Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 14924 del 24/03/2015


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Penale Sent. Sez. 2 Num. 14924 Anno 2015
Presidente: FIANDANESE FRANCO
Relatore: ALMA MARCO MARIA

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
• CUCCHIARA Pietro, nato a Montelepre il giorno 7/11/1943
avverso la sentenza n. 2/13 in data 10/1/2013 del Giudice di Pace di Monreale;
visti gli atti, la sentenza e l’atto di gravame
udita la relazione svolta dal consigliere dr. Marco Maria ALMA;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale dott.
Antonio GIALANELLA, che ha concluso chiedendo disporsi la trasmissione degli
atti al Tribunale di Palermo;
RITENUTO IN FATTO
Con sentenza in data 10/1/2013 il Giudice di Pace di Monreale ha dichiarato
CUCCHIARA Pietro colpevole dei reati di danneggiamento (art. 635 cod. pen.) e
minacce (art. 612 cod. pen.) allo stesso ascritti e, riconosciuta la continuazione
tra gli stessi, lo ha condannato alla pena di C 1.000,00 di multa oltre al
pagamento delle spese processuali nonché al risarcimento dei danni cagionati
alla persona offesa TARANTOLA Pina da liquidarsi in separata sede innanzi al
Giudice civile.
I reati ascritti all’imputato risultano commessi rispettivamente il 16 ed il
17/9/2009.
Avverso la predetta sentenza ha presentato atto di “appello” innanzi al Tribunale
di Palermo il difensore dell’imputato con il quale ha richiesto in via principale

Data Udienza: 24/03/2015

l’assoluzione del CUCCHIARA per non avere commesso il fatto in relazione al
reato di danneggiamento (capo A della rubrica delle imputazioni) e perché il fatto
non sussiste in relazione al reato di minaccia (capo B).
La difesa ha sostanzialmente evidenziato nell’atto di gravame che non è stata
raggiunta la prova “oltre ogni ragionevole dubbio” del fatto che il CUCCHIARA
abbia effettivamente commesso tale reato essendo tale prova fondata
esclusivamente sulle dichiarazioni della persona offesa e delle di lei sorelle che
però si trovano in posizione di conflitto di interesse con l’imputato.

frasi pronunciate non erano in grado di cagionare al soggetto passivo un reale
timore per la propria incolumità non essendo certo a ciò idonea la frase “te la
faccio pagare”.
Con un secondo motivo di gravame ha lamentato la difesa dell’imputato la
mancata concessione delle circostanze attenuanti ex art. 62-bis e 62 n. 2 cod.
pen. il che avrebbe determinato l’irrogazione di una pena iniqua.
Il Giudice di prime cure non avrebbe tenuto conto della effettiva gravità del
reato, della lieve intensità del dolo nonché del fatto che il CUCCHIARA avrebbe
agito in stato d’ira determinato dal fatto ingiusto della controparte che lo aveva
privato dell’abitazione.
Con ordinanza in data 14/10/2013 il Giudice monocratico presso il Tribunale di
Palermo ha trasmesso gli atti per competenza a questa Corte Suprema rilevando
che poiché il menzionato atto di gravame avverso la sentenza del Giudice di pace
non contiene di fatto alcuna doglianza avverso il capo della sentenza riguardante
il risarcimento del danno alla persona offesa, nel caso di specie non si rende
applicabile il disposto della seconda parte del comma 1 dell’art. 37 del D.Ivo
28/8/2000 n. 274 che prevede in tal caso la possibilità di proporre appello
avverso la decisione del giudice di prime cure.

CONSIDERATO IN DIRITTO
Deve, in primo luogo, essere presa in considerazione la problematica relativa alla
competenza di questa Corte Suprema a conoscere dell’atto di gravame
presentato dal difensore dell’imputato ed al riguardo deve evidenziarsi che la
sopra indicata ordinanza in data 14/10/2013 con la quale il Giudice monocratico
presso il Tribunale di Palermo ha trasmesso gli atti a questa Corte al fine di
decidere sull’impugnazione non è corretta.
Infatti, secondo la assolutamente prevalente giurisprudenza di questa Corte
Suprema (Sez. 5, sent. n. 6952 del 29/11/2011, dep. 22/02/2012, Rv. 252944;

2

Quanto poi al reato di minaccia lo stesso non sarebbe configurabile perché le

Sez. 2, n. 5576 del 21.1.2009, Rv. 243288 Sez. 2, n. 18575 del 18.3.2009, Rv.
244543; Sez. 2, n. 23555 del 12.5.2009, Rv. 244235; Sez. 4, n. 41816 del
10.7.2009, Rv. 245454; Sez. 2, n. 10344 del 23.2.2010, Rv. 246618; Sez. 5, n.
20855 del 23.2.2011, Rv. 250395) condivisa dall’odierno Collegio, la disposizione
del D.Lgs. n. 274 del 2000, art. 37, che consente all’imputato l’appello avverso
la sentenza di condanna a pena pecuniaria ed al risarcimento del danno emessa
dal Giudice di Pace a condizione che l’impugnazione aggredisca le statuizioni civili

c.p.p., comma 4, per la quale l’impugnazione proposta avverso i punti della
sentenza riguardanti la responsabilità dell’imputato estende i suoi effetti agli altri
punti che dipendano dai primi, fra i quali sono ricompresi quelli concernenti il
risarcimento del danno, che ha il suo necessario presupposto nell’affermazione
della responsabilità penale. Il che non si traduce in un’interpretazione
sostanzialmente abrogatrice del citato art. 37, la cui efficacia permane laddove
l’appello si diriga avverso profili penalistici diversi dal giudizio sulla
responsabilità, quali quelli relativi al trattamento sanzionatorio.
Nel caso di specie, l’impugnazione proposta nell’interesse dell’imputato
CUCCHIARA contemplava indiscutibilmente, fra i suoi motivi, doglianze riferite
all’affermazione della penale responsabilità dell’imputato che hanno avuto un
riflesso diretto (diremmo imprescindibile) sulla conseguente condanna al
risarcimento dei danni alla persona offesa costituita parte civile.
L’atto di gravame era stato quindi correttamente qualificato come appello ed era
stato – altrettanto correttamente – indirizzato al Tribunale di Palermo affinché
decidesse in ordine allo stesso.
Per le considerazioni or ora esposte, dunque, si impone la restituzione degli atti
al Tribunale di Palermo per la decisione nel merito della vicenda processuale de

qua.
P.Q.M.
Qualificato l’atto di impugnazione come appello, dispone la trasmissione degli atti
al Tribunale di Palermo.

Così deciso in Ro a il giorno 24 marzo 2015.

della sentenza, deve essere coordinata con la generale previsione dell’art. 574

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