Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 14926 del 24/03/2015


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Penale Sent. Sez. 2 Num. 14926 Anno 2015
Presidente: FIANDANESE FRANCO
Relatore: ALMA MARCO MARIA

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
• D’AGOSTINO Maria, nata a Taurianova il giorno 3/1/1955
avverso la sentenza n. 10176/13 in data 21/2/2013 della Corte di Appello di
Reggio Calabria
visti gli atti, la sentenza e il ricorso
udita la relazione svolta dal consigliere dr. Marco Maria ALMA;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale dott.
Antonio GIALANELLA, che ha concluso chiedendo dichiararsi l’inammissibilità del
ricorso;
udito il difensore dell’imputata, Avv. Raffaella SCUTIERI, che ha concluso
insistendo per l’accoglimento del ricorso e riportandosi ai relativi motivi.
RITENUTO IN FATTO
Con sentenza in data 21/2/2013 la Corte di Appello di Reggio Calabria ha
confermato la sentenza emessa dal Tribunale di Palmi in data 26/3/2012 con la
quale D’AGOSTINO Maria era stata dichiarata colpevole del reato di concorso in
tentata truffa aggravata (artt. 110, 56, 640, comma 2, n. 1, cod. pen.) e
condannata alla pena di anni 1 di reclusione ed C 1.200,00 di multa.
Alla D’AGOSTINO si imputa di avere utilizzato artifizi e raggiri consistiti nella
simulazione di un fittizio rapporto di lavoro quale bracciante agricolo alle
dipendenze di GANGEMI Rocco e nella conseguente presentazione ai competenti

Data Udienza: 24/03/2015

uffici di una domanda per l’erogazione di indennità di disoccupazione agricola per
l’anno 2005, così inducendo in errore l’INPS in ordine all’avvenuto avviamento al
lavoro e procurandosi l’ingiusto profitto dell’indebita percezione di prestazioni
previdenziali ed assistenziali. Evento non verificatosi per la sospensione dei
pagamenti da parte dell’INPS.
I fatti risalgono al 31/3/2006 ed all’imputata è contestata la recidiva specifica
infraquinquennale ex art. 99 cod. pen.

deducendo con motivo unico la mancanza e manifesta illogicità della motivazione
del provvedimento impugnato ex art. 606, lett. e), cod. proc. pen.
Si duole la ricorrente del fatto che nella sentenza impugnata si sarebbe
erroneamente ritenuto che sia stata essa D’AGOSTINO a presentare la domanda
di disoccupazione agricola per l’anno 2005 e del fatto che la sentenza impugnata
non motiva sulla circostanza in base alla quale è stata ritenuta provata la propria
responsabilità nonostante il fatto che dall’informativa prodotta dall’Ente
previdenziale risultano presentate numerose domande di disoccupazione agricola
anche per gli anni precedenti al 2005 che erano state respinte proprio in virtù del
fatto che GANGEMI Rocco non disponeva di alcun terreno sul quale assumere
manodopera agricola. Nessuna truffa poteva quindi essere perpetrata, neppure
in forma tentata, in quanto non ricorrevano i presupposti di legge per
l’accoglinnento della domanda di erogazione dell’indennità.
L’INPS essendo a conoscenza di detta situazione non poteva essere indotta in
errore, il che non consentirebbe di ritenere configurato il reato in contestazione.

CONSIDERATO IN DIRITTO
Il ricorso è manifestamente infondato.
Quanto alla contestazione relativa al fatto che non v’è prova che sia stata la
D’AGOSTINO a presentare la domanda di disoccupazione agricola per l’anno
2005, la Corte di Appello ha evidenziato l’elemento ritenuto dirimente
concernente il fatto che alla domanda per l’erogazione di indennità di
disoccupazione agricola per l’anno 2005 fossero allegati documenti di cui solo
l’imputata aveva la disponibilità.
Detta motivazione appare congrua e logica anche perché l’imputata sarebbe
stata la diretta beneficiaria dell’indennità di disoccupazione e, quindi, non si vede
chi d’altri poteva avere interesse a presentarla.
Quanto, poi, al secondo profilo di doglianza, sull’indiscutibile presupposto
emergente anche dalla sentenza impugnata che il GANGEMI ha dichiarato di non

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Ricorre per Cassazione avverso la predetta sentenza l’imputata personalmente,

aver mai esercitato alcuna attività agricola, di non possedere terreni e di non
aver mai assunto braccianti, va detto che l’affermazione contenuta nel ricorso
secondo la quale l’INPS non poteva essere tratto in inganno dalla presentazione
della domanda della D’AGOSTINO perché “già sapeva dell’inesistenza giuridica
dell’azienda agricola GANGEMI” rimane sfornita di qualsivoglia supporto
documentale esibito a questa Corte.
In proposito, può ritenersi ormai consolidato, nella giurisprudenza di legittimità,

Sezioni civili di questa Corte Suprema.
Tenuto conto dei principi e delle finalità complessivamente sottesi al giudizio di
legittimità, questa Corte Suprema ha già ritenuto che «la teoria
dell’autosufficienza del ricorso elaborata in sede civile debba essere recepita e
applicata anche in sede penale con la conseguenza che, quando la doglianza
abbia riguardo a specifici atti processuali, la cui compiuta valutazione si assume
essere stata omessa o travisata, è onere del ricorrente suffragare la validità del
suo assunto mediante la completa trascrizione dell’integrale contenuto degli atti
specificamente indicati (ovviamente nei limiti di quanto era stato già dedotto in
precedenza), posto che anche in sede penale – in virtù del principio di
autosufficienza del ricorso come sopra formulato e richiamato – deve ritenersi
precluso a questa Corte l’esame diretto degli atti del processo, a meno che il
fumus del vizio dedotto non emerga all’evidenza dalla stessa articolazione del
ricorso» (Sez. I, sentenza n. 16706 del 18 marzo – 22 aprile 2008, CED Cass. n.
240123; Sez. I, sentenza n. 6112 del 22 gennaio – 12 febbraio 2009, CED Cass.
n. 243225; Sez. V, sentenza n. 11910 del 22 gennaio – 26 marzo 2010, CED
Cass. n. 246552, per la quale è inammissibile il ricorso per cassazione che
deduca il vizio di manifesta illogicità della motivazione e, pur richiamando atti
specificamente indicati, non contenga la loro integrale trascrizione o allegazione
e non ne illustri adeguatamente il contenuto, così

da rendere lo stesso

autosufficiente con riferimento alle relative doglianze).
Non essendo quindi la doglianza riguardante il secondo

profilo di

idoneamente supportata da elementi documentali che

ne confortino la

ricorso

fondatezza, non si rivengono elementi per l’accoglimento dello stesso.
In ogni caso, sotto uno stretto profilo di diritto va ricordato che questa Corte
Suprema ha già avuto modo di chiarire che “in tema di truffa, l’idoneità degli
artifici e raggiri non è esclusa dal fatto che per svelarli sia necessario il
successivo intervento di atti di controllo, atteso che l’idoneità postula che i
comportamenti truffaldini siano astrattamente capaci, con valutazione “ex ante”,

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il principio della c.d. “autosufficienza del ricorso”, inizialmente elaborato dalle

di causare l’evento” (Cass. Sez. 2, sent. n. 40624 del 04/10/2012, dep.
17/10/2012, Rv. 253452) e, ancora, che “in tema di truffa, l’idoneità degli artifici
e raggiri in danno di una P.A. non è esclusa dal fatto che siano compiuti
all’interno di una fase procedirnentale che non si sia ancora conclusa e che
implichi il successivo intervento di atti di controllo, perché l’idoneità postula che i
comportamenti truffaldini siano astrattamente capaci di trarre in inganno e
oggettivamente adeguati all’attivazione del procedimento in vista di un ingiusto

240412).
Per le considerazioni or ora esposte, dunque, il ricorso deve essere dichiarato
inammissibile.
Segue, a norma dell’articolo 616 c.p.p., la condanna della ricorrente al
pagamento delle spese del procedimento ed al pagamento a favore della Cassa
delle Ammende, non emergendo ragioni di esonero, della somma ritenuta equa
di C 1.000,00 (mille) a titolo di sanzione pecuniaria.
P.Q.M.
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle
spese processuali e della somma di C 1.000,00 alla Cassa delle ammende.
Così deciso in Roma il giorno 24 marzo 2015.

vantaggio” (Cass. Sez. 2, sent. n. 20975 del 06/05/2008, dep. 23/05/2008, Rv.

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