Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 14861 del 26/02/2015


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Penale Sent. Sez. 6 Num. 14861 Anno 2015
Presidente: PAOLONI GIACOMO
Relatore: VILLONI ORLANDO

SENTENZA
sui ricorsi proposti da:

1) RICCIARDI Vincenzo, n. Cerignola (Fg) 12.9.1952
2) CURCI Vincenzo, n. Cerignola (Fg) 15.1.1964
avverso la sentenza n. 723/2013 Corte d’Appello di Bari del 28/02/2013

esaminati gli atti e letti i ricorsi ed il provvedimento decisorio impugnato;
sentito il PM in persona del sostituto PG, dott. V. Geraci, che ha concluso per il rigetto;
udita in pubblica udienza la relazione del consigliere, dott. Orlando Villoni
udito il difensore della parte civile ASIA / Azienda Speciale per l’Igiene e l’Ambiente, Avv.
Giovanni Dellacroce, il quale ha chiesto il rigetto dei ricorsi e la condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali per la presente fase del giudizio, corna da separata notula;

RITENUTO IN FATTO

1. Con la sentenza impugnata, la Corte d’Appello di Bari ha confermato quella emessa dal
Tribunale di Foggia in data 04/05/2005 con cui Ricciardi Vincenzo e Curci Vincenzo erano stati
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Data Udienza: 26/02/2015

dichiarati responsabili del reato di concorso in peculato (artt. 110,314 cod. pen.), commesso
per sottrazione di alcune lattine di gasolio in danno dell’Azienda Speciale per l’Igiene e l’Ambiente (ASIA) di Cerignola (Fg) e conseguentemente condannati ciascuno alla pena di un anno
e quattro mesi di reclusione, condizionalmente sospesa per Curci, previo riconoscimento in
favore di entrambi delle attenuanti generiche e di quella del fatto di particolare tenuità di cui
all’art. 323 bis cod. pen.
Confermando le valutazioni del primo giudice, la Corte territoriale ha ricordato l’arresto in
flagranza di reato degli imputati e l’ammissione da essi venuta delle rispettive responsabilità,
ritenendo fuori discussione sia l’accertata appropriazione del gasolio in danno dell’ente di cui

Quanto alle effettive mansioni da essi svolte – questione decisiva poiché influente sulla qualificazione giuridica della condotta – la Corte territoriale ha evidenziato l’ampia e rilevante testimonianza resa da colui che all’epoca era il Direttore Generale dell’Azienda, dalla quale già il
primo giudice aveva ricavato la convinzione che quelle svolte dal Ricciardi non fossero
mansioni di mera prestazione d’opera materiale, rivestendo quindi a pieno titolo la qualifica di
incaricato di pubblico servizio ai sensi dell’art. 358 cod. pen.
Con riferimento al Curci, i giudici d’appello hanno, invece, valorizzato la circostanza che
questi fosse pienamente a conoscenza della natura non meramente esecutiva die compiti svolti
dal complice, tale da consentirgli una rappresentazione completa del ruolo da quello ricoperto
nell’ambito aziendale; per tale ragione, hanno qualificato il concorso di detto imputato in termini di piena e attiva compartecipazione di cui all’art. 110 cod. pen., negando il riconoscimento
dell’attenuante discrezionale di cui all’art. 117 cod. pen., riservata ai soli complici accessori.

2. Avverso la sentenza hanno proposto ricorso gli imputati, deducendo violazione di legge e
vizio di motivazione in relazione agli artt. 192, 546, 533, 125 cod. proc. pen. per essere stata
l’affermazione di colpevolezza sancita sulla base di elementi di prova meramente indiziari, privi
dei caratteri di gravità, precisione e concordanza; identici vizi vengono prospettati riguardo
all’art. 603 cod. proc. pen. e in reazione alla denegata rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale per escussione del teste Vasciaveo, loro diretto superiore e le cui dichiarazioni avrebbero in maniera dirimente potuto lumeggiare l’effettiva natura delle mansioni svolte nell’ambito
dell’Azienda; violazione di legge e vizio di motivazione riguardo al titolo del reato ritenuto in
sentenza in luogo di quello meno grave di appropriazione indebita, sia pure aggravata ai sensi
dell’art. 61 n. 11 cod. pen.; vizio di motivazione riguardo all’omesso riconoscimento dell’attenuante di cui all’art. 117 cod. pen. in favore del Curci; vizio di motivazione in ordine all’entità
della pena irrogata.

CONSIDERATO IN DIRITTO

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erano dipendenti, sia la natura pubblicistica della stessa azienda.

1. I ricorsi debbono essere dichiarati inammissibili perché i motivi di cui si compendiano
risultano da un lato diversi da quelli consentiti dalla legge (art. 606 comma 3 cod. proc. pen.)
e dall’altro privi del connotato della specificità (artt. 581 lett. c], 591 lett. c] cod. proc. pen.).

2. Attiene palesemente al merito del giudizio, invero, la doglianza concernente la dedotta assenza di gravità, precisione e concordanza degli elementi probatori valorizzati dalla Corte d’appello per ribadire la condanna pronunciata dal giudice di primo grado, in asserita violazione del
canone di giudizio dell’art. 192 comma 2 cod. proc. pen.
Al di là del riferimento formale alla dedotta violazione di legge, si tenta in realtà di con-

zionalmente ai giudici dei gradi merito, al di là dei limiti che caratterizzano tipicamente il vaglio
in sede di legittimità.

3. Le residue doglianze costituiscono, a loro volta, puntuale reiterazione dei motivi d’appello,
come agevolmente si ricava dalla motivazione della decisione impugnata, diffusasi in maniera
specifica sui diversi temi della pretesa violazione del diritto alla prova riferita alla mancata rinnovazione del dibattimento per escutere il teste Vasciaveo (pag. 2 e pag. 3 implicitamente col
vaglio della deposizione del teste Murgolo), dell’invocata riqualificazione del fatto (da pag. 2 a
pag.4); del mancato riconoscimento al ricorrente Curci dell’attenuante discrezionale di cui
all’art. 117 comma 2 cod. pen. (pag. 5).
Ciò premesso, il vizio che colpisce le censure che si atteggiano a mera riproposizione di
quelle già dedotte in appello è quello della aspecificità, sotto il profilo del mancato confronto
con gli argomenti svolti dal giudice di secondo grado nel respingerle in maniera motivata sotto
veste di motivi d’appello e la sanzione, come già precisato dalla giurisprudenza di questa Corte
di legittimità, è l’inammissibilità (v. ex pluribus Cass. Sez. 5, sent. 28011/13; Sez. 6 sent. n.
22445/09; Sez. 5, sent. n. 11933/05 Giagnorio, Rv. 231708; Sez. 4, sent. 15497/02; Sez. 5,
sent. n. 2896/ 99).

4. Torna, infine, a riguardare il merito del giudizio il dedotto vizio di motivazione concernente
l’entità della pena irrogata, la cui concreta determinazione è funzionalmente demandata ai giudici dei gradi di merito nell’ambito del potere discrezionale esercitato nei limiti dell’art. 133
cod. pen.
Orbene, sostenere che la Corte d’Appello ‘ben avrebbe potuto ritenere gli imputati meritevoli
di una pena più contenuta e rapportata al caso concreto’ implica evidentemente attribuire alla
Corte di Cassazione, invitata a verificare se sul punto la sentenza sia ‘ancorata a parametri
logici ed adeguati al caso di specie’, compiti palesemente estranei alle sue attribuzioni.

5. All’inammissibilità delle impugnazioni segue, come per legge, la condanna dei ricorrenti al
pagamento delle spese processuali ed al versamento ciascuno di una somma in favore della
cassa delle ammende, che stimasi equo quantificare in € 1.000,00 (mille).
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seguire una completa rivalutazione del materiale probatorio, sostitutiva di quella spettante fun-

P. Q. M.
dichiara inammissibili i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali e
della somma di C 1.000,00 (mille) ciascuno in favore della cassa delle ammende, nonché alla
rifusione delle spese della parte civile ASIA nel presente giudizio, che liquida in complessivi C
2.500,00 oltre spese, IVA e CPA.

Il consigli e stensore
Orla

Il Presi ente
Giacomo’ aoloní

Roma, 26/02/ 015

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