Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 14856 del 13/03/2015


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Penale Sent. Sez. 4 Num. 14856 Anno 2015
Presidente: ROMIS VINCENZO
Relatore: BIANCHI LUISA

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
SCOLLO CATIA N. IL 07/06/1976
nei confronti di:
MINISTERO ECONOMIA E FINANZE
avverso l’ordinanza n. 37/2014 CORTE APPELLO di CATANIA, del
17/09/2014
sentita la relazione fatta dal Consigliere Dott. LUISA BIANCHI;
lette/s)itte le conclusioni del PG D

Uditi difensor Avv.;

Data Udienza: 13/03/2015

48260/2014

1.Con ordinanza in data 17 settembre 2014 la Corte di appello di Catania
respingeva la richiesta di riparazione per ingiusta detenzione avanzata da
Catia Scollo in relazione alla custodia cautelare dalla medesima subita dal 12
al 24 agosto 1999 perché indiziata di concorso in associazione finalizzata alla
agevolazione dell’immigrazione clandestina e di favoreggiamento della
immigrazione clandestina. Dalla prima accusa veniva prosciolta per
intervenuta prescrizione del reato e dalla seconda per non aver commesso il
fatto ex art. 530 cpv. cod.proc.pen.
La Corte di appello riteneva che la Scollo avesse dato causa alla detenzione
per colpa grave ; osservava che la donna, fornendo piena collaborazione al
convivente Falbo Sebastiano in relazione alla attività di agevolazione della
immigrazione clandestina di cittadini extracomunitari, per la quale il
medesimo aveva subito condanna definitiva, era da ritenersi pienamente
consapevole dell’illiceità di tale condotta ; la donna si prestava a mantenere i
contatti con i correi e ad intervenire, non appena necessario, a nascondere i
clandestini e farli fuggire, come emergeva chiaramente dagli atti di indagine.
Ed infatti la sentenza del Tribunale, in ordine al delitto di associazione per
delinquere contestato all’imputata, aveva emesso pronuncia di non doversi
procedere per intervenuta prescrizione, mentre la pronuncia di assoluzione
“per non aver commesso il fatto”, alla quale il difensore faceva espresso
riferimento nella richiesta risarcitoria, era limitata al capo C) della
contestazione.
2. Avverso tale ordinanza ricorre per cassazione l’interessata, per il tramite
del difensore di fiducia; deduce violazione di legge, mancanza e illogicità
della motivazione per aver escluso la riparazione per colpa grave dell’istante
nonostante la assoluzione intervenuta con formula piena; sostiene che vi è
stata una non consentita valutazione degli stessi elementi che avevano
portato alla formulazione dell’accusa in sede penale, non utilizzabili al fine
dell’accertamento della colpa grave rilevante nel giudizio di riparazione.

CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Il ricorso è infondato.
Ai fini dell’accertamento del requisito soggettivo ostativo al riconoscimento
dell’indennizzo in questione, il giudice del merito, investito dell’istanza per
l’attribuzione di una somma di danaro a titolo di equa riparazione per
l’ingiusta detenzione, ai sensi dell’art. 314 cod. proc. pen., ha il dovere di
verificare se la condotta tenuta dall’istante nel procedimento penale,
nel corso del quale si verifico’ la privazione della liberta’ personale,
quale risulta dagli atti, sia connotabile di dolo o di colpa grave. Il
giudice stesso deve, a tal fine, valutare se certi comportamenti riferibili alla
condotta cosciente e volontaria del soggetto, possano aver svolto un

RITENUTO IN FATTO

2.A ciò si deve aggiungere che, come puntualmente rilevato dal Procuratore
Generale nella sua requisitoria scritta, era in ogni caso ostativo
all’accoglimento della domanda il fatto che il proscioglimento pieno fosse
intervenuto solo per una delle accuse rivolte alla Scollo, essendo stato
dichiarato l’altro reato ldi associazione a delinquererstinto per prescrizione.
Infatti secondo la costante giurisprudenza di questa Corte (per tutte, sez. IV
16.10.2013 n. 5621 Rv. 258607) in materia di riparazione per I
l’ingiusta detenzione, ove il provvedimento restrittivo della libertà sia fondato
su più contestazioni, il proscioglimento con formula non di merito anche da
una sola di queste – sempreché autonomamente idonea a legittimare la
compressione della libertà – impedisce il sorgere del diritto, irrilevante
risultando il pieno proscioglimento dalle altre imputazioni.
3.In conclusione il ricorso deve essere rigettato e la ricorrente condannata al
pagamento delle spese processuali.

ruolo almeno sinergico nel trarre in errore l’autorità giudiziaria; cio’ che il
legislatore ha voluto, invero, e’ che non sia riconosciuto il diritto alla
riparazione a chi, pur ritenuto non colpevole nel processo penale, sia stato
arrestato e mantenuto in detenzione per aver tenuto una condotta tale da
legittimare il provvedimento dell’autorita’ inquirente (sez. IV 7.4.99 n.440,
Min. Tesoro in proc. Petrone Ced 197652). Le sezioni unite di questa Corte
(sentenza 13.12.1995 n.43, Sarnataro rv.203638) hanno poi ulteriormente
precisato che “Nel procedimento per la riparazione dell’ingiusta detenzione e’
necessario distinguere nettamente l’operazione logica propria del giudice del
processo penale, volta all’accertamento della sussistenza di un reato e della
sua commissione da parte dell’imputato, da quella propria del giudice della
riparazione il quale, pur dovendo operare, eventualmente, sullo stesso
materiale, deve seguire un “iter” logico-motivazionale del tutto autonomo,
perche’ e’ suo compito stabilire non se determinate condotte costituiscano o
meno reato, ma se queste si sono poste come fattore condizionante (anche
nel concorso dell’altrui errore) alla produzione dell’evento “detenzione” ed in
relazione a tale aspetto della decisione egli ha piena ed ampia liberta’ di
valutare il materiale acquisito nel processo, non gia’ per rivalutarlo, bensi’ al
fine di controllare la ricorrenza o meno delle condizioni dell’azione (di natura
civilistica), sia in senso positivo che del tutto evidente, rispondendo ad un
principio generale, che ), sia in senso positivo che negativo,
compresa
l’eventuale sussistenza di
una causa di esclusione del diritto alla
riparazione “.
Risulta evidente, ed è peraltro pacificamente ritenuto dalla giurisprudenza di
questa Corte, che non vi è alcuna preclusione da parte del giudice della
riparazione ad avvalersi del materiale probatorio emerso in sede penale e
che, essendo le valutazioni dei due giudici ancorate a diversi presupposti, è
ben possibile, ed anzi fisiologico, che esse possano portare a conseguenze
diverse.
Nella specie, la motivazione fornita dalla Corte di appello, sopra riportata è
del tutto logica e rispondente ai criteri costantemente seguiti da questa
Corte.

P.Q.M.
Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese
processuali.

Così deciso il 13.3.2015#.

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