delitto
ex art. 416 bis cod. pen. (capo A), perché le ragioni poste a suo
sostegno svolgono fin troppo scopertamente il tentativo di indurre il
giudice di legittimità ad una critica nel merito delle scelte di valutazione,
di certo non manifestamente infondate, delle circostanze implementanti
il costrutto probatorio.
Non può però sottacersi che la strutturazione del discorso giustificativo
giudiziale sia di difficile lettura, attraverso l’affastellamento di una serie
di conversazioni intercettate, dalle quali, con una certa difficoltà, è
possibile estrarre il filo conduttore di un ragionamento che però in
definitiva resiste alle censure della difesa.
Non v’è dubbio che, in tema di associazione per delinquere di stampo

né ancor meno sono stati indicati i significativi elementi da cui desumere

mafioso, gli indizi in tanto possono qualificarsi gravi in quanto da essi sia
possibile trarre la rappresentazione dell’inserimento organico della
persona nell’associazione, al di la di sporadici contributi o di attività
delinquenziali in concorso con affiliati sì della cosca, ma motivati da
ragioni personali e individuali. Ancora, può dirsi che nel procedimento
“de libertate”,

la valutazione del contenuto e dei risultati delle

intercettazioni, telefoniche o ambientali che siano, e del significato delle

di fatto, riservato al giudice del merito e insindacabile in sede di
legittimità, se sostenuto da motivazione congrua e logica. Vi è anche da
aggiungere che, il presupposto dei gravi indizi di reato va inteso non in
senso probatorio, ossia come valutazione del fondamento dell’accusa,
ma come vaglio di particolare serietà delle ipotesi delittuose configurate,
le quali non devono risultare meramente ipotetiche, essendo al contrario
richiesta una sommaria ricognizione degli elementi dai quali sia dato
desumere la seria probabilità dell’avvenuta consumazione di un reato.
4.3. Escluso il denunciato travisamento della prova che in sede di
legittimità è prospettabile nel caso in cui il giudice di merito ne abbia
indicato il contenuto in modo difforme da quello reale, e la difformità
risulti decisiva ed incontestabile (situazione, nella fattispecie, non
ricorrente), rileva il Collegio come le ragioni di doglianza in merito alla
interpretazione data dei dialoghi inter alios con riferimento alla posizione
del ricorrente, glissano e sottovalutano colposamente il contesto
temporale, modale e logico dei dialoghi valorizzati ai fini accusatori, dai
quali emerge chiaramente l’intervento del Latella nella gestione della
distribuzione delle somme di denaro (provenienti dall’attività di spaccio
di stupefacenti) da elargire ai detenuti “… entrando (lo stesso) in gioco
… proprio in un momento di fibrillazione della cosca e dimostrando così
l’intenzione di amministrare le risorse del gruppo … ; inoltre, il fatto che
egli (ndr., il Latella) fosse inserito nel circuito di distribuzione delle
risorse economiche all’interno della cosca ponendosi in competizione con
i fratelli Zindato (v. colloquio del 18.04.2012), cioè con altri dirigenti
della cosca, denota il suo spessore e il suo ruolo all’interno del gruppo
mafioso, in quanto solo la sua funzione apicale gli ha potuto consentire
di esercitare pressioni sul Laurendi affinchè questi soddisfacesse le
esigenze del sottogruppo Borghetto-Latella, anziché di quello dei fratelli
Zindato …”. Il comportamento del Latella – prosegue il Tribunale –

,d

espressioni usate anche dagli interlocutori, costituiscono accertamento

”assume una forte connotazione mafiosa, se si considera che egli ha
avanzato la richiesta di denaro al Laurendi non personalmente … ma
tramite i ‘soldati semplici’, ossia tramite coloro che, per il ruolo di
semplici partecipi, potevano (e dovevano) esporsi, lasciando i capi
(come il Latella) nell’ombra.
Inoltre, il linguaggio usato dai conversanti è fortemente sintomatico
della loro appartenenza ad una cosca mafiosa, in quanto ogni parola

adoperata da chi vive in quel mondo rappresenta uno specifico segno,
indicativo di particolari messaggi che possono essere raccolti solo
all’interno del gruppo e tali segni assumono uno specifico significato sia
sotto l’aspetto sincronico (cioè statico), sia sotto quello diacronico (cioè
dinamico), colorando così tutta la vicenda nel suo divenire con i tratti
caratterizzanti la vita interna della cosca. Ciò implica che le dichiarazioni
etero accusatorie relative al Borghetto e al Latella provengono da
soggetti embedded nel consortium sceleris e quindi particolarmente
attendibili, in quanto costituenti (proprio per la segretezza che connota
la ‘ndrangheta) l’unica fonte di conoscenza dei fatti interni alla cosca …”.
4.4. In tale contesto, ubbidiente ai valori della seria possibilità e non
della certezza processuale, le critiche difensive che, capillarmente,
isolando ogni conversazione intercettata dall’altra, svolgono il tentativo
di dedurne un significato alternativo a quello proposto dai giudici di
merito, si rivelano inconferenti perchè si posizionano in un campo di
conoscenza precluso al giudice di legittimità e, invece, nel perimetro
entro il quale potrà e dovrà svolgersi il giudizio finale in merito alla
colpevolezza o meno della ricorrente. E le stesse censure difensive non
possono comunque “contrastare” l’evidente finalità della condotta,
penalmente rilevante, tenuta dal Latella: interferire tra i sodali sulle
modalità e sulle destinazioni di somme di denaro provenienti dal traffico
di droga tra le famiglie di affiliati alla cosca di “ndrangheta”.
4.5. Ed è noto che sul piano probatorio, la partecipazione (ivi compresa
la condotta direttiva ed organizzativa) ad una associazione di tipo
mafioso può essere desunta da indicatori fattuali dai quali, sulla base di
attendibili regole di esperienza attinenti propriamente al fenomeno della
criminalità del tipo, possa logicamente inferirsi la appartenenza del
soggetto al sodalizio, purché si tratti di indizi gravi e precisi, come i
molteplici e significativi “facta concludentia”, idonei a dare la sicura
dimostrazione della costante permanenza del vincolo, con puntuale

10

riferimento, peraltro, allo specifico periodo temporale considerato
dall’incolpazione.
5. Alla pronuncia consegue l’annullamento dell’ordinanza impugnata
limitatamente al reato di cui all’art. 74 d.P.R. n. 309/1990 con rinvio al
Tribunale di Reggio Calabria per nuovo esame sul punto ed il rigetto del
ricorso nel resto.
A cura della cancelleria devono, altresì, disporsi gli adempimenti di cui

PQM

Annulla l’ordinanza impugnata limitatamente al reato di cui all’art. 74
d.P.R. n. 309/1990 con rinvio al Tribunale di Reggio Calabria per nuovo
esame sul punto; rigetta nel resto.
Manda alla Cancelleria per gli adempimenti di cui all’art. 94 disp. att.
cod. proc. pen..
Così deliberato in Roma, udienza in camera di consiglio del 17.3.2015

Il Consigliere estensore

Il Presidente

Dott. Andrea Pellegrino

Dott. Mario Gentile

all’art. 94 disp. att. cod. proc. pen., comma 1-ter

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