Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 14883 del 11/03/2015


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Penale Sent. Sez. 2 Num. 14883 Anno 2015
Presidente: CAMMINO MATILDE
Relatore: ALMA MARCO MARIA

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
• DI GUARDIA Massimo, nato a Paternò il giorno 12/11/1986
avverso la sentenza n. 1363/14 in data 22/5/2014 della Corte di Appello di
Catania
visti gli atti, la sentenza e il ricorso
udita la relazione svolta dal consigliere dr. Marco Maria ALMA;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale dott.
Luigi RIELLO, che ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso;
RITENUTO IN FATTO
Con sentenza in data 22/5/2014 la Corte di Appello di Catania, in riforma della
sentenza emessa in data 17/10/2013 dal Tribunale della stessa città ha
rideterminato la pena inflitta all’imputato DI GUARDIA Massimo in anni 6 e mesi
ed IL.t

6 di reclusione ed C 1.200,00 di multa, confermandò ll

impugnata.

Il Giudice di prime cure aveva infatti dichiarato il DI GUARDIA colpevole del reato
di concorso in tentata estorsione continuata e pluriaggravata ai danni del titolare
dell’impresa edile “Musumeci Costruzioni Generali S.r.l.”, la cui azione era
consistita nel danneggiamento di un mezzo di cantiere e nel far valere
l’appartenenza dei soggetti agenti alla locale organizzazione malavitosa, così
ponendo in essere atti idonei diretti in modo non equivoco a costringere la

Data Udienza: 11/03/2015

persona offesa a versare una somma corrispondente al 6% sui lavori da eseguire
per la messa in sicurezza della strada provinciale SP 231.
Ne113 caso che ci occupa è stata contestata anche la circostanza aggravante di
cui all’art. 7 d.l. 152/91.
Ricorre per Cassazione avverso la predetta sentenza il difensore dell’imputato,
deducendo:
1. Violazione dell’art. 606, comma 1, lett. b) ed e) cod. proc. pen. per errata ed

della condotta contestata al DI GUARDIA Massimo come integratrice del
contestato reato di estorsione in quanto la Corte avrebbe dovuto assolvere il
ricorrente perché il fatto non sussiste o per non averlo commesso.
Rileva la difesa del ricorrente che il DI GUARDIA non avrebbe posto in essere
alcuna partecipazione attiva nella realizzazione del reato in contestazione
essendo l’azione stata posta in essere dall’originario coimputato DI MARCO
Davide, persona che l’odierno ricorrente si sarebbe limitato ad accompagnare sul
luogo dei fatti, peraltro rimanendo silente e senza mai assumere atteggiamenti
minacciosi nei confronti del capo cantiere VOCES Vincenzo, il quale avrebbe
confermato tale circostanza nel corso dell’udienza dibattimentale del
13/12/2012.
Il teste MUSUMECI Vincenzo all’udienza del 7/3/2013 non è stato, poi, in grado
di riconoscere l’imputato DI GUARDIA come uno dei due estorsori che si erano
presentati presso il cantiere, con la conseguenza che non vi sarebbe neppure
certezza circa il fatto che fu proprio l’odierno ricorrente ad accompagnarsi con il
DI MARCO.
Ancora, non vi sarebbero elementi certi per ricondurre all’odierno ricorrente la
manomissione del mezzo di cantiere né per ricollegare con sicurezza la
manomissione del mezzo all’azione estorsiva.
2. Violazione dell’art. 606, comma 1, lett. b) ed e) cod. proc. pen. in relazione
alla ritenuta sussistenza della aggravante di cui all’art. 7 della I. 203/91.
Si duole al riguardo la difesa del ricorrente del fatto che nel caso in esame ci si
troverebbe di fronte ad un atto millantatorio dell’essersi presentati gli autori
dell’azione come appartenenti ad un clan senza che ciò rispondesse a verità. Del
resto, rileva parte ricorrente, come si evince dal contenuto delle frasi
intercettate, coloro che ebbero ad agire non fecero neppure il nome di colui che
sarebbe stato il loro mandante dell’azione delittuosa.

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illegittima applicazione di legge in relazione alla interpretazione in punto di diritto

La Corte distrettuale avrebbe comunque effettuato una valutazione sommaria dei
fatti in quanto la condotta derivante dall’evocazione dell’appartenenza ad una
organizzazione criminale non ha avuto un riscontro oggettivo e l’unica azione che
può essere collegata ad una modalità mafiosa non può essere in alcun modo
attribuita all’imputato.
3. Violazione dell’art. 606, comma 1, lett. b) ed e) in relazione all’art. 62-bis cod.
pen.

della Corte distrettuale, che si sarebbe limitata all’utilizzazione di formule “di
stile” e che non avrebbe tenuto conto della non eccessiva gravità dei fatti in
contestazione nonché della occasionalità e della assoluta non professionalità
della condotta dell’imputato.

CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Il primo motivo di ricorso è manifestamente infondato.
La difesa del ricorrente ripropone in questa sede questioni già proposte in sede
di gravame innanzi alla Corte di Appello ed alle quali i Giudici territoriali hanno
fornito una risposta certamente adeguata, logica e non contraddittoria.
Deve osservarsi che il ricorrente, sotto il profilo del vizio di motivazione, tenta in
realtà di sottoporre a questa Corte un giudizio di merito, non consentito anche
dopo la Novella. La modifica normativa dell’articolo 606 cod. proc. pen., lett. e),
di cui alla legge 20 febbraio 2006 n. 46 ha lasciato infatti inalterata la natura del
controllo demandato la corte di Cassazione, che può essere solo di legittimità e
non può estendersi ad una valutazione di merito.
Al giudice di legittimità resta tuttora preclusa – in sede di controllo della
motivazione – la rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della
decisione o l’autonoma adozione di nuovi e diversi parametri di ricostruzione e
valutazione dei fatti, preferiti a quelli adottati dal giudice del merito perché
ritenuti maggiormente plausibili o dotati di una migliore capacità esplicativa. Tale
modo di procedere trasformerebbe, infatti, la Corte nell’ennesimo giudice del
fatto, mentre la Corte, anche nel quadro della nuova disciplina, è – e resta giudice della motivazione.
Nel caso di specie va anche ricordato che con riguardo alla decisione in ordine
all’odierno ricorrente ci si trova dinanzi ad una c.d. “doppia conforme” e cioè
doppia pronuncia di eguale segno , per cui il vizio di travisamento della prova può
essere rilevato in sede di legittimità solo nel caso in cui il ricorrente rappresenti
(con specifica deduzione) che l’argomento probatorio asseritannente travisato è

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Si duole al riguardo il ricorrente della carenza motivazionale sul punto da parte

stato per la prima volta introdotto come oggetto di valutazione della motivazione
del provvedimento di secondo grado.
Il vizio di motivazione può infatti essere fatto valere solo nell’ipotesi in cui
l’impugnata decisione ha riformato quella di primo grado nei punti che in questa
sede ci occupano, non potendo, nel caso di c.d. “doppia conforme”, superarsi il
limite del “devolutum” con recuperi in sede di legittimità, salvo il caso in cui il
giudice d’appello, per rispondere alle critiche dei motivi di gravame, abbia
richiamato atti a contenuto probatorio non esaminati dal primo giudice (Cass.

sent. n. 5223/2007, Rv 236130).
Nel caso in esame, invece, il giudice di appello ha esaminato lo stesso materiale
probatorio già sottoposto al tribunale e, dopo aver preso atto delle censure
dell’appellante, è giunto, con riguardo alla posizione dell’imputato, alla medesima
conclusione della sentenza di primo grado, sottolineando come dialè prove
assunte è emerso che:
a)

il DI GUARDIA si è presentato nel cantiere della persona offesa in più

occasioni (20, 21, 27 e 28 dicembre 2011) e lo stesso è stato identificato con
sicurezza dagli operatori di P.G.;
b) fu proprio il DI GUARDIA a chiedere al capo cantiere VOCES di fissargli un
appuntamento con il titolare della ditta;
c) il DI GUARDIA era presente allorquando fu rappresentato alla persona offesa
che dovevano raccogliere dei soldi per i detenuti e richiedevano a tal fine una
cifra determinata nell’importo del 6% dei lavori;i32 di fronte alle rimostranze
del MUSUMECI circa il danneggiamento del mezzo di cantiere i due (DI GUARDIA
e DI MARCO – ndr) gli assicuravano che fatti simili non si sarebbero più verificati
(cfr. pag. 4 della sentenza impugnata);
d) nel corso dell’intercettazione ambientale presso il cantiere del MUSUMECI il DI
GUARDIA, lungi dal rimanere silente, è intervenuto in più punti rivelando la
propria partecipazione attiva alla trattativa e facendosi portatore insieme al
correo delle pretese estorsive.
Come si vede si tratta di precisi elementi evidenziati nella sentenza impugnata
che costituiscono una granitica messe di prove circa la partecipazione
dell’odierno ricorrente alla vicenda estorsiva de qua, elementi ai quali la difesa
del ricorrente oppone semplicemente delle osservazioni volte comprensibilmente
ad affermare una diversa ricostruzione del ruolo del DI GUARDIA che peraltro
risultano prive di qualsivoglia supporto idoneo a smentire quanto ricostruito dai
Giudici del merito.

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Sez. 4, sent. n. 19710/2009, Rv. 243636; Sez. 1, sent. n. 24667/2007; Sez. 2,

Del resto non v’è chi non veda come il primo motivo di ricorso sia stato redatto
in violazione dell’affermato principio giurisprudenziale dell'”autosufficienza” del
ricorso in quanto nello stesso si citano contenuti di operazioni di intercettazione e
dichiarazioni di testi che non vengono trascritte ed i cui verbali non risultano
neppure essere stati allegati al ricorso medesimo.
2. Manifestamente infondato è, poi, anche il secondo motivo di ricorso.
Basta, infatti, leggere con attenzione la sentenza impugnata per rendersi conto

l’aggravante di cui all’art. 7 del d.l. 152/91 sotto il profilo dell’uso del metodo
mafioso.
Si è evidenziato nella predetta sentenza che le richieste economiche erano
caratterizzate dalla rappresentazione del fatto che i soggetti agenti “in occasione
delle feste di Natale dovevano raccogliere dei soldi per i detenuti” e, ancora, che
“avrebbero dovuto padare con uno più grande” così lasciando chiaramente
intendere che operavano per un’organizzazione malavitosa locale anche se non
specificamente indicata.
Ciò rende del tutto infondate le doglianze difensive sopra riassunte circa il fatto
che tale dichiarazione fosse mero frutto di millanteria e che, in ogni caso, la
circostanza aggravante non sarebbe configurabile in quanto l’organizzazione
criminale di potenziale appartenenza non sarebbe neppure stata specificata.
Al riguardo va infatti ricordato che, con un assunto condiviso anche dall’odierno
Collegio, questa Corte Suprema ha già avuto modo di precisare che “In tema di
estorsione, integra la circostanza aggravante dell’uso del metodo mafioso la
condotta di colui che prospetti l’utilizzo delle somme estorte per aiutare le
famiglie degli “amici carcerati”, non rilevando in proposito che l’esistenza
dell’organizzazione criminale non sia stata menzionata nel contesto delle
richieste estorsive, in quanto il mezzo di coartazione della volontà facente ricorso
al vincolo mafioso e alla connessa condizione di assoggettamento può esprimersi
in forma indiretta, o anche per implicito” (Cass. Sez. 2, sent. n. 7558 del
06/02/2014, dep. 18/02/2014, Rv. 258545).
3. Infine, anche il terzo motivo di ricorso è manifestamente infondato.
La Corte di Appello, con una motivazione congrua e tutt’altro che di stile (va
ricordato che la sentenza impugnata contiene anche un espresso e legittimo
richiamo per relationem alla sentenza del Giudice di prime cure con la quale si
integra nel momento in cui è giunta alla medesima decisione sul punto) ha
esplicitato le ragioni per le quali, da un lato, ha tenuto conto della gravità del

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di come – correttamente – la Corte distrettuale ha ritenuto sussistente

reato consumato e, dall’altro, ha evidenziato che dagli atti processuali non
emerge alcun elemento in tal senso favorevole all’imputato.
Per contro la difesa del ricorrente rivolge a tale parte della decisione una critica
del tutto generica richiamandosi ad esigenze di mitigazione della pena in
relazione all’occasionalità ed alla assenza di “professionalità” della condotta.
Sul punto basti osservare che, sempre secondo i principi di questa Corte condivisi dal Collegio – ai fini dell’assolvimento dell’obbligo della motivazione in
ordine al diniego della concessione delle attenuanti generiche, il giudice non è

essendo sufficiente che egli spieghi e giustifichi l’uso del potere discrezionale
conferitogli dalla legge con l’indicazione delle ragioni ostative alla concessione
delle circostanze, ritenute di preponderante rilievo.
Quanto infine alla determinazione della pena in concreto irrogata all’imputato,
ciò è frutto di una scelta discrezionale del Giudice di merito, insindacabile in sede
di legittimità nel momento in cui tale scelta – come è avvenuto nel caso in
esame – sia stata correttamente giustificata e non abbia portato alla applicazione
di una pena illegale.
Per le considerazioni or ora esposte, dunque, il ricorso deve essere dichiarato
inammissibile.
Segue, a norma dell’articolo 616 c.p.p., la condanna del ricorrente al pagamento
delle spese del procedimento ed al pagamento a favore della Cassa delle
Ammende, non emergendo ragioni di esonero, della somma ritenuta equa di C
1.000,00 (mille) a titolo di sanzione pecuniaria.

P.Q.M.
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle
spese processuali e della somma di C 1.000,00 alla Cassa delle ammende.

Così deciso in Roma il giorno 11 marzo 2015.

tenuto a prendere in considerazione tutti gli elementi prospettati dall’imputato,

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