Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 14876 del 12/12/2014


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Penale Sent. Sez. 2 Num. 14876 Anno 2015
Presidente: IANNELLI ENZO
Relatore: CERVADORO MIRELLA

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
RODA’ VALENTINO N. IL 25/03/1968
avverso la sentenza n. 5254/2013 CORTE APPELLO di TORINO, del
21/02/2014
visti gli atti, la sentenza e il ricorso
udita in PUBBLICA UDIENZA del 12/12/2014 la relazione fatta dal
Consigliere Dott. MIRELLA CERVADORO
Udito il Procuratore Generale in persona del Dott.
che ha concluso per,

Udito, per la parte civile, l’Avv
Udit i difensor Avv.

Data Udienza: 12/12/2014

Udita la requisitoria del sostituto procuratore generale, nella persona del
dr. Mario Fraticelli, il quale ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso.

Con sentenza del 21.2.2014, la Corte d’Appello di Torino in parziale
riforma della decisione di primo grado, concesse a Rodà Valentino le
circostanze attenuanti generiche prevalenti sulle contestate aggravanti,
rideterminava la pena per il reato di estorsione aggravata in anni tre e mesi otto
di reclusione ed €400,00 di multa.
Ricorre per cassazione il difensore dell’imputato, avv.Femia, deducendo:
1) erronea applicazione degli artt.125 co.3, 192, 530 co.2 e 533 co.1 c.p.p. e
mancanza, illogicità e contraddittorietà della motivazione ai sensi dell’art.606,
co.1, lett.b) ed e) c.p.p. in relazione alla ritenuta attendibilità della parte offesa
costituitasi parte civile, in assenza di attenta disamina della credibilità
soggettiva della stessa e di riscontri oggettivi, stante anche la problematica della
fittizietà della separazione tra la stessa e il marito; 2) erronea applicazione
degli artt.56, 629 c.p. e mancanza e manifesta illogicità di motivazione ai sensi
dell’art.606, co.1 lett.b) ed e) c.p.p., in quanto nella fattispecie gli operanti che
hanno assistito alla consegna del denaro non si sono limitati ad osservare il
passaggio del danaro, ma hanno anche suggerito alla persona offesa di
preparare la busta con le banconote per simulare il pagamento; 3) 1′
inosservanza ed errata applicazione di norme della legge penale (art.133 c.p.) e
mancanza, contraddittorietà o manifesta illogicità della motivazione ai sensi
dell’art.606 lett. b) ed e) c.p.p. in ordine alla determinazione della pena in
misura sensibilmente superiore al minimo edittale.

Svolgimento del processo

Allega al ricorso copia di alcune pagine dei verbali di udienza del 18 e
30.12.2012 e del 15.1.2013, nonché copia di pagina 10 della sentenza di primo
grado.
Ricorre per cassazione il difensore dell’imputato, avv.Munafò, deducendo
l’erronea applicazione degli artt.125 co.3, 192, 530 co.2 e 533 co.1 c.p.p. e

mancanza, illogicità e contraddittorietà della motivazione ai sensi delYart.606,
co.1, lett.b) ed e) c.p.p. in relazione alla ritenuta attendibilità della parte offesa
costituitasi parte civile in assenza di attenta disamina della credibilità
soggettiva della stessa e di riscontri oggettivi, stante anche la problematica della
fittizietà della separazione tra la stessa e il marito. E nessuna delle tante
incongruenze, rilevate in appello (e ribadite nell’atto di ricorso con indicazione
dei relativi atti processuali) è stata ritenuta meritevole di motivazione da parte
della Corte d’Appello.
Chiedono pertanto entrambi i difensori dell’imputato l’annullamento della
sentenza.

Motivi della decisione

1. Le censure di cui all’unico motivo e al primo motivo dei ricorsi,
presentati in favore dell’imputato rispettivamente dall’avv.Munafò e dall’avv.
Femia, sono inammissibili, in quanto dirette a prospettare una diversa
interpretazione del quadro probatorio e una ricostruzione alternativa rispetto a
quella corretta e coerente formulata dalla Corte d’appello nella cui sentenza
sono elencati gli univoci elementi che hanno dato fondamento alle accuse
formulate. In narrativa, sono state descritte le conclusioni cui, attraverso un
proprio ragionamento probatorio, è pervenuto il giudice d’appello;
ragionamento sorretto da adeguate e coerenti argomentazioni.
Rispetto a tali corrette conclusioni, i ricorrenti richiedono una complessiva
rilettura delle risultanze processuali per ottenere una ricostruzione dei fatti e
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una valutazione della consistenza probatoria diverse rispetto a quelle effettuate
dal giudice di merito, il quale – contrariamente a quanto sostenuto nei ricorsi – è
giunto all’affermazione di responsabilità in base a un attento esame del
contenuto degli atti processuali e considerazione del complessivo contesto
probatorio, puntualmente descritto in sentenza. La motivazione appare

coerente e rispondente agli elementi presi in considerazione e non denota un
deficit valutativo da parte del giudice di merito la cui decisione è stata resa
all’esito di un approfondimento del quadro probatorio e degli elementi di
discrasia evidenziati in sede d’appello (v.pagg.8-12 della sentenza impugnata).
Valutate nella loro globalità, le dichiarazioni della parte offesa sono state quindi
ritenute precise nella descrizione dei fatti e compatibili con gli altri elementi
acquisiti al processo, tenuto conto anche dell’ampio arco temporale in cui la
vicenda si è svolta, e dei ricordi maggiormente vivi e analitici in riferimento ai
più recenti e gravi episodi del 18 marzo e del 2 aprile, “che avevano
determinato una svolta in senso delittuoso della condotta dell’imputato”.
Invero le contraddizioni, indicate dalla difesa “risultano o non realmente tali o
di portata minima e rilievo secondario e quindi tali da non compromettere
l’attendibilità di fondo della deposizione della Speranza e degli altri testi che ne
confermano la fondatezza” (v.pag.7 della sentenza impugnata). Circa
l’ingiustizia del profitto, la Corte ha poi logicamente motivato circa
l’inattendibilità delle dichiarazioni dell’imputato a dibattimento, circa il credito
vantato nei confronti del Garofalo, versione che si pone in aperta
contraddizione con quella offerta dall’imputato nell’interrogatorio avanti al Gip
il 7.8.2012 (v.pag.13 della sentenza impugnata).
Nel caso di specie, va poi ricordato che ci si trova dinanzi ad una “doppia
conforme” e cioè ad una doppia pronuncia di eguale segno, e pertanto il vizio di
“travisamento della prova”, di cui alla lettera e) come modificato dalla
1.n.46/ 2006 (che si ha quando nella motivazione si fa uso di un’informazione
rilevante che non esiste nel processo, o quando si omette la valutazione di una
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prova decisiva), può essere rilevato in sede di legittimità solo nel caso in cui il
ricorrente rappresenti (con specifica deduzione) che l’argomento probatorio
asseritamente travisato è stato per la prima volta introdotto come oggetto di
valutazione nella motivazione del provvedimento di secondo grado, “non
potendo, nel caso di c.d. doppia conforme, superarsi il limite del “devolutum”

con recuperi in sede di legittimità, salvo il caso in cui il giudice d’appello, per
rispondere alla critiche dei motivi di gravame, abbia richiamato atti a contenuto
probatorio non esaminati dal primo giudice” ( v. Cass.IV, sez.IV, sent. n.
19710/2009 Rv. 243636; Cass., n. 5223/07, Rv. 236130).
2. Il secondo e il terzo motivo del ricorso dell’avv. Femia sono
manifestamente infondati, nonché generici. Il secondo, in particolare, consiste in
una mera reiterazione dei motivi dell’atto d’appello, ai quali – contrariamente
a quanto sostenuto in ricorso – la Corte ha risposto con motivazione congrua ed
esente a vizi logici, evidenziando che la busta con il danaro è stata consegnata
dalla Speranza al Raffa, e che questi l’aveva riposta nella giacca e da qui l’aveva
poi estratta alla richiesta degli operanti, il tutto alla presenza del Rodà “che
controllava la scena rimanendo in disparte e che poi si dileguava”(v.pag.13
della sentenza impugnata).
In tema di estorsione, secondo l’indirizzo interpretativo prevalente di
questa Corte, il delitto deve considerarsi consumato e non solo tentato allorché
la cosa estorta venga consegnata dal soggetto passivo all’estorsore, e ciò anche
nelle ipotesi in cui sia predisposto l’intervento della polizia giudiziaria che
provveda immediatamente all’arresto del reo ed alla restituzione del bene
all’avente diritto (v., tra le tante, Sez.II, Sent. n. 1619/2012 Rv. 254450; Sez.II,
Sent. n. 27601/2009 Rv. 244671). Nessun rilievo in senso contrario che
l’operazione fosse concordata con le forze di polizia; quel che rileva è la
condotta dell’imputato e dei suoi complici diretta a percepire l’ingiusto profitto,
condotta del tutto idonea e portata a termine, tanto è vero che il danaro è stato
ricevuto, anche se sotto il controllo degli operanti. Per quanto riguarda la
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dosimetria della pena, rilevasi, infine, che la stessa è stata oggetto di
rideterminazione (partendo da poco più del minimo edittale dell’ipotesi non
aggravata) a seguito della concessione delle attenuanti generiche, con giudizio
di prevalenza sulle aggravanti, in considerazione dell’entità del profitto
effettivamente conseguito e della corretta condotta dell’imputato nel corso

motivazione anche in punto pena è del tutto congrua, e le censure del tutto
generiche del ricorrente non valgono minimamente a scalfirla.
I ricorsi vanno pertanto dichiarati inammissibili.
Ai sensi dell’articolo 616 cod. proc. pen., con il provvedimento che
dichiara inammissibili entrambi i ricorsi, l’imputato che li ha proposti deve
essere condannato al pagamento delle spese del procedimento, nonché ravvisandosi profili di colpa (v.Corte Cost. sent.n.186/2000), nella
determinazione della causa di inammissibilità – al pagamento a favore della
Cassa delle ammende della somma di mille euro, così equitativamente fissata in
ragione dei motivi dedotti.

P.Q.M.

Dichiara inammissibili i ricorsi e condanna il ricorrente al pagamento delle
spese processuali e della somma di euro mille alla Cassa delle ammende.
Così deliberato, il 12.12.2014.
igliere estensore
lla Ce

dell’applicazione della misura cautelare degli arresti domiciliari. La

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